Contattaci
"A, B, C, solidarietà e pace"
ONLUS
Via Padre G. Petrilli 30
00132 Roma
info@abconlus.it www.abconlus.it
Tel. 0622152249
3461048370

Contattaci con SkypeSkype

Newsletter
Iscriviti per avere informazioni
sulle iniziative di
"A, B, C, solidarietà e pace"



Inserisci la tua e-mail
 




Abc Solidarietà e Pace

 
Italia - Meglio finire bene che proseguire male

23/11/2014 - 5.32:   In nessuna società, moderna o tribale che sia, è facile stare fuori o ai margini del modello sociale suggerito, tant'è che sempre i furbi alla fine "rientrano", mentre gli ingenui e i "fragili" spesso soccombono respinti da tutti, salvo che non siano artisti, sportivi o che, comunque, sappiano toccare le corde del piacere collettivo. E allora, quando sentiamo parlare di riforma del Terzo Settore e della Cooperazione preferiamo aspettare gli eventi. Ci sentiamo, infatti, fuori contesto e vogliamo restare deliberatamente ai margini del "sistema". Lo possiamo fare perché ragioniamo e operiamo fuori degli schemi abituali, anche se li rispettiamo, consapevoli che qualcuno il lavoro "sporco" lo debba pur fare. Tanti anni fa, all'epoca della guerra nella ex Jugoslavia, quando chiedevamo ad un corrispondente di guerra conosciuto “come stai?” ci rispondeva candidamente: "sono qui a spalare m....!".

Meglio precisare subito che la nostra non è la posizione aristocratica di chi si è scelto il ruolo dell'eterno oppositore, di chi giudica senza fare, o pensa di pensare e che ha sempre ragione, giacché, anche se non parliamo molto e partecipiamo di meno, operiamo rispettando gli ideali di riferimento alla base di qualsiasi scelta di volontariato e di cooperazione allo sviluppo, che non sarebbe poi male cominciare a chiamare di "autosviluppo", soprattutto conformando i comportamenti al termine. Forse perché non siamo degli intellettuali, o perché siamo stati più operativi che studiosi delle questioni, abbiamo molte incertezze. L'unica cosa sicura che sappiamo è che vogliamo star fuori dal gioco e chiediamo, ai soli soci, il permesso per questo. Infatti, é soltanto a loro che dobbiamo render conto di quel che facciamo e soprattutto di come spendiamo il denaro che ci inviano.

Saremo pure, come dice qualcuno, soltanto "dei bravi ragazzi che fanno del bene", ma di questi tempi non ci sembra poco! Rinunciamo alle cortine fumogene e, forse con un tantino di snobismo, vorremmo definirci degli animali in via di estinzione, che non vogliono però la protezione di nessuno perché per gli esseri umani la protezione comporta sempre un costo da pagare.

E, a proposito di prezzi da pagare, le leggi che stanno per arrivare sul Terzo Settore e sulla Cooperazione internazionale non ci trovano perfettamente d'accordo per una serie di motivi, anche se noi, lo dobbiamo ammettere, rispetto a chi deve confrontarsi con l'esigenza di dover pagare gli stipendi degli operatori, di portare avanti la struttura, di dare continuità ai progetti (in un momento peraltro in cui la cooperazione italiana ha diminuito i denari dell'88% nel giro di pochi anni e quando anche le risorse degli enti locali e private sono ridotte al lumicino), ci possiamo concedere il lusso di dissentire con i comportamenti pratici e non a parole. Lo possiamo fare perché non ci sono stipendi da garantire, grandi spese organizzative, rimborsi da elargire, spese di rappresentanza da sostenere, ogni decisione è... quasi "libera" e, infine, perché commisuriamo i progetti alle risorse che abbiamo, ovvero non spendiamo se non possiamo. Non ci si dica che dovremmo lottare per affermare le nostre idee giacché non abbiamo le energie adeguate e perché realisticamente saremmo soli. A questo punto, vista la situazione generale, saremmo anche offensivi nei confronti di chi ha fatto, o farà, scelte diverse. Non abbiamo ragione noi e torto gli altri, partiamo da punti di vista diversi, operiamo in maniera diseguale e anche il nostro futuro sarà differente. Gli altri probabilmente “sopravviveranno”, mentre noi “moriremo”. Ma come diceva il “filosofo” Catalano in un vecchio programma tv, "Quelli della notte": "tutto ha un inizio e una fine, ed é meglio finire bene che proseguire male". E non rammarichiamoci per nessuno!

