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Bosnia/Serbia - Relazione viaggio in Bosnia e Serbia dal 5 al 16 ottobre 2013

21/10/2013 - 9.02:   Sabato 5 ottobre, si parte. Prima tappa a Portogruaro. Cominciamo il nostro viaggio con una piccola delusione: da quelle parti ricordavamo fosse il castello di Fratta, luogo dove la Pisana e Carlino amoreggiavano ancora bambini. Del castello praticamente non c'è più traccia con buona pace di Ippolito Nievo che nelle pagine dell'ottocentesco "Confessioni di un italiano", attraverso la vita dei protagonisti, ha raccontato in modo mirabile uno scorcio della storia d'Italia dalle campagne napoleoniche in Italia alle rivoluzioni del 1848. E, a proposito del castello sparito, ci viene in mente la descrizione che si legge nel romanzo: "il castello stava sicuro a meraviglia tra profondissimi fossati dove pascevano le pecore quando non vi cantavano le rane".

"Mangiatori di rane", così stava scritto sulle FIAT 500L "attaccate" alcuni mesi fa da qualche operaio della FAS, Fiat Auto Serbia, nello stabilimento di Kragujevac. Nessuno è riuscito a scoprire gli autori del sabotaggio, ma tutti hanno saputo che gli italiani non erano ben visti. Perché? In fin dei conti la FAS ha fatto "rivivere" una città destinata alla consunzione, privata delle sue industrie e con un tasso di natalità sottozero da un bel po' di anni. Il fatto è che nessuno ama essere colonizzato e, nonostante il ritorno della Fiat e l'arrivo delle fabbriche dell'indotto abbiano riportato un poco di benessere nella zona e fatto lievitare considerevolmente il pil nazionale, i serbi, orgogliosi e testardi come sono, osteggiano, e non a torto, i comportamenti dei dirigenti e, soprattutto, dei "capetti" italiani che sorvegliano il loro lavoro. Infatti, in questa fase perlomeno, gli amici serbi si sentono degli "schiavi" che per un salario di 320 euro al mese, che nessuno può permettersi di rifiutare, devono lavorare con ritmi molto pesanti alla catena di montaggio. E poi - osserva qualcuno giustamente - non è proprio indispensabile amare il proprio datore di lavoro. E come si fa ad amare una Società per azioni o un consiglio di amministrazione? La FAS, come tutte le altre grandi società, salvo lodevoli e temporanee eccezioni come l'Olivetti di Adriano, non ha una coscienza e tutte nascono per guadagnare il più possibile spendendo il meno possibile. Questa è, cari miei, la globalizzazione! "Dobra dana u zla gospodava", "bei tempi per la gente cattiva", recita un detto bosniaco riferito alla guerra. E questa è pur sempre una guerra con le sue vittime, che sono sempre e comunque soltanto da una parte, di solito i più fragili e indifesi.

Troppa tristezza? Ingoiamone un'altra porzione: nel 2006 portavamo più di 500 borse di studio agli studenti e ai figli degli operai delle fabbriche, adesso sono 181. Ma non divaghiamo e torniamo indietro rimettendo ordine nella testa e nel viaggio che segue sempre lo stesso itinerario.

Prima tappa, Backa Topola (lunedì 7 ottobre), in Vojvodina. Alle 8, come sempre, quasi sulla porta della scuola ci accoglie il direttore, sorridente e con il suo largo faccione. Ha due mani enormi, ma delicate, almeno nella stretta che è sempre accompagnata da un abbraccio pericoloso. Il triplice bacio ortodosso e poi saliamo le luminose scale della scuola. Ci accomodiamo nell'ufficio di Vlade Grbic: un bicchierino dell'immancabile rakja che ci buca lo stomaco e poi cominciamo a parlare, lievemente prima e poi un poco più seriamente. Non ci aspettiamo certo storie positive e siamo ormai vaccinati, dalla storia locale prima e da quella italiana dopo. La Vojvodina è una regione a maggioranza serba, ma è stata sempre una porta aperta verso Vienna e Budapest e, ripopolata dal XVII secolo in poi dopo essere stata praticamente desertificata dalle guerre contro gli Ottomani, è piena di serbi, svevi (tedeschi), ungheresi, croati, ungheresi, ucraini... Vlade ci dice che nella sua scuola c'è un trend negativo del numero delle iscrizioni, forse perché nascono meno bambini e molte famiglie se ne vanno a vivere altrove alla ricerca di lavoro.

