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Bosnia/Serbia - Relazione viaggio 3 - 10 ottobre 2015

03/11/2015 - 7.09:   Lungo la strada che ci porta verso la Bosnia pensiamo alla struggente storia d'amore che ci lega alla ex Jugoslavia dal 1999. Viaggiamo e riflettiamo sul passare del tempo che inaridisce e modifica i ricordi, i rapporti sociali, gli affetti, mentre la memoria che si indebolisce finisce per essere sostenuta esclusivamente dalle sensazioni. Sono esse che ci sospingono perché, inconsciamente, hanno modificato la mente attraverso gli stimoli che i nostri organi di senso hanno raccolto e conservato negli anni. E' attraverso i nostri canali sensoriali che le tracce del passato hanno mantenuto la nostra storia d'amore intatta, o quasi. E ciò, nonostante le fatiche, le delusioni, i dolori degli altri, e anche nostri.

E noi, spesso incapaci di arrivare al cuore e alla mente dei tanti amici che ci hanno incaricato di essere testimoni, limitati anche dal pudore e dalla riservatezza ricchezza di ogni vero progetto di solidarietà, andiamo incontro alla fine di questa storia d'amore con tristezza ma senza paura.

Quello appena iniziato è il 26° viaggio. Sono tanti, ma mai abbastanza per conoscere bene persone e luoghi. Anche perché abbiamo incontrato centinaia di giovani, le loro famiglie, direttori, sindacalisti, segretarie... e noi, sempre poco inclini agli aspetti ludici, nel corso delle nostre "missioni umanitarie" siamo andati sempre di corsa. Non una pausa. Si saltava, e si salta ancora, da una città all'altra: Backa Topola, Novi Sad, Belgrado, Kragujevac, Niš, Rogatica, Pale, Lukavica. Lo facciamo ancora oggi, anche se i progetti sono diminuiti. Lo scorso anno, infatti, abbiamo chiuso i progetti di Novi Sad e Belgrado e quest'anno gli ultimi due restati a Niš, quello della scuola di Niska Banja e l'altro all'Elektronska Industrija. Ma a nostro conforto possiamo dire che questa premura ci consente ancora oggi di distogliere un poco la mente dalle difficoltà di quanti incontriamo, di non perderci nello sconforto e nel rimpianto, di non trasformare la compassione in inutile disperazione.

Quest'anno c'è una grossa novità nel viaggio: per la prima volta abbiamo cambiato itinerario. Una vera e propria rivoluzione logistica. Abbiamo cominciato dalla Bosnia: Pale, Lukavica, Rogatica, per arrivare in Serbia a Niš, Kragujevac e Backa Topola.

