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Burkina Faso - ABC, incontro con i genitori a Belleville

20/05/2013 - 4.26:   Nel nuovo oratorio, costruito recentemente a Belleville (Ouagadougou) anche con il contributo di ABC, si è svolto, il 17 febbraio scorso, il primo incontro "ufficiale" con i genitori dei bambini inseriti nel progetto di Sostegno a Distanza. L'argomento: la collaborazione tra i salesiani e ABC per aiutare il maggior numero di piccoli e giovani con problemi di scuola e di salute. Di fatto i genitori erano quasi tutti presenti e chi non lo era si è fatto rappresentare da qualcuno. Bene! Comincia l’incontro! Si deve parlare della collaborazione tra salesiani e genitori, appoggiata da ABC Italia, del rendimento scolastico dei bambini, delle loro situazioni personali.

I genitori sono quasi tutti abbastanza giovani, anche perché, si può cinicamente osservare, la vita media in Burkina Faso si aggira attorno ai 50 anni. Da studi condotti sui fenomemi migratori interni, risulta che di solito la fascia d'età dei migranti varia dai 15 ai 29 anni. Infatti, quasi tutti i presenti sono arrivati a Ouagadougou e poi a Belleville da non molto tempo. Giungono in città dalla campagna richiamati dal denaro (le loro economie agricole, nella maggior parte dei casi, erano di sussistenza e prive di qualsiasi ritorno monetario), dalla speranza di trovare un lavoro qualsiasi, qualche volta per trovare una donna (o un uomo). Da quelle parti, come altrove, si è verificato un cambiamento nella partecipazione delle donne al fenomeno migratorio perché molte di loro sono diventate accompagnatrici dei loro mariti.

E così, se nel passato si migrava per poi ritornare, si può dire che oggi si migra per non fare più ritorno. Tutti vivono in piccoli cubi fatti con mattoni di fango cotti al sole, insalubri e angusti. In pochi hanno un lavoro decoroso, la maggior parte campano di lavori provvisori e poco remunerati, tanto da spingere i propri figli a contribuire all'economia familiare. Si comincia a parlare: tutti apprezzano come Albert lavora con loro, anche le sue visite nelle case che fa per capire meglio le singole situazioni. Albert, da parte sua, spiega l'impegno dei salesiani volto soprattutto ai giovani disoccupati e senza formazione, ai bambini e ai giovani non scolarizzati e a quelli che vivono nella strada. Dice anche che, per fare queste cose, sono però necessarie delle infrastrutture e il centro di promozione socio-culturale è il primo passo al quale dovrà seguire la costruzione di un complesso scolastico e di un centro d'accoglienza, formazione e reinserimento dei bambini e ragazzi "di strada". I genitori lo ascoltano e non capiscono tutto, ma sanno che, comunque, Albert (e anche ABC, indirettamente) sono lì per aiutarli. E questo è quel che conta.

Loro hanno bisogno di sostegno da tutti i punti di vista e lo si capisce quando, sollecitati da Albert, spiegano quali sono, secondo loro, i motivi dello scarso rendimento scolastico di una buona parte dei bambini inseriti nel progetto. Alcuni raccontano le difficoltà oggettive, con parole semplici ma chiare, della loro vita: scarsi mezzi economici, condizioni abitative pessime, niente luce, acqua, combustibile. C'è però anche una scarsa attenzione di loro, genitori, nei confronti delle esigenze dei figli perché li lasciano andare a giocare nella strada perché non hanno tempo e capacità.

Alcuni escono la mattina per guadagnare il necessario per comprare il pane quotidiano e tornano la sera tardi, altri sono completamente analfabeti e non saprebbero come aiutare i bambini a studiare, altri ancora neanche avvertono quest'esigenza di collaborazione e di rispetto per i loro figlioli. Hanno idee e proposte e le avanzano ingenuamente. C'è chi spiega che avrebbe bisogno di luce e di una lampada per farli studiare la sera, chi pensa ad una lavagna per farli esercitare a scrivere in casa, chi dice che sarebbe necessaria una bicicletta per fare andare il bambino a scuola visto che abita molto lontano.

