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Haiti – 12 gennaio 2010 – 12 gennaio 2011, ad un anno dal terremoto

12/01/2011 - 5.21:   Ci tocca ancora una volta ricordare un anniversario doloroso: alle 16,53 di martedì 12 gennaio di un anno fa Haiti fu sconvolta da un terremoto magnitudo 7 con epicentro ad una quindicina di chilometri da Port-au-Prince. Dando un’occhiata ai dati ufficiali forniti dai vari ministeri locali ripresi dall’OCHA, il dipartimento delle Nazioni Unite che si occupa di coordinare gli aiuti all’isola distrutta dal terremoto, potremmo dire che le cose, a distanza di un anno, non sono cambiate molto. Infatti, non si riesce ancora a sapere il numero esatto dei morti e c’è chi parla di 200.000 e chi di 250.000 morti, mentre ancora molti corpi sono lì, sotto le macerie, anch’esse non rimosse se non in minima parte. I numeri sui quali si è un poco più precisi sono quelli delle abitazioni distrutte o lesionate (188.383, secondo il governo) e delle persone che vivono nelle 228 miserabili tendopoli (circa 1,3 milioni). Si sa qualcosa anche del denaro raccolto, mentre si sa poco di quanto ne sia stato utilizzato, di come e dei risultati conseguiti. Quasi tutti gli aiuti sono serviti non a ricostruire, piuttosto a “medicalizzare” una situazione tragica. Non esiste alcuna pianificazione e il futuro è lasciato all’improvvisazione e alla volontà di qualche ONG presente sul territorio, presenza quasi sempre indiretta in quanto realizzata da referenti confessionali o laici locali (come ABC che aiuta Maurizio presente con la sua fondazione stabilmente a Port-au-Prince). E anche in questo caso c’è chi lavora seriamente e chi meno bene. Sul territorio c’è di tutto, più o meno serio: c’è chi progetta di far superare psicologicamente il dramma del terremoto alla popolazione e chi si occupa, più concretamente, di farla mangiare e bere; chi velleitariamente vorrebbe convincere il governo haitiano ad essere buono e bravo e chi lavora negli ospedali e nelle infermerie locali; chi è lì per fare turismo estremo o darsi lustro con bei servizi fotografici o documentari e chi ricostruisce le scuole e ne sostiene il funzionamento. Tutto ha un costo naturalmente. Ma l’impressione è che la tragica opportunità concessa dal terremoto di ricostruire il tessuto sociale, civile ed economico di un Paese non verrà colta da nessuno e, dopo l’emergenza, quando tutti , e sarà così nel giro di un paio d’anni, se ne saranno andati, gli haitiani ricominceranno a competere con la fame, il disordine, l’insicurezza politica.

A tutto ciò si aggiunge la tragica emergenza del colera. Secondo Unni Karanukara, presidente di Medici senza Frontiere, le oltre 3.333 vittime (dato al 31 dicembre scorso) dell’epidema sono “morti inutili” perché la risposta della comunità internazionale e delle circa 12.000 ong presenti sul territorio è stata inadeguata, anche se le condizioni per un intervento efficace e corretto ci fossero tutte. E’ mancata – dice Karanukara - la capacità di organizzare e attuare le norme igieniche minime di prevenzione della diffusione dell’epidemia.

E allora? Allora la domanda legittima che viene spontanea è: ma è proprio vero che li stiamo aiutando? Non possiamo essere dei giudici imparziali e quello che sappiamo con certezza è soltanto che noi, quel che potevamo fare, lo abbiamo fatto e continueremo a farlo, anche oltre la fase di emergenza. E ci piace ricordare una cosa ricorrendo ad un paradosso numerico che svela una realtà incontestabile: i soci “abitanti di ABC” sono stati i più generosi al mondo. Infatti, mentre ogni svedese ha versato per aiutare Haiti 1,4126 euro e la media mondiale si è attestata su 0,0854 euro (e quella italiana si è fermata a 0,032 euro), i soci di “ABC” hanno versato una media di 20,08 euro a testa (12.651 euro raccolti dai soci diviso per il loro numero di 630), che vanno ad aggiungersi alle quote dei loro Sostegni a Distanza. Senza di loro il mondo sarebbe sicuramente più brutto!


   
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