Pale, mattina del 5 ottobre - Nel 1984, e sembrano essere passati migliaia di anni, si svolsero nella cittadina bosniaca le Olimpiadi invernali. Pale si presenta come un paesotto rassicurante adagiato in una conca montana. Ma, nonostante le apparenze, da queste parti si svolsero accaniti combattimenti fra serbi e mussulmani e ancora oggi è assolutamente sconsigliabile andare a spasso per i boschi che la circondano perché migliaia di mine sono ancora lì sepolte. La cittadina è a 15 chilometri dalla città di Sarajevo e in un palazzetto basso di colore bianco ebbe sede il governo di Radovan Karadzic. Pale, capitale per un periodo limitato, fu, e per molti lo è ancora, una roccaforte dei nazionalisti serbi e i più affezionati al passato quando transitano davanti ai luoghi più legati alla storia recente, dimentichi del dolore e dei morti, manifestano il loro affetto alzando tre dita come segno di una vittoria, oggi si può dire, completamente mancata. Le tre dita stanno a indicare il Figlio, il Padre e lo Spirito Santo, o anche Dio, Patria e Zar, o ancora le tre regioni Serbia, Montenegro e Bosnia. C'è poco da dire!
Anche questo viaggio, come tutti gli altri, ci ha riservato delle sorprese, non sempre piacevoli. Infatti, il direttore della scuola è in ospedale e l'assistente sociale, non proprio simpatica nel passato, ci accoglie con gli abiti neri del lutto. Suo marito è morto e lei ora è sola. L'immediatezza degli eventi in coincidenza, per noi, con queste visite annuali, ci coglie sempre di sorpresa e impreparati. Noi arriviamo, dopo un anno di assenza, e troviamo vite stravolte perché siamo "fuori" e quindi non abbiamo condiviso, ma foss'anche a posteriori ne siamo alla fine coinvolti emotivamente.
A Pale ci sono più di 40 borse di studio da distribuire. Genitori e giovani sono lì in una struttura che ha cominciato la sua attività nel 1907, anche se ricostruita negli anni settanta. Il numero degli alunni è diminuito nel giro di un paio d'anni di una trentina di unità e in ogni classe ci sono ora circa 24 giovani. Ci aspettano tutti nella grande aula magna. Sono un centinaio di persone e molti di loro li conosciamo da diversi anni. Abbiamo visto crescere questi giovani, entrati bambini nel progetto ne escono adolescenti. Inizia la consegna, sempre emozionante e ai sorrisi si aggiungono forti strette di mano e, a volte, dei baci che alcuni genitori e nonni vogliono stampare sulle nostre guance. La maggior parte dei genitori è grata per quel che facciamo e questo discorso vale per tutti i luoghi dove abbiamo realizzato i nostri progetti. Sono passati tanti anni e ormai sono poche le associazioni che si ricordano di questi alunni. L'assistente sociale ci racconta però del finanziamento di 8.000 euro della World Vision Organization, una grande associazione umanitaria che da 60 anni si occupa di infanzia. I soldi sono stati utilizzati per ristrutturate alcuni laboratori. Usciamo dalla struttura e, dopo un ultimo sguardo all'entrata, aver stretto la mano ai portieri che conosciamo da 16 anni, via... con le mani ancora calde del tepore e della forza dei tanti che hanno voluto salutarci. Nel pomeriggio saremo a Lukavica.