A Backa Topola, nella scuola "Nikola Tesla" sono restati dodici giovani, nel 2014 ne usciranno ancora 4 e nel 2015 altrettanti. Insomma, come a Belgrado e Novi Sad, "tra poco" chiuderemo il progetto. E' inevitabile, anche se in Vojvodina si è realizzato un processo di decentramento politico e amministrativo tra i più importanti in Serbia che ha contribuito a confermare la ricchezza della regione. Ma - dice Vlade - uno dei punti critici è la distribuzione del reddito e della ricchezza perché in questi anni nella regione, ma anche nel Paese, si è verificato un processo di polarizzazione sociale che ha di fatto annientato la classe media. Un po' quel che capita anche in Italia. Ricchi sempre più ricchi ed estensione della povertà. Anche lui ha problemi con la sua famiglia, tanto che la pensione della moglie serve appena a coprire le spese del riscaldamento.

Ce ne andiamo da Backa Topola verso sud.

Belgrado > Novi Sad > Kragujevac (martedì 8 ottobre). Giornata pesante: prima nella scuola intitolata a "Svetozar Markovic Toza", politico e filosofo dell'Ottocento che ebbe un ruolo importante nello sviluppo delle politiche sociali del suo Paese, poi a Belgrado nella "Nikola Tesla" e infine gli ultimi cento e passa chilometri per arrivare a sera inoltrata a Kragujevac.

A Novi Sad rivediamo, per la penultima volta, il direttore Petar Narancic. Restano soltanto due borse di studio e nel 2014 consegneremo l'ultima. Chiudiamo! Lo spieghiamo al direttore e siamo tutti un poco commossi. In fine dei conti sono la bellezza di 14 anni che ci conosciamo, non con lui, ma con la scuola. Sono stati quattro i direttori che in questo periodo si sono succeduti e Petar è soltanto l'ultimo. Probabilmente non conosceremo il prossimo e, anche se manca un anno all'ultimo nostro incontro, ci sentiamo già un poco menomati. Prima andavamo in un'aula per la consegna delle borse di studio, adesso basta chiamare i due giovani Marina e Vuk nella direzione. Un abbraccio ai due, la consegna delle borse di studio ai loro genitori e questa pure è fatta! Ma non rinunciamo, nonostante lo stato d'animo, a scherzare con l'algido Petar Narancic. Anche se apparentemente un poco distaccato per la sua fisiognomica è sempre meglio del collega che lo ha preceduto, pittore abbastanza affermato ma poco propenso alla fiducia nel prossimo. Infatti, non credeva che noi andassimo lì ad aiutare i suoi studenti senza guadagnaci niente! Impossibile! La solidarietà non rientrava nelle sue capacità cognitive: probabilmente era uno che dipingeva soltanto con la testa. Petar ci dice che la scuola ha avviato un'iniziativa per aiutare i bambini del Kosovo e ci porta in un'aula dove, alcune giovani alunne, stanno preparando dei pacchi con materiale didattico-sanitario.

Lungo la strada che da Novi Sad conduce a Belgrado sfilano capannoni e edifici. Abbiamo così la conferma che la Vojvodina la fa da protagonista nell'aumento dell'export serbo, più 24% nei primi mesi del 2013. Infatti, non a caso, la zona è anche un riferimento economico importante per molti piccoli e medi imprenditori italiani che vogliono crescere e, come si usa dire, multilocalizzare le loro attività. Certo meglio multilocalizzare che delocalizzare, anche perché in teoria significa ricchezza per Vojvodina, Serbia e i Paesi che esportano imprenditoria.

