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Guinea Bissau, ABC e l'agricoltura: ecco come stanno le cose!

02/08/2008 - 16.23:   Vediamo se riusciremo ad avere un po’ di soldi dal Banco Africano de Desenvolvimento! Quando Armando, di “A, B, C” Guinea Bissau ha chiesto l’aiuto degli amici italiani per presentare un “Projecto de Reabilitação do Sector Agrário e Rural (PRESAR) da Guiné Bissau” abbiamo pensato di essere inadeguati, ma dopo le prime perplessità ci siamo messi al lavoro e, partendo dall’esperienza di questi anni, senza inventare nulla e seguendo la traccia di quanto chiesto dal documento di presentazione del bando, pagina dopo pagina è uscito fuori un progetto discreto e praticabile. La cifra di finanziamento chiesta? Circa 30.000 euro per il primo anno. Non sappiamo se ce ne saranno altri perché è sempre difficile prevedere il futuro da quelle parti. Il responsabile del PRESAR, che a luglio abbiamo incontrato al ministero degli Esteri locale, ci ha spiegato che tutti, in Guinea Bissau, hanno presentato un progetto chiedendo soldi e, per valutare le richieste ed erogare il denaro, ci vorrà tempo e attenzione. Tradotto: se volete i soldi dovrete aspettare un bel po’, sempre che non ci sia qualcuno che scelga la scorciatoia della corruzione. Speriamo che arrivi qualcosa dal PRESAR oppure dalla Fondazione del Monte dei Paschi di Siena alla quale, lo scorso maggio, abbiamo inviato un progetto relativo alla sperimentazione dell’orticoltura durante la stagione della pioggia. Cifra richiesta: 45.000 euro circa in tre anni e infine, con l'aiuto di un'amica socia, abbiamo presentato ad una banca un terzo microprogetto, finalizzandolo all'acquisto di due elettropompe e di due generatori. Somma richiesta: 4.000 euro.

Intanto abbiamo cominciato a lavorare sul terreno all’attuazione di quanto prefigurato nei progetti. Anzi, per la verità, abbiamo cominciato a lavorarci da diversi anni nel primo caso e da un paio di anni nel secondo, consapevoli che per fare le cose occorre tempo e che la bacchetta magica non ce l’ha nessuno, neanche quegli organismi che pensano basti avere un bel po’ di soldi per risolvere i problemi. Denaro, a noi, non ne servirà tantissimo, ci vorrà piuttosto tanta pazienza, dedizione, interesse, umanità, rabbia, caparbietà. Il denaro dei soci può bastare! E allora perché ne chiediamo? Perché i soldi è meglio che finiscano a noi che a qualcun altro, perché così riusciremo a recuperare il calo finanziario avuto in questo periodo e ad ammortizzare le notevoli spese sostenute quest'anno per il progetto in Guinea Bissau, oltre 40.000 euro.

Tornando agli euro richiesti al Banco Africano de Desenvolvimento e alla Fondazione del Monte dei Paschi di Siena , a noi sembrano tanti, ma sappiamo bene che per la maggior parte delle ONG, nazionali e internazionali, sono abituate a ben altre cifre, ma rispetto agli altri noi pensiamo di avere quattro punti forti e uno debole. Siamo forti perché autosufficienti finanziariamente grazie ai contributi dei soci; perché lavoriamo, in pratica e non in teoria, per i guineani e non per mantenere la nostra struttura; perché abbiamo responsabilizzato i guineani che per molti mesi all’anno lavorano da soli ai progetti; perché in questi anni, pian pianino, abbiamo costruito un’organizzazione, garantito lavoro per molti amici locali, acquistato mezzi e strumenti. Insomma, abbiamo, adesso, e soltanto adesso, la potenzialità per cominciare a lavorare in modo articolato e con costi contenuti rispetto agli altri. Questi i punti forti. Il punto debole? E’ quello che i guineani, ma anche gli italiani, i tedeschi, i francesi, gli americani, spesso combinano qualche casino. I guineani ne combinano di più perché sono troppo poveri, perché le loro scuole non funzionano, perché mangiano male, perché si curano peggio, mancano cioè di quelle “qualità”, acquisite nel tempo con l’esperienza dalle generazioni e sedimentate nel patrimonio genetico, necessarie per definire priorità, pianificare il lavoro, prevedere, ecc. Da quelle parti hanno sempre deciso i bianchi, lavorato di fino i bianchi, pensato i bianchi, criticato i bianchi… compresi noi quando siamo incazzati!

In una delle discussioni che ci contrappongono ad Armando e agli altri e che avviamo, quasi sempre consapevolmente, anche se con notevole dispendio di energie, proprio per crescere insieme, quest’ultimo ci ha detto, attenuando automaticamente i contrasti: “non ‘disanimatevi’ dateci il tempo di crescere…”. Non servono molte altre parole!