Lukavica, pomeriggio di lunedì 5 ottobre - Soliti problemi per riuscire a trovare la strada giusta che ci porterà nella scuola "Sveti Sava" di Lukavica, sobborgo di Sarajevo, anzi Sarajevo 2 com'è chiamata oggi. Questo "quartiere" è migliorato. Fino a pochi anni fa era una squallida periferia che sovrastava Sarajevo città, sobborgo abitato per l'80% da famiglie fuggite dalla città confinante dopo il suo passaggio sotto l'amministrazione mussulmana in conformità a quanto stabilito negli accordi di Dayton. Andiamo nella "Sveti Sava", prima caserma adesso scuola. Da queste parti i ricordi si affollano e ci viene in mente come una decina e più di anni fa l'odio fosse sedimentato e tangibile tra i familiari degli alunni aiutati. Quasi tutte le famiglie degli affidati avevano un lutto: padre morto, madre scomparsa, fratelli uccisi....Ricordiamo perfettamente quanto scrisse, nel 2001, un giovane affidato a distanza: "Ho perduto ogni fiducia nel genere umano. Solo quando arrivate voi mi si riapre un filo di speranza, perché vedo che nel mondo c'è chi si ricorda di noi". Ma a Lukavica sono restati tre giovani e presto chiuderemo anche questo progetto. Qui si fa presto a distribuire le quote. Dieci minuti. Chiediamo notizie del vecchio direttore Milovan Bogdanovic, ma nella scuola sono cambiati tutti e molti sono andati in pensione o sono morti. Quasi nessuno se lo ricorda. Soltanto una vecchia custode sorride a sentire il suo nome e ci dice che gli fa piacere che quell'uomo sia ricordato da noi. Era un personaggio, un uomo d'altri tempi verrebbe da dire. A vederlo la prima volta avresti detto che era ubriaco, ma non lo era, era il suo presentarsi sornione e sempre pronto a stupirti. E lui riusciva a far funzionare la sua scuola, nonostante gli enormi problemi della guerra e del dopo-guerra. Ricordiamo come restammo colpiti dal fatto che era riuscito a farsi regalare dal Giappone, era il 2000, un grande e attrezzato padiglione adibito ad aula di informatica con trenta postazioni completamente attrezzate. Ogni banco aveva la sua bella bandiera giapponese e così tutti i computer. Ma lui aveva fatto arrivare alla sua scuola quello che, a quei tempi, nessun altro aveva. Bene... in bocca al lupo, se campi, signor preside.
Con il nuovo direttore, del quale non ricordiamo il nome, anche perché cambiano tutti gli anni, giovane e brillante, chiacchieriamo un poco della situazione politica ed economica del Paese e ci dice, speriamo non solo a beneficio degli amici italiani, che sta tentando di avviare un programma di integrazione scolastica tra le tre etnie e di definire nuovi contenuti didattici nelle scuole vicine che favoriscano l'integrazione tra croati, serbi e mussulmani. Sinceramente siamo un poco scettici perché sappiamo bene che nelle scuole la storia recente della guerra è ricordata secondo tre versioni, che non comunicano tra di loro, ispirate dai curriculum di studio differenti per le tre etnie che seguono le "materie nazionali". Oltretutto non esiste un ministero dell'istruzione su base statale e gli scambi sono ridotti al minimo. Paradossalmente le nuove generazioni sono forse più divise di quelle che hanno fatto la guerra e questa divisione si riflette su tutta la società, in ogni aspetto della quotidianità e coinvolge persino lo sport: infatti, anche le vittorie degli atleti o delle squadre vengono festeggiate soltanto dalla parte della popolazione del vincente e ignorate dagli altri. Il giovane direttore ci dice che condivide appieno le osservazioni contenute in un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale dove si legge: "sono le mancate riforme e l'alto tasso di disoccupazione ad essere i problemi fondamentali del Paese, accompagnati da un'economia depressa e senza alcuna prospettiva di crescere". Come non essere d'accordo? "Il Paese - dice - è ingessato e chi ha qualcosa vuole tenersela e per farlo osteggia qualsiasi riforma spesso con motivazioni assurde. In fin dei conti - osserva - peggio di così non si potrebbe stare ed allora è meglio cambiare". Come? "Chiudiamo o vendiamo le imprese sociali decotte e inefficienti, stimoliamo la produzione e l'occupazione incentivando il settore privato visto come stimolo alla crescita indispensabile per risolvere i problemi di competitività per poter così far funzionare meglio una macchina statale burocratica lenta, ferraginosa, corrotta". Insomma, in un Paese dove esistono due entità, la Republika Srpska e la Federacija BiH, un distretto, dieci cantoni, tre presidenti e un centinaio di ministri... e così via, "si deve cambiare per non soffocare le nuove imprese con le innumerevoli procedure richieste, espressione di corruzione e malgoverno".

