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Bosnia/Serbia - Relazione viaggio 27 settembre-7 ottobre 2014

10/11/2014 - 9.29:   Questa non può essere una relazione come le altre perché per la prima volta, dal 1999, abbiamo chiuso dei progetti. Fino al 2008 siamo andati due volte l'anno in Serbia e Bosnia e dal 2009 una sola volta. Da tutti questi viaggi abbiamo riportato delle esperienze che, a volte senza riuscirci, abbiamo tentato di trasmettere agli amici soci che ci hanno seguito in questo percorso di solidarietà internazionale. Quello del 2014 sarà ricordato come l'anno nel quale abbiamo chiuso i progetti di Novi Sad e di Belgrado. Non fa piacere, ma scacciamo la tristezza. In fin dei conti abbiamo fatto cose abbastanza buone. Forse avremmo potuto fare di più? Certo, il meglio, come il peggio, non é morto mai! E allora avanti con gli altri progetti che restano e continuiamo a rispettare l'obbligo della testimonianza che ci ha accompagnato in questi 15 anni e che ci seguirà per gli altri che restano.

Rompiamo per una volta lo schema obbligato suggerito dall'itinerario del viaggio e parliamo, prima d'ogni altra cosa, di Novi Sad e Belgrado, per poi tornare indietro a Backa Topola. Niente di male! In fin dei conti sono stati i due eventi più importanti del nostro peregrinare che é cominciato il 27 settembre e si é concluso il 7 ottobre.

Bisogna dire che a Novi Sad ci hanno aiutato a non avere troppi rimpianti. Infatti, all'ingresso il personale di sorveglianza, che ci conosce da decenni, ci chiede i documenti. Nuove disposizioni! Cari miei é la burocrazia che lo impone. Occorre essere registrati, come quando si visita un detenuto in carcere, e soltanto dopo arriva il libero accesso. Non basta, il direttore non c'é. Probabilmente avrà avuto le sue buone ragioni, ma per tutti questi anni abbiamo aiutato le famiglie dei suoi alunni e contribuito ai successi didattici della scuola con le centinaia di borse di studio date ai giovani che la frequentano. Ma la gratitudine, dice qualche cinico credente, non é cosa di questo mondo, per lui é nell'aldilà, anche se noi avremmo preferito vedere il responsabile della scuola per l'ultima volta da questa parte. Comunque, la sua sostituta é una bella e gentile signora e ci guadagniamo nel cambio. Ci dice che la gente del quartiere conosce quel che abbiamo fatto e che gli 82 giovani che negli anni hanno ricevuto l'aiuto degli amici di ABC si ricorderanno sempre di noi, e così i loro genitori. Speriamo! Comunque la scuola "Svetozar Markovic Toza" va bene e le iscrizioni aumentano, anche perché i quartieri limitrofi sono in espansione. La prima visita nella scuola risale al settembre 1999 e Vittorio (tra i fondatori di ABC e presidente per molti anni, morto due anni fa) scrisse allora: "Il direttore ci fa visitare quanto rimane della scuola. Dice che è stata bombardata tre volte, forse perché sita in zona industriale. I colpi più gravi sono stati inferti (intenzionalmente?) il 6 maggio, mentre alunni e genitori erano riuniti per la a festa di S. Giorgio. Ottanta famiglie sono rimaste senza alloggio. Famiglie prevalentemente operaie, in cattive condizioni economiche prima, figuriamoci adesso". "Pánta rhêi", "tutto scorre" diceva un filoso presocratico. E, a proposito di filosofi, riscontriamo, con il passare degli anni, una somiglianza sempre più grande tra il nostro amico baffone Stanislav Stevuljevic e Nietzsche. Lui, direttore della scuola “Nikola Tesla” di Belgrado, al contrario di Petar Narancic direttore a Novi Sad, che ci ha ignorato, ci aspetta e ci sommerge con i suoi abbracci. Ha preparato addirittura tre attestati-testimonianza su quel che abbiamo fatto per la sua scuola: uno per ABC, uno per Vittorio, postumo, e l'altro per la nostra traduttrice storica, Jovanka Knezevich che quasi si mette a piangere. Lei è la nostra "barilotta", come la chiamiamo affettuosamente senza nessuna allusione alla sua, e nostra, predilezione per la rakja, piuttosto alla sua altezza. Bene! E' lui a ricordarci, perché ha tutto in archivio, che abbiamo aiutato ben 81 famiglie e ricostruiamo insieme la storia di questi 15 anni di visite. Conosceva anche Mladen Sarcevic, il primo direttore incontrato nel '99. Che dire! Quando racconti queste cose devi stare attento a non cadere nel patetico. Speriamo di riuscirci. Chiudiamo, allora, anche questa parentesi, distribuiamo le ultime due quote, abbracciamo fraternamente Stanislav e... Torniamo indietro, sul percorso storico, a Backa Topola.

