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Guinea Bissau - “Mindjer, no junta mon”: donne, uniamo le mani

19/11/2014 - 9.08:   Le donne sono la maggioranza delle popolazioni rurali povere (sino al 70%); sono in misura sempre maggiore capi famiglia e, in quanto tali, vanno considerate come produttori a pieno titolo; si assumono la responsabilità più grande per quanto riguarda la sicurezza alimentare; hanno preziose capacità e conoscenze tecniche; producono da sole ben oltre la metà delle risorse alimentari che si consumano nei paesi in via di sviluppo, oltre l'80% in Africa. Ma nella maggior parte dei casi non hanno accesso alle risorse per la produzione né alla proprietà.

Mindjer "no junta mon", Donna, "restiamo unite", “uniamo le mani”. Facile a dirsi meno facile a farsi. Nel nostro "piccolissimo" ci stiamo provando continuamente, anche se a volte siamo tentati di arrenderci. Non è facile per niente, anche perché stiamo parlando di un gruppo sociale che è impegnato nel lavoro dalla mattina alla sera per 365 giorni l'anno. Infatti, oltre agli ordinari lavori quotidiani, attingere acqua per l'alimentazione, raccogliere la legna, preparare il cibo, accudire i figli, pulire il possibile, le donne-contadine devono seguire il calendario delle colture e i tempi di lavoro con precise fasi, secondo una cronologia che è dettata dai fattori climatici. Noi conosciamo la Guinea Bissau e possiamo dire che lì, durante la stagione delle piogge che va normalmente da giugno ad ottobre, le donne allestiscono i vivai (delle piantine di riso) alle prime piogge, e poi a luglio, agosto e settembre, mentre gli uomini puliscono le “bolanhe”e ricostruiscono i loro argini, provvedono al trapianto. Alla fine di novembre si comincia a raccogliere il riso del ciclo più breve, ma la raccolta arriva fino a gennaio. Poi, da febbraio a marzo si occupano del trasporto, della trebbiatura e dello stoccaggio. Finora abbiamo parlato di riso, ma nel frattempo, per non annoiarsi troppo, da ottobre cominciano a lavorare anche negli orti e vanno avanti fino a marzo, quando, finito il lavoro orticolo, comincia la pulizia del terreno sotto gli alberti di cajù e, subito dopo, ad aprile, quello della raccolta del cajú che continua fino a maggio. Nel frattempo hanno anche preparato il campo per la coltivazione del riso pam-pam (o a secco) e per la mancarra (noccioline). Spesso raccolgono anche della legna nel mato per venderla al mercato di Mansoa dove giungono dopo aver percorso diversi chilometri a piedi, con 20-25 chilogrammi sulla testa. Ogni fascina di legna viene venduta a circa 500 Franchi CFA (meno di un euro) e se non trovano chi se la compra se la riportano a casa in attesa di una nuova possibilità. Passano tutte davanti ai nostri hangar e sempre ci chiediamo: ma come fanno a reggere, spesso con il bambino più piccolo legato sulla schiena, e, soprattutto, come si può tollerare questa situazione?

Se teniamo conto di tutto questo non riusciamo a scorgere gli spiragli necessari per far crescere l'organizzazione delle donne che abbiamo avviato lo scorso anno. Continueremo a provarci! Altri direbbero che quel che facciamo già é molto, ma noi vogliamo fare di più. Per ora, aiutiamo le donne con la vendita agevolata delle sementi e degli attrezzi necessari al loro lavoro, con i trattamenti anticrittogamici degli orti fatti, quando servono, a costo zero, con i suggerimenti tecnici e con l'aiuto dei trattori, ma anche con la produzione nelle serre dei pomodori che le "bideiras" di Mansoa e Bissau, vengono a raccogliere loro stesse per poi rivenderli nei mercati cittadini. Noi i pomodori li vendiamo a circa 450-500 Franchi CFA al chilogrammo e loro se li rivendono a 1.000-1.5000.

E allora, se pensiamo alle politiche di eguaglianza di genere e agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio non riusciamo a capire bene quel che facciamo. Ma qualche punto a nostro favore riusciamo comunque a segnarlo: ad esempio, lo abbiamo detto altre volte, pian piano, creando anche un limitato reddito per le donne (è il solo denaro che è di loro “proprietà” e che usano per pagare la scuola ai figli e per qualche vestito) che lavorano negli orti, si stanno cambiando un poco gli equilibri sociali all'interno della famiglia e dei villaggi. Si va lentamente, ma forse é meglio così. Non si possono stravolgere gli equilibri sociali degli altri brutalmente perché poi ci si deve confrontare con la reazione, spesso violenta, al vuoto culturale.