Rogatica, mattina di martedì 6 ottobre - Rogatica è una cittadina a metà strada fra Sarajevo e Goradze, unica enclave mussulmana rimasta in territorio serbo. La scuola è frequentata da 825 alunni e tutti studiano, oltre naturalmente il serbo, l'inglese e la lingua del popolo fratello, il russo. Anche nella scuola "Sveti Sava" ci sono cambiamenti: il vecchio direttore Tomislav Pavlovic e l'assistente sociale Nada Dokic sono andati in pensione. Conosciamo così il nuovo direttore, Mile Planinčič, e la nuova assistente sociale, Zorica Delipara. Il primo è un uomo maturo, la seconda una bella giovane. Sono preparati a riceverci e sanno bene cosa e come fare. I loro predecessori gli hanno spiegato ogni cosa ed anche quanto siano importanti le borse di studio che distribuiremo ai 75 alunni che frequentano la scuola e che rappresentano quasi il dieci per cento della sua popolazione scolastica. Settantacinque Sostegni a distanza, con le relative borse di studio, sono tanti e siamo arrivati a questo numero per la disponibilità e la capacità dei "vecchi" dirigenti, mentre in altre scuole, come l'altra "Sveti Sava", quella di Lukavica, negli ultimi anni i continui cambiamenti della dirigenza scolastica, nominata dalle autorità municipali, ci hanno costretti a "congelare" il progetto e il numero dei Sostegni a Distanza che sono diminuiti progressivamente.
Nell'aula magna della scuola, affollatissima, siamo più di duecento persone. Vediamo volti conosciuti da anni e anche quelli degli alunni, alcuni, portatori di handicap, Dejan, Ruzica... che ripetono il ciclo scolastico. Molti li conosciamo per nome e durante la distribuzione capita anche di commuoversi. Succede quando siamo più stanchi! Il che, pensiamo, è positivo perché anche se diciamo sempre che è necessario avere il cuore di pietra abbiamo mantenuto il nocciolo di carne che è sempre e comunque ferito da quel che capita di vedere e sentire. Eh già! Perché sempre pensiamo alle storie difficili di queste famiglie che vediamo per pochi minuti: in fin dei conti che ne sappiamo dei loro problemi, della lotta quotidiana per la sopravvivenza, dell'incubo delle malattie, delle insicurezze e della precarietà che vivono. Vorresti fare allora di più, ma non puoi e non sai come. Allora ti accontenti del momento di tristezza che incombe e pensi che domani, forse, andrà meglio per tutti, ma già sai che non sarà così perché tra di loro ci sarà sempre qualcuno che non avrà sollievo per tutta la vita.
Il vecchio dirigente della scuola, con la prudenza degli anziani, nel parlare della realtà locale non si sbilanciava molto. Da buon nazionalista Tomislav si limitava perentoriamente a dire che era serbo e che serbo sarebbe restato. Per lui la Republika Srpska era uguale a dire Serbia. Non servivano altre parole e tutto era chiaro, fin troppo!
Mile Planinčič è più aperto del suo predecessore e sembra ben disposto a dialogare. Ci spiega, ad esempio, che a Rogatica la popolazione è in diminuzione, che l'economia locale si basa sull'agricoltura, la pastorizia e le rimesse degli emigranti che diventano sempre più numerosi. Sono cose che sappiamo e di fatto ci conferma quel che abbiamo letto recentemente in un rapporto della Banca mondiale (2015) dedicato alle economie dei Balcani dove si afferma che gli emigranti, negli ultimi due decenni, sono passati dal 13 al 25% della popolazione e se negli anni novanta chi fuggiva lo faceva per paura della guerra, oggi si tratta di migrazione economica, soprattutto di giovani quasi sempre ben preparati che depauperano il Paese delle loro competenze e intelligenze. Quindi, se è vero che il 10% del Prodotto interno lordo dei Paesi dei Balcani è composto dai redditi inviati a casa dagli emigranti, è anche drammaticamente vero che intere aree geografiche risultano abitate da vecchi il che vuol dire, semplicemente, crisi demografica e conseguente impoverimento. È quel che sta capitando a Rogatica.
Lui pensa che gli accordi di Dayton siano riusciti a mettere fine alla guerra in Bosnia, ma che abbiano fallito nel compito fondamentale, quello di creare le basi di uno stato funzionale. Hanno, invece, costruito dei "muri invisibili" che dividono il Paese. A venti anni dalla guerra la Bosnia è oggi un insieme di comunità locali, città, regioni divise etnicamente. Il direttore cita, un esempio molto attuale a Sarajevo, ma anche a in questa cittadina. Dice: "l'annesso 7 degli accordi di Dayton, che doveva permettere ai profughi e sfollati di riprendere possesso delle proprie case (espropriate dai vincitori momentanei delle battaglie), non ha modificato di molto gli esiti nefasti della guerra perché se anche i rifugiati hanno riavuto le loro case, soprattutto chi era in minoranza dopo la guerra nel luogo dove abitava, se n'è andato nuovamente perché era difficile vivere in una realtà sociale ostile e minacciosa.

In viaggio - pomeriggio del 6 ottobre - Strada al contrario di quel abitualmente abbiamo fatto per anni: Rogatica > Drina > Uzice > Ciaciak > Kraljevo > Kruscevac > Poiate... Eccoci a Niš.