A Backa Topola, nei primi anni, fino al 2007, arrivavamo passando per l'Austria e l'Ungheria. Per evitare gli "amici" croati e sloveni, costeggiavamo il lago Balaton e vedevamo da lontano l'unica collina della vastissima pianura ungherese per finire poi alla frontiera, sempre incasinata, con la Serbia. Dopo Subotica trovavamo Backa Topola e quasi scivolavamo, e lo facciamo ancora, nell'albergo del "cavallo", così lo chiamiamo per la sua insegna, un cavallo posticcio con un cartello in cima collocato proprio sul ciglio della strada. Meno male che a settembre la temperatura è accettabile, altrimenti nelle fatiscenti stanze dell'albergo saremmo morti di freddo. Resistiamo e la mattina dopo siamo alla "Nikola Tesla". Eccolo lì, con il faccione sorridente e piatto, che ci aspetta. È il direttore Vlade Grbic il quale, dopo il consueto bicchierino di rakja, si mette a conversare amabilmente e senza fretta con noi. Noi parliamo sempre volentieri perché così riusciamo a capire meglio quel che capita da quelle parti. Lui sostiene che il nuovo stabilimento Gordon del gruppo italiano Calzedonia, inaugurato pochi giorni fa (è il 29 settembre) a Subotica, non sta dando alcun beneficio alla popolazione della zona. Non ci crediamo! Vlade non mente, ma non vuole ammettere, neanche a se stesso, che i serbi ci stanno portando via un bel po' di lavoro. In effetti, come fu per la FAS (Fiat Auto Serbia), i serbi si scherniscono perché non vogliono fare la figura di chi, indirettamente, spoglia un altare per vestirne un altro. In realtà nel giro di tre anni alla Calzedonia di Subotica saranno assunti tremila dipendenti. Resta il fatto che il premier serbo Aleksandar Vucic, presente all'inaugurazione, ha centrato la questione di fondo - gli diciamo per attenuare il suo senso di colpa - e, rivolgendosi agli italiani, ha detto: "non troverete di meglio da nessun'altra parte" e "ricordatevi che attraverso la Serbia si arriva ai mercati di Russia, Kazakhistan, Bielorussia, Turchia". Così funzionano le cose. E Vucic, che di questi tempi è costretto ad un presenzialismo insperato fino a pochi anni fa, sempre a Subotica, era anche all'inaugurazione di un altro stabilimento, quello dell’austriaca Swarovski, avvenuta negli stessi giorni.

Andiamo a consegnare le borse di studio agli alunni. Ci sono tutti e sono pochi. Soltanto 8. Ci sono anche i loro genitori che "riempiono" comunque la sala degli incontri. Ci rammarichiamo un poco ripensando al salone pieno zeppo di alunni e genitori. Ricordiamo che tra i 96 alunni della "Nikola Tesla" transitati nel progetto almeno il 50% era formato da profughi provenienti dalla Krajina, dalla Bosnia, poi dalla Slavonia orientale, un'ampia rappresentanza dei 600.000 profughi ufficiali che si aggiravano per la Serbia a guerre finite. Nei primi anni della nostra esperienza andammo spesso, con la vecchia direttrice Jelena Simovic, a trovarli nelle baracche lasciate libere da alcuni operai a cantiere finito. Di quel luogo ci sono restati impressi i volti dei profughi e i grandi bidoni pieni di cavoli sotto sale: erano il pasto quotidiano di quella povera gente che fece presto ad abituarsi alla disperazione. Oggi, per fortuna, le cose vanno meglio! Salutiamo Vlade abbracciandolo e baciandolo tre volte. L'uomo è simpatico ma ha un nome terribile, Grbic, e meno male che perlomeno una vocale c'è. Ce ne andiamo verso Novi Sad e Belgrado per poi correre, quando è ormai notte, verso Kragujevac.

