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Haiti - Port-au-Prince, i 12 anni di lavoro della scuola “Institution Mixte la Providence de Sibert”: per aiutare i più deboli

16/09/2012 - 17.05:   Il 30 maggio di dodici anni fa Maurizio Barcaro ideava e fondava la scuola "Institution Mixte la Providence de Sibert". Anni di fatica, ma con splendidi risultati. Oggi, sono in duemila (duemila) gli alunni che la frequentano senza pagare nulla, dalla scuola primaria al liceo, da quella professionale a quella di alfabetizzazione per adulti. E quasi sempre non sono stati rose e fiori, ma sudore, problemi e tanto lavoro. Questa è vera cooperazione, la missione, un lavoro spesso poco gratificante fatto per aiutare i più deboli. E tutto va avanti grazie all’aiuto che arriva da tanti amici italiani, ignoti e nobili benefattori. Ma che cosa splendida questo anonimato che si contrappone ad un mondo della comunicazione spesso falsa, fumosa e zeppa di cattivi esempi!

E, a proposito del mese di maggio, il 18 maggio di ogni anno ad Haiti si festeggia la Repubblica. Infatti, nello sesso giorno del 1803, jean-jacques Dessalines sostituì la bandiera dei coloni francesi con quella della prima repubblica “nera” al mondo, un fatto storico importante e significativo che celebrò, tra lo stupore e l’indignazione dei grandi dell’epoca, la perla delle Antille, terra misteriosa e affascinante. Da allora la storia di questo Paese fu un susseguirsi di lotte per il potere, dittature, invasioni, miseria accompagnate dal pianto dei più deboli, donne, vecchi e bambini.

E ancora oggi, malgrado l’intervento delle Organizzazioni umanitarie internazionali Non Governative e degli altri enti legati alle Nazioni Unite, la musica non cambia. I deboli e fragili continuano a soffrire: non c’e lavoro, la povertà è endemica, la miseria sta crescendo e le ultime due ‘piaghe’ di Haiti – il terribile sisma del 2010 e il colera dell’anno dopo - hanno stremato il Paese.

Maurizio Barcaro, con una lunga e splendida relazione per gli amici di “ABC”, racconta la vita della scuola, dei suoi alunni e di Haiti:

“Siamo a maggio ed oggi è festa in Haiti. Per tradizione tutti al mare! Si festeggia così il ricordo della libertà, sotto il sole, con un bel bagno in mare. Musica, sorrisi e allegria! Per qualche ora ci si dimentica di ieri e non si pensa a domani. E, quando è festa io ne approfitto per condividere con voi, amici italiani, le nostre storie, la nostra vita. Voglio raccontarvi chi sono i bambini che abbiamo nelle scuole e quale vita hanno in famiglia, come sono le condizioni delle loro case e del loro quartiere, chi sono i loro genitori. Insomma, come campano.

Premetto che i bambini iscritti alla nostra scuola vengono tutti da famiglie molto povere. Sono poveri tra i poveri perché li selezioniamo. Infatti, se l’iscrizione fosse ‘libera’ e non ‘filtrata’ da noi, avremmo davanti al portone sempre una folla immensa di gente con l’impossibilità di scegliere, rischiando così di aiutare chi potrebbe invece permettersi di mandare i propri bambini nelle scuole a pagamento. Eh sì! Da noi ‘gratis’ è una parola magica. Per evitare errori, così, siamo noi che andiamo a cercare i bambini dove vivono percependo quali sono i più bisognosi. In quest’attività abbiamo la collaborazione delle suore Vincenziane, le quali hanno un dispensario medico a mezzo chilometro dalla scuola dove vanno molte famiglie che non hanno il denaro per farsi curare.

Cominciamo con il dare qualche informazione e soddisfare quelle curiosità per dare, a chi vuole, la possibilità di capire meglio la nostra realtà locale.

