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Bosnia / Serbia – Viaggio 5-12 ottobre 2019

20/11/2019 - 10.07:   Mentre scrivevamo la relazione dell’ultimo viaggio fatto in Bosnia e Serbia dal 5 al 12 ottobre per consegnare le borse di studio ai giovani Sostenuti a Distanza Jovanka Knezevic moriva improvvisamente. Chi era Jovanka Knezevich? Come abbiamo scritto per comunicare la notizia a tutti gli amici dell’associazione, Jovanka era una piccola grande donna serba che ha accompagnato la vita dei nostri progetti in Serbia e Bosnia fin dal 1999. Lei è stata in molti casi la discreta protagonista dei viaggi fatti per portare le borse di studio alle migliaia di studenti che in più di vent’anni sono entrati nei nostri programmi di Sostegno a Distanza. La nostra amica, che chiamavamo affettuosamente “barilotta” per la sua statura e la comune predilezione e bere insieme agli amici che ci ospitavano un bicchierino di rakija, è sempre stata prodiga di preziosi consigli, specialmente negli anni a guerra appena finita quando era necessario essere prudenti per non incorrere in contrattempi con la polizia locale, stradale e no. Jovanka non è stata semplicemente una traduttrice è stata anche un poco la coscienza dei progetti di ABC che spesso ha suggerito e “imposto” alla sua maniera. Nella relazione di ABC del primo viaggio in Serbia (allora non avevamo ancora iniziato i progetti in Bosnia), nel lontano 1999, era definita: “operaia alla Fiat, di origine serba, interprete e fonte di buoni consigli”. Possiamo aggiungere che ci ha fatto compagnia in quasi tutti i 29 viaggi che seguirono quello del ‘99. Quanti anni sono passati… E se è vero che ciascuno di noi è padrone del proprio tempo lo è altrettanto che siamo il risultato di esperienze, ricordi e frammenti di vita condivisi con gli altri e che lei, Jovanka, sopravviverà un poco in tutti noi di ABC e nei tanti altri che l’hanno conosciuta.

Quello di quest’anno è stato il 30° viaggio fatto da ABC in Serbia e Bosnia. Fino al 2007 andavamo due volte l’anno, generalmente a maggio e ad ottobre, mentre dal 2008 una sola volta, ad ottobre. Un rammarico: non essere mai andati a dicembre, in pieno inverno. Sarebbe stato bello, ma la chiusura delle scuole in quel periodo non ce lo ha mai consentito. Per la verità siamo stati sempre anche timorosi delle difficoltà climatiche che si incontrano da quelle parti, il freddo, la neve, il gelo. Dunque un rimpianto perché ci sarebbe piaciuto essere scambiati per un Deda Mraz (Babbo Natale) che arriva con i doni degli amici italiani per i giovani serbi e bosniaci. Avremmo portato con noi, sotto forma di “borsa di studio”, dei “paketici” non voluminosi, delle buste tirate fuori dai faldoni dove raccogliamo le schede degli alunni, sicuramente bene accetti, fatti per dare forza a quei “ponti” di pace che modestia e discrezione non ci hanno mai indotto ad enfatizzare più del dovuto, né in Italia né in Bosnia e Serbia.

Ormai il viaggio annuale che facciamo per consegnare le borse di studio ai giovani, femmine e maschi, aiutati da tanti amici italiani, è diventato relativamente breve, anche se sempre impegnativo. Nel periodo di massima espansione dei progetti, ben undici, toccavamo sette città diverse e il viaggio era una specie di “marcia forzata” che durava dieci-undici giorni. Non potevamo permetterci “distrazioni” e tutte le ore, anche quelle della notte, che servivano per preparare le buste individualizzate con il denaro delle borse di studio, erano preziose. Si passava, per evitare problemi alle dogane, attraverso l’Austria e, dopo aver costeggiato il lago Balaton, il più grande dell’Europa centrale, si arrivava in Serbia da Nord per poi dirigerci verso Sud: Backa Topola > Belgrado > Novi Sad >Kragujevac > Nis. Dopo la Serbia si andava in Bosnia: Lukavica > Pale > Rogatica. Adesso, invece, arriviamo alla prima meta, Pale in Bosnia, passando per Slavonski Brod in Croazia. Lì incontriamo il primo indizio di “vecchie” ostilità: sulla riva nord del fiume Sava c’è la croata Slavonski Brod e sull’altra la bosniaca Bosanski Brod. Entriamo in Bosnia e non ci vuole molto ad incontrare i segni evidenti della guerra che insanguinò quelle parti prima con l’autoproclamata Republika serba di Kraijna e poi con la croata operazione “Tempesta”. Tanto dolore e una moltitudine di profughi, alcuni dei quali aiutati a Backa Topola anche da ABC. Lungo la strada, a destra e sinistra, molti ruderi di case bruciate o cannoneggiate con accanto una casetta nuova costruita senza abbattere quella vecchia per evitare i costi di demolizione e rimozione delle macerie. Quei ruderi resteranno lì chissà per quanti decenni, mentre il tempo rimuoverà pericolosamente il ricordo della guerra.