Arriviamo a Belgrado, città dove confluiscono la Sava e il Danubio. La capitale serba ha uno status che le dà una maggiore autonomia rispetto agli altri centri urbani del Paese ed è divisa in 17 comuni. Noi andiamo in quello di Rakovica, dov'è la scuola "Nikola Tesla" che fu inaugurata nel lontano 1935. Anche alcune industrie della zona nel '99 furono colpite dai bombardamenti della Nato insieme ad altre localizzate a Novi Sad, Kragujevac, Niš e altre considerate "strategiche" e "segnate" come bersagli. Ci immergiamo nel caotico traffico cittadino di una città dove risiede il 21% dell'intera popolazione serba e riusciamo ad arrivare alla nostra meta intorno alle 16. Come al solito, stando attenti a non investire qualche alunno, ci fermiamo nel grande cortile della scuola e tutta la delegazione, accolta benevolmente dal personale e dall'assistente sociale, si infila nell'enorme struttura che accoglie più di 1.200 alunni, una grande mensa autogestita e una piscina, che ormai i nostri amici sostenitori conoscono per averne sentito parlare molte volte, frequentata dagli alunni di giorno e da privati paganti la sera. Il direttore, Stanislav Stevuljevic, che abbiamo soprannominato tra di noi "baffone", ci accoglie con un grande sorriso. Sa anche lui che tra poco chiuderemo il progetto. Infatti, a Belgrado sono "transitati" nel progetto 82 ragazzi, ma ormai ne restano soltanto 4 che nel 2014 si ridurranno a 2 e nel 2015 a zero! Pazienza: tutto ha un inizio e una fine. Anche con Stanislav siamo invecchiati insieme. Da lui, aggiornato e attento osservatore della realtà politica serba, abbiamo avuto interessanti informazioni e osservazioni per capire meglio la realtà socio-politica del Paese. Anche quest'anno non si smentisce: ci racconta che la scorsa estate in Serbia è mancata la farina e si sospetta qualche manovra speculativa, tanto che il governo ha messo in atto delle verifiche per accertare la cosa. Sembrerebbe - dice - che alcuni commercianti, eludendo le disposizioni delle autorità competenti, abbiano esportato più del consentito. Ma la cosa che gli sta a cuore di più è raccontare della repentina svolta nella politica serba con le scuse pubbliche del presidente Nikolić per le vittime della strage di Srebrenica e l'accordo tra Belgrado e Pristina per il Kosovo. Il nostro direttore non si espone e si limita a spiegare quanto, secondo lui, avviene. Racconta che dopo moltissimi incontri sembra essere stato definito un accordo, sottoscritto dal primo ministro serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thachi, favoriti dall'Unione Europea, con il quale Belgrado e Pristina hanno accettato di non frapporre reciprocamente ostacoli nei rispettivi percorsi verso l'integrazione europea. L'intesa avrebbe anche lo scopo di definire la sopravvivenza della minoranza serba che risiede nel nord del Kosovo e che finirà nelle mani di Pristina mantenendo però alcune importanti autonomie in tema di giustizia, sicurezza, sanità e istruzione. Oltretutto - aggiunge - in un'intervista ad una televisione bosniaca Nikolić ha detto chiaramente ai cittadini della Repubblika Srpska, la parte serba della Bosnia (dove saremo tra pochi giorni), che non li considera parte della Serbia, piuttosto dei cittadini bosniaci. Insomma, a quel che abbiamo capito, c'è un'inversione di tendenza totale da parte dei governanti serbi. Stevuljevic ci chiede il permesso di poter far seguire l'incontro anche da un suo amico, un giovane pope che prestò andrà in Kosovo. Niente in contrario. Alla fine salutiamo il direttore e il pope e, quando ormai è buio ci avviamo verso Kragujevac.

Con la mente ancora "fresca" del colloquio con Stanislav, lungo la strada, parliamo un poco della politica serba, dimenticando i guai di casa nostra. In Serbia, come in Italia, la situazione politica è sempre "in movimento" e così, dei tre partiti che avevano formato il governo dopo le elezioni del maggio 2012, il Partito Pogressista Serbo di Nikolic, il Partito Democratico di Tadic e il Partito delle Regioni di Dinkic, adesso ne sono restati due. Dinkic è stato "allontanato" in vista delle elezioni anticipate che ci saranno presumibilmente nella primavera prossima. Chissà perché l'intensa vita politica locale ci sembra una bazzecola rispetto a quel che capita dalle nostre parti. Ma c'è un'altra cosa che ci accomuna: la crisi economica e i tagli alla spesa. Anche in Serbia trionfano i tagli lineari e il ministro dell'economia Lazar Krstić ha già annunciato che i salari dei dipendenti pubblici subiranno una diminuzione tra il 20 e il 25%, mentre l'iva sui prodotti di prima necessità passerà dall'8 al 10%. Sono in arrivo poi, altro annuncio, stavolta del primo ministro Ivica Dadic, licenziamenti nel settore pubblico.

