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Italia - incontro con “la Gabbianella” sul SaD, quel che oggi pensa “ABC”

04/12/2012 - 18.32:   Sabato scorso, 1 dicembre,si è svolto un incontro del nostro coordinamento “la Gabbianella” con l’intento di capire insieme “Com’è cambiato il Sostegno a Distanza”. Ai lavori, un primo approccio alla problematica che verrà approfondita in altre riunioni in programma per i prossimi mesi, hanno partecipato una ventina di associazioni. A noi è stato chiesto un intervento finalizzato a stimolare il dibattito.

Questo è quel che abbiamo detto:

“Potremmo semplicemente dire: il SAD è bello e chiudere così il nostro intervento! Ma se non ci si accontenta di un’affermazione generica e condivisibile, sarà bene allargare un poco l’orizzonte cominciando magari dall’attualità di questa crisi.

Noi di ABC, nel giro di sei anni abbiamo avuto un calo dei Sad dal migliaio del 2006 agli attuali 610 circa di quest’anno. In denaro, dai 319.000 euro del 2006 (senza 5 x 1000) siamo scesi ai 260.000 del 2011 (con il 5 x 1000) e quest’anno le entrate diminuiranno perlomeno di altri 50.000 euro (anche se arriverà il 5 x 1000).

Analizzando velocemente quello che sta capitando con i nostri finanziatori privati (di pubblici non ne abbiamo) possiamo dire che in generale:

1) Chi ha dato e si è ritirato, per qualsiasi motivo, ben difficilmente ridarà

2) Chi non ha mai dato in tempi buoni sicuramente non darà in questi tempi pessimi

3) Chi aveva in mente di donare, adesso ci penserà bene prima di farlo e, quasi sicuramente, non darà adesso e, forse, mai più

4) I pochi che faranno la scelta di dare anche in quest’epoca oscura sceglieranno le associazioni fortemente caratterizzate e conosciute, quelle che fanno pubblicità, che ricorrono alla spettacolarizzazione del dolore, che vanno di moda o fanno tendenza

5) L’unico patrimonio che ci resta sono i soci “di nicchia”, quelli convinti, molti dei quali con buone o discrete possibilità economiche, e una minoranza che ha pochi soldi ma forte predisposizione all’aiuto degli altri.

Pensiamo che in avvenire ci sarà un’ulteriore contrazione delle donazioni che si protrarrà, presumibilmente, per molti anni. Ma la cosa ancor più brutta è che quando tutto ciò finirà lascerà una pessima eredità, ovvero un’onda lunga di riflusso che accompagnerà l’inevitabile crescita dell’egoismo e della scarsa disponibilità alla condivisione.

Semplificando al massimo, si potrebbe dire che, nonostante tutto, abbiamo il dovere di andare avanti, oltre che per le aspettative delle realtà che aiutiamo, per il rispetto nei confronti di questi amici donatori che meritano ogni nostro sacrificio e che ci porgono un salvagente indicandoci un percorso di giustizia e onestà.

Per quel che ci riguarda, alla luce di quest’analisi stiamo, già da qualche anno, ridimensionando i nostri progetti commisurandoli alle entrate e prefigurando anche la possibilità, prima o poi inevitabile, di chiudere. Cercando, però, sempre di mantenere una coerenza e una trasparenza che ci consentano, semmai, una fine dignitosa.

Stiamo però anche riconsiderando criticamente il nostro modo di interpretare la realtà nella quale viviamo, compresa quella del Terzo Settore, che non è sfuggito a molte pessime e diffuse abitudini e, per questo, non possiamo non citare un documento del nostro Coordinamento la Gabbianella che individua nelle difficoltà attuali un’opportunità, quella di “riconsiderare valori e priorità, riorganizzare la propria vita, ricercare operatività nuove e positive, capire - e far capire - che la solidarietà non è un bene di consumo qualsiasi, piuttosto un valore aggiunto alla nostra vita e consiste in una predisposizione personale non legata all’entusiasmo del momento, all’onda emotiva di un avvenimento o alla contingenza economica del periodo”.

Noi tutti, forse, di queste cose ci siamo un poco dimenticati, presi come eravamo a fare i conti di casa, ognuno alle prese con i suoi progetti e le proprie ambizioni, ma oggi, come si può leggere ancora dal documento citato, “abbiamo, paradossalmente, tutti, la possibilità di volare in alto, sopra la palude che, più o meno consapevolmente, abbiamo contribuito a creare. E nel nostro Settore volare sopra la palude vuol dire liberarci di tutte quelle strutture e sovrastrutture, spesso lecite ma inutili, elaborate ad hoc per trovare denaro, suggerire e sostenere ambizioni personali, stimolare comportamenti sconvenienti. Vuol dire anche arieggiare l’atmosfera che minaccia il mondo della solidarietà a volte soffocato dal fumo delle chiacchiere, dal proliferare di idee velleitarie e da progetti e iniziative sterili e autoreferenziali”.

Insomma, abbiamo ora il dovere di giudicare i nostri progetti per la capacità che essi hanno di incidere effettivamente nelle realtà dove siamo presenti e non ancorati, piuttosto, alle nostre speranze di vedere risultati positivi.