Attraversiamo la Bosnia e arriviamo a Pale da Nada che ci ospita e che ci fa trovare per cena un caldo brodo di carne, degli involtini di riso e della crema di formaggio. Nada è una vecchia amica di Jovanka e insieme la sera amano consultare i fondi del caffè alla turca che preparano per tutti. Vorrebbero leggere sulla loro combinazione il futuro, ma è un bene che resti incognito visto l’esito del destino. Scherziamo e prepariamo il materiale per il mattino seguente, quando andremo nelle scuole ex “Pale” ora “Srbija”. Si tratta di un plesso scolastico formato da due istituti, il principale e quello secondario. In entrambi abbiamo giovani sostenuti a distanza.

Ci accolgono i direttori Aleksandar e Sanja. Aleksandar è subentrato a Zeljko che a sua volta era arrivato dopo Radomir. Quest’ultimo ci è restato impresso. Era stato un vecchio combattente della “difesa territoriale” della cittadina, allora capitale della Republika Srpska e poi sede del governo di Radovan Karadzic, fedele fino in fondo alle proprie idee. Amava ripetere: “a Pale i mussulmani non ce li abbiamo fatti arrivare”. Era forse il 2000 o il 2001. Da allora sono passati vent’anni e tante cose sono cambiate, anche se con estrema difficoltà. Non è cambiata invece molto l’ostilità tra etnie che gli accordi di pace di Dayton non hanno risolto. Infatti, non inclusero provvedimenti in materia di educazione, mentre l’ufficializzazione delle tre lingue nazionali nello stato bosniaco, il Bosniaco, il Croato e il Serbo, agevolò la differenziazione dei curriculum scolastici. Se a questo si aggiunge il fatto che la Bosnia aderì alla Convenzione dell’ONU sui Diritti del Bambino, che sancisce il diritto del bambino a studiare nella sua lingua madre, si comprende come l’insegnamento sia stato molto politicizzato. Gratta gratta alla fine esce fuori l’esigenza del potere di perpetuare se stesso sfruttando e fomentando le divisioni.

I direttori Aleksandar e Sanja, dopo l’immancabile rito del brindisi con un bicchierino di rakija, ci accompagnano nella grande sala dove ci aspettano i ragazzi con i loro genitori. Mentre il direttore, rivolto agli astanti, ci saluta ufficialmente osserviamo i volti delle mamme, dei papà e dei nonni. Sono volti stanchi e provati, quelli degli adulti. Un poco impudenti e sorridenti, a volte imbarazzati, quelli degli adolescenti. In prima fila Petar e Srdan due giovani portatori di handicap con le loro coraggiose mamme sedute accanto, vere compagne di banco e di vita. Guardandoli ripensiamo ai tanti Sostegni Sanitari Individualizzati che abbiamo realizzato in tutti questi anni. Sono stati più di dieci e abbiamo seguito quei giovani per molto tempo, quasi tutti fino alla chiusura del progetto. Sono presenti molti nonni che seguono i nipoti orfani o dei quali si sono fatti carico. Quella che abbiamo davanti a noi è “l’élite” della difficoltà di vivere. Situazioni difficili, a volte impossibili anche da descrivere. E così ci si ripropone il dilemma se valorizzare quello che facciamo per coinvolgere anche altri, oppure attenuare i toni per non essere arroganti e offendere chi riceve l’aiuto; tra lo spiegare, senza enfasi, quello che si fa o arricchirlo con colorite mezze verità; tra l’usare un linguaggio da addetti ai lavori, che anche se oscuro affascina proprio per questo, o, piuttosto , un linguaggio diretto e chiaro che chiama le cose con il loro nome; tra il tentare il coinvolgimento degli amici soci, tipo “inviateci le vostre foto”, e la riservatezza per non rompere le scatole a chi ha già i suoi problemi; tra l’accontentarci delle diverse centinaia di amici che continuano ad aiutarci o il tentare il salto verso più ambite mete numeriche. A tutti questi dilemmi, pian piano, stiamo dando delle risposte che possiamo sintetizzare, con un poco di ironia e cinismo, nel proverbio “chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova” ed in un luogo comune “tutto ha un inizio e una fine”.