Ma vediamo un po’ come pensiamo di cambiare il mondo, anzi l’Africa, o meglio la Guinea Bissau o, più realisticamente, l’agricoltura in alcuni villaggi della zona di Mansoa dove siamo presenti. Nell’elaborare il progetto abbiamo pensato a cose semplici e giuste che, è bene dirlo per non fare le mosche cocchiere, sono previste in quasi tutti i documenti delle agenzie internazionali che vogliono migliorare le condizioni di vita della gente che sta peggio di noi. Ma si sa i documenti li elaborano gli intellettuali, i politici, gli equilibristi e strateghi del progresso mondiale, ma il difficile viene dopo quando si tratta di realizzare le cose abbastanza ovvie che suggeriscono senza sprecare troppo denaro, evitando di creare principati locali, facendo diminuire il più possibile corruzione e furti. Questo è difficile! E questo lavoro lo puoi fare soltanto se ce l’hai nel cuore, nella testa e sei disposto a mangiarti un poco del tuo fegato!

Veniamo ai concetti guida del progetto: 1) realizzare la sicurezza alimentare (lo tentiamo da sempre con il lavoro negli orti e l’escavazione dei pozzi che quest’anno sono stati dodici); 2) garantire la conservazione delle risorse agricole e forestali, mentre abbiamo successo nella prima cosa (rispettando le colture locali del miglio, sorgo e sostenendone lo sviluppo), l'altra è un po' più difficile perché ci vuole un bel coraggio a dire a chi abita in mezzo alla foresta senza strade, acqua, luce, gas, ecc. che deve rinunciare al carbone e non deve bruciare il "mato" per non alterare l’equilibrio biologico della sua terra e quello climatico del nostro pianeta. Più realisticamente, almeno fino a quando non ci sarà una qualche alternativa energetica, pensiamo di ripiantare alberi dove la foresta è stata distrutta (faremo per questo un vivaio sul terreno di ABC a Mansoa); 3) favorire la diversificazione alimentare (è una cosa che facciamo da diversi anni); 4) rafforzare le associazioni locali e i gruppi la dei villaggi (questo lo abbiamo fatto con ABC GB e lo stiamo facendo con le donne dell’associazione “Mindjeres Unidas”); migliorare il livello di vita della popolazione (anche questo sono un bel po’ di anni che lo facciamo e con risultati non eclatanti ma discreti).

Insomma, siamo bravi? No, assolutamente! Stiamo migliorando, stiamo lentamente cominciando a capire la realtà locale e, a volte senza successo, stiamo tentando di cambiarla senza stravolgerla. Ad esempio soltanto in questi giorni, dopo anni che lavoriamo qui, ci siamo resi conto che la Guinea Bissau ha un suolo fertile. Lo abbiamo percepito quando siamo stati costretti a scavare per mettere sotto i pali della nostra serra dei blocchi di cemento per impedire che cedesse e finisse in pasto della terra intrisa d’acqua dell’orto di Infandre. Ha ragione il presidente del Gambia, che non sarà un democratico, ma ha buonsenso, quando dice: “se il mio Paese avesse l’estensione e la terra della Guinea Bissau sarebbe un Paese ricco”. A pensare che la Guinea Bissau è grande poco più della Sicilia e il Gambia poco più dell’Abruzzo. Chissà come avrebbe reagito il padre della Patria, l’agronomo Amilcare Cabral, ucciso dai portoghesi nel 1973 alle parole del presidente Jammeh.

Aggiungiamo che ora sappiamo che è bene rispettare la cultura locale ma che ci sono cose che vanno cambiate e che sono criticate anche da molti guineani. Un esempio: lo “choro”. Il funerale, da quelle parti, comporta una grande e dispendiosa festa che costringe qualcuno a indebitarsi o a rimandare l’interro ufficiale del defunto fino a quando non ha i soldi (stessa cosa per il matrimonio). Si mangia, si beve e chissà cos’altro, quasi ad esorcizzare la morte. Quando c’è lo “choro” il lavoro si ferma, anche per diversi giorni. Molti sostengono, compreso il nostro Armando, che dovrebbe essere fatta una legge per impedire queste cose e, mentre tanti dicono la stessa cosa, arriva lo “choro” della mamma del presidente della repubblica guineana, Nino Vieira, morta recentemente. Una settimana di “festeggiamenti”, centinaia di persone a “celebrare” e “ricordare” la genitrice del “Nino” presidenziale senza lavorare. Chi lavora negli uffici statali ha il permesso, i pochi che lavorano nel settore privato fanno egualmente “sega” e nessuno dice niente. Un bell’esempio per il Paese! Di esempi ce ne sarebbero altri, ma ne riparleremo!

