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Bosnia / Serbia – I "tanti" e i "pochi" in Vojvodina

26/02/2008 - 5.18:   Il nostro viaggio per consegnare le borse di studio agli affidati comincia sempre a Backa Topola, in Vojvodina. La Vojvodina è la provincia più settentrionale della Repubblica di Serbia e copre quasi un quarto del Paese. Le sue pianure sono attraversate da tre fiumi (Danubio, Tibisco e Sava) che dividono il territorio in 3 unitá: Banat, Backa e Srem. In Vojvodina vivono circa 2 milioni di abitanti il 65,05% dei quali serbi, 14.28% ungheresi, 2,79% slovacchi, 2,78% croati, 2,45% “Jugoslavi”, 1,75% montenegrini, 1,50% romeni, 1,43% rom e 7,97% e altre 15-16 minoranze. Un mosaico di popoli, di lingue, di culture.

Il confronto con le minoranze è sempre difficile, soprattutto con quella ungherese, molto forte soprattutto nella Backa dove, in parecchi centri, è maggioritaria. Il bilinguismo è ovunque, dai segnali stradali ai documenti e, quel che più importa, all’insegnamento scolastico. Ad esempio nella scuola primaria “Nikola Tesla”, che ogni anno visitiamo da cima a fondo, vi sono classi di alunni serbi e ungheresi. A cominciare dalla II, studiano anche l’altra lingua. In base alla Costituzione del 1974, promossa da Tito, l’autonomia della Vojvodina, analogamente a quella del Kosovo, era molto ampia. Nel capoluogo Novi Sad c’era un governo regionale con i suoi ministeri. L’autonomia, con la guerra, si è assai ridotta e ciò ha avuto come contraccolpo la rivendicazione, da parte di correnti ungheresi estremiste, della riunificazione territoriale con la “madrepatria”. Nell’insieme, però, permane la pacifica convivenza. La cittadina di Backa Topola (= Pioppi della Backa), di circa 20.000 abitanti, nel 1999 non fu bombardata, ma continuamente sorvolata dagli aerei provenienti dall’Ungheria: anche qui, dunque, nottate in cantina, paura, bambini traumatizzati. Già allora, tra gli alunni della scuola “Nikola Tesla” c’erano già un centinaio di profughi provenienti dalla Krajina, dalla Bosnia, dalla Slavonia ai quali si aggiunsero poi quelli dal Kosovo.

In questo contesto, gli equilibri interni tra le minoranze sono sempre difficili tant’è che una delle priorità del governo, nazionale e locale, nell’ambito della difesa dei diritti umani, è l’adozione di una strategia nazionale che, secondo il Ministero per i diritti umani e delle minoranze, deve essere basata “sull’ulteriore integrazione delle minoranze nelle istituzioni statali e in tutti gli ambiti della vita pubblica e politica”. A questo scopo sono state anche formate delle commissioni interstatali con l’Ungheria e la Croazia.

L’importante tema dei diritti umani è stato oggetto anche di numerosi rapporti di varie organizzazioni internazionali e locali. Uno degli ultimi rapporti sullo sviluppo umano della Serbia, del 2005, era intitolato, “La forza della differenza”. Realizzato dall’UNDP, si focalizza sulla questione di come creare nei decenni a venire una società armonica, multiculturale, multietnica e tollerante che rispetti tutte le differenze esistenti. Benché in questo documento si parli di una serie di problemi nell’ambito della difesa dei diritti umani in Serbia, esso analizza il contesto e i trend della Serbia negli ultimi sei anni, enumerando indicatori negativi e positivi. Uno degli indicatori adottati in questo rapporto è il livello di distanza etnica. A giudicare dal rapporto, la distanza etnica aveva raggiunto il maggior livello nel maggio 2000, dopo il bombardamento del Paese e il totale isolamento, per poi diminuire drasticamente dopo i cambiamenti democratici dell’ottobre 2000. Adesso, dopo il Kosovo, vediamo come andrà!


   
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