9 ottobre, mercoledì, a Kragujevac - A piedi ci dirigiamo verso la sede del sindacato dove avverrà la consegna delle borse di studio. E' presto e camminiamo un poco per il centro della città. Il fiume Lepenica, sul quale si affaccia il grande edificio della Zastava, è ancora lì! Scorre pigramente mentre tutta la città, rispetto a qualche anno fa, appare più viva. Kragujevac è un luogo importante perché è stata capitale del Regno di Serbia ed è qui che sono state avviate le prime istituzioni culturali, economiche e educative del Paese, soprattutto la prima università fondata nella città nel 1838. Forse è per questo che i nostri amici locali così fieri e criticano ferocemente il ruolo dominante di Belgrado. Ma Belgrado è la capitale, ha più di un milione di abitanti, è una città mittleuropea, ecc. E chissene! Dicono. Ma ora a Kragujevac c'è la FAS, Fiat Auto Serbia, e non è poco visto che rappresenta una bella fetta dell'export serbo. Lo ha detto il ministro dell'economia Mladan Dinkic (lo stesso che di lì a poco sarebbe stato defenestrato con tutto il suo partito dal governo): "la Fiat e i suoi fornitori nel 2013 contribuiranno ad 1/5 dell'export totale". C'è dunque motivo di essere orgogliosi. Ma lo sono un po' di meno i disoccupati, come i genitori di tutti i 32 giovani aiutati dagli amici di ABC e, quando li incontriamo nella sede del sindacato (prima andavamo nel grande e attrezzato salone nell'edificio della Zastava), ci rendiamo conto che per loro le cose non sono tanto cambiate rispetto a dieci anni fa. Per loro il tempo si è fermato e non potranno più prendere, data l'età, il prossimo treno. Infatti, dei circa 3.000 operai della FAS assunti in questi ultimi anni la quasi totalità è al di sotto dei 30 anni. Se li sono "capati", come diciamo a Roma! I più "vecchi", 40-50 anni, non hanno trovato posto e aspettano non si sa bene cosa. Per molti ci sono stati un paio d'anni di ammortizzatori sociali, buonuscita e cassa integrazione, ma ora stanno a spasso senza un dinaro e senza alcuna speranza di trovare un lavoro decente.

E così gli occupati, sfruttati e costretti a lavorare 8 ore al giorno per 320 euro al mese angariati dai "capetti" italiani che sono lì per insegnare, e, a maggior ragione, i disoccupati, costretti a morire di fame, hanno entrambi motivo di risentimento verso la FAS. Si spiega così il recente sabotaggio ad una trentina di 500L e le scritte ingiuriose rivolte agli italiani: "mangiatori di rane andatevene a casa". Veramente, per dirla tutta, ad essere risentiti con la FAS e con la FIAT ci sono anche gli operai italiani che, nonostante la doverosa solidarietà internazionale, non hanno certo visto di buon occhio la delocalizzazione della produzione della 500L a Kraguejvac e della Panda in Polonia.

Ma sempre a proposito di Kragujevac, per correttezza, dobbiamo dirla tutta: senza la FAS e le industrie dell'indotto, arrivate nell'area di Grosnica, come la Magneti Marelli e la Johnson Controls, probabilmente Kragujevac sarebbe diventata nel giro di qualche anno una città fantasma.

10 ottobre, giovedì - Siamo a Niš, la città più povera della Serbia. In questi anni abbiamo aiutato più di 260 giovani e quindi altrettante famiglie. Ne restano meno di dieci. Che dire? Niente, possiamo soltanto prenderne atto e riflettere su quel che è stato possibile fare in questi 14 anni. Quattordici anni sono tanti e altrettanto numerose le cose realizzate e gli aiuti erogati, bello ricordarlo, ma inutile fare l'elenco.

E' mattina e fa freddo. In fondo alla strada Mediana vediamo le montagne bulgare. La grande strada arriva dal nord, attraverso la zona della Morava, e poi se ne va verso sud percorrendo le valli dello stesso fiume e dell'altro, il Vardar, nella parte che va verso Salonicco e Atene, e quelle dei fiumi Marcia e Nišava verso Sofia, Istanbul e il Medio Oriente.

Entriamo nell’Elektronska Industrija, ex colosso locale e nazionale che produceva elettrodomestici. All’E.I. le cose in quest'ultimo decennio non sono cambiate. Nessuna se la vuole comprare . Soltanto promesse. Ormai, probabilmente, i lavoratori si sono rassegnati e percepiamo un'attenuazione della tradizionale aggressività dei nostri amici sindacalisti. Anche qui, nel passato, andavamo nella grande mensa per distribuire le borse di studio, adesso è del tutto inutile. La mensa era tetra e triste anche quando la riempivamo dei ragazzi e delle loro famiglie, figurarsi ora! Arrivano così i 3-4 genitori "superstiti" con i loro giovanotti a prendere la borsa di studio. Come cambiano le cose e come il cuore e la mente, anche se le situazioni sono familiari, soffrono del tono dimesso che accompagna queste ultime esperienze. Anche Jovan, vecchio e combattivo socialista, a noi sembra un poco spento. Prima era uno spumeggiante e inarrestabile narratore, adesso ha rallentato i ritmi. E' il tempo che passa? Comunque, per farlo ringalluzzire, alla fine gli ricordiamo che quest'anno sono passati 1700 anni dall'editto di Costantino il Grande che è nato da queste parti. E lui, adesso tonico, ribatte: "non me ne importa un fico secco", potremmo tradurre.