Ma vediamo cosa c'è che non va e, senza prenderci troppo sul serio, cerchiamo di capire meglio. Parliamo riferendoci a pochi elementi, i più evidenti, positivi e negativi, che si possono cogliere nelle osservazioni fatte da chi se ne intende. Certo, é importante che nel testo si parli (sembra fossero spariti) di volontariato, di corpi civili di pace e di servizio civile internazionale, che, secondo la retorica corrente, "portano con sé il bagaglio legato alla cultura del dono e della gratuità che ha segnato la storia della cooperazione”, ma bisogna pur ammettere che la loro scomparsa nel testo governativo originario era una conseguenza logica dell'impostazione generale della legge e la riapparizione terminologica é una semplice concessione alla sempre attuale esigenza che abbiamo tutti noi di nasconderci dietro i princìpi . Siamo nel campo di quella che un tizio chiamava "menzogna esistenziale", ovvero ci si convince e ci si illude, perché abbiamo bisogno di crederci, che qualcosa sia come la vorremmo per poter, alla fine, continuare a comportarci come ci comportiamo.

Condividiamo il fatto che la nuova legge permetta di inviare dei volontari in aspettativa anche in progetti non finanziati dal ministero degli Esteri, cosa a tutt'oggi impossibile, e, invece, va meno bene il fatto che, tutti contenti, le ONG siano state tutelate, "mentre si temeva una penalizzazione del loro status giuridico", con il riconoscimento di ONLUS che consente loro di mantenere i benefici fiscali e l'accesso al 5 per mille. E perché? Scusate, non possiamo essere d'accordo se stiamo parlando delle multinazionali della solidarietà, vere e proprie fabbriche di "bene" che si sono trasformate in grandi aziende e che probabilmente con questa nuova legge avranno un ruolo rilevante nel commercio estero del nostro Paese. Perché allora, visto che la solidarietà diventa per certuni un prodotto come un altro, non dare anche alla Buitoni, che fa una buona pasta, lo status di ONLUS , e magari anche alla Ferrari che fa delle belle auto. Insomma, perlomeno si lasci per chi lo é veramente l'acronimo ONLUS (Organizzazione Non Lucrativa di Utilitá Sociale) e se ne coni uno per gli altri, magari EONLUS (Ex Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Soc iale).

Ci sembrano anche un poco ipocrite le critiche che arrivano alla legge da molte associazioni e ONG in quanto sostengono che hanno "l'impressione che le imprese siano messe su una specie di piedistallo", anche perché la legge aprirebbe alle camere di commercio e l'impressione generale dell'impostazione é che “ci si preoccupi soprattutto di internazionalizzare le aziende italiane". Dicono: "Ben vengano gli scambi e l'apertura verso nuovi mercati, ma questa é cooperazione?". E così ci si interroga, in ritardo e con molta falsità. Infatti, tutti dicono, associazioni e ONG, che sono favorevoli a rendere disponibile la rete di comunicazione che hanno sui territori nel mondo per far crescere la presenza delle aziende italiane e aggiungono però che “il fine deve essere la creazione di veri partenariati e nuovi posti di lavoro qui e lì". Non serve alcun commento, crediamo!

Ma si tratta di schermaglie inutili, un po’ di scena, perché tutto ciò è stato già accettato nell'ottobre 2012 a Milano nel "Forum della cooperazione". Allora, nel documento conclusivo, si prefigurò un Sistema Italia di Cooperazione, e tutti furono d'accordo. Nel documento si poteva leggere che la cooperazione "può far conto su attori pubblici e privati, profit e non profit" in quanto "c'é bisogno di andare tutti in una stessa direzione". E ancora: "abbiamo iniziato ad affrontare in modo nuovo il rapporto tra cooperazione e internazionalizzazione delle imprese...". E, infine, "la scommessa é di attrarre il mondo produttivo nei paesi prioritari della cooperazione".