A causa di questa crisi tutto sta apparentemente cambiando e presto la “decrescita felice” che avrebbe dovuto essere una scelta volontaria già da molti anni, cosciente e intelligente, diventerà una necessità forzata. A rimetterci, come al solito, saranno i meno protetti, i più fragili, i meno strutturati. È quel che avviene alle persone avverrà anche alle nostre associazioni.

E in questa situazione, quel che colpisce, è la constatazione che per superare il momento non si suggerisce un modello di sviluppo diverso, semplicemente si lavora per ripristinare quello vecchio, lo stesso che non ha funzionato e che, prima o poi, non funzionerà di nuovo.

E, a quest’operazione sbagliata, sembrerebbero partecipare tutti, forse involontariamente anche noi. Sicuramente dà invece il suo bel contributo il mondo della cooperazione internazionale, come appare evidente dal documento conclusivo del Forum della cooperazione di ottobre svoltosi a Milano. Sorvolando sulla presenza di Finmeccanica come sponsor dell’avvenimento e dell’invito al presidente del Burkina Faso, Blaise Campaorè, responsabile dell’uccisione di uno dei più grandi uomini dell’Africa, Thomas Sankara, per quel poco che abbiamo capito da questo documento traspare una cosa: una grande paura. Paura di chiudere perché i contributi della Farnesina alla cooperazione, dal 2008 al 2012, sono diminuiti dell’88% e sono diminuite le entrate da privati, dagli enti locali, ecc. E così la paura causa poca lucidità e induce ad errori grossolani come quello di auspicare, tra le nuove forme di finanziamento, una nuova “imposta sulla produzione delle armi”. Che scivolone! Le ONG, portatrici di pace, che vorrebbero finanziarsi con la vendita delle armi. E ancora, sempre nel documento finale, si prefigura un Sistema Italia di Cooperazione - citiamo alcuni passi del documento - che possa “far conto su attori pubblici e privati, profit e non profit…. “, e ancora: “C'è bisogno di andare tutti in una stessa direzione…”, poi: “Abbiamo iniziato ad affrontare in modo nuovo il rapporto tra Cooperazione e internazionalizzazione delle imprese….”, infine “La scommessa è di attrarre il mondo produttivo nei paesi prioritari della Cooperazione…”.

Insomma, siamo allo sbracamento totale, assoluto. Così la cooperazione sarebbe inglobata nella politica estera dell’Italia e subordinata alle sue scelte, dagli interventi militari nel mondo (si distrugge per poter ricostruire) a quello che è opportuno economicamente per le imprese italiane.

Per rimediare soldi si è disposti a tutto! Ognuno è libero di fare quel che vuole, ma il tutto dovrebbe essere esplicitato e chiarito, soprattutto occorrerebbe dirlo ai sostenitori e sarebbe forse anche giusto rivedere chi si può definire Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale.

Comunque, questa è una lezione, un’esperienza da evitare per noi tutti che abbiamo fatto la scelta di fondare e lavorare nelle nostre associazioni per trovare un’alternativa all’egoismo sociale, alla penuria di diritti e per contrapporci ad un’economia che crea diseguaglianze.

Ma parlando di SAD, l’argomento sul quale siamo stati chiamati a intervenire, volevamo dire che un bel po’ di anni fa le cose erano molto più semplici per tutti noi perché non esistevano le numerose sovrastrutture organizzative e burocratiche attuali. Tutto era meno difficile perché la scelta di vita del “volontario”, il suo entusiasmo, la sua ingenuità lo portavano a trasformarsi, con l’esperienza sul campo, in professionista involontario e il suo passionale aderire a quel mondo manifestava una forte tensione etica e la volontà di rifiutare un sistema iniquo e violento.

Il volontario doveva imparare a fare il contabile, il grafico, il giornalista, il creativo, a cercare il denaro necessario e, soprattutto, a parlare con le persone e a conoscerle. Allora lui non usava termini inglesi, non si affidava ai fundraiser, non doveva pagare il grafico, l’informatico, il commercialista, non illudeva i giovani proponendogli “percentuali di vendita”, non era necessario che fosse laureato, possibilmente in “Cooperazione allo sviluppo”, i corsi di aggiornamento erano pochissimi e si informava recandosi negli uffici coinvolti e studiando quel che gli serviva. Era indubbiamente faticoso! Oggi, con internet, invece, ha, se vuole, tutte le informazioni in linea e basta un poco di buonsenso per trovare il necessario, e il di più, per lavorare.

Nessuna operazione nostalgia, piuttosto un invito a riconsiderare possibilità diverse di lavoro da recuperare per scoprire quella che qualcuno, anche “la Gabbianella”, ha cominciato a definire “la nostra decrescita felice”. Dovremmo favorire, risparmiando, un ritorno al passato usando metodologie semplici e efficaci che rifuggano da troppo articolate sovrastrutture che appesantiscono e servono soltanto a far girare più velocemente sempre lo stesso denaro senza produrlo. Nel caso del Terzo Settore, far girare anche tanta solidarietà senza praticarla!