Cominciamo a chiamare per la consegna delle borse di studio preparate la sera prima. In ogni busta i 240 euro che i sostenitori italiani inviano con continuità e fedeltà. Tre firme sulle ricevute, un paio di foto, sorrisi, spesso abbracci e… avanti un altro. Precisiamo, visto che siamo in argomento, che destiniamo una parte delle quote di SaD che arrivano dai soci al Fondo di solidarietà, fondamentale per poter consegnare a tutti gli affidati le borse di studio, anche quelle per le quali i fondi non sono arrivati, o arriveranno in ritardo o non arriveranno più.

Andiamo a mangiare qualcosa con direttore e direttrice e ne approfittiamo per parlare con loro. Ci dicono della difficile situazione politica e delle difficoltà economiche della scuola nonostante i sussidi del governo centrale e del comune. Anche il numero totale degli alunni è diminuito di dieci unità e c’è un fenomeno costante di emigrazione, soprattutto dei giovani. Ci spiegano che, secondo quanto ha riferito poco tempo fa il quotidiano “Dnevni avaz”, sono 18.759 i bosniaci che negli ultimi cinque anni hanno rinunciato alla cittadinanza della Bosnia-Erzegovina e di questi i giovani sotto i trent’anni sono 8.167. Nei primi sei mesi del 2019 le rinunce alla cittadinanza sono state 1.585. I giovani se ne vanno in cerca di fortuna sottraendosi al tentativo fatto dalle autorità, attraverso vari incentivi, di rilanciare l’agricoltura e l’allevamento locali. Quelle dell’agricoltore e del pastore sono vite grame, fatte di fatica e di sacrifici, lontanissime da ciò che il mondo dei mass-media e dei social fanno intravvedere alle attuali generazioni: successo, divertimento, denaro. Stiamo forse scadendo nel paternalismo e allora viriamo su un aspetto ludico. Aleksandar e Sanja vogliono mostrarci una bella chiesetta finita di costruire il 9 luglio 1911. Si tratta di una struttura interamente fatta con grandi tronchi di rovere sopravvissuta alle nefandezze della guerra e del tempo, ma non alla stupidità di qualcuno che, per evitare i danni della pioggia e risparmiare sui costi di manutenzione, ha fatto costruire da un lato un orrendo tetto di finte tegole rosse. Come mangiare degli splendidi e bollenti spaghetti alle vongole in un piatto di plastica!

Subito dopo andiamo a visitare la famiglia di uno degli affidati. Vivono in sei in una casetta in campagna, appena fuori Pale. In questi “casi” è Jovanka la “padrona di casa”. Si racconta e ci racconta la vita di questa gente: padre, madre, due figli, nonno e zio. Per sopravvivere rivendono il ferro che raccolgono nella città e allevano dei maiali che cercano di “piazzare” a buon prezzo nei mercati locali. Le bambine tutti i giorni vanno a scuola a piedi, sono sei chilometri tra andata e ritorno. Insomma, la loro vita non deve essere facile e la fragilità di chi soffre e fatica si rivela quando lasciamo al padre un contributo di solidarietà. Si commuove fino alle lacrime e fa commuovere anche noi. Quant’è duro il dovere della testimonianza.

Ormai è sera e torniamo a casa da Nada. Davanti a un buon caffè alla turca Jovanka ci racconta della sua città, Nis, dei bombardamenti subiti, della malandata sorella e dell’altra morta, dell’Etiopia dov’è vissuta per molti anni e dove ha aiutato a lungo una scuola con l’associazione “Con l’amore”, fondata da lei e dal marito Silvio. L’associazione – dice – era sostenuta finanziariamente da molti lavoratori della FIAT di Cassino che si autotassavano mensilmente. Per allentare la tensione gli ribadiamo la nostra convinzione che lei, studentessa, sia stata una spia spedita all’estero all’epoca del terzomondismo titoista. Nega, ma non ci convince. Non finiremo mai di ringraziare abbastanza Jovanka e Silvio che ci hanno aiutato per tanti anni in decine nei nostri viaggi annuali.