Niš - mattina del 7 ottobre - A Niš, siamo stati ospiti in casa di Goga e Petar. Sono una coppia che conosciamo da moltissimi anni. Loro vivono a Niška Banja una delle cinque municipalità della città serba e sono sempre stati un riferimento prezioso per ABC. Lì, a Niška Banja, è la scuola "Ivan Goran Kovacic", scrittore croato del secolo scorso che frequentiamo da un bel po' di anni. Alle 9 siamo lì. Ci accolgono il direttore Steva Trickovic, con un'aria sempre un poco cupa e, dopo tanti anni, ancora non siamo riusciti a capire se è la sua fisionomia o se dietro quel volto si celi una certa ostilità. Sua moglie, invece, insegnante di musica nella stessa scuola, è allegra. E' lei che da sempre saluta ABC allestendo i balletti e i canti con i quali gli alunni della scuola mostrano il loro affetto e piacere nel vederci. Assistendo ai loro saggi dimentichiamo che siamo qui per l'ultima volta. Infatti, il progetto chiude e questo fa male al cuore.
Sono bravi e quest'anno, per la prima volta, vediamo che c'è anche un traduttore nella lingua dei segni. Hanno avuto quest'idea e l'opportunità di farlo e ci sembra una cosa importante e significativa. Il direttore non è molto loquace e allora, dopo averlo salutato, fatto qualche foto e ricevuto i ringraziamenti per quel che abbiamo fatto in tutti questi anni per gli alunni della scuola, ce ne andiamo.
Ci voltiamo ancora una volta per guardare la struttura che non vedremo più. È la vita che non può sopportare l'accumulo di ricordi, esperienze, contatti, amicizie. È lei che ti costringe a selezionare, dare priorità e a lasciare indietro cose, luoghi e persone, a dimenticare. Non puoi reggere tutto e tutti e devi per forza di cose abbandonare qualcosa e qualcuno. Proprio un peccato! E così finisce anche questo capitolo della storia di ABC. Dobbiamo allontanare la malinconia e sfuggire alla tentazione del collezionista di ricordi.

Niš - pomeriggio del 7 ottobre - Alle 16 varchiamo per l'ultima volta i cancelli dell'Elektronska Industrjia che incombono sui visitatori. Nel progetto sono restate soltanto due giovani, Tatjana e Tijana, alle quali consegniamo le borse di studio. Lo facciamo in una piccola stanza del sindacato. L'ormai anziano Jovan Jovanovic non c'è perché è al funerale di un amico, ma ci raggiungerà più tardi per consegnarci un attestato e abbracciarci. Negli anni sono stati una novantina i giovani transitati nel progetto, tutti figli degli operai dell'industria elettronica aiutati con le borse di studio. Nel passato ci si incontrava nella grandissima mensa della fabbrica dove, alla luce fioca di poche lampadine e in un ambiente intristito delle sedie rigirate sui tavoli, consegnavamo le borse di studio. Una volta chiedemmo all'ex direttore del "ristorante" quanti fossero gli operai che mangiavano lì e la risposta fu incredibile: nella mensa si servivano 20.000 pasti che pian piano diminuirono a 15.000, 10.000, 5.000.... era il segnale di resa ad un'economia che aveva emarginato i prodotti della fabbrica, ormai senza mercato, travolti da quelli d'importazione dai costi ben più bassi. Lavatrici, televisori, registratori di cassa, ecc. non si vendevano più, costava meno farli arrivare dall'estero. E quindi i 18.000 operai finirono in mezzo alla strada. Oramai non c'è più niente e non ci sono neanche compratori credibili della EI. Ma c'è sempre la speranza a sostenere. Potrebbe capitare quel che è capitato recentemente al birrificio di Niš Niška Piavara acquistato da un uomo d'affari bulgaro per 130 milioni di dinari (circa 1,1 milioni di euro). Il birrificio, messo all'asta due anni fa, aveva visto otto chiamate senza esito prima dell'offerta, presentata da Grupa Kapitlni Projekti, del sig. Miljan Damnjacevic. L'industria era in procedura fallimentare dall'agosto 2013. Ma la Elektronska Industrija è un bel po' di tempo in più che stanno tentando di venderla. Meglio pensare che in futuro le cose potrebbero risolversi!

