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Bosnia/Serbia - Viva la rakja che non ti fa pensare

09/06/2014 - 4.34:   Siamo a Nis. Fa freddo e c'è molta umidità da queste parti! Parliamo con i genitori di uno dei giovani ancora sostenuti a distanza nella città dagli amici di ABC. "E' vero - confessa Sascia N. - ci si abitua a tutto. E più tempo passa e meno avverto il disagio che, invece, dovrei avere. Abbiamo pochissimo denaro e dovremmo mangiare. In cinque a tavola, tutti i giorni, perlomeno un paio di volte. E poi le bollette che finiscono nel cassetto. Predich, il direttore dell'azienda pubblica ‘Centrali termiche’, ha detto che presto ci sarà un aumento del 5,3% e il prossimo inverno dovremo pagare di più l'elettricità. Meglio non pensarci. Meno male che siete arrivati voi di ABC con le borse di studio, almeno potremo saldare qualcosa. Non tutte le bollette, magari le spese scolastiche dei bambini e, forse, il riscaldamento". Sascha lavorava all'Elektronska Industrjia di Nis insieme ad altri 12.800 operai. Lui costruiva lavatrici ed era un bravo tecnico. Ci racconta che i problemi della E.I. erano vecchi, ma che il colpo di grazia arrivò negli anni immediatamente dopo i bombardamenti quando arrivarono dall'estero, di contrabbando attraverso il Kossovo, le lavatrici "Favorite" che costavano meno e, probabilmente, funzionavano meglio. E adesso? Adesso, dopo qualche anno di ammortizzatori sociali fa parte della schiera dei disoccupati, troppo vecchi per trovare un lavoro qualsiasi e deboli per reggere lavori di fatica e la concorrenza dei giovani. "Meno male che c'è la rakja - dice - e posso così riscaldare il cuore e il corpo. Ce lo dice quasi sollevato seduti di fronte ad una bottiglia della buona e forte grappa locale. Costa quasi nulla e 'riempie' la vita, dice!".

La casa è un poco isolata, quasi in campagna. Due stanze, una cucina e un gabinetto. Niente acqua calda, una stufa a legna per il riscaldamento. Fuori una cinquantina di metri quadrati sfruttati per allestire un orto di sopravvivenza.

Sascha non è un sindacalista reticente, nemmeno un nazionalista, né, tantomeno, un vecchio socialista. Lui non è più niente! Vive di pochi ricordi, quelli che una vita difficile gli ha lasciato. E non ha niente da perdere perché ha perso tutto. Parliamo con lui e dice: "Cosa posso dire? Intanto vi dico che riusciamo a sopravvivere con la pensione di mia moglie, poco più di 200 euro al mese, e posso aggiungere, per quel che mi capita di leggere su qualche giornale, ma queste cose le sapete meglio di me, che a gennaio l'Unione Europea ha aperto ufficialmente i negoziati di adesione della Serbia. C'è stato poi il successo elettorale del centrodestra con il Partito progressista serbo di Aleksandar Vucic che ha ottenuto il 48,8% dei voti. Neanche ai tempi di Milosevic c'era mai stato un successo del genere. Il vecchio Partito socialista é arrivato secondo con appena il 14%. Questo vuol dire, piaccia o no, che i serbi vogliono entrare in Europa e dimenticare il passato. Ma quando questo passaggio avverrà vedremo se i riflessi per il Paese saranno positivi o negativi per i nostri figli. Io, probabilmente, non ci sarò più". Racconta poi del tentativo, respinto fermamente dai sindacati e dai lavoratori del Paese, di definire una nuova legge del lavoro fortemente penalizzante. "Se fosse passata la nuova legge - dice - il prezzo che i lavoratori avrebbero dovuto pagare sarebbe stato pesante: infatti, essa avrebbe garantito ai datori di lavoro una libertà quasi totale nel licenziare i propri dipendenti, anche nel caso di donne incinte e persone con disabilità. Oltretutto - continua - il lavoratore licenziato non avrebbe avuto diritto ad alcuna indennità e i limiti legali per il lavoro straordinario sarebbero stati innalzati a 48 ore settimanali". Aggiunge che lui è sereno, non è coinvolto perchè ha altro da pensare, ma non ama l'ingiustizia. Per ora non riesce neanche a prefigurare un futuro per i suoi figli, ormai grandi e disoccupati anche loro. La moglie è l'unica con un "reddito" fisso e fa di tutto per racimolare qualche altro dinaro: va per case a fare pulizie, cuce, prepara la rakja, raccoglie legna, mantiene un piccolo orto di sopravvivenza. Senza di lei sarebbe la fine, confessa. Sorridono, tutt'e due. Gli mancano dei denti e lei sarebbe persino bella se avesse una bocca diversa.

Gli mostriamo dei ritagli di giornale e delle tabelle che rivelano come le famiglie serbe destinino il 40% delle poche risorse a disposizione per l'alimentazione, il 17% per elettricità, acqua e riscaldamento, l'11% per i trasporti. In un quotidiano, "Blic", si osserva come le famiglie serbe siano fortemente indebitate, con una media di 825 euro a testa per un totale di 5,8 miliardi di euro. "Questa cosa è risaputa. Noi, per primi, abbiamo dei debiti con la società che eroga l'elettricità. Tra poco ce la staccheranno e così ricorreremo alle candele". Aggiunge moglie Jelena: "come pensate che possa vivere una famiglia con un reddito che non supera i 200 euro? E poi tutti i prezzi sono saliti e continuano a farlo, anche quelli dei generi di prima necessità. Lo Rzs (l'istituto di statistica nazionale) dice che stanno scendendo, ma a me, che devo confrontarmi ogni giorno con la spesa per mangiare, non mi risulta. Meno male che abbiamo le verdure dell'orto e le uova delle due galline che abbiamo". "E poi c'è la sofferenza per i figli, per i quali non si riesce a pensare ad un futuro migliore del nostro", conclude Sascha.Noi vorremmo dire a Sascia e Jelena che ABC tra poco chiuderà i progetti in Serbia, ma ci vergogniamo un poco e non lo facciamo.


   
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