Il nome e il cognome. Quando il bambino viene iscritto alla scuola nel 90% dei casi le mamme non hanno l’atto di nascita e così registriamo il nome del bambino ‘a orecchio’ . A volte va bene, e il nome non cambia negli anni successivi. Altre volte capita che con il passare del tempo il nome cambi e così qualche amico italiano si è ritrovato un bambino con un nome diverso. Le cause? A volte chi si presenta con il bambino per l’iscrizione non è la mamma, ma una zia o un’amica che non conoscono bene il nome. La mamma, in un secondo momento, viene a scuola e ci comunica il nome giusto, dando magari il cognome del patrigno perché nel frattempo il vero papà ha abbandonato la famiglia e lei ha un nuovo compagno. Insomma, i nomi e i cognomi degli alunni sono un poco ‘fluttuanti’ con aspetti tragico-comici: il bambino viene iscritto con un nome, capita poi che il direttore lo alteri un poco quando fa le liste delle classi, anche la maestra di classe da un contributo modificando anche lei qualcosa quando fa l’appello. Quando si capisce l’errore si convoca la madre che dice di aver dato, a suo tempo, il soprannome del bambino con il cognome del patrigno. Queste storie paradossali terminano, di solito in coincidenza con il primo esame di stato, quando i genitori devono consegnare l’atto di nascita e allora compare il nome del padre naturale, se registrato. In quel momento per conformasi alle rigide disposizioni ministeriali si devono cambiare velocemente i dati anagrifici dell’alunno altrimenti salta l’ esame.

Chi si prende cura di loro? Solitamente dovrebbero essere i genitori, ma in tanti casi è la sola mamma a seguire i figli. Ma in molti casi le famiglie degli alunni vivono in altre città o in campagna e sono gli zii, nonni, fratelli e sorelle maggiori, che sono in città, ad aiutarli. Molti sono dei “rest avek”, praticamente bambini ‘affidati’ dalle famiglie povere e numerose ad altre famiglie più ricche per aiutare nei lavori domestici in cambio del pasto quotidiano. Per esempio, se ho 8 figli e non posso sostenerli tutti ne ‘cedo’ 2 o 3 ad altre famiglie, le quali non è detto che siano benestanti, possono anche soltanto garantire il cibo per la sopravvivenza. Si tratta, spesso, di una vera e propria forma di moderna schiavitù. Nella maggior parte dei casi sono le bambine a cambiare famiglia perché possono aiutare nei lavoretti domestici e sono ‘usate’ anche per cucinare, badare ai bambini più piccoli, attingere l’acqua nei pozzi, ecc. Sono come delle piccole serve, spesso maltrattate e picchiate, con il solo diritto di un pasto giornaliero. Nelle nostre scuole ce ne sono un buon numero e se frequentano è per la generosità delle famiglie adottive e, soprattutto, perché la scuola è gratis. Mi viene in mente la storia della piccola Cosette de “I miserabili”.

La zona dove vivono i nostri alunni. La missione con la scuola è situata in una zona periferica della capitale chiamata ‘La Plaine”, la pianura. Sebbene sia una zona periferica, dista soltanto 8 chilometri dal centro della città perché Port-au-Prince non è poi così estesa, anche se ha una densità impressionante di abitanti per chilometro quadrato. Cité Soleil, invece, ‘famosissima’ bidonville dove vivono ammassati in condizioni inumane più di 200.000 anime, è a soli quattromila metri da noi. Sessanta bambini che vivono in quell’orrendo ‘quartiere’ percorrono tutti i giorni a piedi, andata e ritorno, questa distanza per frequentare la nostra scuola. La maggior parte degli altri alunni, invece, vive nei piccoli quartieri intorno alla missione. Sono quartieri meno miserabili di Cité Soleil, ma comunque molto poveri . Siamo vicini al mare e i canali di scarico della città passano quasi tutti in questa zona per confluire poi nel ‘nostro’ fiume locale, Rivière Grise, (fiume grigio), che dopo avere attraversato il territorio sfocia al mare. Come se non bastasse questo fiume malsano, ad un paio di chilometri abbiamo la discarica a cielo aperto della città, dove arrivano i rifiuti solidi urbani e dove ‘ruspano’ i bambini per recuperare il recuperabile. Lì, tutti i giorni, la sporcizia viene bruciata ed enormi colonne di fumo nero piene di diossina si alzano verso il cielo inquinando l’aria. Per ora siamo rassegnati!

