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Guinea Bissau - Rieccoci in Guinea Bissau!

04/06/2012 - 7.31:   Rieccoci in Guinea Bissau! E’ un periodaccio, se possibile ancor peggiore che nel passato. Infatti, ai numerosi problemi se n’è aggiunto un altro: il colpo di stato militare del 12 aprile che è ancora in corso. Ma tutto sembra essere quieto, fin troppo! È pur vero che a Bissau siamo arrivati di notte e siamo subito scappati a Mansoa dove viviamo ai margini del mondo. Certo ci guardiamo intorno e parliamo con i nostri amici locali, ma anche loro sanno quello che si vuol far sapere e, per tradizione e scarsa fiducia in se stessi, non hanno in gran conto il nostro concetto di democrazia. Oltretutto sono “scottati” da decenni di soprusi e latrocinio perpetrati dai grandi partiti che hanno governato il Paese, molto a lungo il PAIGC, un poco meno il PRS. Così, quelli che non si schierano apertamente contro il golpe anche se non lo condividono si espongono ingenuamente alle critiche della comunità internazionale e di quanti parlano e giudicano con troppa facilità. Ma loro possono farlo perché non sono guineensi e non vivono da queste parti facendo i conti con la storia contemporanea. Sono diversi, storicamente strutturati, e per loro tutto è molto più facile! Per questo vogliamo azzardare e dire che se proprio si deve cercare una responsabilità collettiva è opportuno non colpevolizzare troppo gli abitanti della Guinea Bissau, piuttosto occorrerebbe fare un po’ di autocritica visto che, nonostante i numerosi errori geopolitici di questi anni, continuiamo a ritenere che il nostro modo di pensare e di vivere sia “il migliore” sempre, comunque e dappertutto.

E così, un poco guineensi, non ci sorprendiamo dell’ennesimo colpo di stato militare, anche se indigna sempre. In fin dei conti, il Paese dell’Africa Occidentale è indipendente dal 1973 e il padre della patria, Amilcare Cabral, fu assassinato da alcuni militanti e militari del suo stesso partito, il PAIGC, ispirati probabilmente dai portoghesi. E questo partito, da allora, più nel male che nel bene, l’ha fatta da padrone. Era e resta forse il meno peggio, ma per il momento è tagliato fuori dalla vita politica del Paese e il suo leader, presidente del consiglio e vincitore delle recenti elezioni in attesa del ballottaggio che non ci sarà, Carlos Gomes Junior, è stato costretto all’”esilio” in Angola. Ma nonostante tutto questo grande partito è presente con Serifo Nhamadjo incaricato di formare un governo di transizione. Lui è anche del PAIGC, ma, sembrerebbe, di una minoranza interna vicina al defunto presidente della Repubblica Malam Bacai Sanha.

La raccontiamo così, forse troppo lievemente, non per giustificare gli ultimi eventi politici-militari, ma soltanto per tentare di far capire quel che passa nella testa della maggior parte della popolazione, della gente semplice e povera che spesso antepone le ataviche affinità tribali alle idee politiche e che non riesce a capire per bene la differenza tra democrazia e dittatura militare, anche perché la libertà più grande che la recente democrazia ha consegnato al popolo è stata quella di morire di fame. E ancor meno questa gente può capire gli equilibrismi politici che hanno portato alla costituzione di un governo cosiddetto di transizione, quello avviato a maggio e destinato a durare un anno quando ci saranno, forse, nuove elezioni.

Insomma, per il momento in Guinea Bissau tutto giace e non sembrano esserci partiti e sindacati in grado di mobilitare i cittadini, intimiditi come sono dalle minacce repressive dei militari. E dove non arriva la paura ci pensa la corruzione. E allora anche la capitale Bissau, “fica” quieta e sommersa nella melma dell’attesa di quel che sarà. E poi c’è l’avidità del potere e del denaro che non basta mai, tragicomica farsa, mosca cocchiera delle ambizioni personali di quelli che, in divisa o meno, non sono abituati a considerare il bene comune e pensano soltanto ad arricchire. Si potrebbe aggiungere, per completare il quadro senza fare la storia particolareggiata degli eventi e dei nomi, che mentre dalle nostre parti la lotta politica, nei e tra i partiti, si limita spesso alla calunnia e alla condanna a morte sociale, qui essa viene realizzata concretamente perché, e anche questo è un concetto difficile da digerire per noi, la vita non ha lo stesso valore ovunque. Infatti, se tu avessi avuto la sventura di nascere in Guinea Bissau con la prospettiva di campare mediamente 42 anni, capiresti subito questa diversa valutazione, neanche troppo sottile. La dimostrazione? La catena lunghissima di morti ammazzati, più o meno importanti, mentre non si ha neanche notizia degli scomparsi, magari finiti in un termitaio trasformato in tomba, analogamente a quelli che, in Italia, sono finiti nei pilastri di cemento di qualche palazzo o autostrada. Alcuni addebitano al PAIGC molti di questi omicidi, come pure gli imputano il nepotismo e l’incapacità di capire quel che è giusto per il popolo, con i suoi dirigenti spesso offuscati dal desiderio di comandare e di “gestire” i pochi soldi che arrivano all’economia guineense dai programmi di aiuto internazionali. Parliamo soltanto del PAIGC perché, nel bene e nel male, è il partito più grande ed è anche la storia di questo Paese dell’Africa Occidentale.

