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Haiti - L'isola è ancora lì, in mezzo al mare, ma sta per affondare!

24/01/2012 - 16.01:   Abbiamo aspettato che passasse qualche giorno dal secondo anniversario del terremoto del 2010 per non cadere nel rito della commemorazione. Noi, purtroppo, ne potremmo fare molte come, ad esempio, l’anniversario dei bombardamenti della NATO sulla Serbia, l’uccisione di Amilcar Cabral, eroe nazionale della Guinea Bissau, l’assassinio di Thomas Sankara padre del Burkina Faso, quello di Chico Mendes in Brasile, che passata la moda nessuna ricorda più, e chissà quanti altri. Dobbiamo anche stare attenti a non essere troppo polemici per non rischiare di esporre la nostra indignazione all’accusa di sciacallaggio. Insomma, sarebbe forse meglio tacere! Ma tacendo troppo si diventa complici e, anche nel piccolo mondo degli amici che ci aiutano, sarà opportuno dire la nostra partendo da un dato di fatto e precisamente da quel 12 gennaio 2010 quando un terremoto di magnitudo 7 sulla scala Richter provocò ad Haiti 230.000 vittime e altre centinaia di migliaia di senzatetto molti dei quali, ancora oggi, vivono nelle numerose tendopoli di Port-au-Prince.

Oggi, le cose sono un poco cambiate, anche se non molto. E come ci dice Maurizio Barcaro, con il quale collaboriamo a Port-au-Prince, aiutandolo finanziariamente nella gestione della scuola “Sibert”, “nella città ci sono ancora tane macerie e molte tendopoli”. Ma il tempo passa e ci si abitua a tutto, anche alle cose più terribili, e la vita ha ripreso ormai una quasi sembianza di normalità, anche perché sappiamo che il suo valore non è uguale in tutto il mondo. Ci sono luoghi dove vale poco ed Haiti è uno di questi. Ma l’isola caraibica è anche la testimonianza di come le promesse possano essere disattese e, soprattutto, le speranze deluse.

Citiamo allora il “Courrier International”, giornale on-line, che ha ripreso uno studio di “CounterPunch, American Best’s Political Newsletter”, che spiega come “soltanto l’1% dell’aiuto internazionale accordato dopo il sisma sia arrivato nelle casse del governo haitiano”, mentre il 52,9% dei 5,5 miliardi di dollari promessi da New York siano stati tagliati. Il “Courrier International” poi, citando l’Associated Press, afferma che “i beneficiari principali dell’aiuto statunitense sono stati l’esercito americano, organizzazioni non governative come Save the Childreen e il Pam” (Agenzia dell’ONU).

E noi? Noi siamo orgogliosi di poter dire che riuscimmo a fare arrivare, nel giro di pochissimo tempo tutto il denaro necessario, in collaborazione con un’altra organizzazione, “Obiettivo solidarietà”, alla ricostruzione della scuola che praticamente, caso unico, continuò quasi senza interruzione l’attività didattica ed oggi funziona perfettamente ed è frequentata da 1.930 alunni. Certo, ben poca cosa se paragoniamo il nostro intervento a quel che hanno fatto gli altri, ad esempio le ONG associate in Agire. Nei primi giorni di gennaio 2012 sul sito dell’Agenzia Italiana Risposta Emergenze, un network privato di “pronto intervento” fra alcune delle più note e grandi organizzazioni umanitarie nove delle quali lanciarono, nel 2010, un appello per raccogliere fondi a favore di Haiti: Save the Children, ActionAid, Cesvi, Inter-Sos, Gvc, Terres des Hommes, Coopi, Cisp, Vis, leggiamo a proposito del lavoro svolto ad Haiti:

“In totale sono oltre 250.000 le persone che hanno direttamente ricevuto aiuto da AGIRE. Ad Haiti, le ONG associate di AGIRE hanno portato a termine negli ultimi mesi le attività di ricostruzione di 13 scuole, 2 orfanotrofi, 3 centri di salute, 1 mensa, 1 spazio per lo sviluppo delle arti (…). Nella fase iniziale di ‘prima emergenza’, sono state distribuite tende, cibo, acqua potabile e kit di beni di prima necessità ad oltre 78.400 persone in 40 campi. Operazioni (…) Le ONG di AGIRE hanno lavorato alla creazione di spazi ludico-ricreativi, montato ed equipaggiato 32 scuole temporanee e hanno fornito sostegno psicologico per il superamento del trauma alle vittime del sisma, soprattutto ai bambini (…) Hanno inoltre realizzato oltre 2.347 bagni, docce e latrine e 116 pozzi e pompe a mano, svolgendo parallelamente una fondamentale attività di formazione per diffondere buone pratiche igieniche, fattore determinante per tutelare la salute, soprattutto durante l’epidemia di colera (…) Le organizzazioni di AGIRE hanno promosso attività generatrici di reddito attraverso il cosiddetto Cash for Work (lavoro in cambio di denaro), che ha coinvolto 17.000 persone nella rimozione delle macerie, la pulizia dei canali di scolo, la riabilitazione e ricostruzione delle infrastrutture, favorendo la riduzione della dipendenza economica dagli aiuti. Alcune organizzazioni del network hanno anche realizzato programmi di accompagnamento all’uscita dai campi profughi, sostenendo le famiglie nel pagamento dell’affitto e nell’avvio di attività di piccolo commercio, necessarie per ricostruire una vita dignitosa”.

Non c’è che dire, sono stati bravi e professionali e per loro sicuramente non vale la testimonianza di Francesco, volontario fuori dal coro ad Haiti, le cui parole leggiamo su “Paperblog”: “La mia paura, come quella della gente, è che si ripeta quanto accaduto in tante parti del mondo dove i campi profughi sono diventati un business. Lo sono diventati per l’industria della solidarietà, che continua a procacciarsi denaro per mantenerli; per gli operatori, che bivaccano e guadagnano fior di soldi; per i governi, che trattengono parte dei fondi; per le mafie locali, che si creano per spartirsi gli aiuti; per gli abitanti più furbi, che approfittano dei soldi che girano. Qua sta ripetendosi quanto denunciato in altre situazioni analoghe. Basti pensare che solo Save The Children spende USD 200.000 al giorno di stipendi per funzionari locali e si calcola che almeno 15.000 haitiani lavorino, nelle forme più diverse per le ONG e tanti per fare nulla all’interno dei campi. Per i donatori dei messaggini questi sono soldi spesi per la ricostruzione di Haiti”.

E poi Francesco rincara la dose: “Per mantenere in piedi la baracca di uffici, macchine, stipendi, case, viaggi aerei degli operatori và via oltre il 30% dei soldi che arrivano qui (già al netto di quelli trattenuti per i costi amministrativi in italia o negli altri paesi), più c’è tutto il personale locale, la corruzione, i costi sovrastimati. Gli affitti nella capitale sono saliti alle stelle, le jeep bianche delle organizzazioni internazionali sono il mezzo più diffuso, i bar dove gli espatriati s’inciuccano e trombano sono le altre, uniche, nuove fonti di business per gli haitiani”. Ma di queste cose ci aveva parlato anche il nostro amico Maurizio Barcaro.

Di soldi, nel 2010, anche in Italia ne furono raccolti molti. Sull’onda emotiva del terremoto Agire, da sola, rastrellò donazioni per 14,3 milioni, mentre altri 3,9 furono raccolti dalla singole ONG che hanno partecipato al progetto. In tutto 18,2 milioni. Bene! Meno bene il fatto che due di questi milioni siano stati truffati loro da un certo Bernardino Pasta, responsabile della Retemanager spa che ora è stato arrestato. Marco Bertotto, direttore di Agire, interrogato sulla cosa da “Vita”, ha detto: “Ci siamo affidati a un intermediario conosciuto nel settore del non profit, che aveva già collaborato con altre ONLUS e che si era presentato con tutti gli accreditamenti del caso, compresi quelli della Banca d’Italia e su suo consiglio abbiamo investito una parte delle donazioni in obbligazioni a ‘zero rischio’ e rapida smobilitazione, con una resa del 2,8%. Al momento del riscatto dell’ultima tranche del fondo, abbiamo però scoperto di aver sottoscritto dei titoli che in realtà non sono mai esistiti».

La domanda più opportuna da fare a Bertotto, domanda che il pietoso intervistatore non ha fatto e al di là di qualsiasi altra considerazione, sarebbe stata questa: “ma perché vi siete rivolti ad un mediatore privato quando ci sono le banche e, soprattutto, la Banca Etica della quale siete correntisti?”.

Intanto una zattera chiamata Haiti, in mezzo al mare tempestoso, rischia di affondare da un momento all’altro.


   
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