Cinque chilometri e siamo a Niska Banja, nella scuola "Ivan Goran Kovacic". La parte vecchia della scuola risale al 1920, ma è stata ampliata ed ha cambiato nome nel 1962. Steva Trickovic ne è il direttore. Come sempre ci fanno molte feste e assistiamo ai saggi che gli alunni hanno preparato per noi. Nella scuola l'anniversario dell'Editto di Costantino, invece, interessa. Le scolaresche, infatti, hanno sviluppato un'approfondita ricerca storica sul tema e qualcuno di loro, tra una recita e un saggio musicale, ci spiega che con l'Editto fu sancita, tra l'impero romano d'Occidente con Costantino e quello d'Oriente con Licinio, una comune politica religiosa. Noi, per non apparire superbi, neanche ricordiamo ai nostri amici locali che veniamo proprio da Roma. Consegniamo le poche borse di studio, quattro per la precisione e 3 contributi per altrettanti giovani con problemi sanitari. Ci sentiamo un poco in difficoltà perché percepiamo che l'aiuto che ora portiamo è molto limitato rispetto ai bisogni locali e che nell'accoglienza i nostri amici impegnano molte energie. Insomma, potremmo dire semplificando, che danno più di quel che ricevono. Ci sostiene però il pensiero che negli anni passati a Niš eravamo presenti con 260 affidi, 72 alla fabbrica Min Fitip (progetto chiuso da due anni), 86 all'Elektronska Industrja, 84 nella scuola di Niska Banja e 25 nella scuolina di Donja Vrezina per la quale nutriamo una piccola-grande nostalgia e dove non andiamo più da tre anni. L'incontro con i ragazzi e le famiglie era sempre una festa. Con loro si riusciva a lavorare seriamente giocando, mangiando e cantando. Un momento splendido per tutti! Era l'occasione per conoscere meglio quella gente, le storie personali, come quella del camionista preso in giro da tutti perché era costretto ad allontanarsi e a lasciare sola la sua bella signora. Insomma, si era in confidenza!

Sabato 12 ottobre, sempre a Niš. Dopo un'intervista a Radio Niš che vuole sapere perché facciamo quel che facciamo e come, andiamo a visitare una casa-famiglia che accoglie bambini e giovani orfani o in grande difficoltà familiare per problemi di tossicodipendenza o povertà estrema. Altri sono i tribunali a mandarli e si tratta quasi sempre di giovani ladri. Ce ne sono tanti, troppi! La direttrice, Violeta Blagojevic, ci spiega che lì arrivano da molte parti della Serbia e che le risorse pubbliche sono misere e continuamente tagliate. Il cuore si gonfia e batte più veloce, il respiro diventa più frequente, gli occhi si sgranano, ci aumenta la pressione: siamo emozionati, anche se dovremmo ormai essere abituati. Cosa dobbiamo fare? Attingiamo dal "fondo di riserva" e decidiamo, seduta stante, un microprogetto che, confessa Violeta Blagojevic, servirà a preparare dei "pacchi natalizi" (vestiario) per tutti i giovani ospiti.

Domenica 13 ottobre, verso la Bosnia. Con questo viaggio sono 24 volte che veniamo da queste parti e ogni volta, quando si arriva al fiume Drina, è come fosse la prima. Ne siamo affascinati forse perché la sua conoscenza è legata a letture poco più che adolescenziali o perché oggi segna il confine tra Serbia e Bosnia e, una volta, demarcava i limiti dell'Impero Romano d'Oriente da quello d'Occidente, divisione attestata da un vecchio cippo romano messo al centro del ponte.

Percorrendo le curve delle gole che sovrastano il fiume ci vengono in mente le parole di una vecchia canzone, tradotta anche in Italiano, "Le gole della Drina": "Ragazzo, meno sai e meno sarai infelice". Siamo in Bosnia. Dal dopoguerra ad oggi nessun cambiamento, tanto più che il trattato di Dayton ha di fatto paralizzato le istituzioni del Paese e questo causa inaffidabilità e rappresenta la causa principale della difficile situazione economica dei settori produttivi e della popolazione: l'economia è in forte recessione, lo stato è schiacciato dal debito pubblico e il tasso di disoccupazione ufficiale, nel primo semestre 2013, ha raggiunto il 44,5% (record europeo). Alla guerra che ha devastato il Paese non è seguita la ricostruzione, piuttosto le classi dirigenti nazionaliste si sono spartite le poche ricchezze restate. Un esempio: l'acciaieria di Zenica, che fu svenduta prima ad una società del Kuwait e poi da questa ceduta al magnate indiano Mittal, diventato ricchissimo comprando le acciaierie ex socialiste che i vari governi di transizione erano costrette a vendere, a volte ricevendo la sola promessa di non mandare via tutti gli operai. Ma Zenica, che incontriamo ogni volta quando torniamo in Italia sempre immersa in una coltre di fumo, circa 130.000 abitanti, attraversata dal fiume Bosa, è famosa non solo per la sua acciaieria svenduta, ma anche per i suoi morti di tumore. Infatti, nel giro di pochi anni essi sono aumentati a dismisura: nel 2002 erano stati 892 e nel 2011 il loro numero è salito a 1.774. Tutti complici e responsabili: Mittal per primo e poi, a seguire, le istituzioni locali, i lavoratori ricattati, i sindacati che probabilmente hanno accettato la monetizzazione della salute e chi più ne ha più ne metta. Ci ricorda, chissà perché, la storia della nostra Ilva di Taranto.

