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Bosnia/Serbia - I casi della vita

13/06/2014 - 5.37:   A poco meno di vent'anni dalla fine della guerra (1995) in Bosnia si continua ancora a morire per colpa delle mine, é capitato a tre civili lo scorso gennaio, mentre dal 1995 sono 45 i tecnici sminatori morti. E' come se la guerra non fosse finita nel 1995. Infatti, sotto molti aspetti, continua, sommessa e costante, anche nella scuola. Infatti, lì, anche se si studia sulla base di programmi comuni, quando si parla di storia le cose cambiano e viene insegnata agli alunni sulla base di tre ricostruzioni totalmente diverse: gli studenti islamici studiano la storia di un'eroica resistenza contro l'invasore serbo, quelli ortodossi la ricostruzione di come i "mujaheddin" tentarono di impadronirsi del Paese e i croati quella dei cattolici contro tutti. E così si perpetuano le divisioni etniche. Ai giovani, che sono nati quasi tutti dopo la fine della guerra e potrebbero socializzare facilmente se solo venisse proposta loro una didattica più obiettiva che assegni a ciascuno le colpe, sono invece insegnati il risentimento e l'odio.

Questa, cari amici, è la Bosnia e Herzegovina. Noi andiamo nella parte serba della Bosnia, in quella Republika Srpska che è restata un poco ai margini delle recenti proteste. Intanto la disoccupazione nel Paese balcanico è arrivata ufficialmente al 28%, ma si parla del 44% reale. Tra i giovani, dai 15 ai 24 anni, ha invece raggiunto ormai il 60%.

E' quindi normale che il Paese viva un grande disagio sociale, dasagio che, a febbraio, è sfociato in una protesta operaia iniziata con una manifestazione di alcune centinaia di persone a Tuzla che si è poi gradualmente estesa a tutti i principali centri del paese, trasformandosi nel maggiore movimento di protesta in Bosnia Erzegovina dalla fine della guerra. I dimostranti hanno alzato la voce contro un sistema etnico-politico-affaristico ormai insostenibile che produce solo divisioni, disagio e disoccupazione.

Ma su di loro, nel giro di poco tempo, è sceso il silenzio mediatico e sono spariti. E così, apparentemente, è tornata la calma. Comunque, il merito dei movimenti spontanei è stato di portare sul tavolo istituzionale il disagio di un’intera nazione che soffre per l’immobilismo politico dei tre presidenti in carica. E' bene non dimenticare che questa nazione è composta sostanzialmente da due entità, un distretto speciale, 10 cantoni e un alto rappresentante internazionale. Uno Stato con un'organizzazione difficile che assorbe il 50% del PIL. La Bosnia continua a soffrire i danni strutturali della guerra che hanno anche determinato, nella transizione post-socialista, un processo di deindustrializzazione che negli anni Duemila, insieme con le privatizzazione delle poche fabbriche statali sopravvissute, ha portato al fallimento definitivo di interi comparti produttivi.

Le proteste di piazza hanno indicato senza un attimo di esitazione quale è, secondo la popolazione, il vero colpevole del collasso economico della Bosnia Erzegovina: senza tema di smentita manifestanti e intellettuali hanno sottolineato una situazione politica "ormai insostenibile", dove a regnare sono stagnazione e corruzione a tutti i livelli. Per esempio sia la Federazione croato-musulmana, che occupa il 51 per cento del territorio, che la Repubblica Srpska, che ne occupa il restante 49, hanno un proprio ordinamento che prevede una complessa gerarchia, in un'architettura amministrativa e politica che trova il suo apice nella Presidenza centrale della Repubblica. Al vertice di questa Presidenza stanno tre membri eletti a suffragio universale in rappresentanza delle tre etnie, la serba, la croata e la bosgnacca musulmana. Il sistema tripartito bosniaco, nato dagli Accordi di Dayton per dare voce a tutte le componenti etniche del territorio, ha finito per creare una triplice rappresentanza per ciascun ruolo dell'apparato pubblico, da quello ministeriale fino all'ultimo ufficio locale. E cosí, in un Paese di 3,8 milioni di abitanti con 700.000 occupati, il 50 per cento di loro viene pagato in qualche modo dal budget dello Stato. Se già colpisce il numero degli impiegati nel settore pubblico, 180.000 in tutto, fa restare senza fiato quello dei ministri, arrivato a 150.

Ma appare grottesco pensare che in un Paese distrutto dalla guerra la risorsa , forse più importante contro la crisi economica, sembra essere stata individuata nell'industria degli armamenti che negli ultimi tre anni hanno aumentato le entrate complessive di 5 volte, arrivando ad un fatturato di 100 milioni di euro. Le industrie leader nel Paese sono sette in tutto ed esportano in 30 Paesi, compresi Iraq e Afghanistan, per non parlare del Pakistan e degli Emirati Arabi. Così vanno le cose della vita!


   
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