Nel ragionare sullo sviluppo di questa realtà dobbiamo tener conto che in Guinea Bissau l’agricoltura costituisce circa il 50% del Prodotto Interno Lordo e che l’80% della popolazione lavora in questo settore, ma l’agricoltura continua ad essere tradizionale e di sussistenza, poco finalizzata al mercato, mentre i contadini sono nella maggior parte vecchi e analfabeti, le strutture agricole antiche e le tecniche rudimentali. Il lavoro agricolo viene fatto tutto rigorosamente a mano, anche perché i Balanta non utilizzano i buoi, che pure ci sono. E' il loro costume. Ci sarebbero migliaia di ettari di risaia da riavviare a produzione ma anche in questo caso è difficile aiutare. Molti vorrebbero avere tutto in regalo, ma questo non solo è diseducativo, ma anche ingiusto. Un quadro pessimista? Nient’affatto, piuttosto obiettivo. Un esempio drammatico: nella scuola professionale dei Giuseppini del Murialdo a Bula, a 50 chilometri da Mansoa, gli iscritti al corso di agraria, lo scorso anno scolastico 2007-2008, erano…. pensate un po’: uno. Molti di più quelli interessati alla meccanica, all’edilizia, all’informatica, ecc. Certo, se l’agricoltura non garantisce la possibilità di sopravvivere o di vivere in maniera decorosa, i giovani fuggiranno sicuramente dalle fatiche della terra che qui, come altrove, è bassa e comporta grande sacrificio, oltre a legare alle stagioni e all’esito dei raccolti. Ma l’agricoltura garantisce la sopravvivenza, mentre il terziario, in un Paese destrutturato come la Guinea Bissau, non garantisce un cavolo ed è semplicemente una finzione!

Ma non divaghiamo e torniamo al progetto e ad ABC (ABC GB e ABC Italia). Velocemente, ci ripromettiamo di: 1) sostenere lo sviluppo dell’orticoltura nei villaggi appoggiando l’autosufficienza e l’integrazione alimentare, la riduzione della dipendenza dai mercati urbani, la commercializzazione delle eccedenze, il miglioramento delle abitudini alimentari tradizionali , la distribuzione dei benefici economici nelle famiglie e nei villaggi con il progressivo riconoscimento del ruolo produttivo e sociale delle donne; 2) arrivare a definire una produzione orticola finalizzata al mercato con una commercializzazione i cui benefici verranno ripartiti tra le donne e ABC che si impegna a reinvestirli per lo sviluppo del settore e per ottenere, questa è l’unica possibilità concreta, dei risultati minimi anche nella salvaguardia del patrimonio naturale con il rimboschimento piuttosto che con un'impossibile controllo del taglia e brucia; 3) realizzare, dopo aver verificato nei prossimi anni i risultati della produzione orticola durante la stagione delle piogge, alcuni campi di moltiplicazione di sementi selezionate con la collaborazione dei villaggi in maniera da produrre le sementi necessarie all’agricoltura della zona; 4) continuare appoggiare e favorire la nascita e lo sviluppo delle realtà associative locali.

Intanto, quest’anno, per la verità con moltissima fatica la sperimentazione dell’orticoltura durante la stagione delle piogge sta andando meglio che lo scorso anno. Le strutture che abbiamo costruito sono bruttine e piccole, ma, vedendo i primi risultati delle piante coltivate e comunque parzialmente protette in queste prime settimane di pioggia, è confermata la validità dell’idea di fondo: produrre pomodori e insalata che sono introvabili e costosissimi durante la stagione delle piogge. A luglio a Bissau, mentre a Mansoa non si trovava niente, un chilogrammo di pomodori, piccoli e brutti provenienti dal Senegal, costava 1.000 cfa (1,5 euro) e, se riuscissimo ad avviare questa produzione, non soltanto garantiremmo dei buoni guadagni ad un sacco di donne, ma costringeremmo i commercianti senegalesi ad abbassare i loro prezzi. Le serre di quest'anno sono state costruite artigianalmente usando tubi zincati da ¾, ma ci siamo resi conto che non si può andare avanti così e giacché siamo testardi e vogliamo riuscire, abbiamo acquistato 4 serre “professionali”, da 30 metri per 6,50, dalle parti di Pordenone. Ci hanno detto che sono fatte per resistere alla bora.

Nel 2009 speriamo finalmente di poter dire, come qualche volta ci è capitato: "è stato difficile ma ce l’abbiamo fatta"… grazie soprattutto al vostro aiuto e alla vostra pazienza!


   
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