Arriviamo a Rogatica, la prima tappa in Bosnia. Andiamo a dormire in un albergo, sulla montagna che sovrasta la cittadina. E' una struttura un poco tetra frequentata soprattutto dai cacciatori. Intorno i campi con tante mucche e, più in alto, verso est, un piccolo cimitero mussulmano con le sue lapidi rivolte verso la Mecca. Avventatamente facciamo una passeggiata nei paraggi, ma i resti di una scuola bruciata ci ricordano che anche qui è arrivata la guerra e che dovremmo essere prudenti. Va bene che le mucche hanno sminato la zona, ma sarebbe stato meglio evitare di andare a spasso.

Lunedì 14 ottobre, Rogatica - Dalla montagna scivoliamo giù verso la scuola "Sveti Sava" dove il direttore Tomislav e l'assistente sociale Nada ci accolgono nella direzione. Sono entrambi buoni e bravi e con loro si riesce a lavorare bene. Sono però un poco reticenti quando tentiamo di intavolare una conversazione sulla situazione politica interna della Bosnia, o meglio, come dice subito il direttore, della Republika Srpska. Gli chiediamo cosa pensi delle dichiarazioni del presidente serbo Nikolić sul fatto che non consideri parte della Serbia la Republika Srpska e che loro sono piuttosto cittadini bosniaci. Lui dice che non ci pensa proprio e che è un serbo è un serbo ovunque. Non insistiamo, anche perché il direttore ci dice che i genitori sono tutti nella sala grande ad aspettarci. A Rogatica la serietà e la disponibilità del direttore hanno fatto aumentare i Sostegni a Distanza dai venti del 2008 agli attuali 67. Peraltro Rogatica è una delle cittadine più povere della Bosnia-Republika Srpska e lo si vede subito quando entriamo nella grande sala dove ci aspettano i genitori. Alcuni li conosciamo da anni, altri è la prima volta che li vediamo. L'occhio ormai abituato a valutare gli indizi della povertà coglie le difficoltà di questa gente, che sono peraltro le difficoltà del Paese. Cominciamo a consegnare le borse di studio e i genitori ci salutano cordialmente. I giovani, irrequieti, ridono e scherzano tra di loro e ogni tanto il direttore, con una sola occhiata al di sopra degli occhiali, li mette a tacere. Non servono parole. Sono alunni ordinati e abituati a obbedire agli adulti, figuriamoci al direttore. Notiamo pure che qui non ci sono molti cellulari, anzi potremmo dire quasi nessuno. Un altro indizio di povertà, o quantomeno di rispetto di priorità di spesa che in altri luoghi non si trova.

Alla fine della distribuzione delle borse di studio incontriamo Dobrile P. conosciuta lo scorso anno e alla quale chiedemmo una testimonianza che pubblicheremo quanto prima. Dobrile è stata segnata fortemente dalla guerra e molti dei suoi cari, il padre, la madre, la sorella e il fratello, furono assassinati dai mussulmani. "Certo - dice - non posso perdonare, ma non ha educato i miei figli alla vendetta". Come dimenticare certe cose? Salutiamo Dobrile e, come avevamo chiesto al direttore, andiamo a trovare la famiglia di uno dei giovani affidati. Abitano in campagna a una decina di chilometri dalla scuola. Mentre aspettiamo la padrona di casa che è andata a foraggiare le mucche, familiarizziamo con un vicino intento a distillare della rakja. E' cordiale e disponibile. Ci dice che è tornato nella casa paterna dopo aver perso il lavoro a Sarajevo. Non ha pensione, niente! Vive del lavoro contadino e se lo fa bastare. Gli chiediamo come vanno le cose con i mussulmani e, sorridendo, ci dice di non aver mai avuto problemi con i suoi vicini, neanche durante la guerra. Situazioni diverse e comportamenti diversi: a Dobrile i mussulmani hanno ucciso le persone a lei care e qui, invece, non è successo niente. Adesso riusciamo a capire meglio il detto bosniaco "bei temi per la gente cattiva": ci sono le persone cattive la cui crudeltà, in certe circostanze, esplode. Sono quelli che hanno dentro un mostro sopito che repentinamente li trasforma in criminali di pensiero e, a volte, di azione.

