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Guinea Bissau - ABC: una bella e piccola mosca cocchiera!

29/10/2012 - 5.50:   Evviva! Sebbene con grandi difficoltà, che ancora permangono, abbiamo superato il trauma dell’”allontanamento” del vecchio responsabile. Non è stato, e non lo è ancora, facile perché, visto che il lavoro non siamo noi a portarlo avanti ma vogliamo che siano i nostri amici guineensi a farlo, è stato necessario ricominciare a parlare di contabilità, di comunicazione, di posta elettronica, di foto, di spedizioni, di corsi di aggiornamento, di riunioni, di consigli direttivi, di verbali, ecc.

Un amico socio, da quel che ha scritto persona capace, qualche tempo fa, ci diceva: “avete scelto il compito più difficile in assoluto: cooperazione, Africa, agricoltura, orticoltura, assenza d’acqua”. Vero, ma ne ha dimenticato uno, il più grande: la differenza culturale! Infatti, se i problemi tecnico-pratici-logistici ci mettono paura ma non ci terrorizzano, quelli connessi alle differenze culturali, invece, sì. Sono stati questi ultimi che, in oltre dieci anni di lavoro, hanno costituito l’ostacolo più grande alla crescita del “progetto di autosviluppo” che ci siamo “inventati” portandolo avanti con intento innovativo rispetto alla cooperazione tradizionale.

Non vorremmo sembrare presuntuosi, ma nella nostra piccolissima dimensione operativa abbiamo suggerito, senza volerlo, un modo nuovo di aiutare, perché è di questo che si tratta, partendo dal basso, realizzando da anni una metodologia d’intervento che ora viene chiamata, magari con altro intento, “a chilometro zero”, fatta cioè “sotto casa”. Infatti, la scelta “politica“ di creare in Guinea Bissau una sede di ABC Italia e un’associazione “gemella” “ABC Guinea Bissau” sono state suggerite proprio dall’esigenza di essere presenti istituzionalmente su quel territorio e di esserlo non per aiutare noi stessi, favorendo cioè la nostra crescita, ma per aiutare gli altri, sostenendo il loro autosviluppo.

Così pure siamo stati i “precursori” della responsabilizzazione, oggi invocata dalla nuova cooperazione, degli agenti di sviluppo locale, anche se qualche “testa d’uovo” suggerisce, secondo noi per un vezzo culturale, che le competenze di questi soggetti dovrebbero essere utilizzate in altri Paesi in via di sviluppo per un generico e inutile “terzomondismo autoctono”.

E poi abbiamo scoperto con grande anticipo quel che è oggi d’attualità, per non dire di moda, nel modo delle grandi ONG: il low-profit. Sono perlomeno otto anni che lo pratichiamo predicando ai nostri amici guineensi che devono realizzare un’impresa sociale capace di conciliare i loro interessi di lavoratori con quelli generali della solidarietà a favore dello sviluppo delle donne e dell’orticoltura nei villaggi. E tutto ciò non è certo la stessa cosa che parlare, come fanno adesso in molti in presenza di una grande penuria di liquidità, di inserimento dei privati nella cooperazione trasformandola in impresa sociale nel tentativo di conciliare l’interesse particolare, delle aziende, con quello generale, della cooperazione. Ma a noi, anche se incompetenti, in questo modo ci sembra che si favorisca la trasformazione della cooperazione in uno strumento di nuova colonizzazione commerciale ed economica. E, inoltre, reputiamo poco corretto trasformare le ONG in strumenti operativi presenti sul territorio e adatti a favorire l’inserimento delle imprese private per avere i soldi necessari a creare sviluppo. Sviluppo? Ma di chi? Del Paese povero o delle ONG impoverite alla ricerca di soldi?