E allora meglio tacere ed evitare di far finta di disapprovare visto che sono stati tutti accontentati: la cooperazione sarà inglobata nella politica estera dell'Italia e subordinata alle sue scelte, dagli interventi militari di pace nel mondo a quello che sarà opportuno economicamente per le imprese italiane. Per i soldi si é disposti a tutto...

Meglio finire bene che proseguire male!

Cosa vorremmo noi? Avere soltanto un poco di rispetto e chiedere a chi di competenza di lasciarci continuare ad essere "dei bravi ragazzi che fanno del bene". Consentiteci allora di riproporre qualche riga di un commento, anche se le autocitazioni sono sempre pessime, inserito un paio d'anni fa nel semestrale, proprio quando raccontammo del Forum della cooperazione di Milano. Già allora dicevamo che quel documento era "una lezione, un’esperienza da evitare", semplicemente perché tutti noi abbiamo fatto scelte diverse, ovvero "di fondare e lavorare nelle nostre associazioni per trovare un’alternativa all’egoismo sociale, alla penuria di diritti e per contrapporci ad un’economia che crea diseguaglianze, sottraendoci all’omologazione culturale che ci vorrebbe imporre le sue metodologie come se, alla luce dei risultati attuali conseguiti, fossero sempre e comunque le migliori". Confermiamo!

Parlando sempre di Sostegno a Distanza, dal quale arriva la maggior parte del nostro autofinanziamento, dicevamo pure che sarebbe opportuno ricordare, anche se si tratta di questione controversa, che un bel po’ di anni fa le cose erano molto più semplici perché la scelta di vita del “volontario”, il suo entusiasmo, la sua ingenuità, lo portavano a trasformarsi, con l’esperienza sul campo, in professionista involontario e il suo passionale aderire a quel mondo manifestava una forte tensione etica e la volontà di rifiutare un sistema iniquo e violento. Il volontario doveva imparare a fare il contabile, il grafico, il giornalista, il creativo, a cercare il denaro necessario e, soprattutto, a parlare con le persone e a conoscerle. Allora lui non usava termini inglesi, non si affidava ai fundraiser, non pagava il grafico, l’informatico, il commercialista, non illudeva i giovani proponendogli “percentuali” di “vendita” sui Sostegni a Distanza avviati, come fanno alcune ciniche grandi multinazionali della solidarietà, non era necessario che fosse laureato, possibilmente in “Cooperazione allo sviluppo”, i corsi di aggiornamento erano pochissimi, come poche erano le società che li organizzavano, e si informava recandosi negli uffici coinvolti e studiando quel che gli serviva. Era indubbiamente faticoso!

Oggi, con la “rete”, invece, ha, se vuole, tutte le informazioni in linea e basta un poco di buonsenso per trovare il necessario per lavorare. C'era, e quasi sicuramente non ci sarà più, quel tipo di volontariato che suscitava sentimenti e atmosfere positive con quel che faceva, che concretizzava, con il suo operato, un “primato” etico che, probabilmente, resterá presto appannaggio esclusivo della solidarietá cattolica e confessionale.

Sono dunque finiti quei tempi, ma é bene precisare che non si vuole qui fare una malinconica e superba operazione nostalgico-conservativa, piuttosto un invito “rivoluzionario” a riconsiderare possibilità diverse di lavoro da recuperare, utilizzando quel che è utile, ma anche favorendo un “ritorno al passato” restaurando metodologie semplici e efficaci che rifuggano da troppo articolate sovrastrutture, spesso ludiche e inutili, che appesantiscono e servono soltanto a far girare più velocemente sempre lo stesso denaro senza produrlo e a soddisfare ambizioni personali. E, nel caso del Terzo Settore, anche far “girare” tanta solidarietà senza praticarla! Mancavano soltanto la commercializzazione della solidarietà e l’esternalizzazione imprenditoriale delle ONG, ma tra poco le avremo! E quasi tutti vissero quasi felici e quasi contenti!


   
© 2006 Associazione A,B,C, solidarietà e pace - Onlus