Dunque, nel raggio di 2-3 chilometri dalla missione ci sono diversi quartieri: Sibert, Robert, Furgy, Marin, Terre Noir, Blanchard, Merger, Duviviere, Renaissance.... Sono tutti più o meno popolati, alcuni più vicini al mare e alle discariche, altri prossimi ai campi di canna da zucchero o ai terreni coltivabili, altri ancora in zone paludose dove, quando piove è il disastro. Questi terreni si asciugano soltanto verso la fine della stagione secca, quando ormai stanno per arrivare le altre piogge. La “plaine”, una volta, era coperta da immense piantagioni di canne da zucchero sfruttate da compagnie americane fino al 1987, quando Francois Duvalier andò in esilio in seguito ad un colpo di stato. Negli anni che seguirono le terre furono occupate in coincidenza con l’inurbamento di Port-au-Prince: i terreni furono letteralmente presi d’assalto da povere famiglie contadine. In mancanza di un catasto, gli usurai, che già vivevano sul territorio, non persero l’occasione e cominciarono a vendere i terreni che non erano certo loro ma dello Stato. Lo Stato, da parte sua, era impotente e non aveva i mezzi per tamponare questa ignobile speculazione a danno dei più poveri e così, con il passare degli anni, questi terreni sono passati di mano in mano e, ancora oggi, in assenza di un catasto aggiornato, sono gli anziani della zona a ricordare i ‘proprietari’ dei terreni e poco importa se la persona ha documenti legali che ne attestino la proprietà. La legge sono loro e… gli usurai.

Tipo di casa. Più del 90% dei bambini che frequentano le nostre scuole vivono in case in affitto. Case… Si fa per dire! Si tratta di ripari di fortuna, baracche o piccole costruzioni in mattoni. Volendo classificarle si potrebbero descrivere così:

- Casetta squadrata di 16-40 mq fatta di mattoni grezzi, tetto di lamiera, pavimento in terra battuta, pareti non pitturate. Di solito con una o due stanze e una piccola veranda davanti.

- Baracca fatta con vecchie tavole, con il pavimento in terra battuta, il tetto di lamiera o paglia, una porta di accesso e un paio di finestre. Queste baracche hanno di solito una superficie di circa 16 metri quadrati.

- Baracca fatta con quattro travi di legno sulle quali vengono inchiodate delle lamiere. Anch’esse sono di circa 16 metri quadrati e, quando arriva il sole, divengano dei veri e propri forni.

- Infine, ci sono le tende. Fino a poco tempo fa nella zona c’erano due grandi tendopoli che ora sono state chiuse, mentre molte famiglie vivono ancora in tende montate nel cortile della loro casetta lesionata o distrutta dal terremoto.

Quanto ai servizi: in pochissimi hanno dei gabinetti nella casa. Di solito ci sono delle latrine comuni o, altrimenti, si va all’aperto in qualche campo vicino. Per l’acqua ci si approvvigiona alle pompe pubbliche. Per fortuna nella zona non manca l’acqua (non se inquinata e fino a che punto) e ci sono diverse pompe, luoghi che spesso diventano anche dei bagni pubblici. Non è raro, infatti, trovare lì bambini completamente nudi che si lavano o adulti in mutande. La maggior parte delle strade sono sterrate e nei quartieri ci sono linee elettriche, anche se è raro che nelle casette dei poveri arrivi regolarmente la corrente con il contatore. Di solito si ‘allacciano’ abusivamente. In generale queste casette sono provviste dell’essenziale: letto, dove dormono in quattro o cinque, tavolo, sedie, piccola televisione, quando possibile, ‘angolo cottura’ fuori sotto un paio di lamiere e con delle scatole di cartone, sparse qua e là, che fanno da guardaroba e da letto in mancanza di meglio. Quando piove arrivano altri problemi perché la pioggia, violenta, entra in queste abitazioni e tutti sono costretti a dormire nel bagnato, nel fango del pavimento intriso d’acqua. Per cucinare usano tutti un piccolo ‘recho’, un fornello di ferro, dove si mette la carbonella. Naturalmente non esiste il postino che porta la posta a casa e neanche chi raccoglie la spazzatura. Ognuno fa come vuole, la brucia o la butta dove gli capita.