Niš - mattina dell'8 ottobre - Siamo in città. Attraversiamo il fiume Nišava e arriviamo al comune dove ci aspetta il vice sindaco Ljubivoje Slavkovič. La sera prima l'amico Jovan Jovanovic, sindacalista dell'Elektronska Industrija, ci aveva spiegato che il signor Slavkovič ci voleva vedere. Come avevamo immaginato si trattava di un incontro richiesto per salutarci e ringraziarci. Il signor Slavkovič, ex direttore dell'Elektronska Industrija conosceva da molti anni il nostro progetto e saputo che sarebbe stato il nostro ultimo viaggio nella città del sud della Serbia voleva esprimere ad ABC la gratitudine della città e dei suoi cittadini. Jovanka, nostra storica traduttrice, la stessa che chiamiamo con affetto "la nostra barilotta" (per la sua altezza e per la passione che abbiamo in comune per la rakja) si commuove. Siamo, infatti, nella sua città di origine. E' nata qui e qui vivono, ancora oggi, molti dei suoi familiari.

Finito l'incontro con il vice sindaco e, visto che è ancora presto, decidiamo di andare a visitare il grande mercato che è sulla via Mediana che conduce da Niš a Niška Banja. Lontanissime, sullo sfondo della grande strada, le montagne bulgare. Giriamo tra i banchi del mercato e riusciamo a capire meglio quel che in un anno è cambiato nel Paese. Infatti, lo scorso anno avevamo preso nota di alcuni prezzi e li confrontiamo così con quelli attuali. C'è una certa stabilità in quelli di frutta e verdura, mentre la pasta, il riso, il pane e la farina sono aumentati dai 9 ai 5 dinari al chilogrammo. Anche la carne, con l'eccezione di quella di pollo, è aumentata (da 430 a 449 il chilogrammo quella di maiale e da 640 a 679 quella di manzo), mentre il prezzo del latte si è mantenuto stabile. Ma quello che sta colpendo duramente le famiglie serbe è l'aumento delle tariffe dell'energia elettrica che dal primo agosto sono salite del 12%, mentre quelle del gas, lo scorso marzo, erano già aumentate del 5,6% per le abitazioni. Questi aumenti colpiscono duramente le famiglie. In un Paese dove più di 200.000 lavoratori (la popolazione totale della serbia è di circa 7,1 milioni di abitanti) guadagnano meno del salario minimo nazionale (fissato a 121 dinari l'ora, circa un euro) la situazione è veramente difficile. Infatti, ufficialmente ci sono 400.000 salari minimi, ma molti datori di lavoro non rispettano la legge e non versano neanche il minimo stabilito per legge, giustificando l'ingiustificabile comportamento con la debole situazione economica. Purtroppo il mondo è pieno di squallidi avvoltoi che, senza alcuna etica, ruspano tra le pieghe delle leggi per raggiungere il proprio unico tornaconto. I sindacati, di fronte a questa situazione, chiedono l'aumento del salario minimo a 140 dinari per ciascuna ora di lavoro, ma il problema è che se nessuno rispetta le regole aumentarlo servirebbe in realtà a ben poco. Da parte sua l'Istituto nazionale serbo di statistica ha recentemente comunicato che lo stipendio medio netto in Serbia, a gennaio 2015, era di 39.285 dinari (circa 328 euro).
Nelle prime ore del pomeriggio, con il cuore pesantissimo, dopo aver salutato gli amici di Niška Banja, Pegar, Goga, Dushanka, Milanka, Serge che forse non vedremo più lasciamo la città di Niš e ci dirigiamo, percorrendo l'autostrada, verso Kragujevac. Ci sentiamo malissimo perché dopo tutti questi anni e le decine di visite alla città dove, originariamente, avevamo quattro progetti (oltre ai due chiusi in questi giorni ce ne era uno nella scuola di Donja Vrezina e un altro alla Min Fitip - Machinska Industrija), ce ne andiamo senza neanche voltarci indietro per paura di piangere. Ci conforta soltanto l'idea che in tutti questi anni abbiamo aiutato più di 270 famiglie a vivere un poco meglio e che speriamo di aver lasciato nel cuore di tutte questa gente un buon ricordo del nostro lavoro di solidarietà internazionale.