E siamo così arrivati ad ottobre. E' il primo e alle nove eccoci nella sede del sindacato della Zastava in un edificio prossimo al fiume Lepenica. Raiko, Gora, Raika e Sergian ci aspettano e ci salutano fraternamente. Sono molti anni che ci conosciamo, anni difficili, soprattutto per loro. Adesso sono tutti disoccupati o con una pensione al limite della sopravvivenza. Hanno seguito a lungo, e ancora lo fanno, gli aiuti internazionali che sono arrivati agli operai della Zastava sotto forma di Sostegni a Distanza e di aiuti umanitari. Nel passato hanno lavorato nell'attuale Fiat Auto Serbia, ma ormai sono troppo vecchi e lì preferiscono i giovani.

Sono tutti abbastanza anziani anche i genitori dei giovani ai quali consegniamo le borse di studio. La maggior parte sono disoccupati o o con pensioni minime. Alcuni li conosciamo da anni e abbiamo seguito la loro vita attraverso questi incontri, numerosissimi. I ricordi si affollano nella memoria di lungo termine, mentre quella a breve difetta. Neanche si può dire meno male perché, in questo caso, nonostante l'apparente contraddizione, meglio ricordare il presente e non si può certo dire: "si stava meglio quando si stava peggio". Allora, infatti, si usciva dalla guerra, e un milione di profughi circolava nel Paese. Ma anche oggi i problemi non mancano: con genitori e sindacalisti parliamo e sentiamo le loro veementi lamentele su quel che sta capitando con la nuova legge sul lavoro. Rajko, sindacalista, è molto "inquieto" e ci spiega i passaggi più importanti di quel che il governo vuol combinare. Ci dice: "adesso, tanto per dirne qualcuna, il lavoro a tempo determinato al massimo può durare 24 mesi o 36 se l'azienda esiste da meno di un anno, prima erano 12 mesi; prima, in caso di licenziamento ingiusto il tribunale poteva far riassumere, ora il datore di lavoro se la cava con sei salari lordi e non è obbligato al reintegro; poi sono stati toccati i permessi, gli scatti di anzianità, la liquidazione... Ma la cosa più grave - sottolinea - è che nella Legge precedente il datore di lavoro poteva mandare il lavoratore a casa al massimo 45 giorni in un anno con il 60 % del salario, in quella attuale, invece, può mandarlo a casa, con l'approvazione del ministero dell'Economia, per un periodo indefinito". I sostenitori della nuova legge del lavoro dicono che così ci saranno meno licenziamenti. Tutte queste cose ci risultano familiari!