Chiaramente, qui, sto descrivendo le condizioni di vita delle zone povere, come quella dove siamo noi, dove si paga l’affitto, ogni sei mesi: 120 euro per una casetta in mattoni, 90 o 60 euro per una baracca. Il prezzo varia a seconda della consistenza e della ‘sicurezza’ del tetto e delle pareti in lamiera o legno. Perlomeno ad integrare una pessima alimentazione ci sono mango, banani e canna da zucchero che si trovano facilmente, mentre la zona si presta poco all’orticoltura.

Situazione della famiglia. Se si parla della famiglia in Haiti, escludendo la capitale Port-au-Prince, si può dire che essa ha un significato abbastanza profondo e solido nelle persone, soprattutto nelle donne. La famiglia al femminile in Haiti è solida, unita, ci si prende cura dei bambini e degli anziani, mentre anche gli uomini, in provincia e campagna, sono più fedeli. Insomma, sopravvivono dei valori morali ed etici profondi legati anche alla fede religiosa. Fuori delle grandi città si lavora la terra e, un po’ ovunque, ci sono quasi sempre un piccolo orto, polli, maiali, capre che aiutano a vivere e che consentono una vita dura ma dignitosa. Nella capitale è tutt’altra cosa e gli anziani sostengono che ‘una volta’ anche Port-au-Prince era così, ma, ‘dopo l’allontanamento di Duvalier’, ci fu un’ondata smisurata di immigrati che si installarono nella capitale e diedero vita a bidonville e zone malfamate. E così ‘sopravvivere’ - dicono i vecchi - divenne la parola d’ordine per le generazioni del dopo-Duvalier. Se da una parte fu un sollievo mandare in esilio il sanguinario dittatore, dall’altra, la fragile democrazia che si instaurò portò confusione, criminalità e anarchia.

Nelle zone povere le famiglie sono composte per la maggior parte da: mamma, 3 o più figli, avuti spesso con compagni differenti, nessuno dei quali presente, e una nonna, una zia o qualche altro parente. Queste mamme hanno figli con uomini differenti perché sono la miseria e la paura che le spingono ad accettare un altro compagno. Si tratta di uno scambio: sicurezza contro garanzia sessuale. In questo ambiente dominato dalla cultura ‘machista’ l’uomo fa figli e poi scappa dalle responsabilità lasciando sola la sua donna con i figli, suoi e di altri. Le donne, invece, sperano sempre che il prossimo compagno sia quello giusto, quello che si occuperà della famiglia, che le aiuterà. Sono, dopotutto, delle ingenue disperate romantiche. I rapporti familiari sono invece più semplici e chiari quando i genitori, che vivono nella provincia in campagna, lasciano un loro figliolo con la famiglia della zia o della nonna, mentre si complicano quando li abbandonano nelle mani delle famiglie di conoscenti che le trasformano, quasi sempre si tratta di bambine, in piccole serve (rest avek).

