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Abc Solidarietà e Pace

 
Bosnia - Serbia - Un viaggio nel passato

31/05/2016 - 15.37:   Certo, una coincidenza non lusinghiera! Infatti, nel 1999 nasceva ABC e la NATO bombardava le città serbe. Ma per la verità ABC era stata fondata già qualche mese prima di quel marzo tragico che avrebbe segnato la vita di tante persone. Era il 24 marzo 1999, poco dopo le otto di sera, quando i bombardieri Nato colpirono i primi obiettivi a Pristina, Pogdorica e alla periferia di Belgrado, a Rakovica, proprio in prossimità della scuola nella quale avremmo avviato i primi Sostegni a Distanza nella capitale serba. I tempi difficili e l'incomprensibile ineluttabilità della storia portarono a morire migliaia di persone. Tra loro Milica, Sanja e Bojana. Oggi Milica avrebbe avuto, se non fosse morta sotto i bombardamenti, 20 anni, Sanja sarebbe un padre di famiglia di 32 e Bojana sarebbe fidanzata, forte dei suoi 17 anni, con qualche bel ragazzo. E invece la loro vita è finita, insieme a tante altre. E la morte, che i vivi esorcizzano con il ricordo e con le cerimonie, non conosce ragione o torto, bene o male. Ma quel che inorridisce è la morte per responsabilità dell'idiozia umana che, sempre e comunque, trovando giustificazione nella storia che quel buontempone di Cicerone diceva essere "maestra di vita", continua a uccidere.

Ma torniamo al nostro lavoro di tessitori di pace, ruolo che forse è stato da noi sempre sottovalutato perché non ne abbiamo fatto una bandiera retorica, piuttosto azione concreta sviluppata attraverso l'aiuto ai profughi, le borse di studio, gli interventi sanitari, gli aiuti ai bambini portatori di handicap. Ricordiamo ancora che tra i luoghi bombardati ci fu anche Kraujevac, una delle nostre mete annuali.

Era il 2 aprile 1999 quando l'industria Zastava venne colpita. Una delegazione di ABC, guidata da Vittorio Tranquilli, con la preziosa presenza di Jovanka Knezevich, traduttrice “storica” ancora oggi con noi, arrivò sul posto il 18 aprile a "macerie fumanti". Fu allora che si iniziò a pensare a come aiutare le famiglie degli operai restati senza lavoro a causa dei bombardamenti e cominciammo i Sostegni a Distanza. Parliamo del passato... e allora consentiteci di riportare alcuni stralci, anche per ricordare l'amico e presidente di ABC morto cinque anni fa Vittorio Tranquilli, della relazione sul primo viaggio in Serbia fatto dal 25 settembre al 5 ottobre 1999.
Sabato 25 settembre 1999 - Partenza ore 8, da Roma per il Tarvisio e l'Austria. Pernottamento in un modesto albergo a Furstenfeld, a meta strada tra Graz e il confine con l'Ungheria che attraversiamo il giorno dopo per arrivare alla dogana di Tompa-Kelebja per entrare in Serbia. Ci ospita l’amica Jelena Simovic, direttrice della scuola primaria "Nikola Tesla" di Backa Topola.

Lunedì 27 settembre 1999 - Tra gli alunni della "Nikola Tesla" c'era già un centinaio di profughi provenienti dalla Krajina, dalla Bosnia, poi dalla Slavonia orientale. Alcune, nostre scuole, e particolarmente quelle del Circolo didattico di Montelibretti, un comune in provincia di Roma, e centri vicini, avevano provveduto alla loro mensa scolastica per l'intero anno. Si sono ora aggiunti profughi dal Kosovo. La direttrice ce ne presenta qualcuno, poi ci porta a visitare le baracche (alloggi abbandonati da operai di un cantiere terminato) dove vivono quelli, tra i profughi, che non hanno trovato sistemazione migliore. Come nel resto della Serbia, i profughi che non trovano accoglienza presso parenti o amici, né possono affittare un'abitazione propria, si assiepano in "Centri collettivi" (già alberghi, scuole, ecc.). Il problema dei profughi è gravissimo in Serbia. Vi sono quelli del '92, dall'Erzegovina e dalla Bosnia, del '95, dalla Croazia, del '97, dalla Slavonia, ecc. Quelli "riconosciuti" ufficialmente sono oltre 600.000, ma in realtà il totale si avvicinava al milione, prima della cacciata dal Kosovo; ora si può fare la cifra di 1.200.000 su un popolo di 10 milioni di residenti. Nel salone della "Nikola Tesla" si svolge la cerimonia della consegna delle "borse di studio": uno alla volta i bambini o ragazzi e i loro accompagnatori vengono a ritirare l'aiuto e a firmare la ricevuta. Appaiono combattuti fra timidezza, vergogna, soddisfazione. Sui loro volti, alternanza di sorriso e di pianto. Per qualcuno c'é anche la lettera e magari un regalino da parte del "donatore" italiano. A tutti una stretta di mano, un bacetto ai bambini.