Ricordiamo, ancora una volta, un intervento di Vittorio, fatto nel settembre del 1999, circa duemila anni fa... o ieri, a seconda dei punti di vista: "Abbiamo visitato la fabbrica appena bombardata. All'ingresso è rimasto in piedi il monumento al metalmeccanico serbo: segno e simbolo del fatto che, distrutta la fabbrica, ci saranno sempre i lavoratori con la loro professionalità e volontà di ripresa. Già se ne vede qualche importante risultato. Resta un'altra cosa, da intensificare e rendere concreta: la solidarietà dei lavoratori italiani e di altri Paesi. Questi piccoli aiuti che vi portiamo, ve li mandano loro. E allora allarghiamo lo sguardo. Guerre etniche, bombe, stragi, non solo da voi ma in tutto il mondo, si sono estese e acuite dopo la caduta del 'muro'. Dall''unipolarismo' neo-liberista di Reagan a una 'globalizzazione' che può portare del bene come del male. Per adesso prevale il secondo. Effetti perversi di una 'globalizzazione' incontrollatamente dominata dai grandi poteri finanziari, prima ancora che politico-militari. Ma una strada più giusta e umana è sempre possibile, e in questo senso può e deve giocare un potere che, se ci sappiamo fare, diverrà altrettanto forte, anzi fortissimo: appunto la solidarietà e la fratellanza dei lavoratori di tutto il mondo, di cui con questa nostra piccola iniziativa abbiamo voluto essere fra i messaggeri". Resta un fatto: questa è una guerra e, come in tutte le guerre c'è chi vince e chi perde. I lavoratori più anziani hanno perso e stanno vincendo i giovani perché non si può negare che la Fiat Auto Serbia sia, nonostante la crisi globale, in buona salute. Poco più di una settimana fa (fine settembre, ndr.) Silvia Vernetti-Blina, da poco nuovo "capo/a" (CEO, Chief Executive Officer ) di FAS, ha detto che il fatturato nei primi sei mesi del 2014 è stato di 774 milioni di euro, con un export per 753 milioni e, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, l'incremento è stato rispettivamente del 23 e 25%. La produzione complessiva, poi, è cresciuta del 20% nei primi sei mesi di quest'anno rispetto allo stesso periodo del 2013. Mettici una pezza! Allora, viene spontaneo chiedersi: come dobbiamo ragionare? Noi, che siamo cresciuti in un'epoca particolarmente ideologizzata, vorremmo dare retta al cuore, ma non possiamo non apprezzare il fatto che nello stabilimento, che praticamente era chiuso soltanto pochi anni fa, ora lavorino oltre tremila operai, la cui età media è di 32 anni. Ci dispiace soltanto, ma non lo diciamo in nome della solidarietà internazionale tra lavoratori, che questi tremila giovani non siano italiani, perché da noi non si scherza con il 42% di disoccupazione giovanile. E stiamo zitti anche sulle altre industrie italiane dell'indotto FAS presenti a Kragujevac. Qualcuno parla di Eldorado, a proposito della Serbia, per le industrie che vogliono delocalizzare. Tra noi e i nostri amici serbi è un poco il gioco delle parti, loro cercano di essere distratti e noi indulgenti. Tre baci a tutti e via verso Nis, porta dell'Oriente.

Quando entri nella città ti sembra di sentire una musica diversa. Da quelle parti ci sono molti più poveri che altrove. Non lo si può negare. I Sud del mondo sono simili. Percorriamo la via Mediana per approdare a Niska Banja, ospiti di Goga e Petar. I due amici hanno una piccola casetta e entrambi sono ex lavoratori, lei di un supermercato e lui della Machinska Industrija. Hanno due figli, uno con qualche problema. Ma chi non ce li ha? Loro ne hanno di più sicuramente e, per questo, ci sentiamo a loro vicini. Purtroppo presto non li vedremo più perché il prossimo anno a Nis chiuderemo gli ultimi due progetti restati, quello della scuola "Ivan Goran Kovacic" e quello dell'Elektronska Industrija. A Nis ce ne erano altri due, nella piccola scuola "Rodoljub Colakovic" e all'industria "Min-Fitip" dove si costruivano locomotive. In tutto nei progetti sono transitati ben 276 giovani e famiglie. Una mano gliel'abbiamo data.

