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Bosnia / Serbia - ABC, 1.200....

20/06/2013 - 7.09:   In Bosnia e Serbia il 2013 sarà un anno contraddistinto da una timida ripresa e con possibili “sconvolgimenti sociali”. Lo sostiene in un suo rapporto la Banca Mondiale. In Serbia il Prodotto interno lordo del Paese è calato del 2%, mentre in Bosnia si è attestato allo 0%. Anche la disoccupazione è ad un livello molto alto, tanto che l’organismo bancario internazionale definisce i Balcani occidentali come la regione europea che forse ha subito lo choc maggiore per la crisi globale. Austerità e recessione rischiano di impantanare l’area in un circolo vizioso, proprio come sembra essere successo alla Grecia, pochi chilometri più a sud. E verso Sud porta la strada “Mediana”, verso Macedonia e Grecia. L'arteria passa davanti agli stabilimenti della Elektronska Industrjia e in prossimità di quelli della Machinska Industrjia di Nis. Lì siamo andati per dodici anni a portare le borse di studio ai figli degli ex operai delle fabbriche che producevano rispettivamente apparecchiature elettroniche e treni. Lì “vivevano” decine di migliaia di lavoratori, ridotti ormai a poche centinaia. Dei 1.200 sostegni a distanza avviati da ABC in Bosnia e Serbia, 200 erano nei due opifici.

Ma, al di là di quel che dice la Banca mondiale, l’economia in Serbia e Bosnia va sempre peggio, in controtendenza con il trend positivo di questi ultimi anni quando migliorava trainata dagli investimenti esteri, dalle privatizzazioni delle società e dalla crescita della domanda interna azzerata dalla guerra e dai bombardamenti della Nato del 1999. Ma qualche nota positiva sembra comunque esserci: la controversia del Kosovo, con l'approvazione da parte del Parlamento serbo di una risoluzione di principio che ha aperto la strada al dialogo costruttivo sul destino della regione, suggerendo la possibilità di costituire una comunità autonoma nella zona a concentrazione di etnia serba nel nord della regione, sembrerebbe avere avviato a soluzione una pericolosa e lunga questione; ci sono poi anche luoghi dove le cose sembrano andare meglio, come a Kragujevac dove l’impianto della FAS (Fiat Auto Serbia), che produce la nuova 500L (e che presto produrrà la 500 XL, venti centimetri più lunga dell'altra), è stato affiancato da due nuovi stabilimenti della Johnson Controls che si occupano della componentistica. Nel 2013 le entrate della FAS dovrebbero aggirarsi sui 2 miliardi di euro, lo dicono dal governo serbo. Sarà vero? Non lo sappiamo, ma attualmente in FAS lavorano circa 1.700 operai e altri 1.200 nell’ “indotto” e entro quest'anno ci saranno 600 nuove assunzioni e 800 nel 2014. Niente male per una città che contendeva a Nis il primato della città più disperata della Serbia. A Nis, invece, è arrivato Benetton, mentre nessuno sembra seriamente interessato all’acquisto delle “nostre” Elektronska Industria e Mashinska Industria.

Meno male che le cose per qualcuno cambiano. Ci mancherebbe altro. Noi, comunque, a Kragujevac continuiamo ad aiutare i figli degli operai che non sono stati riassunti nella nuova FAS e che muoiono letteralmente di fame, ormai privi di qualsiasi sussidio e troppo vecchi per “rientrare” in un mercato del lavoro difficilissimo. Eravamo degli illusi quando, lo scorso anno, pensammo: “meno male che le cose stanno migliorando e così se chiuderemo qualche progetto lo faremo con meno rammarico”. E invece ci siamo ricreduti perché nell’ultimo viaggio, quello dello scorso ottobre, un po’ dappertutto al momento della consegna delle borse di studio abbiamo letto sui volti dei genitori dei ragazzi stanchezza, delusione, difficoltà di vivere. E come sarà l’inverno che verrà?

Sarà pessimo, soprattutto in Bosnia e Erzegovina dove, secondo un rapporto della Caritas locale il 40,6% delle famiglie afferma di avere bisogno di un aiuto economico”, mentre continua l’inettitudine dei politici locali. Quando nel 1999 cominciammo ad aiutare i bambini serbi non andavamo ancora in Bosnia. Il nostro giro si fermava a Nis e soltanto l’anno dopo il viaggio raggiunse le città di Rogatica, Pale e Lukavica nella Republika Srpska. A quei tempi, ma anche prima, i serbi, di Serbia e della Republika Srpska, erano i cattivi, mentre i buoni erano gli altri. Cominciammo subito, era il 2000, a Lukavica, sobborgo di Sarajevo, il quartiere che ora si chiama Nova Sarajevo. Lì incontrammo una donna, tutrice di una bambina, Jadranka, rimasta orfana durante la guerra che sconvolse la Bosnia dal 1992 al 1995. Ci raccontò di quella famiglia, del dolore della bambina, della sorte tragica dei genitori, delle difficoltà di vivere, profughi, in una città sconosciuta e in una zona lontana dalla scuola. Fu quella donna a parlarci della guerra, ormai lontana, del terribile dolore della bambina, sommessamente svelato. Questa è una piccola storia, ma non insignificante e speriamo che non lo sia stata neanche per gli alunni di una scuola di Roma che aiutarono la giovane serba per molti anni. Chissà se nei loro cuori è restato il ricordo di Jadranka e se sentimenti di pace li accompagneranno per tutta la vita. Vogliamo pensare che sia così. Meglio essere ottimisti!

Speriamo che non vorranno più sentir parlare di guerra i 1.200 bambini che, su tre turni, frequentano la scuola di Rogatica, ma anche i 1.400 della scuola di Pale e i 1.000 della scuola di Lukavica. Anni fa alcuni di loro vollero testimoniare drammaticamente per iscritto il loro dolore: «Mio padre è morto in guerra.Vivo con mia madre e tre sorelle, tutti in una stanza, dove mangiamo, dormiamo e facciamo i compiti. Non abbiamo acqua né servizi igienici. Ci danno un misero sussidio sociale.Viviamo in estrema difficoltà”. Altra ragazza: «Sono nata a Sarajevo.Vivo da sola con la mia sorella maggiore. I miei genitori sono divorziati e malati psichicamente. Inoltre mia madre ha ambedue i polmoni rovinati. Mio padre è schizofrenico. Riceviamo un piccolo aiuto sociale, che non ci basta per vivere». E ancora: «Prima vivevo a Vogosa, presso Sarajevo, dove mio padre è morto (come non lo dice, e non lo dice quasi nessuno, ma è più che chiaro). Dopo i trattati di Dayton, siamo fuggite a Pale, dove vivo con due sorelle e la mamma. Stiamo aspettando che il governo ci dia una casa, nel frattempo siamo alloggiate nel centro profughi». E così di seguito, per un’altra trentina di ragazzi o ragazze, ma meglio finirla qui!


   
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