Martedi' 28 settembre - Partiamo di buon'ora per Novi Sad. Il direttore, Milorad Cudic, ci riceve assai cordialmente e ci fa visitare quanto rimane della scuola. Dice che è stata bombardata tre volte, forse perché sita in zona industriale. I colpi più gravi sono stati inferti il 6 maggio, mentre alunni e genitori erano riuniti per Ia festa di S. Giorgio. Ottanta famiglie sono rimaste senza alloggio. Famiglie prevalentemente operaie, in cattive condizioni economiche prima, figuriamoci adesso. Ci accompagna poi in un'aula, per la consegna delle "borse di studio". Cerimonia analoga a quella di Backa Topola. Partenza per Belgrado. Alle ore 16, siamo alla O.S. "Nikola Tesla" dove ci riceve il vice-direttore. Il direttore Mladen Sarcevic è impegnato al Ministero. La scuola sta nel quartiere di Rakovica, lungo la Sava. E' molto povero, pieno di profughi; manco a farlo apposta, è stato fra i più colpiti dalle bombe. Anche qui, cerimonia in direzione, poi consegna delle "borse di studio" a una ventina di alunni. Sono tutti profughi e abitanti in un vicino "centro collettivo".
Finito il nostro compito a Belgrado, avvertiamo telefonicamente coloro che ci aspettano a Kragujevac del nostro prossimo arrivo, in tarda serata. L'autostrada rimane buona, solo il ponte è distrutto irreparabilmente e si passa a senso alternato su un provvisorio ponte di fortuna. All'entrata in Kragujevac ci attende, con un gruppo di operai, la signora Ruzika Milosavlievic, dirigente del principale sindacato metalmeccanici, quello "ufficiale".

Mercoledì 29 settembre - Ore 10, visita alla "ZASTAVA", la grande fabbrica automobilistica la cui distruzione ha trovato spazio anche sui nostri "media". Era il cuore e l'orgoglio di Kragujevac e dava lavoro a 36.000 operai. L'avevamo già visitata il 18 aprile scorso: un ammasso di rovine. Senza paga, o con sussidi ridicoli, molti dipendenti si sono rimboccati le maniche per dare inizio alla ricostruzione, pressoché dal nulla. Macerie sgombrate, qualche capannone ripulito e riverniciato. Uno di essi - pare un miracolo - funziona di nuovo: scorre la catena di montaggio della nota utilitaria "Jugo"... Il direttore del reparto "Kamioni" ci racconta della ventennale collaborazione riguardante il furgone "Iveco", con partecipazione FIAT al 46%, auspicandone la ripresa. Ci dà anche un appunto scritto, che in sostanza è un appello quasi disperato: "Il reparto - conclude - è in pericolo di definitiva soppressione". Scattiamo numerose foto. Di pomeriggio, nel vasto salone del sindacato "ufficiale" aderente alla "Organizzazione sindacale unitaria metalmeccanici di Serbia", consegna delle "borse di studio" ai 120 figli di disoccupati propostici come particolarmente bisognosi di aiuto.
In "platea", molti hanno le lacrime agli occhi. Comincia poi la consegna delle "borse di studio": tre ore di firme, strette di mano, bacetti ai bambini. Finita la cerimonia vanno via tutti, tranne alcune persone in attesa di parlarci. Sono rappresentanti dei due sindacati minori, "Nezavisnost" e "Nezavisni sindicat". Abbiamo portato "borse di studio" anche per figli di loro aderenti: concordiamo di dividerle a metà fra i due sindacatini. Nel pomeriggio, partenza per Nis.