Nella scuola di Niska Banja, come sempre, ci accolgono gli alunni che hanno organizzato un piccolo spettacolo con saggi musicali e coretti. Un’accoglienza sempre splendida che precede la distribuzione delle “borse di studio”. Ma il "bello" viene dopo: andiamo a visitare una famiglia in grandi difficoltà. Qui non sappiamo se raccontare tutta la storia di queste persone o rinunciare per non accentuare l'angoscia che ci accompagna sempre da moltissimi anni nel dover parlare delle disgrazie altrui, a volte trascurando le proprie. Comunque parliamo del signor Krstic. Andiamo da lui che ci accoglie calorosamente nella sua casetta che dista pochi metri dalla scuola. Dallo stipite di una porta fa capolino la figlioletta e sopra di lei la moglie che, per camminare, si aiuta con il bastone. Krstic ci racconta come il destino si sia accanito contro la sua famiglia: per i suoi problemi cardiaci ha dovuto lasciare il lavoro di elettrotecnico e si è dovuto sottoporre a quattro interventi chirurgici con l’applicazione di tre by-pass, la moglie, invece, ha una malattia neurodegenerativa che le ha causato una parziale paralisi alle gambe. La figlia frequenta la “Ivan Goran Kovacic” con un ottimo rendimento, confermato anche dalle insegnanti presenti all’incontro. Ci dice che si è dovuto accontentare di questa misera casetta con il bagno a venti metri, all'aperto, nel cortile. Ha altri due figli dalla prima moglie che stanno a Nis e che sono disoccupati. Ogni tanto gli chiedono di aiutarli a progettare qualche piccolo lavoro. Che dobbiamo fare? In questi viaggi disponiamo di un "fondo" straordinario che utilizziamo in questi casi. Lasciamo una cifra che, perlomeno, darà loro un poco di sollievo. Krstic vuole a tutti i costi dimostrare la sua riconoscenza. Si allontana un attimo e torna con una serie di stampe, degli anni '60, raffiguranti i vecchi quartieri di Nis. Un dono prezioso gli diciamo.

All’indomani, alle 9, siamo all'Elektronska Industrija. Rivediamo volentieri Jovan Jovanovic. Comincia anche lui a perdere i capelli, anche se maschera la cosa con una “chioma” sempre scapigliata. Anche i suoi occhi non inceneriscono più e riescono appena a scalfirti. Passa il tempo e arriva la stanchezza. Lui è un combattente, un sindacalista di quelli che si ricordano i tempi di Tito, ma nulla può e comincia a rassegnarsi. Lo notiamo quando parla della riforma delle pensioni che partirà a novembre. Non c'è più l'energia di un tempo e affronta l’argomento come se non fosse emotivamente coinvolto. E poi è triste anche lui perché, nel suo ufficio, arrivano gli epigoni degli 88 giovani aiutati in questi anni. Ne sono restati due e nel 2015 usciranno entrambi.

Comunque, riprendiamo la discussione e lui ci dice che il taglio di pensioni e salari pubblici ci sarà da novembre, dopo che passerà in Parlamento la revisione del bilancio statale. Ricorda che il ministro delle Finanze Vujovic ha detto che le pensioni inferiori a 25.000 dinari (213 euro) non verranno toccate, una pensione da 26.000 dinari al mese (222) subirà un taglio di 220 dinari, una pensione di 30.000 (256) vedrà 1.100 dinari in meno, una pensione di 40.000 (341) dinari si ritroverà con 3.300 dinari in meno. Le pensioni più alte subiranno un taglio compreso tra il 12 e il 15%. Un sussulto d'orgoglio: ci vuole far visitare la collina di Cegar. In quel luogo sorge un monumento che ricorda il sacrificio del comandante Stevan Sindjelic e dei suoi soldati nella prima battaglia d'insurrezione contro la dominazione turca: era il 31 maggio 1809. Lì, di fronte alla storia, ci dice, sollecitato dalle nostre domande, che la Serbia geograficamente si sente e vuole essere un Paese dell'aerea europea, ma che nello stesso tempo, non può dimenticare i fratelli russi che, nei momenti critici, hanno aiutato il popolo serbo. Salutiamo affettuosamente tutti. Dopo aver abbracciato Jovan torniamo a casa dove, con Goga e Petar, tentiamo di capire quel che spendono quotidianamente, quasi sempre di più e altre volte meno. Ci spiegano che con poco più di 800 dinari, vale a dire circa 7 euro, riescono a comprare un chilogrammo di pane, di zucchero e di sale, un litro di latte, un kg di carne di maiale, uno di mele e uno di verza. Facile fare il conto di quel che resta ad una famiglia dopo questa spesa semplice e scarna. Ma, certo, non si può vivere con queste poche cose e, oltretutto, devi aggiungere le spese per il riscaldamento, la luce elettrica, l'acqua. Perlomeno... non hanno le spese scolastiche dei figli ormai grandi, in compenso hanno quelle sanitarie.