Kragujevac, mattino del 9 ottobre - Siamo nella sede del sindacato in piazza Topolivaca 4. Nel passato ci si vedeva nel salone "ufficiale" dentro il palazzo della Zastava, nel grande edificio dall'architettura imponente, fusione dello stile tradizionale serbo e di quello tedesco del XIX secolo, architetture ispirate dal realismo socialista. La mattina si attraversava il ponte sul fiume Lepenica e, passando sotto la statua del monumento al metalmeccanico, "baffone", come lo chiamiamo noi, si accedeva da un'ampia scala nel salone delle conferenze che occupavamo. Ma allora si era in molti e nella stanza del sindacato, dove attualmente consegniamo le borse di studio, non ci saremmo entrati.
Alle 9 iniziamo la consegna delle 28 borse di studio e, qui, più che altrove, abbiamo visto crescere i giovani. Infatti a Kragujevac, a differenza delle scuole dove gli affidi sono limitati cronologicamente alla frequenza del ciclo scolastico dell'obbligo e, quindi, con uno spazio temporale definito e limitato, nelle fabbriche alcuni giovani, come ad esempio Milos, sono da 15 anni nel progetto. Entrati bambini ne sono usciti, o ne usciranno, maggiorenni in quanto è previsto dalle nostre regole di aiutarli fino alla maggiore età. Distribuiamo lentamente le borse di studio, salutiamo tutti i genitori e i ragazzi e poi ci mettiamo seduti a chiacchierare un poco con i nostri amici sindacalisti.
Sembrano abbastanza scettici quando noi, abituati a leggere le notizie che riguardano i luoghi dove realizziamo i progetti, gli elenchiamo alcune informazioni che dovrebbero essere positive e farli felici: nel 2015 la produzione di tutte le versioni della "Fiat 500L" nell'impianto Fiat automobili Srbija di Kragujevac supererà le centomila unità; sembra che sussistano tutti i requisiti per l'esportazione delle autovetture Fiat Chrysler Automobiles (FAC) prodotte in Serbia e che quindi esse possano essere esportate, senza dazio, in Russia secondo un accordo formalizzato con Putin lo scorso maggio, anche se, per ora, si tratta di un stock limitato di 5.000 autovetture; sempre nella fabbrica di Kragujevac a settembre dovrebbero essere cominciati - ma non ci confermano nulla - i preparativi per una produzione di prova della Jeep "LX" simile al fuoristrada prodotto in Brasile. Diciamo che una certa reticenza ha sempre contraddistinto i nostri rapporti amichevoli.
Qualcuno, poi, quando ci capita di parlare insieme del passato e di come ABC fosse arrivata per prima nella città appena bombardata, osserva "sbadatamente" che le quote che portiamo non sono poi molte. Ascoltiamo in silenzio e poi, dopo aver contato fino a... 150, con l'animo in subbuglio, prendiamo la nostra contabilità e spieghiamo alla sprovveduta, che peraltro ci conosce da sempre, che ABC in tutti questi anni ha portato ai figlioli degli operai della Zastava più di mezzo milione di euro aiutando 257 giovani serbi e le loro famiglie, senza contare altri interventi. Aggiungiamo che al suo amato, da noi sicuramente, Paese abbiamo fatto arrivare dagli amici italiani aiuti per circa un milione e mezzo di euro, per non parlare degli interventi sanitari d'emergenza nei primi anni del progetto, comprese le attrezzature per il laboratorio d'igiene ambientale di Pancevo. Potremmo sfidare tutte le altre associazioni europee (associazioni e non istituzioni!) a dimostrare di aver fatto di più!
Che dire! Serve a poco indignarsi. Proviamo, piuttosto, a capire questa dinamica che abbiamo incontrato spesso nelle nostre esperienze di solidarietà internazionale. Pensiamo: non è giusto inc... di fronte all'ingratitudine delle persone, ma piuttosto apprezzare i tanti che dicono grazie con un sorriso o con una stretta di mano, e poi dobbiamo sforzarci di capire che chi riceve può vedere nell'aiuto una minaccia alla sua autostima ed anche un segno di inferiorità, sensazioni che possono suscitare perfino del risentimento nei confronti di chi dona. E più l'autostima è alta più è elevata la reazione negativa e di conseguenza, quasi sempre, chi riceve l'aiuto tende a sminuirne l'importanza. È per questo che sommessamente pensiamo che non sia giusto irritarsi... se ci si riesce!