Venerdì 1 ottobre - Nis è una delle principali città della Serbia. E' stata fra le più colpite dai bombardamenti. Molte abitazioni civili distrutte, moltissima gente al limite della resistenza psicologica. Adesso la città è strapiena di profughi dal Kosovo, aggiuntisi a quelli, già numerosissimi, arrivati da varie parti dell'ex Jugoslavia fin dal 1992. Nis è sempre stata politicamente all'opposizione: per questo - dicono - dei già non abbondanti aiuti internazionali, solo qualche briciola arriva a loro. Ciò contribuisce a rendere molto basso il tenore di vita generale. La disoccupazione, da anni grave, è ora cresciuta per il bombardamento di non poche fabbriche. Proprio in due fabbriche ci rechiamo per consegnare "borse di studio" a figli di operai rimasti senza lavoro.

Ore 9: alla "MIN" (Mascinska Industria Nis - DD - FITIP). Il rappresentante del sindacato di fabbrica ci dice che una parte della fabbrica stessa è inagibile perché molte bombe "cluster", conficcatesi in terreno e pavimenti, sono divenute mine anti-uomo, e non si è ancora riusciti a individuarle tutte, tantomeno a disinnescarle. Distrbuzione degli aiuti.

Ore 12: alla "Elektronska Industrjia Nis". Consegna delle borse di studio. Il dirigente del sindacato locale, sig. Ljubisa Ilic, ci accompagna a visitare alcuni capannoni. Qui le distruzioni sono state minori; maggiori, invece, quelle di abitazioni di famiglie operaie, che adesso vivono in "centri collettivi" insieme ai profughi.

Sabato 2 ottobre, alle 17: doverosa visita alla dottoressa Olga Mihojlojic, organizzatrice per conto suo di un centro di assistenza profughi, la quale, il 9 maggio 1999, ci aveva scritto questa lettera:

"Venerdì scorso (7 maggio) alle ore 11,24, mentre la gente si affrettava a comprare qualcosa al vicino mercato, o veniva a chiedere aiuto nel nostro ospedale, tutti a Nis udirono aeroplani. Poi un forte rumore, molte esplosioni; era terribile e dopo non abbiamo più potuto vedere niente, immersi come eravamo in una nube di fumo nero. I vetri delle finestre cadevano addosso a noi da ogni parte. Nell'ospedale i bambini e le mamme cominciarono a urlare e a piangere. Anche lo staff medico, come si può capire, ebbe alcuni minuti di shock. Poi cominciammo a udire migliaia di esplosioni più piccole. Le loro schegge cadevano ovunque. La gente cadeva a terra. Esplodevano le automobili e anche l'ambulanza che si trovava in ospedale. Esplodevano anche le auto nel parcheggio, dove voi di solito lasciate la vostra. Lì c'erano alcune persone. Le bombe a frammentazione cadevano ovunque anche nell'ospedale, ed è stato distrutto, come potete capire, specialmente il reparto Maternità e Pediatria.
Le bombe uccidevano la gente, distruggevano gli edifici, le mura, le finestre. Nella strada si vedeva gente morta, e anche cani, gatti, perfino uccelli. Gli edifici distrutti erano, tutti, civili abitazioni. Un uomo vide il suo cane in terra e cercò di aiutarlo, ma una bomba uccise pure lui. Le madri superstiti si stringevano i figlioletti al seno. Bombe a frammentazione continuavano a esplodere dovunque. Nell'ospedale e vicinanze morirono quattro persone e più di venti rimasero ferite.
Nello stesso tempo la NATO bombardò il mercato. Qui ci furono undici morti e più di quaranta feriti. Fra i morti, una donna incinta: cadde in terra spargendo attorno a lei la verdura che aveva acquistato, credendo che sarebbe servita a dar da mangiare al suo bambino.
La notte successiva sette persone ferite morirono in ospedale, e tre sono ancora in coma. Ne abbiamo operate più di venti. Il giorno dopo la NATO ha bombardato il ponte vicino alla stazione degli autobus e al consolato di Grecia, e ciò a più riprese.
Chi può dire cosa accadrà nei giorni prossimi?". Fine.


   
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