Arriva la signora Maja G., sposa a 16 anni e mamma a 18 del primo degli otto figli, il primo ha 6 anni e l'ultima un anno e mezzo. Meno male che il marito non c'è! Parlando con lei riusciamo a capire meglio la sua vita. Racconta della sua condizione di bambina abbandonata dalla mamma, di un papà mai conosciuto, di una nonna che l'ha allevata e della famiglia di Visegrad alla quale fu affidata e nella quale è cresciuta. Una vita difficile che, sostiene, l'ha portata ad un matrimonio precoce e al desiderio di una famiglia numerosa. C'è riuscita! Con lei vive anche la suocera che l'aiuta a portare avanti il lavoro enorme di badare ai figli, alla casa, alla campagna, agli animali. Sembra anche felice, ma queste occasioni fanno poco testo. L'esperienza e l'età ci insegnano che ognuno ha i suoi guai e che quelli che abbiamo il "privilegio" di osservare sono sprazzi di esistenza che non possono certo "comprendere" tutto il tempo del quale ciascuno è padrone. Comunque, mentre siamo lì a parlare, l'ultima nata, 21 mesi, gli chiede il seno e lei, che ha ancora latte, tira fuori la mammella e la piccola si attacca beata!

Anche questa giornata è finita. Siamo all'imbrunire e ci avviamo verso Pale dove domani mattina saremo nella scuola "Pale", rinominata "Srbja", per consegnare 44 borse di studio.

Martedì 15 ottobre, Pale - Dopo le tensioni di un paio d'anni fa con la segreteria-pedagoga della scuola, probabilmente "cazziata" dal direttore per essersi rifiutata di aiutarci con alcuni alunni trasferiti in altra scuola, le cose sembrano essersi aggiustate, ma non troppo. Infatti, cominciamo subito a scontrarci con la "scorbutica": gli contestiamo che le informazioni contenute sulle schede dei giovani da inserire nel progetto sono scarne e non "raccontano" niente della vita degli alunni. Si mette subito sulla difensiva e diventa aggressiva: si giustifica con il fatto che le persone non vogliono raccontare i loro affari privati. Noi, forse troppo pazientemente, visto che facciamo più di duemila chilometri per venire a consegnare delle borse di studio nella sua scuola, gli spieghiamo l'esigenza di avere informazioni perché vogliamo che i generosi amici italiani conoscano un poco la vita di quelli che aiutano. Ma sì - dice - se ne parlerà il prossimo anno per completare le schede! Che dire? Neanche possiamo chiedere aiuto al direttore che è impegnato in una riunione in municipio e allora ci asteniamo anche dal chiedere alla nostra "gentile" amica cosa ne pensi della nuova premier della Republika Srpska, per la prima volta una donna, Željka Cvijanović, che al momento dell'elezione ha fatto una serie di promesse e che è sostenuta dal vecchio presidente Milorad Dodik il quale, secondo l'opposizione, è il "premier ombra". Qualsiasi domanda potrebbe essere occasione di scontro e lasciamo dunque stare qualsiasi velleità. Si va nel salone della scuola dove ci aspettano le famiglie dei giovani che riceveranno le "skolska stipendja". Cominciamo, solito iter: si chiama il giovane che arriva con i suoi genitori, qualche volta con il fratello più grande o con uno zio, se orfano. Saluto, qualche sorriso e battuta. Consegna della busta con dentro la borsa di studio. Firma delle ricevute. Sotto un altro. Anche se ripetitiva la "cerimonia" è sempre però interessante e, qualche volta, commovente. Anche dopo 14 anni riusciamo ancora ad emozionarci. Ma come non farlo se vai a leggere la storia della maggior parte delle schede dei giovani Sostenuti a Distanza e ti trovi davanti i protagonisti di quelle vite tormentate? Siamo invecchiati tra queste cose ma conserviamo sempre, in una parte recondita del cuore, il sentimento che serve e che ti dà la forza di proseguire.