Backa Topola - sabato 10 ottobre - Anche se il sabato le scuole sono chiuse il direttore Vlade Grbic apre la "Nikola Tesla" per noi. Alle 8,30 siamo tutti davanti alla scuola con gli otto alunni che riceveranno la borsa di studio e i loro genitori. Entriamo e, prima di tutto, Vlade ci mostra i lavori realizzati dai ragazzi per la "Festa del raccolto del mais". Ce ne andiamo poi nella direzione dove consegniamo le borse di studio ai giovani. Quattro di loro usciranno quest'anno e ne resteranno soltanto altri quattro. Purtroppo anche questo progetto tra poco chiuderà.
Ma bando alla tristezza e brindiamo con Vlade che è un ottimo "bicchiere" e anche una buona "forchetta". Ci beviamo una bicchierino di grappa e conversiamo piacevolmente con quest'uomo gioviale, dalla larga faccia e dagli occhi puntuti e acuti. Dopo averci spiegato che gli stipendi degli insegnanti quest'anno sono diminuiti del 10% e che la città non ha avuto molto problemi con i rifugiati che transitavano perché transitavano su dei pullman, osserva, cambiando completamente argomento, che dobbiamo assolutamente provare il cavolo acido che ha preparato per noi. Infatti, tutti i serbi ritengono che l'insalata di cavolo acido, condita con un poco di olio, la paprica e il peperoncino, accompagnata da qualche bicchiere di grappa, sia la medicina per tantissime malattie, soprattutto contro la costipazione delle vie respiratorie. Condividiamo perché sentiamo anche noi, per effetto dell'alcool della grappa e dell'aceto, aprirsi i nostri polmoni. Ma poi cominciamo a sudare.
I cavoli acidi ci fanno venire in mente i grossi barili che qualche anno fa ingombravano il corridoio d'ingresso di un campo profughi che andammo a visitare. Erano dei grossi recipienti con dentro stipati centinaia di grossi cavoli lasciati a macerare sotto sale. L'odore forte e acidulo ingombrava il lungo corridoio della grande baracca di legno. Su quel corridoio, ricordiamo, si affacciavano le piccole stanze che accoglievano, ognuna, una famiglia di profughi. Sono passati poco meno di quindici anni e ora, secondo le ultime statistiche, di profughi in Serbia ce ne sono pochissimi: molti sono stati riallocati e si sono rifatti una vita, altri se ne sono andati a trovare fortuna all'estero, altri sono tornati nelle loro case e i meno fortunati se ne sono andati all'altro mondo. Abbracciamo forte Vlade e prendiamo la strada del ritorno. Ad un incrocio, in un angolo, fuori dal negozio un grosso cartello: "vendesi scarpe a rate".
Torniamo in Italia.

Queste le quote consegnate: Lukavica 1.140 euro, Pale 12.420, Rogatica 19.860, Niška Banja 1.520, Niš Elektronska Industrija 180, Kragujevac (KR) 6.520, Kragujevac (KRS e KRA) 880, Backa Topola 1.650. Contribuiti straordinari extra quote 320 e, infine, spese di viaggio 1.865. Le quote anticipate da ABC, perché non ancora non entrate, ammontano ad euro 11.146.


   
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