Abbiamo passato a Nis tre giorni e mezzo. Oggi è domenica ed è ora di proseguire il viaggio. Partiamo presto, dopo aver salutato i nostri ospiti. Siamo diretti verso la Bosnia, o meglio, come dicono i serbi, verso la Republika Srpska. Passiamo per Kralievo, Krusevac e costeggiamo la Drina entrando poi in Bosnia-Erzegovina. Ci sono ancora tracce, come pure in Serbia, della tragica alluvione dello scorso maggio, anche se il nostro itinerario non è molto vicino ai luoghi del disastro. Le inondazioni, che hanno provocato una sessantina di morti, hanno colpito circa due milioni e mezzo di persone in Bosnia Erzegovina e Serbia, mentre 75.000 sono state quelle costrette a fuggire dalle proprie case: una delle peggiori catastrofi naturali avvenute nel cuore dell'Europa che ha lasciato molti strascichi, anche se non ne parla più nessuno.

Arriviamo a Rogatica e, d'accordo con il direttore della scuola, decidiamo di consegnare le borse di studio nel pomeriggio. La mattina andiamo a trovare una famiglia "sfigata". Cosa vuol dire? Possiamo parlare di un caso di malasanità o, più semplicemente, di una sorte avversa che, come capita spesso, infierisce su una stessa persona. Lui, Serge, si occupava di commercio e, dopo un viaggio in Russia, finì in ospedale con un ictus al quale si associarono delle complicazioni che lo costrinsero a quattro interventi chirurgici. Durante una delle sue "deambulazioni" da un ospedale all'altro, immobilizzato e silenzioso per l'ictus, fu fatto cadere dalla barella, ma si accorsero che si era rotto il femore soltanto dopo un mese. Il risultato è che ora è completamente immobile sul suo letto accudito dalla moglie. Nessuno dei due lavora e vivono dell'aiuto della gente del posto. Lo facciamo anche noi attingendo al "fondo di solidarietà". Porca vaccaccia! Prima o poi andremo in “pensione” anche noi, possibilmente prima di fare la fine dell'amico Serge!

Eccoci nella scuola "Sveti Sava" di Rogatica. Siamo un poco stanchi, ma a vedere tutti quei bambini l'adrenalina comincia a stimolarci positivamente. Qui ci aspettano 71 alunni e le loro famiglie. Questo numero può suscitare una domanda legittima: come mai in Serbia diminuiscono i Sostegni a Distanza e in Bosnia aumentano? La risposta è semplice e legata ad una doppia valutazione: la prima, la pessima situazione socio-economica della Bosnia-Erzegovina rispetto alla Serbia; la seconda: un'ammenda, seppure in ritardo, rispetto alla consistenza degli aiuti che sono arrivati in Serbia in questi anni, circa un 1.280.000 euro, e Bosnia, qualcosa meno di 320.000. Queste considerazioni ci hanno spinto, dal 2010, a favorire, una volta che il loro affidato usciva dal progetto per aver terminato il ciclo scolastico, a far proseguire ai soci il SaD nella Republika Srpska, piuttosto che in Serbia. Non trascurabile è anche il fatto che dal 2007 i sostegni a distanza in Bosnia e Serbia sono diminuiti da 501 a 158.