L’economia informale dei poveri e gli stipendi. Pochi genitori hanno un lavoro fisso. Ci si arrabatta per guadagnare il necessario per vivere. Spesso le mamme fanno le commercianti ambulanti. In pratica si mettono un paniere sulla testa carico di frutta, verdura, articoli per la scuola, vestitini di seconda mano, piccoli cosmetici o altro e camminano tutto il giorno per la città alla ricerca di qualche cliente. Alcune di loro vendono il ‘cibo di strada’, pericoloso per gli stomaci non abituati: cucinano all’aperto, sui marciapiedi, in grossi pentoloni e poi vendono quel che hanno cucinato ai passanti. Non guadagnano molto, quasi sempre il minimo per poter sopravvivere. Tra gli uomini, invece, i mestieri più praticati sono muratore, manovale, meccanico, falegname, elettricista, tassista, ma quasi nessuno ha un lavoro fisso. Lavorano tutti a giornata e, a volte, riescono ad essere impegnati per una settimana per poi stare fermi due mesi. Anche i tassisti sono ‘precari’, nel senso che fanno il loro lavoro affittando i tap-tap, una specie di taxi locale molto pittoresco (in pratica un pick-up modificato con una specie di tettoria montata sul cassone posteriore insieme a delle panche per far sedere i passeggeri) o le moto. Vivono della percentuale sugli incassi che consegnano al proprietario del mezzo. Le moto-taxi, ad esempio, dieci anni fa non esistevano, mentre oggi c’è una vera e propria invasione di ciclomotori che arrivano dalla Corea e che sono affittati ogni giorno da improvvisati tassisti.

Questa è l’economia informale che consente a molta gente dei paesi poveri di sopravvivere. In sostanza, comprare e vendere è l’attività che va per la maggiore e per il resto si vive alla giornata. Ma c’è anche chi ha la fortuna di avere qualche parente che vive in America, Canada o Francia il quale, ogni tanto, spedisce loro del denaro. Sappiamo pure, per esperienza diretta, che ci sono famiglie così povere che la mamme vivono elemosinando presso suore, preti, organizzazioni, scuole, ovunque ci sia una piccolissima possibilità di ricevere un aiuto, anche se misero. E così per queste famiglie il futuro non esiste, abituate come sono a vivere alla giornata sempre in lotta con la vita.

Ma quanto guadagnano le persone che lavorano nella scuola?

Stipendio mese cuoca o lavoratore generico = 4.500 gds = 80 euro c/ca
Stipendio mese insegnante scuola elementare = 5.300 gds = 100 euro c/ca
Stipendio mese direttore scuola primaria = 7.000 gds = 130 euro c/ca
Stipendio mese insegnante scuola secondaria = 7.500 gds = 140 euro c/ca
Stipendio mese direttore scuola secondaria = 20.000 gds = 350 euro c/ca

E quanto costano i generi alimentari?

1 sacco di riso da 50 kg = 2.400 gds = 43 euro
1 sacco di zucchero 50kg = 2.600 gds = 47 euro
1 sacco di farina 50 kg = 3.100 gds = 55 euro
1 sacco di fagioli 50 kg = 3.750 gds = 67 euro
1 gallone d’olio (4 litri) = 275 gds = 5 euro
1 birra = 40 gds = 0,80 euro
1 Coca Cola = 25 gds = 0,50 euro
1 lt latte = 125 gds = 2,50 euro
1 burro 250 gr = 175 gds = 3 euro
1kg carne vacca circa = 300 gds = 5,50 euro

E ancora:

1 sacco di 20 kg di carbonella = 700 gds = 13 euro
1 gallone (4 litr benzina) = 210 gds = 3,70 euro
1 bombola di gas da 25 libbre (molto piccola) = 650 gds = 12 euro
1 pranzo in un ristorante economico = 700 gds = 12,5 euro
costo di trasporto pubblico per fare circa 7-8 km = 30 gds = 0,50 euro
un piatto di cibo preparato per strada
(riso, fagioli, salsa di pomodoro e coscia di pollo) = 100 gds = 1,7 euro
Per mandare un bambino ad una qualsiasi scuola primaria privata fra retta annua, libri e materiale scolastico, si devono spendere circa 210 euro l’anno. Se invece deve frequentare il liceo la retta raggiunge i 350 euro l’anno e aumenta con il progredire delle classi frequentate. Si paga però per avere una preparazione scolastica piuttosto scarsa. Nelle scuole pubbliche, invece, non si paga, ma l’insegnamento lascia molto a desiderare e molti restano fuori per la scarsità dei posti disponibili.