Con la nostra ospite, Nada, parliamo poi dei prezzi che, secondo fonti ufficiali, sarebbero in calo dell’ 1,4 per cento nel settore alimentare. Smentisce la notizia del “Sarajevo Times” e ci sciorina una serie di prezzi e tira fuori uno scontrino della sua spesa (abbiamo fatto il cambio in euro): 1 litro di latte costa 0,90 centesimi, 1 kg di pane 1,30 euro, zucchero 0,60, pasta Barilla 1,30 e locale 0,60, un pezzo di sapone 1 euro, 1 kg di patate 0,40, di cavoli 0,50, le prugne 0,90 al chilogrammo, ecc. E poi ci sono luce, legna, acqua. Per discrezione non gli chiediamo quanto guadagni lei con il suo mestiere di bibliotecaria a Pale, ma lo stipendio medio in Bosnia si aggira sui 400-450 euro. Lei sopravvive discretamente anche perché ha trasformato la sua casa in un bed and breakfast ed ospita alcune studentesse dell’università locale che una volta l’anno si “ammucchiano” per lasciare un poco di posto a noi di ABC.

E’ l’alba di martedì 8 ottobre e in auto dirigiamo verso Rogatica distante poco più di 50 km. Attraversiamo l’altipiano della regione montuosa della Romanija e alle 8,30 arriviamo davanti alla scuola “Sveti Sava”. Ci accoglie la direttrice, Snezana. Il fatto che sia una donna è importante per una questione di genere ed anche perché la sua discrezione ci risparmia di bere, di primo mattino, il solito bicchierino di grappa locale. Però siamo quasi dispiaciuti perché l’aria comincia a rinfrescarsi. Qui siamo a poco meno di 600 metri di altitudine e siamo circondati da splendide montagne ed estesi boschi. Fa freddo! Parliamo con la nostra ospite che ci racconta, in controtendenza con quanto avevamo sentito dai direttori di Pale, che nella scuola ci sono iniziative per promuovere attività extra curricolari che coinvolgono bambini di diverse etnie in attività di “peace education”. Addirittura si tende a modificare anche l’insegnamento di quelle materie, chiamate “national subjects”, come la storia considerata importante per la trasmissione dei valori cua lturali di un gruppo etnico. Forse, pian piano, si comincia a capire come integrazione e condivisione siano la sola vera forza trainante del cambiamento. Anche se il suo lavoro sembrerebbe indirizzato ad abbattere le barriere etniche tra le diverse comunità locali e, quindi, a testimoniare una coraggiosa scelta politica, alla domanda diretta su quel che sta capitando al governo nazionale ci dice: “mio marito mi ha detto che la politica è come la corrente elettrica, non va toccata”. Ognuno di noi ha le sue contraddizioni e Snezana non è da meno. Andiamo ad incontrare le famiglie con i tanti giovani ai quali assegneremo le borse di studio.

Nel salone sono assiepate, tra alunni e genitori, più di 150 persone. Sono in tanti. E la direttrice Snezana ci presenta, come se non ci conoscessero. Noi diciamo semplicemente che non vogliamo annoiarli con tante parole e che sarebbe bene passare subito alla distribuzione delle borse di studio. Non si sente, ma si intuisce un bel sospiro di sollievo. Naturalmente sono tutti contenti di ricevere un contributo che solleverà molti di loro perlomeno da qualche preoccupazione. Tra di loro c’è chi potrà pagare la luce, la legna, le scarpe dei figli, fare un po’ di spesa in più e chissà cos’altro. E’ curioso osservare i ragazzi e le ragazze che vedono passare sotto i loro occhi le buste con i soldi, dalle nostre alle loro mani per finire immediatamente in quelle dei genitori o dei nonni. Sorridono tutti, salvo pochissime eccezioni. Qualcuno di loro ci consegna una piccola lettera per gli amici italiani che li aiutano. Un bel lavoro per i nostri benemeriti traduttori senza i quali questi piccoli “ponti” di pace non sarebbero possibili. Abbiamo finito e la direttrice, prima di andare a trovare la famiglia di uno degli studenti inseriti nel progetto ci offre, nella mensa della scuola, un gustoso pranzo a base di peperoni arrostiti, patate lesse e crema di formaggio.

