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Guinea Bissau – La nostra decrescita felice! (1)

08/08/2011 - 5.41:   Ci sentiamo un poco figli di buona donna! Erano anni che lo dicevamo, ma non lo avevamo mai fatto! Cosa? Arrivare in Guinea Bissau senza avvertire i nostri amici locali! Diciamo la verità, la situazione era particolare e meritava questa vigliaccata. Ora ne parleremo anche se forse preferireste sentir raccontare cose belle, buone e edificanti! Per noi sarebbe certo più facile intenerirvi con qualche storia strappalacrime o aprire con il grimaldello del dolore il vostro cuore, ma non lo faremo. Potremmo anche dirvi che tutto va bene e che i nostri fratelli africani stanno crescendo sempre meglio assumendocene tutti i meriti! Preferiamo piuttosto raccontarvi, anche se in modo lieve, le cose come stanno, luci ed ombre.

Cominciamo! C’erano una volta le nostre abituali lamentele per il disordine e la scarsa pulizia e siamo quindi andati in Guinea Bissau senza avvertire nessuno per renderci conto del reale contesto non condizionato dalla conoscenza della prossimità del nostro arrivo. E’ questo il motivo? No, il vero motivo è un altro: occorreva dare un segnale preciso del mutamento di rotta e di passo (ogni tanto ci proviamo!). Dall’ultimo viaggio di febbraio-marzo eravamo tornati, nonostante il completamento della costruzione del secondo hangar, abbastanza delusi e incavolati perché il lavoro negli orti era stato trascurato e uno dei nostri amici di ABC GB era in “conflitto di interessi”, ovvero prendeva un buon rimborso spese da ABC e integrava il suo salario facendo cose analoghe con altri. Una era eclatante: un accordo personale con la FAO per seguire un progetto, “Horta escolar”, che avrebbe potuto fare entrare soldi nelle casse di ABC Guinea Bissau e dargli, oltretutto, prestigio e possibilità nuove. Avevamo anche tentato di intervenire subito per correggere questa cosa, ma inutilmente. Ed ora rieccoci qui!

Passati i canonici due-tre giorni di ambientamento carburiamo e riacquistiamo il caratteraccio e la sicurezza necessari per affrontare e tentare di risolvere i problemi che, a volte, andiamo a cercare. Dovremmo forse dare retta ad amico italiano che incontriamo da queste parti che ci dice: “ma non vi accontentate mai?”. Ebbene sì, non ci accontentiamo! Non abbiamo il “mal d’Africa” e non siamo in Guinea Bissau per assecondare quello che i nostri amici fanno, a volte bene, altre male. Non siamo saccenti e non ci sentiamo mosche cocchiere di niente, ma stiamo qui per creare autosviluppo e quindi sostenere, per quel che ci è possibile, organizzazione e produzione aiutando le donne dei villaggi e chi lavora con noi. Non ci stiamo a giocare al “Monopoli” dei cooperanti con progetti più o meno afflitti da autofagia, né tantomeno a tollerare “infedeltà” conclamate. A volte è necessario rischiare. E le opportunità politiche, o gli opportunismi, non possono sempre prevalere sul principio.

E poi stiamo scoprendo - necessità fa virtù - la “decrescita felice”, ovvero spendere di meno, anche perché le entrate sono diminuite, e fare meglio e di più. Non occorre la bacchetta magica, soltanto più lavoro, riorganizzazione e, soprattutto, la preziosa collaborazione dei nostri interlocutori all’estero che, invece, a volte ci costringono a defatiganti “cacce all’uomo (o alla donna)” alla ricerca delle doverose (per loro) informazioni necessarie per lavorare. Dietro queste parole c’è l’amarezza di quanti fanno questo lavoro non per mestiere e che, nonostante l’età e l’esperienza, continuano forse a sopravvalutare circostanze, contesti e persone. Comunque, ognuno prenda le sue responsabilità e faccia il suo esame di coscienza preoccupandosi un poco anche dei nostri stomaci!

Ma torniamo alla nostra storia: in due tre giorni torniamo, appunto, quelli di sempre e cominciamo a rompere le scatole a tutti. Sono anni che, ogni tanto, proviamo ad accelerare e altrettante volte ci ritroviamo a parlare dei ritardi, delle cadute, delle mancanze, ecc.
E allora? Ma Siamo in Africa! Anzi nel Paese più disgraziato dell’Africa.
Meglio non piangere e sbrighiamoci a recuperare la nostra politica del “cuore di pietra”! Non possiamo e non dobbiamo avere il cuore di carne del Vangelo e parafrasandolo, dobbiamo sostituirlo, come ci suggerì qualche anno fa un caro amico missionario, Maurizio, con uno di pietra, anzi, integriamo noi, di acciaio al vanadio e al tungsteno. Perché? Ma perché qui, siamo in Guinea Bissau, nel buco del c... del mondo, e mentre scriviamo le cose si complicano ogni giorno di più e tutto diventa più difficile, tutto viene rinviato, tutto è a rischio di furto, di malattia, di morte, di “aproveitamento”, come dicono loro, e le frustrazioni secolari, è solo questione di tempo se non arriverà un poco di sviluppo economico e un cambiamento culturale, si trasformeranno in aggressività. E allora saranno dolori per tutti!

Ebbene? L’opportunità ci suggerisce di essere tolleranti, di avere pazienza, di saper aspettare, perché ognuno ha i suoi tempi... Vero! Allora ripassiamo tra 250 anni! Ma non è possibile e allora qualcosa dovremo pur tentare per realizzare il progetto nel giro di ... diciamo... 10-15 anni? Ricorriamo, per semplificare e sintetizzare, alla citazione del titolo provocatorio di un libro, “La carità che uccide”.

Ma ora, lasciando stare le riflessioni sulla cooperazione all’autosviluppo dobbiamo risolvere qualche problemino. (segue)


   
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