Giustamente propongono cose pratiche, immediate, risolutrici parziali di priorità imposte dalla loro condizione. Spiegano anche un problema abbastanza diffuso: i bambini hanno paura dei loro insegnanti e vivono molte volte il rapporto con loro in maniera traumatica. Ma sono anche gli insegnanti a viverlo con difficoltà perché spesso sono scarsamente preparati e, oltretutto, devono confrontarsi con obiettive difficoltà rispetto alla lingua. Infatti, la maggior parte dei bambini non parla francese, la lingua ufficiale, e, a volte, riescono ad esprimersi soltanto nella loro lingua originaria, quasi sempre nella in mòeré (il linguaggio dei Mossi, l'etnia prevalente).

Capita pure che siano di altra etnia e allora le difficoltà si esaltano e nasce un problema di comunicazione che non è facile superare tra insegnanti e alunni. Ma l'urgenza quotidiana impedisce loro di pianificare la vita a medio termine e dunque vorrebbero vedere subito il maggior risultato possibile. Ma non è possibile! Non lo è per Albert e non lo è per noi. Albert tenta di spiegare che molte delle cose che loro salesiani, sostenuti anche da ABC, vorrebbero fare per aiutarli richiedono tempi lunghi e molti soldi. E allora, al momento, ci si limita ad affrontare gli aspetti scolastici e quelli sanitari. Il problema principale sembra essere quello di come difendersi dalla malaria. Molti bambini sono già malati e gli capitano ricadute pericolose.

La malaria è la seconda malattia infettva al mondo per morbilità e mortalità con circa 215 milioni di casi registrati ogni anno e 660 mila morti, quasi tutti nell'Africa sub-sahariana. Non è facile opporsi a questa malattia, anche perché, nella stagione secca, quando il caldo è intensissimo e le piccole abitazioni diventano invivibili, la maggior parte della gente dorme all'aperto spesso senza neanche usare le zanzariere. Questa, ad esempio, potrebbe essere prevenzione sanitaria: fornire di zanzariere le famiglie dei bambini inseriti nei progetti. Una zanzariera, in Burkina Faso, costa più meno 3.500 Franci CFA (circa 5 euro) e una campagna di sensibilizzazione accompagnata dalla distribuzione delle “reti” sarebbe certamente più efficace di qualsiasi altro intervento.

Comunque, tutti i genitori, apprezzano l'impegno che hanno potuto vedere nell'aiutare i loro figli, anche se non riescono a capire fino in fondo perché delle persone tanto lontane, in Italia, vogliano aiutare i loro figli che neanche conoscono. E allora Albert spiega, ripescando dal cuore e dalla testa alcune parole di Giovanni Paolo II, cosa significhi solidarietà: "non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine e lontane", dice, piuttosto si tratta di condividere "bisogni e problemi , con l'individuazione di politiche che realizzino tali obiettivi, l'ordinamento dei rapporti nel senso della giustizia sociale". Non siamo sicuri che tutti abbiano comunque percepito fino in fondo la questione, ma molti di loro si sono "sbilanciati" a garantire il loro maggiore impegno. Promettono: "dedicheremo più tempo a seguire i nostri figli", "siamo disponibili ad aiutare nell'oratorio". Promesse, chiaro. Ma perlomeno se ne comincia a parlare e ad avviare un lavoro di sensibilizzazione e di richiamo d'attenzione. L'impegno comune manifestato è di rivedersi più spesso in modo da verificare insieme l'andamento del progetto.

Ma per capire è anche necessario conoscere e, in questo caso come non condividere, la pedagogia salesiana. Don Bosco, semplificando e sintetizzando al massimo, rifiuta i metodi repressivi e suggerisce, invece, il “metodo preventivo”. Egli sostiene, infatti, l’esigenza che gli educatori facciano conoscere le regole e le prescrizioni della comunità vigilando con amore per impedire ai giovani di sbagliare creando per loro condizioni buone per raggiungere uno sviluppo armonico. L’essenza della pedagogia salesiana è dunque la “carità pastorale” che si esprime nell’invito agli educatoi ad agire con amore, cordialità, affetto. E, come ci è già capitato di dire, far capire ai giovani di essere amati, perché chi sa di essere amato ama a sua volta.


   
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