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Guinea Bissau - La scuola? E se tornasse Amilcare Cabral?

02/12/2013 - 5.31:   In Guinea Bissau lo Stato non sembra molto interessato a far funzionare le scuole. L’istruzione non interessa perché dà i suoi frutti a lunga scadenza. Qui, invece, è necessario trovare subito soldi, possibilmente molti, per arricchire i gruppi di potere, i militari, quelli che tentano di raggranellare qualche “risparmio” prima di perdere l’incarico che hanno o che cambi la situazione interna del Paese. Intanto si va avanti vivacchiando e nessuno se la sente di valutare possibilità diverse. Semplificando, le scelte potrebbero essere ridotte a due: aspettare e vedere se questo splendido e paziente popolo riesca a individuare la sua strada da solo, foss’anche tra cent’anni, oppure dare una bella spinta per capire se sia possibile incontrare una soluzione rapida, magari costringendo la comunità internazionale e i Paesi dell’Africa ad intervenire dall’esterno con una forza multinazionale di pace che riformi e rimetta al suo posto l’esercito. Molti osteggiano questa possibilità, ma l’orgoglio nazionale, in certe circostanze, serve a poco e sembra assolutamente ingiustificato perché il Paese è già bell’umiliato, non il popolo ma le sue classi dirigenti, in quanto sopravvive soltanto grazie agli aiuti internazionali che arrivano.

Facendo un paragone azzardato tra l’epoca coloniale e quella di oggi, potremmo trovare molte somiglianze, a cominciare dal disinteresse verso le esigenze della popolazione, dalla scuola alla salute, dalla crescita economica alle infrastrutture, per finire ad un sistema vessatorio e discriminante nella sostanza. Allora i protagonisti in negativo erano i portoghesi, oggi lo sono l’impotenza e incapacità dei politici e il potere “convincente” dei militari. E allora cosa farebbe oggi Amilcare Cabral che, tanto per dirne una, aveva organizzato l’esercito rivoluzionario e fondato il PAIGC, Partito per l’Indipendenza della Guinea Bissau e di Capoverde? Cosa farebbe oggi Amilcare Cabral che aveva avviato, prima d’ogni altra cosa, le “scuole del mato”, dove venivano alfabetizzati adulti e bambini? Cosa farebbe Amilcare Cabral che aveva addirittura invitato, in verità un poco velleitariamente, il grande pedagogista brasiliano Paulo Freire a collaborare nell’organizzazione della scuola in Guinea Bissau? La risposta è facile: costruirebbe un altro esercito per liberarsi di questa gente, come aveva fatto con il colonialismo. Ma i tempi sono cambiati ed è, forse, meglio così. Anche noi siamo a favore della pace, anche perché la morte dà torto sempre e comunque a tutte le vittime senza distinzione. Magari saremmo favorevoli alla non violenza militante, ma questo concetto è incomprensibile qui.

Intanto le scuole, non però quelle autogestite, sono chiuse, i bambini vanno a spasso e l’analfabetismo, anche quello di ritorno, aumenta. Anche qui leggono in pochi e nella capitale, Bissau, non esistono librerie e ci sono soltanto un paio di “negozi” dove, tra le altre cose, si può trovare qualche testo. Uno, ad esempio, “Paz e bem”, ha pochissimi volumi e quasi esclusivamente di carattere religioso. “Mavegro”, l’altro, invece, è un grande magazzino dove si possono comprare vecchi numeri della rivista “Soronda” e qualche libro sulla Guinea Bissau. C’è poi l’INEP, l’Instituto Nacional de Estudos e Pesquisa, dove, se sei fortunato, disseppellendoli da sotto qualche bancone e dalla polvere, puoi trovare vecchie riviste e libri, il ricordo dell’impegno culturale e sociale dei primi anni dell’indipendenza di questo splendido e terribile Paese. Inoltre, le uniche pubblicazioni periodiche che conosciamo, “Soronda” (della quale peraltro abbiamo in archivio ABC tutta la serie) e “il Boletim economico” (in buona parte), sono anni che non sono più stampate per mancanza di fondi e di volontà. C’è, insomma, rassegnazione. E così, mentre tutti aspettano non si sa bene cosa, la Guinea Bissau va alla deriva rischiando di affondare sotto il peso dell’arretramento sociale, economico e culturale.