Nel pomeriggio andiamo a trovare una giovane e numerosa famiglia. Sono in sei in una casetta rovinata da un incendio. Padre, madre e quattro figli di 6, 7, 8 e 9 anni. L’uomo faceva il cameriere e dopo essere restato senza lavoro si è messo a fare il tagliaboschi, l’agricoltore e l’allevatore di galline e capre. Si arrangiano, ma sono giovani e pieni di energia. A giudicare dal numero dei figli forse anche troppa. Ci offrono del caffè e, seduti attorno ad un tavolo, scopriamo che la giovane moglie è una nostra vecchia affidata di Pale: Gordana Pandurevic, inserita nel nostro archivio con il numero di codice PA1379, nata il 3 marzo 1993 e restata nel progetto dal 2001 al 2007. Ci racconta che prima abitava a Pale e che, dopo la morte dei genitori, era andata a vivere con degli zii a Rogatica dove, giovanissima, aveva conosciuto il suo amore. Dopo nove mesi nasceva il primo figlio e via via gli altri. Sorride mentre ci racconta brevemente la sua vita. Questa coincidenza ci fa gioire, ma ci rende anche un poco tristi perché le vite degli altri quasi sempre, non sappiamo perché, danno un doloroso senso del limite e, in questo caso, l’esatta percezione del tempo che passa. Salutiamo Gordana, il giovane marito e i giovanissimi quattro figli non senza lasciargli un contributo che, lei dice, userà per comprare le scarpe ai suoi bambini.

Mercoledì 9 ottobre partiamo da Rogatica diretti a Niska Banja dove pernottiamo da Goga e Petar. Jovanka può salutare così la sorella Mila, la nipote Goga e i suoi cari sepolti nel cimitero di Niš. Il tetto della casa di Goga e Petar, la cui ricostruzione avevamo finanziato lo scorso anno, è ancora lì, ormai prossimo a cadere. Ci spiegano che le priorità sanitarie li hanno costretti a usare il denaro che avevamo lasciato per curare le patologie che affliggono la famiglia, non ultima un tumore al seno che ha colpito Goga. Ci sembra giusto! Per arrivare a Niska Banja abbiamo percorso le strade di Niš e la via Mediana incontrando i grandi cancelli della Min-Fitip e dell’Elektronska Industrija. Nelle due fabbriche avevamo due progetti con più di 150 Sostegni a Distanza.

Giovedì mattina riprendiamo la via Mediana alla volta di Kragujevac dove, nella piccola sede del sindacato, distribuiremo le borse di studio. Jovanka che per vent’anni ha lavorato alla catena di montaggio nella Fiat di Cassino gioca in casa. Furono lei e Vittorio a visitare per primi la fabbrica bombardata nel 1999. Da lì cominciò il nostro progetto che in vent’anni ha aiutato circa 330 giovani figli degli operai della Zastava restati senza lavoro. Sono le 9,45 e sulle scale della sede del sindacato, in piazza Topolivaca 4, ci sono già tutti i giovani con i loro genitori ad attendere. Passiamo salutando uno per uno i presenti ed entriamo nella stanzetta dove consegneremo le borse di studio. Si tratta di una piccola sala piena di ricordi e di faldoni. Ogni organizzazione, soprattutto italiane e tedesche, che ha aiutato gli operai della Zastava in nome della solidarietà internazionale ha la sua grande cartella con gli affidi fatti e la corrispondenza intrattenuta. Sulle pareti molte foto, gagliardetti, attestati e manifesti che ricostruiscono i vent’anni di attività dell’”Associazione internazionale tra i lavoratori”, nome, che a noi, assuefatti al “clima” politico-sociale del nostro bel Paese, sembra un poco anacronistico. In mezz’ora consegniamo le 18 borse di studio e poi, seduti attorno al grande tavolo che riempie la stanza parliamo della situazione della fabbrica con Rajko, responsabile del sindacato e dell’Associazione, e Rajka, storica interprete della Zastava prima e dell’ufficio adozioni internazionali poi.

