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Guinea Bissau - Avanti tutta e tutti verso il disastro

13/12/2013 - 5.08:   Quando scriviamo sul progetto in Guinea Bissau usiamo molti “forse”, “ma”, “speriamo”, condizionali e giri di parole che non danno certezze, mentre introducono cose indefinite. C’è un motivo: certezze da queste parti non ce ne sono. Per esempio, ad ottobre, al nostro arrivo abbiamo trovato una novità imprevedibile, quasi assurda: si paga il pedaggio da Bissau a Mansoa, percorso obbligato per andare verso il nord e l’est del Paese. Alla fine della strada è stata messa una barriera con un gabbiotto e l’addetto che riscuote il pedaggio. Con il fuoristrada sono 1.000 Franchi CFA (1,5 euro circa), ma i camion pagano molto di più, da 3.500 a 7.000 Franchi CFA (più di dieci euro). Le moto soltanto 250 Franchi CFA, ma se vai a piedi o in bicicletta non paghi nulla. Devi pagare anche se, in cinque minuti, vai da Mansoa al villaggio di Uaque e ritorni: sono due transiti, 2.000 Franchi CFA. Non paghi niente, invece, se percorri 60 chilometri da Bissau a Uaque e torni indietro. Sarà forse perché è stata costruita una “superstrada” che da Mansoa porta a Farim, la prima parte di un “megaprogetto” che prefigura un percorso che dalla Guinea Bissau porta su per il Senegal e poi …. ? Intanto, l’infrastruttura, solitamente vuota, si è fermata sul bordo del fiume Cacheu e la cittadina di Farim, che si trova sull’altra sponda, la si raggiunge soltanto con la canoa o con una vecchia chiatta. Ma proviamo a capire quel che è passato per la testa dei “banditi” che si sono inventati la cosa, tanto più che la strada continua ad avere un bel po’ di buche. Probabilmente avranno pensato: chi ha l’auto può permettersi di pagare il pedaggio, anche perché in Guinea Bissau le strade asfaltate sono poche, mentre la maggior parte sono sterrate e durante la stagione delle piogge impraticabili se non con il fuoristrada. E poi nelle tabanche gli abitanti non protesteranno perché nessuno ha l’automobile, mentre chi osteggia la cosa non ha nessuna capacità organizzativa. Insomma se ne sono fregati del fatto che questo sia un sopruso e l’ennesimo freno allo sviluppo, un ulteriore ostacolo al commercio interno che penalizza le regioni del nord-est del Paese. Ma di fatto hanno indovinato perché le proteste non ci sono state e i soli a manifestare dissenso sono stati gli autotrasportatori locali che però non sono scesi in strada per non rischiare di essere bastonati.

E così questi signori hanno avuto buon gioco e mentre incassano il denaro con il quale probabilmente riusciranno a pagare i loro stipendi, altrimenti a rischio vista la situazione interna del Paese, i professori con contratto a termine non prendono il loro salario da nove e più mesi (in alcuni casi fino a 21, rpt. 21) e quelli che sono dipendenti statali a tutti gli effetti da cinque. Stessa cosa per gli impiegati dei ministeri e tutte le altre categorie statali, comprese quelle sanitarie, mentre il settore privato è all’osso e poco dinamico. Non è un caso che le scuole siano chiuse dall’inizio dell’anno scolastico per uno sciopero di due mesi dichiarato dai sindacati di categoria che così hanno svelato la loro impotenza a trattare. Tutto ciò vuol dire: niente istruzione, niente lavoro, nessuna entrata se non quelle che arrivavano dall’estero sotto forma di aiuti, peraltro ridotti da quando c’è stato il golpe militare nell’aprile 2012. Anche le esportazioni con la pesca data in concessione a molti paesi europei ed extraeuropei, e i prodotti locali, noccioline e cajù, sono al palo.

A complicare le cose quest’anno il raccolto del cajù, l’anacardio che nel tempo è diventata una monocultura nazionale, è restato in buona parte invenduto per il crollo dei prezzi. E così è arrivata la fame e se l’anno passato, per mangiare, potevi barattare un chilo di cajù con un chilo di riso, quest’anno servono tre chili di cajù per avere un chilo di riso. In compenso, come sostiene l’Unicef, è aumentato il tasso di mortalità dei bambini fino a 5 anni.

In questo contesto lo chef dell’Esercito golpista, Antonio Indjai, ha nominato 15 nuovi generali, un segnale preciso per far capire chi decide da queste parti. L’unica speranza per questo popolo sembrerebbe risiedere ora nella DEA americana che “aspetta al varco” lo chef di stato maggiore dell’esercito Indjai per fargli fare la fine dell’ammiraglio della cocaina Bubo Na Tchuto che ora è nelle prigioni USA dove resterà, presumibilmente, per tutta la vita. E’ accusato di traffico di stupefacenti e, la cosa non è certa ma probabile, dell’assassinio di un agente americano dell’Agenzia antidroga. Stessa sorte di Bubo dovrebbe toccare a Indjai che ha però annunciato che mai si farà prendere vivo. E c’è da credergli. Intanto, lui, che abita dalle nostre parti ed ha costruito un “hotel”, una “discoteca” ed ha due case, oltre alla “ponta” (tenuta agricola) sempre nei pressi di Mansoa, non sembra intenzionato ad andare in pensione. Ci chiediamo se pagherà anche lui il “portagem” quando il sabato si allontana dal “quartel” di Bissau per venire qui. Peraltro non ha scelto a caso la zona di Mansoa dove c’è una forte presenza militare. Intanto, per evitare “sorprese”, le autorità hanno deciso che quando arrivi all’aeroporto devi lasciare le impronte digitali, mentre gli addetti ai passaporti sono stati sostituiti, probabilmente con personale “specializzato”.

Il 24 novembre scorso era la data fissata per le promesse elezioni post-golpe militare. Niente da fare, sono state rinviate al marzo 2014. Era inevitabile perché non ci sono soldi, neanche per l’indispensabile censimento senza il quale ogni tipo di consultazione si espone a ricorsi e ad accuse reciproche di brogli elettorali. Comunque le elezioni non sembrano interessare molto al popolo, intento a sopravvivere alla fame e al colera; al governo di “transizione”, che prova inutilmente a barcamenarsi e con alcuni suoi esponenti, compreso il presidente Manuel Serifo Nhamadjo, accusati dagli americani di connivenza con i narcotrafficanti e le FARC colombiane per scambi droga-armi; non interessano neanche più di tanto ai parlamentari di tutti i partiti, se non a chiacchiere, perché temono la guerra civile e per la propria vita, ma soprattutto vogliono conservare le loro laute prebende. Gli unici che trionfano sono i militari che continuano a prendere per primi il loro stipendio, compiono soprusi, picchiano i ministri nelle loro abitazioni, fanno scappare all’estero gli oppositori e calpestano i diritti della gente. Ed è evidente che in questa situazione per i poveracci l’unico modo per non soccombere è restare ancorati a quel poco che hanno, ovvero a quella cultura tribale fatta di riti e di omologazione che garantiscano la coesione del gruppo e la sua sopravvivenza, ma che frenano ogni possibilità di crescita. Il tutto alla faccia della cooperazione allo sviluppo”! Ed anche di quella all’autosviluppo. E allora avanti tutta e tutti verso il disastro!


   
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