Noi, quantomeno per parlarne e affrontare un argomento quasi del tutto volutamente ignorato, ogni tanto chiediamo scherzando agli amici di ABC GB chi comanda in casa se loro o le mogli. Quasi tutti, invariabilmente, rispondono "io sono il padrone di casa". E poi, come ci é capitato recentemente con la giovane e bella responsabile di un gruppo di donne che lavorano negli orti in un villaggio, vieni a sapere che é la terza moglie di un “anziano” che vediamo seduto sotto una pianta intento a mangiare. "Que rica vida", dicono i portoghesi, e non c'é bisogno di traduzione. Lei era la sorella più piccola della prima moglie, accolta in “casa” bambina e poi, diventata grande, entrata a far parte dell'"harem" dell'individuo. Hai voglia a parlare di "uguaglianza di genere", di "empowerment delle donne" o di "gender mainstreaming"... Ma é pur vero che da qualche parte si deve cominciare e allora benvenute queste politiche anche se, forse, dovrebbero confrontarsi da subito con le diversissime realtà locali. Senza questo approccio tutti i principii enunciati appaiono retorici e vacui e arriva un dubbio: "ma sarà vero che si vuole arrivare ad una parità di genere?". Per le storie che conosciamo noi, alcune delle quali presentate nelle prime pagine del semestrale, non siamo portati all'ottimismo. Infatti, sembrerebbe che le tematiche di genere negli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, non certo il 2015 stabilito piuttosto il 3000, non siano molto sviluppate perché le logiche statistiche che le sostengono sono legate, ad esempio, alle percentuali di maschi e femmine nell'istruzione primaria, al numero delle donne che lavorano per un salario in agricoltura, alle parlamentari donne nei governi nazionali, alla mortalità materna, all'accesso alla salute riproduttiva, ecc. Cose molto importanti, ma in certi luoghi di difficile valutazione.

Per tentare di capire meglio quel che facciamo a favore delle donne abbiamo tentato di individuare gli elementi positivi raggiunti confrontandoli con le definizioni tecniche suggerite dalle politiche di sviluppo. Per "Uguaglianza di genere" si intende "l'impegno a promuovere legislazioni atte ad eliminare le discriminazioni contro le donne, in particolare la violenza di genere, e a favorire l'accesso da parte delle donne alle risorse" come credito, formazione, diritti all'eredità e alla proprietà. In questo caso il nostro contributo é limitato allo squilibrio sociale, a favore delle donne, che stiamo creando con il reddito che deriva loro dall'orticoltura.

"Empowerment delle donne", ovvero l'impegno delle politiche di aiuto allo sviluppo (brutta terminologia) a "promuovere la capacità delle donne di articolare la loro visione e di esercitare pienamente un ruolo decisionale nei processi di sviluppo”. Anche in questo caso il nostro contributo é limitato al reddito da orticoltura e alla vendita di sementi e attrezzi.

"Gender mainstreaming", che significa "introdurre le questioni di genere trasversalmente in ogni atto politico". In questo caso il nostro contributo c’é perché le donne sono sempre al centro di del nostro limitato lavoro.

Noi, comunque, abbiamo il sospetto che dietro tantissimi discorsi ci sia la "saggezza” reazionaria di un detto popolare: "dividi la ricchezza e diventa povertà", il che vuol dire, implicitamente, che non può esserci una ricchezza diffusa e che comunque è meglio conservarla nelle mani di pochi. E se si volesse, invece, redistribuire la ricchezza esistente? Ma c'è qualcuno disposto a sacrificare una parte del suo benessere a favore degli altri?

E allora, se non c'è questa disponibilità e ci si limita a elaborare concetti, si mente e involontariamente si conferma un'altra logica inconfessata conseguenza: la ricchezza di alcuni dipende dal mantenimento della povertà degli altri. Conclusione: se non cambiano le logiche di valutazione, anche degli esiti finali delle politiche di aiuto che dovrebbero tutte mirare ad un vero Autosviluppo, e non allo Sviluppo, sarà stato tutto inutile.

L'importante è saperlo e non illudersi troppo.


   
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