Potrei aggiungere ancora che dalle nostre parti la frutta e la verdura di stagione non costano molto, ma se si vuole mangiare una mela, dell’uva o della lattuga i prezzi sono altissimi perché d’importazione.

Si può ancora osservare che una mamma di famiglia non può permettersi di comprare un sacco di riso, o fagioli, o zucchero… e allora compra a lattina: piccola, media e grande. Anche l’olio non si compra a galloni, ma a bottigliette.

Nella scuola, ogni giorno, per far mangiare gli alunni utilizziamo, più o meno:

150 kg di riso
40 kg di fagioli
4 galloni di olio (16
litri) Una lattina di 5kg di concentrato di pomodoro
15 aringhe affumicate secche
15 cipolle, 25 dadi e poi diverse spezie

Situazione sanitaria. Devo dire che, nonostante le condizioni di vita, i ‘nostri’ bambini non si ammalano spesso e sono forti, probabilmente perché da noi arrivano i ‘sopravvissuti’ in quanto la mortalità infantile è elevatissima: ottanta bambini ogni mille, infatti, non arrivano ai cinque anni. Comunque, nelle nostre scuole, tra gli alunni negli ultimi due anni ci sono stati soltanto due morti per meningite, due per annegamento e 4 arti fratturati. Non sono molti se consideriamo la ‘popolazione’ scolastica di circa 2.000 alunni. Sono presenti, invece, molti casi di bambini anemici e con problemi dermatologici. Nella nostra zona sono presenti alcuni centri di salute, dispensari e ospedali fondati e sostenuti da religiosi o Organizzazioni Internazionali. Queste strutture offrono gratuitamente, o quasi, analisi e cure di base per malattie comuni. Ma se serve un intervento chirurgico o un’analisi complessa ci si deve rivolgere ai privati e pagare. Pochi possono però permetterselo e muoiono spesso per cose banali come una semplice appendicite.

Rendimento scolastico dei bambini. È comune dire che la riuscita scolastica di un bambino dipenda quasi sempre da due fattori: la scuola e la famiglia. Io ne aggiungerei un altro: l’ambiente nel quale il bambino vive e cresce. Immagino che vi siate resi conto che la situazione familiare e dell’ambiente nel quale questi bambini vivono non favoriscono certo un cammino scolastico armonioso e di ‘successo’, tanto che la maggior parte di loro, nel corso della vita scolastica, prima o poi è bocciata. Le cause principali dei fallimenti scolastici sono due: le assenze e le difficoltà di apprendimento. Le assenze sono dovute soprattutto alla negligenza dei genitori o della persona responsabile del bambino che non lo seguono come dovrebbero. Occorre però anche dire, a loro giustificazione, che molte volte questi genitori escono per lavorare all’alba e rientrano la sera tardi. Ad esempio, una mamma che esce all’alba per vendere un poco di frutta e rientra la sera dopo aver camminato tutto il giorno con il suo cesto sulla testa e che si ritrova, oltretutto, a fare tutto il necessario in casa per mandare avanti la famiglia, come fa ad aiutare il suo bambino a studiare e a fare i compiti? Non trascurabile è poi il fatto che il 70% dei genitori è analfabeta. Dunque, il bambino per progredire negli studi ha soprattutto bisogno della scuola e dell’attenzione dei suoi insegnanti. Posso dire un’ultima cosa: se è vero che una buona percentuale di alunni è bocciata, è altrettanto vero che negli ultimi anni, quando mandiamo i bambini agli esami di stato, abbiamo una percentuale di promozione di circa il 90%, la migliore della zona. Questo vuol dire che arrivano preparati all’esame di stato, molto selettivo e che non tiene in alcun conto le analisi sociologiche.