Insomma, quello che noi piccole mosche cocchiere stiamo facendo da dieci anni, lo sta scoprendo la nuova cooperazione sospinta a una serie di cambiamenti dal crollo dei finanziamenti di quasi il 90%. Infatti, la Farnesina, dal 2008 al 2012, ha diminuito gli aiuti dell’88%, tanto per dirne una, ma anche i privati, e ne sappiamo qualcosa anche noi, non scherzano! Ma a noi preme sempre ricordare che “sviluppo” e “autosviluppo” sono due cose ben diverse. Nel primo caso il successo è quasi sempre certo, anche se effimero perché legato alla presenza di “competenze” d’importazione, nel secondo caso, invece, il successo, sebbene incerto, si può prevedere anche se in tempi molto lunghi giacché si cresce insieme, in sintonia con cultura e abitudini locali. Con un paragone azzardato, geopolitico potremmo dire, la differenza è tra l’imporre “da fuori” e “repentinamente” regole democratiche occidentali ad un Paese feudale o tribale e, invece, aspettare i tempi storici dello sviluppo sociale e civile di un popolo che, ineluttabilmente, dovrebbero condurlo verso una democratizzazione del sistema che tutti sostengono essere “il migliore”. Insomma, è un problema di tempo, di pazienza, di convinzione e di reale interesse verso gli altri. Un esempio (e scusate l’autocitazione): quest’anno “A, B, C, solidariedade e paz - Guinè Bissau” per la prima volta nella sua storia ha avuto un finanziamento dalla Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel per un progetto presentato nel 2009. A suo tempo collaborammo a definirlo e avremmo potuto proporlo come “A, B, C, solidarietà e pace - ONLUS” locale, scegliemmo, invece, di farlo presentare ad “A, B, C, solidariedade e paz - Guiné Bissau”: la differenza? Che i circa 6.000 euro di finanziamento del progetto sono entrati nelle casse dell’associazione guineense e non in quella dell’associazione italiana e che, soprattutto, il riconoscimento e il prestigio sono arrivati all’associazione locale e non a quella italiana. Così intendiamo l’autosviluppo e così vorremmo andare avanti. Certo non è facile anche perché i nostri amici locali, a volte e inconsapevolmente, ostacolano questo percorso rinunciando ad esercitare la razionalità e mostrando scarsa pertinenza accompagnata da fiacco interesse allo studio.

Ad esempio, prendiamo l’idea-traino che perseguiamo da 4-5 anni, cioè quella dell’orticoltura in serra durante la stagione delle piogge. Si è trattato di una lunga, lenta marcia verso un risultato positivo. Abbiamo ottenuto dei lusinghieri riconoscimenti, locali e in Italia, ma è come se in Guinea Bissau i nostri amici di “A, B, C, solidariedade e paz - Guinè Bissau” camminassero con il freno a mano tirato. Manca loro la convinzione e a volte continuano a non saper cogliere la differenza tra quello che piace e quello che è utile, tra quello che è prioritario e ciò che si può rinviare, tra l’interesse personale e quello comunitario, dell’associazione e dei villaggi. Riuscire a cambiare quest’atteggiamento è il lavoro più difficile. Sono più di dieci anni che ci sgoliamo in questa direzione e qualche piccolo risultato si è avuto. Adesso si tratta di cominciare a stringere per vedere se strizzando il tutto ne esca qualcosa di buono. Non è facile conquistare la loro fiducia, ma pensiamo di esserci riusciti, almeno in parte, anche perché noi portiamo lì molto e non portiamo via nulla, perché lavoriamo tanto e non andiamo da quelle parti per fare turismo estremo, dormiamo e mangiamo in hangar e non negli alberghi, ci laviamo con la stessa acqua con la quale si lavano loro, mangiamo quel che capita. Beviamo però acqua minerale!

Insomma, pensiamo di meritare la loro fiducia e, recentemente, citati in tribunale dal vecchio responsabile, li abbiamo visti schierati per la prima volta al nostro fianco. Di solito, invece, i bianchi hanno sempre e comunque torto. Stavolta no e, insieme, abbiamo potuto respingere senza alcun problema le false accuse di “licenziamento immotivato” e “diffamazione”, accuse mosse inopinatamente e inopportunamente nei nostri confronti. Forse non è finita lì, ma ora non siamo più soli contro tutti! E poi abbiamo, dalla nostra parte, una grande pazienza e tanto coraggio per continuare a percorrere il nostro piccolo sentiero in salita verso l’autosvilluppo.

Siamo proprio delle gran belle e piccole mosche cocchiere. Diciamocelo da soli prima che ce lo dicano gli altri!


   
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