Muoviamoci quindi subito noi, con una scelta etica precisa, invece di aspettare che siano la crisi dei valori e le difficoltà economiche a imporla riconducendo il ruolo del volontario nell’alveo di una de- professionalizzazione, che non significa approssimazione pasticciona. L’eccessiva considerazione verso la cosiddetta professionalità ha falsato, specialmente in questi ultimi anni, un “mestiere” splendido trasformandolo in un lavoro come un altro che molti giovani cercano nella speranza di conciliare qualche ideale con la loro legittima esigenza di avere un salario. Occorre, secondo noi, recuperare valori, principi, esempi, coscienze, consapevolezza di essere minoranza limitata, rifiutare la tentazione di accettare la patologia sociale, essere cioè cittadini-volontari presenti e vivi.

Allora che fare?

Si potrebbero fare tra di noi alleanze concrete, non semplicemente di rete, che hanno comunque un ruolo importante nell’influenzare qualcosa e qualcuno. Si tratta piuttosto di darsi delle regole per unire le forze, possibilmente aggregandosi per aree geografiche d’intervento, con principi precisi sulla modalità di lavoro e sull’impiego dei fondi che possono essere messi reciprocamente a disposizione. Instaurare, cioè, un dialogo vero non basato su esperienze edificanti superficiali. Si tratta di entrare nel cuore dei progetti e portare la propria esperienza positiva o negativa che sia.

Occorre poi porci, insieme, qualche domanda. Ad esempio: come abbiamo fatto a limitare la presenza dei ladri nell’esecuzione dei progetti che vengono realizzati all’estero e che sono, quasi sempre, poco controllabili? Come siamo riusciti ad avere continuità di informazione dai referenti locali che tendenzialmente sono elusivi? Abbiamo mai fatto, nelle nostre associazioni, un’analisi costi-benefici dei progetti? E ancora: ci sono nostri progetti che non meritano di andare avanti? Ed è giusto portarli comunque avanti per non perdere qualche socio? Abbiamo mai fatto un’autovalutazione delle nostre procedure di lavoro e dei nostri comportamenti? Il personale all’estero è retribuito in maniera adeguata e onesta? Ci siamo chiesti che fine hanno fatto i nostri ideali?

Sarebbe forse necessario cominciare a parlare di tutto ciò.

Un altro elemento di riflessione può essere questo: valutare, laddove praticabili, possibilità operative diverse.

Senza alcuna enfasi e consapevoli che probabilmente ci sono molte altre associazioni che lo fanno da anni, ben prima di noi, proponiamo la nostra esperienza raccontando quel che abbiamo fatto in Guinea Bissau e che abbiamo tentato di fare, senza riuscirvi, in Brasile.

In Guinea Bissau, dove lavoriamo soprattutto nel settore agricolo, abbiamo contribuito a fondare un’associazione locale, nostra omonima, formata tutta da personale del posto, e un’altra ABC Italiana su territorio della Guinea Bissau con statuto legalizzato e accordo di cooperazione con il ministero degli esteri guineense. ABC Italia in Guinea Bissau è proprietaria di beni, materiali e attrezzature, di tutto, che i nostri amici di ABC GB possono usare sulla base di un contratto di comodato. Il conto corrente bancario, sul quale inviamo i finanziamenti, è intestato, invece, ad ABC GB e sono loro ad operare su di esso. Noi controlliamo e, da buoni cooperanti “a distanza”, ci rechiamo periodicamente nel Paese africano per le verifiche necessarie e per definire quel che è necessario fare. Poi ce ne torniamo in Italia lasciandoli lavorare e verificando “a distanza” quel che fanno e come. Non è facile, ma possibile! Questa, secondo noi, è vera cooperazione allo sviluppo, anzi all’autosviluppo, che è cosa ben diversa.

Possiamo dire che quest’impostazione di lavoro sta dando lentamente dei buoni risultati. Ci preme ricordare che “sviluppo” e “autosviluppo” sono due cose ben differenti perché nel primo caso il successo è quasi sempre certo, anche se spesso effimero perché legato alla presenza di “competenze” d’importazione, nel secondo caso, invece, il successo, sebbene incerto, si può prevedere anche se in tempi molto lunghi giacché si cresce insieme, in sintonia con cultura e abitudini locali. Con un paragone azzardato, geopolitico potremmo dire, la differenza è tra l’imporre “da fuori” e “repentinamente” regole democratiche occidentali ad un Paese tribale e, invece, rispettare i tempi storici dello sviluppo umano, sociale e civile di un popolo che, ineluttabilmente, dovrebbero condurlo verso una democratizzazione del sistema per raggiungere, appunto, l’equilibrio che quasi tutti sostengono essere “il migliore”.

Scusate, un’ultima cosa: sarà forse bene cominciare a valutare la possibilità che si diventi più poveri, un po’ tutti, e che ci ricordiamo che la nostra diversità è la nostra grande ricchezza da valorizzare e far conoscere. Per questo siamo qui con la Gabbianella.


   
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