Anche qui, finita la consegna delle borse di studio, aspettiamo inutilmente il direttore che ci doveva accompagnare a incontrare la famiglia di una giovane affidata con problemi di salute. Alla fine, non sappiamo se volentieri, la pedagoga "scorbutica" ci guida. La ragazza si chiama Sara ed è spastica, ma ha un cervello sveglio e acuto e, non a caso, è tra le più brave della scuola. Lei vive con la sua mamma, una donna di 34 anni, e la nonna. Sono in molti, da queste parti, a coabitare con i genitori anziani che, spesso, sono i soli ad avere una piccola pensione appena sufficiente a non morire di fame. Il padre, invece, ha pensato bene di andarsene non appena capito che la sua vita si sarebbe complicata con questa figlia. La giovane fa riabilitazione, ma il servizio sanitario locale gli garantisce soltanto due terapie al mese che sono del tutto insufficienti a darle una pur limitata autonomia di movimento. Passiamo un'ora insieme e poi ce ne andiamo.

Ci dirigiamo verso la scuola "Sveti Sava" di Lukavica quartiere periferico della città che fa parte di Nova Sarajevo. Sarajevo è splendida e drammaticamente ambigua. Noi, ad esempio, pensavamo che ci fosse una forte componente mussulmana che dominava la città e che ne condizionava la vita politica e sociale, ci dicono invece che gli investimenti dei paesi mussulmani sono molto limitati e che lo stesso Paddy Ashdown, ex alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, teme l'isolamento dei bosniaci mussulmani se non si accelererà l'avvicinamento della Bosnia all'Ue. Lui sostiene che la Croazia è entrata nell'Ue e, quindi, tutti i croati che hanno la doppia cittadinanza non sono più interessati a sostenere il processo di integrazione europea della Bosnia. Grosso modo avviene la stessa cosa per la parte serba del Paese e così, in mezzo, restano i mussulmani. Ashdown è preoccupato per "l'isolamento di una piccola entità nel cuore della Bosnia dalla quale la gente non avrà dove andare". E queste cose non si sa mai come vanno a finire! Quanto poi all'influenza islamica ci raccontano che è una favola e egualmente la storia dei finanziamenti provenienti dai paesi arabi. Infatti, da fonti ufficiali, si sa che gli investimenti dei paesi mussulmani corrispondono al 3% del totale dei capitali stranieri presenti in Bosnia-Erzegovina. I soldi mussulmani sono serviti, piuttosto, a costruire moschee, compresa quella splendida e grande di Re Fahd.

Arriviamo a scuola e conosciamo così la nuova direttrice. Sembra un'attrice: alta, bionda, bella. La componente maschile della delegazione di ABC si riprende dalla stanchezza e interloquisce con la signora che promette, viste le nostre rimostranze sui continui cambiamenti della direzione, di esserci anche il prossimo anno. Meno male, pensiamo! Ma, a parte ogni battuta maschilista, resta un dato di fatto: le difficoltà oggettive che abbiamo avuto da molti anni nello stabilire un rapporto di collaborazione con la "Sveti Sava". I bambini affidati sono diminuiti e, probabilmente, non sarà possibile riprendere un trend positivo nella realtà di Sarajevo due. Seduti nella piccola segreteria della scuola, con i genitori che aspettano nell'atrio, consegniamo le undici borse di studio. Anche qui, nel giro di due-tre anni, finiremo i Sostegni a Distanza. Era diverso ai tempi del vecchio Milovan Bogdanovic, volpe bosniaca delle montagne che sembrava sempre un poco "alticcio", in realtà lucido e presente, con il corpo e la mente! Parlando con la signora - la quale si sbilancia politicamente lavando in pubblico i panni sporchi di casa - veniamo a sapere che quest'anno ci sono stati numerosi scioperi, proteste e manifestazioni. Ad esempio, lo sciopero dei lavoratori dell'impresa pubblica dei trasporti, GRAS, è durato più di una settimana ed ha paralizzato la città. Insomma, un bel po' di problemi che si vanno ad aggiungere ad un'economia sull'orlo del baratro. Non è un caso che il portale economico “Business Insider” abbia inserito la Bosnia Erzegovina nella lista delle venti nazioni più povere del pianeta.

Ce ne torniamo a casa.

Questo il bilancio delle quote consegnate: Lukavica scuola "Sveti Sava" 3.030 euro, Pale "Srbija" 13.195, Rogatica "Sveti Sava" 18.660, Backa Topola "Nikola Tesla" 3.570, Belgrado "Nikola Tesla" 960, Novi Sad "Svetozar Markovic Toza"400, Kragujevac (Organizzazione sindacale unitaria) 8.345, Kragujevac (ASNS) 820, Nis (Elektronska Industrija) 800, Niska Banja scuola "Ivan Goran Kovacic" 2.290. L'associazione ha anticipato 8.935 euro di quote non entrate.


   
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