E poi, ad aggravare, come se ce ne fosse stato bisogno, la situazione è arrivata anche la droga. Fiumi di droga che passano per l’”hub” africano senza controlli e impunemente. C’è chi dice che siano i militari a gestire il traffico, altri sostengono che anche l’ex primo ministro Carlo Gomes Junior non sia estraneo alla cosa, altri ancora coinvolgono politica ed esercito, e dicono che sono tutti con le “mani in pasta”. Di fatto se ci accetta quest’ultima analisi si riescono a capire meglio le drammatiche vicende di questi anni culminate, nel gennaio 2009, con l’assassinio reciproco del Presidente della repubblica di allora Joao Bernardo Vieira e del Capo di stato maggiore dell’esercito Tagmé na Wai, e proseguite nel 2010 ed 2011 con altre uccisioni. Due notizie, una vera e l’altra forse falsa. Quella vera: tre mesi fa una delle poche strade asfaltate dalle parti di Mansoa è stata chiusa al traffico per due ore e usata come pista d’atterraggio dai “colombiani” che con i loro aerei trasportano la droga; l’altra, forse poco attendibile, ma certamente paradossale: un gruppo di ragazzini ha trovato un sacco di polvere bianca e l’ha usata per disegnare un campo di calcio. Era cocaina!

E intanto la popolazione langue e non muore di fame perché per ora gli alberi sono pieni di mango. Da aprile, quando c’è stato il colpo di stato militare, non arrivano più gli aiuti alimentari del PAM alle scuole e gli alunni devono rinunciare alla loro gustosa e multiproteica pappetta quotidiana, molto simile al semolino. Mentre i professori stanno peggio perché non ricevono il salario dello Stato dal settembre 2011 e probabilmente l’anno scolastico verrà annullato perché nessuno va più a scuola, né professori né alunni. E’ tutto semiparalizzato, dai mercati al porto, dagli uffici statali ai tribunali. E il nostro container con il materiale spedito dall’Italia, dopo aver vagato per settimane nel Mediterraneo a bordo della nave “Maersk Arun”, a metà maggio è arrivato nel porto di Bissau. Adesso speriamo di poterlo sdoganare, portare il materiale a Mansoa, tirar fuori le cose imballate, tentare di capire cosa, come e quando fare il necessario! Troppe cose per la nostra testa riscaldata dal clima e dagli eventi, ma saremo di nuovo qui a settembre e allora l’aria, speriamo, sarà diversa e riusciremo a pensare meglio. E poi confidiamo nei nostri amici di ABC GB che, lentamente, stanno cominciando a capire di avere nelle mani il loro futuro. Quest’anno, per la prima volta dopo tanti anni, sono riusciti a recuperare, dalla vendita delle sementi, dei prodotti anticrittogamici e dei fertilizzanti, il cento per cento della spesa sostenuta per il loro acquisto. Anzi, c’è stato addirittura un piccolo margine di guadagno. Non si vive di solo pane e per noi queste cose, apparentemente insignificanti, sono squilli di tromba tonificanti per cuore e testa e ci danno la carica necessaria per andare avanti.

Stavolta siamo arrivati in Guinea Bissau in pieno maggio e ci siamo sciolti ai 40-45° dell’ombra locale con la polvere a farla da padrona e le zanzare che non entrano nella nostra stanza per non morire di caldo. Aprile e maggio sono mesi terribili, anche se quest’anno verso la metà del secondo è arrivato un anticipo della stagione delle piogge: un piccolo tifone con acqua torrenziale. L’anno passato la stessa cosa si era verificata a fine luglio e aveva distrutto una delle nostre serre. Può darsi che quest’anno piova prima e di più, così anche i pozzi si riempiranno e se ne gioverà la nostra orticoltura che compete sempre con la siccità. Tutti sono stati contenti per la pioggia, anche a Mansoa, dove quest’anno, mantenendo la promessa, abbiamo scavato altri sei pozzi raggiungendo il ragguardevole numero di 17 nella sola città. Ci viene in mente che l’anno scorso la “sindaca” ci aveva “promesso” di presentarci al governatore della regione Oio e al presidente del consiglio Cadogo, ma non sarà possibile perché entrambi sono stati “defenestrati”. Il primo non si sa dove sia e il secondo se n’è andato, almeno per ora, in Angola. Noi non siamo poi tanto dispiaciuti perché non amiamo la mondanità e preferiamo stare lontani, sempre e comunque, dal “potere”. Quanto alla “sindaca”, una simpatica e forte donnona del PAIGC, seguendo la linea dettata dal suo partito, sta boicottando il suo lavoro di amministratrice delegandolo, di fatto, ai militari del “quartel” locale che se ne stanno occupando alla loro maniera. Quale essa sia non è dato sapere, segreto militare!

