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Bosnia-Serbia - Storie da non dimenticare!

06/05/2013 - 4.35:   Sempre scriviamo che un nostro grande cruccio è la mobilità sociale. Le famiglie, soprattutto in Brasile, Guinea Bissau, Burkina Faso e Haiti si spostano da un luogo all'altro con grande facilità in cerca di fortuna, di un'occasione di lavoro, di una speranza. Non hanno molte cose e per il trasloco basta un camioncino. In questi ultimi anni questo fenomeno è aumentato.

Ma se altrove molti si spostano, lo fanno di meno in Bosnia e Serbia. Nell'ex Jugoslavia questo tipo di problema lo incontrammo soltanto nei primi anni del progetto, quando molti amici, quasi tutti profughi dalla guerra di Bosnia, preferirono emigrare piuttosto che fare la fame in Serbia, la loro ex patria che non davo loro neanche lo status di rifugiati. Quando se ne andavano, erano bocche in meno da sfamare.

Così fu per la famiglia Zuza. Ricordiamo bene quando, quella domenica mattina del 23 maggio 2004, quando la famiglia Zuza partì per Las Vegas. Eravamo lì anche noi, per salutarli. Erano tutt'e quattro con le valige pronte, la coppia Raika e Ljiuban con i loro due figli, Jovana e Miroslav, nell'hotel-campo profughi "Serbjia" dove avevano vissuto, in una stanza, per dodici anni. Erano arrivati a Niska Banja nell'ottobre del 1992 da Konjic, 50 km a sud di Sarajevo, nodo strategico in quei tempi di guerra in quanto controllava i collegamenti tra la capitale e la Bosnia e Erzegovina meridionale. La famiglia Zuza era fuggita per non finire nel capo di prigionia locale costruito nei dintorni della cittadina. Loro erano serbi bosniaci e non avevano preso la cittadinanza serba, ma proprio questa cosa permise loro di andarsene con l'aiuto dell'Alto commissariato per i rifugiati dell'ONU. Quella mattinata fu straziante. Alle 8 erano pronti e, aiutati dagli amici, scesero per l'ultima le scale di quella struttura fatiscente. Fuori una piccola folla li attendeva per salutarli. Arriva l'autobus e così assistemmo, commossi, alla disperazione dei genitori che sapevano di non poter più vedere i loro figli e al pianto dei giovani amici che presto avrebbero dimenticato. Un ultimo sguardo alle persone e ai luoghi cari e via... Oggi lavorano tutti a Las Vegas e Ljiuban fa l'elettricista, Rajka va la cameriera in uno dei tanti alberghi della città americana, mentre Jovana e Miroslav hanno completato gli studi e ora lavorano anche loro.

Un altro esempio di "mobilità sociale" viene dalla corrispondenza di un'altra affidata, Jelena, di 16 anni che scrive ai suoi amici italiani che l'hanno aiutata per molti anni: "cari amici, la vostra lettera mi ha molto rallegrata, specialmente la proposta di venire a trovarvi. Purtroppo per ora non è possibile perché, essendo noi una famiglia di profughi, non abbiamo il passaporto. Forse in seguito ci daranno la cittadinanza e potremo richiederlo, ma allora cercheremo di andare in qualche Paese lontano, perché qui non c’è alcuna prospettiva per il nostro futuro. Le vostre lettere portano sempre gioia, ci fanno sapere che non siamo abbandonati, che qualcuno pensa a noi. Così non è tutto nero, anche per noi c’è un po’ di felicità». Dopo un poco di tempo Jovana scrive nuovamente ai suoi amici italiani: "C’è una novità: partiamo per l’Australia. Non so descrivervi i nostri sentimenti. Noi siamo eterni viaggiatori, speriamo che laggiù potremo farci una nuova vita. Anche lì andrò a scuola. Quando saremo arrivati e ci saremo sistemati, vi scriverò ancora. Vorrei che rimanessimo sempre amici, anche se tra poco saremo lontano lontano. Ma voi, con le vostre lettere, mi aiuterete a superare le difficoltà di una vita che ricomincia ancora una volta. Jovana”. In Australia, ormai, ricorderanno senza alcuna nostalgia la fuga da Jablanica, anche loro nel '92, il dolore di lasciare ogni cosa, compresi i loro ricordi.

Non sono storie raccontate per aprire, come usiamo dire, con il grimaldello l'animo dei nostri amici, piuttosto la testimonianza di una condizione di vita, quella del profugo, dell’emigrante, dell’itinerante. Oggi qualcuno direbbe: del “precario". E quest'angoscia la ritrovi, contestualizzando le cose che capitano e che non sono mai uguali, anche negli altri poveri e disperati paesi dove siamo presenti. Ma lì, verrebbe da dire, non si tratta più neanche di angoscia, ansia, apprensione, piuttosto di una rassegnazione di fronte all'ineluttabile difficoltà di vivere!


   
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