Il direttore, Tomislav Pavlovic, che, anche se serbo fuma come un turco, é come al solito cordiale. Sa quanto siamo importanti per molte famiglie della sua scuola e della città e ci coccola. Ma alcune sue idee politiche ci lasciano perplessi. Lui sostiene le aspirazioni secessioniste svelate ripetutamente dal presidente della Republika Srpska Milorad Dodik e reputa eccessive le remore espresse dall'ex Alto rappresentante della comunità internazionale in Bosnia, Paddy Ashdown, che ha puntualizzato: "l'Occidente ha garantito di proteggere la Bosnia con un accordo internazionale e ogni violazione della sua sovranità e della sua integrità territoriale significherebbe violare l'accoro di pace di Dayton", cioè aprire la strada alla ripresa del conflitto nel Paese balcanico. Certo, quell'accordo non é un granché, ma é vero che la Bosnia é una polveriera pronta ad esplodere da un momento all'altro. Non a caso questo Paese, con la Corea del Nord e l'Iran é nella "black list" delle nazioni dalle quali gli investitori dovrebbero restare lontani, anche perché Sarajevo non si é voluta impegnare nell'adottare una legge contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento di attività illecite e pericolose come il terrorismo. Non è per caso che da questa zona sono partiti circa 350 mussulmani per andare ad arruolarsi nelle file dell'ISIS. Il direttore lo sa e dice che però non hanno niente a che vedere con i serbi e che, comunque, loro hanno un buon rapporto con i mussulmani, mentre meno buono sarebbe quello tra croati-cristiani e bosnacchi-mussulmani. Insomma, il fuoco del disagio, del malessere sociale, dell'instabilità politica, della corruzione, cova sotto le ceneri di un Paese distrutto, nelle cose e nei sentimenti, dalla guerra. Divergenze ci sono anche nelle famiglie e questo fa tornare alla mente quel che capitò a molte unioni miste negli anni che precedettero l'esplosione del conflitto: amori finiti, affetti frantumati, risorse economiche disperse, rancori riaffiorati.

Alcuni sostengono che in Bosnia non manchino i soldi, piuttosto che siano spesi male. In effetti l'apparato statale, con centinaia di "ministri" centrali e cantonali e una pletora di dipendenti delle tre entità, consuma il 50% dell'intero Pil. É divertente e tragico descrivere brevemente la struttura statale partendo dal dato che la Federazione croato-mussulmana occupa il 51% del territorio mentre la Republika Srpska il 49. Il fatto é che ciascuna delle due zone ha un proprio ordinamento, una struttura amministrativa che ha il suo vertice nella Presidenza centrale della Repubblica con tre membri eletti a suffragio universale in rappresentanza delle tre etnie, la serba, la croata e la bosngacca-mussulmana. Di fatto il sistema tripartito bosniaco, nato a Dayton per dare autorità a tutt'e tre le componenti, ha creato una triplice rappresentanza per ogni ruolo dell'apparato pubblico, dai ministeri agli enti locali. E così, in un Paese di 3,8 milioni di abitanti, ci sono circa 180.000 impiegati pubblici, mentre i ministri ammontano a 150. Infatti, ciascuna entità, quella serba e quella della federazione, ha un proprio governo con 17 ministri, presidenti e vice presidenti, senza contare i cantoni, dieci, in ciascuno dei quali c'é un ministro con un gabinetto formato da altri dieci ministri. Buon ultime le 142 municipalità, gli enti locali, con sindaci e rispettive amministrazioni. Consegniamo le borse di studio, salutiamo affettuosamente alunni e genitori e ce ne andiamo a dormire.

