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Serbia / Bosnia - La diplomazia nel pallone!

12/09/2011 - 15.25:   In Bosnia, nelle scuole di Rogatica, Pale e Lukavica dove andiamo per consegnare le borse di studio, tutti gli alunni, maschi e femmine, conoscono Ivica Osim. Lui è una leggenda vivente del calcio, un campione del dribbling capace di essere sempre in ordine e pulito, anche con la pioggia e dopo un’ora e mezzo di gioco. In questo periodo, come presidente del Comitato per la Normalizzazione dello Statuto della Federazione Calcio della Bosnia Erzegovina, si è adoperato per risolvere la crisi del calcio bosniaco messo fuori dalle competizioni internazionali perché la Federazione locale, invece di eleggere un solo presidente, ne aveva eletti tre per garantire gli equilibri etnici.

Ci è capitato di dire che quando siamo nelle scuole sostenute con le borse di studio in Bosnia, o Republika Srpska, come ama dire la nostra amica traduttrice Jovanka, nonostante siano passati molti anni, gli strascichi della guerra ancora si sentono e si percepisce una tensione che inevitabilmente mette a rischio il rispetto dei diritti umani, della democrazia e della legalità. Non a caso, recentemente, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, ha parlato espressamente di “persistenti discriminazioni” nei confronti delle minoranze. Noi cominciamo a pensare che ci sia un qualcosa, sopra la testa dei cittadini, che impedisca, l’accordo tra le comunità etniche del Paese, tant’è che è dallo scorso ottobre, quando ci furono le ultime elezioni, che la Bosnia-Erzegovina non ha un governo. Tutto ciò nonostante, almeno a stare ad un recente sondaggio fatto dalla Direzione bosniaca per l’integrazione europea condotto su un campione di 1.200 persone, che nove bosniaci su dieci sostengano l’adesione di Sarajevo all’Unione europea e, indipendentemente dall’etnia a cui appartengono - croata, musulmana o serba - e pensino che sia necessario che le autorità realizzino al più presto il processo di riforme richiesto da Bruxelles. Per la precisione: il 78% dei serbi, l’85% dei croati e il 97% dei mussulmani. Allora cosa si aspetta?

Intanto, noi, che contiamo poco, continuiamo ad aiutare i giovani alunni bosniaci e abbiamo chiesto altre 10 schede al direttore della scuola di Rogatica e 5 a quello della scuola di Pale. Questo è il nostro contributo alla costruzione di un Paese diverso.

Anche Ivica Osima , soprannoniminato “Švabo”, ha gettato con il suo lavoro un altro ponte di pace. Sarà stato aiuto, probabilmente, dalla possibilità per la squadra di calcio Borac di Banja Luka di partecipare alle competizioni internazionali e dal prestigio personale, ma sta di fatto che è riuscito a convincere sia Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, che Dragan Čović, leader del partito di maggioranza croato bosniaco, della necessità di definire un nuovo statuto della Federazione. E così ha anche convinto FIFA e UEFA a rimuovere la sospensione.

Ma questo è calcio. Sarebbe bello che anche a più alti livelli fosse possibile instaurare una collaborazione per favorire gli abitanti della Bosnia.

Nel frattempo l’Alto rappresentante della comunità internazionale per la Bosnia Erzegovina, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, ha inviato un rapporto alle Nazioni Unite in cui spiega che le autorità serbo-bosniache stanno tentando di far saltare gli accordi di Dayton che misero fine alle guerre nella ex Jugoslavia nel 1995.

Gli accordi di Dayton, buoni nel risultato finale per aver posto fine ad una tragica guerra, furono nella sostanza pessimi giacché sancirono ufficialmente la presenza in Bosnia Erzegovina di due entità ben definite: una repubblica di etnia serba e una federazione croato-musulmana, governate da molte istituzioni centrali deboli, anzi debolissime. E così, dal 1995, la Bosnia Erzegovina è sotto tutela internazionale, sempre in attesa di stabilire un unico sistema sistema giudiziario, politico, amministrativo ed economico. E così Insko, nel suo rapporto alle Nazioni Unite, ha precisato che: “La necessità di una presenza internazionale, sia civile che militare, è ancora urgente in Bosnia», ed ha ribadito che: «La comunità internazionale dovrebbe affrontare la crisi attuale molto seriamente. Ulteriori divisioni all’interno della Bosnia potrebbero condurre a nuove instabilità e avere effetti molto negativi per l’intera regione».


   
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