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Guinea Bissau – Tra palloni, palloncini, terra e orti

01/03/2014 - 9.10:   Basta poco per fare contenti i bambini, in tutte le parti del mondo. Anche a Cubonge é andata così. Avevamo promesso, lo scorso ottobre, che avremmo portato dei palloni di calcio per maschi e femmine e così é stato. Ai palloni di cuoio i nostri amici “visitatori” (la delegazione della FILCAMS-CGIL che ha fatto una "valutazione esterna" del nostro progetto) hanno aggiunto qualche decina di palloncini rossi gonfiati. Immaginate l’effetto: grida, salti e tanta gioia. Lo meritano questi bambini che conoscono soltanto una realtà che sfugge a qualsiasi paragone. Sempre diciamo che a Cubonge, ma in quasi tutta la Guinea Bissau, non ci sono luce, acqua, gas, strade, mezzi di trasporto, assistenza sanitaria. Insomma, non c’é niente. Ci sono peró il vino di palma, quello di cajú con l’anacardio, la mancarra (quasi uguale alle noccioline americane), qualche risaia, pochi animali, molto caldo e poca acqua nella stagione secca, molto caldo e tanta acqua nella stagione delle piogge.

A Cubonge siamo andati, insieme agli amici dirigenti della FILCAMS-CGIL nazionale, che peraltro ci hanno aiutato generosamente nel 2005 a costruire la scuola locale, per portare i palloni ma anche per una riunione con il Comité di tabanca e Mario, il direttore della scuola, promotore e facilitatore di rapporti positivi con la popolazione del posto. L’argomento dell’incontro: una verifica della disponibilitá, giá espressa lo scorso novembre, ad avviare un orto per le donne e un altro per la scuola. Non poteva andare meglio! Infatti, il signor Bacar, disperato mecenate locale e proprietario per consuetudine, ha concesso a donne e scuola un pezzo della “sua” terra e non solo. Alla fine, per ringraziarci di quel che abbiamo fatto e stiamo facendo per aiutare la popolazione della tabanca, ci ha anche regalato un “cabrito”, cosa che ha involontariamente alimentato un dibattito tra onnivori e i propensi alla dieta vegetariana.

Comunque grazie signor Bacar, grazie soprattutto per averci fatto capire che la gratitudine é cosa di questo mondo. Faremo del nostro meglio per non deludere le sue aspettative e daremo il nostro contributo, soprattutto con i mezzi tecnici (motosega, trattore, aratro, assolcatore, sementi, recinzione, prodotti per le piante, assistenza sul campo), per sostenere il lavoro di donne e alunni.

E così per le donne ci sarà una possibilità nuova che inciderà un poco anche sul sistema di potere e organizzazione sociale del mondo rurale guineense poco propenso, per non dire contrario, all’innovazione di genere, e per gli alunni la possibilità di trovare le risorse finanziarie, che non sono mai abbastanza, per fare andare avanti bene la scuola “Fabio Sormanni” di Cubonge.

Tanto per valorizzare al meglio il dono del signor Bacar é interessante ricostruire sinteticamente la legislazione fondiaria della Guinea Bissau caratterizzata dal dualismo tra il regime consuetudinario e il diritto positivo. Il grande problema cominciano ad affrontarlo nel 1919 i portoghesi i quali stabiliscono che la terra occupata dai nativi non poteva essere data in concessione senza l’autorizzazione delle popolazioni locali certificata poi dalle istituzioni. La conseguenza é che nel 1938 nasce la definizione di “´áreas de reserva” e, un po’ di anni più tardi, nel 1961, si arriva alla divisione della terra in tre categorie: la terza classificazione parla di “terrenos vagos”, ovvero le terre fuori dalle aree urbane e quelle non demarcate attribuite alle popolazioni locali. Comincia così la “corsa” all’accaparramento della terra attraverso le concessioni, ma nel 1974 finisce il colonialismo portoghese e la terra diventa tutta di proprietà dello Stato. Il partito unico non protegge le istituzioni tradizionali e crea i Comitati di tabanca nel tentativo di modernizzare il Paese. Per farla breve: nonostante il partito unico, il suo precoce tramonto e i tentativi di contemperare consuetudine e legge si determina una situazione per la quale più di 300.000 ettari di territorio nazionale (su 3.600.000) finiscono nelle mani dei privati, i cosiddetti “ponteiros”. La cosa indegna é che di quest’area soltanto il 3,3% é sfruttato. Insomma, la terra se la sono regalata e sta lì, un capitale immobilizzato e infruttifero che ingessa l’agricoltura, ovvero l’unica possibilità di sviluppo in un Paese povero di tutto, soprattutto di materie prime e che, se continua così, ben presto morirà. Che dire? Meglio tacere e lavorare in attesa che quel popolo si ribelli!


   
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