Noi, che ci occupiamo soprattutto di agricoltura, per quel poco che possiamo interveniamo, non avendo le competenze necessarie, anche nelle scuole sostenendo chi se ne occupa. Nel nostro caso collaboriamo con le suore dell’Immacolata che conosciamo da molti anni e che sono a Mansoa con noi. E così sosteniamo l’autogestione (semplificando: si garantisce il funzionamento della scuola pagando il salario degli insegnanti) della “Sormanni” di Cubonge, che abbiamo anche costruito, e interveniamo in altre scuole aiutandone la ristrutturazione o pagando i corsi di aggiornamento degli insegnanti. Prima che ritornino pioggia e vento, cercheremo anche di fornire le “chapas” per ricostruire il tetto di due aule della scuola di Infandre “disperse” dal vento delle prime intemperie della scorsa stagione delle piogge. Gli alunni, quando il sole arriva alto nel cielo, prendono i loro banchi e vanno a mettersi all’ombra di un grande albero di mango che è proprio lì davanti. Facciamo piccole cose, certo, ma il poco qui è già tanto.

Anche in Guinea Bissau c’è però qualcuno che resiste alla sua maniera. E allora puoi trovare Mario, attuale direttore della “Sormanni” di Cubonge, che fa parte anche di ABC GB, che lavora per favorire l’inserimento dei bambini nella sua scuola ed è forse tra i pochi disposti a sacrificare anche una parte del salario per pagare la propina che alcuni suoi alunni non riescono a versare. Infatti, la propina, che è il contributo delle famiglie al funzionamento della scuola, è diversa e proporzionata al livello di studio. Non è una grande cifra, ma anche la somma più piccola può essere enorme se non ce l’hai. Ma non sempre si tratta di poca cosa. Infatti, ad esempio, nel liceo di Mansoa, anch’esso autogestito, recentemente e senza neanche valutare la possibilità delle famiglie di pagare, con una circolare le autorità centrali hanno deciso di raddoppiare la cifra mensile che le famiglie devono versare, da 2.000 a 4.000 Franchi CFA al mese, per le ultime classi. Soltanto il prossimo anno scolastico sarà possibile conoscere l’esito nefasto di questa decisione.

Comincia così ad essere evidente l’intento paradossale dello Stato di ridimensionare l’autonomia delle scuole autogestite che, al contrario delle altre statali, sembrano funzionare e non costare nulla alle istituzioni. Mario, comunque, ha chiesto il nostro aiuto per poter organizzare un orto scolastico finalizzato a trovare le risorse finanziarie necessarie a rendere autosufficiente la sua scuola, mentre le donne della tabanca di Cubonge lo avevano fatto lo scorso anno ostacolate peraltro dall’ostilità dei “maschi”. Finalmente però l’incontro con Mario, il Comitato dei genitori della scuola e il Comité di tabanca, formato degli “homen grandi”, finalizzato ad avere dal villaggio, proprietario virtuale del suolo, la concessione alla scuola e alle donne di due appezzamenti di terra per avviare l’orticoltura, ha avuto esito positivo. Bene, ci saremo anche noi! Nell’incontro, vale la pena ricordare, si incrociavano quattro lingue: portoghese, criolo, mansonca, balanta, ovvero come una preziosa diversità culturale possa trasformarsi in un “tumulo” del Paese, per dirla alla “portoghesa”!

E, infatti, continua l’equivoco della lingua ufficiale che in Guinea Bissau è la lingua di Fernando Pessõa, ma qui quasi nessuno lo parla preferendogli il criolo. Le autorità, però, per non perdere qualche aiuto internazionale dei Paesi della comunità lusofona, continuano a imporlo come prima lingua nelle scuole e il Portogallo prosegue a spedire i professori delle varie ONG locali a fare i corsi di aggiornamento degli insegnanti guineensi. E’ il prestigio di una lingua, parlata da più di 180 milioni di persone, che va comunque conservato e, possibilmente, accresciuto. E così, anche se tutti sanno che la maggior parte dei professori continua a fare lezione in criolo non gliene importa niente a nessuno perché “o que conta” è salvare una finzione culturale. E poi, quasi tutti, senza ragionare su quel che è utile ad un popolo, cercano il loro interesse. Cosa farebbe Amilcare Cabral se ritornasse?


   
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