Una lunga conversazione che possiamo sintetizzare schematicamente:

- Il contratto della FCA (Fiat Chrysler Automobiles) con la Serbia è scaduto quest’anno e le parti hanno convenuto che venisse prorogato fino al 2023. Naturalmente non si conoscono i particolari dell’accordo. L’unica cosa certa è che la FCA riceverà generose prebende (si parla di 10.000 euro ad unità lavorativa, la defiscalizzazione degli oneri sociali, ecc.);
- Produzione: a fronte di una potenzialità di 150.000 vetture (e il miraggio iniziale di 300.000 vetture l’anno), lo scorso anno ne sono uscite soltanto 47.000 e per questo i turni di lavoro sono stati ridotti a due, mentre il personale in esubero (sempre previsto negli accordi “segreti”) non è stato licenziato e si è ricorsi alla cassa integrazione che in Serbia dovrebbe durare al massimo 45 giorni (ma il datore di lavoro può chiedere al governo altre giornate aggiuntive) che in questo caso sono stati portati a 132 (con il 65% del salario percepito nei precedenti 12 mesi, da 270 a 320 euro al mese a seconda delle mansioni);
- Sempre a proposito della produzione: secondo FCA nel 2015 le 500L uscite dallo stabilimento serbo sono state 91.769. Ma nel 2018 soltanto 56.303, mentre e a fine 2019 saranno probabilmente più o meno 40.000. E così anche il fatturato è passato dai 1.281 milioni del 2014 (utili pari a 20,2 milioni) ai 747 del 2018 (utili 12,8 milioni);
- Quanto ai nuovi modelli (Jeep Renegade, auto elettrica e altri) si tratta di promesse o “voci” diffuse non si sa da chi.

La situazione è difficile e probabilmente lo sarà ancor di più se pensiamo alla fusione, avvenuta dopo il nostro viaggio in Serbia e Bosnia, tra FCA e Peugeot.

Rajko e Rajka ci mostrano subito dopo un CD che hanno preparato per celebrare i vent’anni passati insieme alle tante organizzazioni umanitarie che hanno aiutato centinaia di famiglie di ex operai della Zastava. Siamo citati anche noi e alla fine vengono ringraziati Vittorio Tranquilli di ABC e Gilberto Vlaic di Non bombe ma solo caramelle. Andiamo avanti!

Salutiamo tutti e ci dirigiamo verso Novi Sad.

Anche a Novi Sad avevamo un progetto nella scuola "Svetozar Markovic Toza" colpita per errore da una bomba durante gli attacchi degli aerei della Nato che distrussero i ponti sul Danubio. Adesso siamo a Novi Sad per incontrare Aleksandra, la bimba inferma che aiutiamo da diversi anni. Quando arriviamo i suoi genitori ci abbracciano commossi mentre lei giace in un piccolo letto e sembra sorriderci. La giovane ha ora 13 anni e a febbraio è stata operata, anche con il nostro aiuto, per la riduzione di una lussazione all’anca che faceva gravare il bacino sui suoi organi interni impedendole ogni movimento. L’intervento, fatto in una struttura privata, è stato necessario per correggere una precedente operazione chirurgica fatta male in un ospedale pubblico della città, sembrerebbe avere avuto successo, ma l’esito finale si potrà conoscere soltanto tra 4-5 mesi. Soffre molto e un poco di sollievo arriva dalla fisioterapia e dagli antidolorifici che assume ogni 3 ore. La nostra Jovanka è vicina alla piccola infelice e consola una mamma disperata e un papà rassegnato. Per loro è durissimo pensare che in una città come Novi Sad, piena di giovani, la loro Aleksandra non potrà mai condividere con loro vita ed esperienze. C’è poco da dire se non che tutta la famiglia si dedica a lei e noi facciamo quel che è possibile. Continuiamo ad andare avanti.

Venerdì 9 novembre partiamo per rientrare in Italia. Attraversiamo la Bosnia e, a pochi chilometri dal confine, incontriamo una lunga fila di profughi che si snoda per diversi chilometri. Camminano lentamente e pensiamo che vogliano raggiungere il centro di accoglienza di Vucjak, vicino alla cittadina di Bihac, al confine con la Croazia. Il centro è una “struttura” non ufficiale, una ex discarica priva di acqua, elettricità, bagni. Ha ragione la Croce Rossa ad ammonire che si sta andando incontro, con l’arrivo del freddo, ad una vera e propria catastrofe umanitaria e che è sempre più urgente ridistribuire i migranti tra i diversi paesi europei. Sicuramente quelli che vediamo lungo la strada sono una parte dei 23.892 nuovi migranti, arrivati in Bosnia via terra. Avvertiamo sempre di più in noi un insostenibile doloroso senso di impotenza!

Riepilogo delle quote consegnate: a Pale 8.500 euro, 15.440 a Rogatica e 5.140 a Kragujevac. Le quote anticipate da ABC sono state pari a circa 4.800 euro e le spese di viaggio 2.010 euro.


   
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