Il carattere del bambino. La cosa che mi stupisce di più in questi bambini è che malgrado la miseria e le difficoltà nelle quali vivono hanno sempre un’allegria contagiosa. Bei sorrisi, occhi vivaci, voglia di vivere da vendere. Questi bambini sono naturali perché sono nati qui e, quindi, non conoscono nessun’altra realtà diversa da quella che vivono quotidianamente. Camminando per i quartieri vedi ovunque piccoli: sono abituati a giocare insieme e a stare con gli altri. Bambini introversi o solitari sono una rarità. Se piangono è perché si fanno male, perché si picchiano fra di loro o perché vengono picchiati dai genitori. Tutti vivono più o meno nelle stesse condizioni e sono abituati a non drammatizzare troppo la loro situazione. È la filosofia dei poveri, l’unica possibilità di sopravvivere. E poi qui ad Haiti i bambini, come in tutto il mondo, amano lo sport e quello seguito di più è il calcio. Sono pazzi per Brasile e Argentina, ma amano anche le squadre italiane perché ogni domenica mattina, in televisione, ‘passa’ una partita del campionato italiano. E poi basta poco per divertirsi: un bagno nel fiume o una scorribanda nelle piantagioni di canna da zucchero! Cosa sperano dalla vita? Di solito i giovani hanno poche aspirazioni. Se li interroghi ti dicono che, da ‘grandi’, vorrebbero fare il muratore, il meccanico, il falegname. I più ‘ambiziosi’ vorrebbero diventare dottore, calciatore, infermiere. Tutti gli adulti, poi, sperano in un Paese, la loro isola di Haiti, migliore. In questo periodo la popolazione sembra abbastanza soddisfatta del suo attuale Presidente, Michel Martelly, anche conosciuto con il nome di "Sweet Micky", un ex cantante di kompas music, uno stile di musica dance haitiana cantata in creolo. E ad Haiti tutti amano la musica e il ballo e questo non nuoce.e là speranza.

Riflessioni finali. Sono 10 anni che lavoriamo per sviluppare un programma educativo completo che ormai accompagna il bambino dai 6 anni fino all’età adulta. Un programma con il quale diamo, gratuitamente, ai bambini la possibilità di studiare: scolarità, libri, zainetti, uniforme scolastica, un pasto al giorno, corsi di informatica e professionali, una biblioteca, un corso di musica, visite mediche oculistiche e una Chiesetta per elevare lo Spirito di chi ha fede. Quando il bambino viene a scuola studia, gioca, socializza con gli altri, mangia, viene curato, ma, quando è necessario, collabora nella gestione della struttura lavando, a turno, i piatti.

Tutto ciò è stato possibile grazie agli aiuti che arrivano da molti amici italiani e nella totale assenza delle istituzioni locali e statali che trascurano la zona ritenendola marginale e pericolosa.

Quest’anno, nonostante tutto e tutti, per la prima volta, avremo dei giovani che andranno a sostenere l’esame di Stato per il diploma di studi superiori. È una grande gioia! Finalmente, con orgoglio, vediamo il risultato di un lungo e faticoso cammino.

Qualcuno mi ha chiesto: “E quando avranno finito il ciclo scolastico cosa farete per loro? Troveranno un lavoro?”. Non so cosa rispondere a queste domande, né tantomeno penso che sarebbe giusto gestire ancora la vita di questi giovani ormai adulti. Noi facciamo quello che è il nostro dovere di educatori, di formatori: diamo una speranza ai più deboli e poveri consentendogli, almeno, di avere lo stesso punto di partenza dei coetanei ricchi e con una formazione umana e scolastica forse migliore. Cerchiamo di far crescere dei cittadini responsabili che però dovranno combattere per le proprie idee! Sono loro i padroni della propria vita, non noi.

Non voglio dimenticare anche i loro genitori, quasi tutti analfabeti, che sono grati e orgogliosi e vedono nella scuola e nei loro figli l’opportunità che non hanno avuto per uscire dalla palude della povertà e oggi, in molti casi, della miseria. Tutto ciò è bello! Lo è anche se non diventeremo mai una nuova “Harvard” in Haiti e non potremo certo risolvere noi gli enormi problemi di questo Paese.

Cari saluti e sempre grazie, Maurizio Barcaro.


   
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