E tra le cose che non sappiamo, che si scoprono pian piano, apparentemente marginali, che arriviamo a condividere casualmente e che danno il senso di quel che si fa e per chi, c’è quella dell’età del nostro “pozzaiolo”, oppure scavatore di pozzi, Francisco. Un ometto magro, alto poco più di un metro e 50, con due mani che sembrano due racchette da ping-pong. Francisco ha 37 anni, ce lo ha detto durante una conversazione sul suo stato di salute perché, qualche settimana fa, è svenuto in fondo ad un pozzo (a circa 25 sotto terra) e lo hanno tirato su esanime con una corda. Dicevamo 37 anni, ma lui ne dimostra perlomeno una decina di più. Anni guadagnati sul campo, anzi sul fondo dei pozzi dove quasi si affoga per il caldo e l’umidità dell’aria. Il fatto è che i nostri amici non sono abituati a vedere nella salute un bene da tutelare. Da queste parti si mangia, sempre e comunque, soltanto riso, quando si è fortunati condito con un poco di pesce e, rarissimamente, con pezzetti di carne. E il dramma è che si è tanto abituati a questa sobrietà forzata che non si sente più nemmeno l’esigenza di cambiare anche se mutano le possibilità economiche. E’ la stessa logica della tradizione per la quale nei villaggi il “ricco” proprietario di mucche è come se non lo fosse in quanto non può né venderle né ammazzarle perché gli altri della tabanca vedrebbero in tutto ciò un’ingiustificabile superbia. E così il bestiame, invece di essere un elemento di stimolo per l’economia interna delle tabanche, diventa un peso che passa di padre in figlio. Unica eccezione: lo “choro”, il funerale. Quando muore il proprietario si ammazza la vacca e si mangia e si beve tutti insieme. Ecco garantita la coesione sociale e la consolazione per chi deve aspettare la morte! Parlavamo della salute e confermiamo che,oggi ancor più di ieri, in Guinea Bissau se ti senti male puoi morire anche per una schiocchezza perché l’ospedale della capitale, che ormai non ha più acqua, gasolio, riserve alimentari, medicinali e medici, giacché non vengono pagati i loro stipendi, segue soltanto le emergenze, ovvero quelli che arrivano praticamente morti nella struttura. Figuriamoci! E allora quando a Francisco gli dici che deve riposare e mangiare meglio ti guarda e sorride, un poco triste. Ma forse neanche ha capito quel che gli abbiamo detto! Lui ha la sua vita, la sua tradizione, il suo lavoro e andrà avanti, finché le forze lo sosterranno.

Ci sono poi le donne, alcune belle, altre stravolte dalla fatica e dai numerosi figli, che “scopriamo” ad ogni incontro organizzato nei nostri hangar per parlare di orticoltura e capire le loro esigenze. E’ in queste occasione che ci rendiamo conto quale potenziale di sviluppo esse siano se solo decidessero di lavorare insieme e di ridistribuire diversamente i carichi di lavoro all’interno della famiglia e dei villaggi. Sono decise, combattive, sanno quel che vogliono e vanno dirette alle cose, ma non possono incidere sulla realtà socio-economica del Paese perché si devono occupare della “casa”, dei figli, dei mariti, della raccolta della legna, del commercio degli esuberi, della cucina, dell’acqua, del lavoro negli orti, del lavoro nelle risaie, del lavoro nella coltivazione del cajù, della vendita del vino di cajù. E, oltretutto, non sono proprietarie di niente perché la terra quando sono signorine è del padre e quando sono sposate del marito. Alcune, le più fortunate, sono le seconde o terze mogli e così lavorano un po’ di meno perché soltanto una settimana su due o tre gli tocca accudire da tutti i punti di vista il marito. C’è tra loro anche chi riesce a trovare il tempo per imparare a cucire e fare così i vestiti dei figli risparmiando. Gli uomini, invece, hanno le loro competenze, sempre limitate nel numero rispetto a quelle delle donne, e sono quasi sempre indiretti, a volte indolenti, inopportuni, non pertinenti e, paradossalmente, contemporaneamente poco orgogliosi e superbi, seguendo un’arbitraria gerarchia dei valori.

Speriamo comunque che non leggano queste cose altrimenti la prossima volta che saremo in Guinea Bissau ci infilano in un termitaio e in poche ore saremo scomparsi anche noi da questo strano mondo. Naturalmente scherziamo!


   
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