Siamo arrivati quali alla fine del viaggio. Domani é martedì e andremo nella scuola "Pale" di Pale, "ribattezzata", non senza polemiche, "Srbija", e alla "Sveti Sava" di Lukavica, o Nova Sarajevo. A Pale ci aspetta il direttore Zeljko Forcan che si é affrancato dalla nociva invadenza della segretaria-assistente sociale perennemente raffreddata. Meno male! Gli vogliamo bene, ma meglio che taccia. Zeljko é il solo, tra tutti i direttori, a introdurre la consegna delle quote con un intervento nel quale ci saluta e spiega, ai 41 alunni accompagnati dai familiari che riceveranno le borse di studio, che siamo un "esempio unico" di continuità nell'azione di solidarietà internazionale e che nessun altro, da quelle parti, ha fatto quel che abbiamo fatto noi per le famiglie della città. Diventiamo rossi e ci dibattiamo tra opposti sentimenti, piacere, vergogna, fastidio, nostalgia... un mare in tempesta! Ma accettiamo questi riconoscimenti, anche perché, in fin dei conti, sia i soci che noi, li meritiamo. E poi sono sinceri. Zeljko, come gli altri direttori e sindacalisti, dopo la consegna delle borse di studio, non si sottrae alle nostre domande. Ci racconta delle cause che hanno portato alle manifestazioni che ci sono state in Bosnia ad inizio anno, una piccola rivolta finita peraltro in un nulla di fatto: disagio sociale, disoccupazione, corruzione, assenza di futuro, privatizzazioni selvagge del tutto inutili, anzi controproducenti. A conferma di queste cose ci accompagna a visitare un paio di famiglie dei suoi alunni. Si tratta di nuclei familiari ristretti, madre e figlio, in un caso, nonno, figlia e nipote, nell'altro. Tutt'e due le famiglie vivono in affitto e devono, tutti i giorni, far quadrare un bilancio gramo. Ci spiegano che spendono circa 10-12 euro al giorno per mangiare e che non sanno come fare per sopravvivere. Non vogliono impietosirci. Sono fieri e dignitosi. In un caso il bambino per andare a scuola si deve fare, a piedi, sei chilometri all'andata e altrettanti al ritorno. Da una parte c'é una mamma che fa i lavori che gli capitano e dall'altra la misera pensione del nonno che provvede per tutti. Ora abbiamo veramente finito con le storie "strappacore"!

Nel pomeriggio attraversiamo Sarajevo e perdendoci nelle vie periferiche della città arriviamo con fatica a Lukavica, sobborgo nel passato ora integrato nella città. Anche stavolta troviamo un nuovo direttore. Ci dice che la sua omologa dello scorso anno, una gran bella signora che sembrava un'attrice, é in ferie. Dubitiamo perché é l'inizio dell'anno scolastico e sospettiamo che ci sia qualche losco motivo politico o... sentimentale? Non sappiamo e non lo sapremo mai. Ma il personaggio é simpatico e ama conversare. Ci dice: "consegniamo le borse di studio e poi parliamo, così i genitori possono andarsene a casa felici almeno per una sera". Bene! Qui di giovani ne sono restati soltanto quattro. Sono così pochi perché i continui cambiamenti nella direzione della scuola hanno ostacolato qualsiasi possibilità di collaborazione. A volte capita un direttore valido, altre volte una scarpa, ma ogni anno ce n'é uno diverso. Questo é decente, ma ormai é troppo tardi e nel 2015 chiuderemo il progetto.

Ci sediamo nella direzione, ci offre un caffè e ci racconta della sua vita. Ha 40 anni, sposato, ha due figlie e vive a Sarajevo. Lui é nativo di Spalato, ma a 14 anni si trasferisce nella capitale bosniaca con tutta la famiglia. Giovanissimo, 19 anni, si arruola nell'esercito serbo dove resta per cinque lunghissimi anni. Sostiene di non essersi mai macchiato di alcun crimine di guerra, tant'é che vive in un quartiere mussulmano e tutti gli vogliono bene, “altrimenti si sarebbero vendicati”, dice. E, a proposito di mussulmani, sostiene che il radicalismo islamico trova terreno fertile da quelle parti per l’assoluta indigenza nella quale molti sono costretti a vivere. I giovani per questo si ribellano ed esprimono la loro rabbia abbracciando una “ideologia” apparentemente senza compromessi, che garantisce vendetta e la sopravvivenza, terrena e ultraterrena. Cosa vuoi di più? Lo salutiamo e anche questa volta torniamo a casa.

Questi gli importi delle borse di studio consegnate nel corso dell’ultimo viaggio dal 27 settembre al 7 ottobre. In Serbia: Backa Topola 2.450 euro, Novi Sad 160, Belgrado 860, Kragujevac 7.300 (sindacato maggioritario) e 770 (sindacato minoritario), Nis 480, Niska Banja 1.650. In Bosnia: Rogatica 19.460 euro, Pale 13.239 e Lukavica 2.250. Ci sono stati poi 950 euro spesi per contributi straordinari di aiuto e 1.997 euro per le spese di viaggio.


   
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