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Serbia / Bosnia – Rogatica, Pale, Lukavica, il ricordo di questi dieci anni…

12/09/2008 - 6.28:   Kruscevac, Kraljevo, Ciaciak, costeggi la Drina ed entri in Bosnia-Erzegovina. La strada che da Nis, nel Sud della Serbia, porta nella Bosnia-Erzegovina, o Republika Srpska, è sempre la stessa. I viaggi che abbiamo fatto sono ormai tanti, più di venti. E la macchina non trova la strada da sola soltanto perché ne abbiamo usate diverse. Alcune, come una vecchia Opel Ascona, non ci sono più, altre girano ancora per l'Italia. Un rapido calcolo ci dice che abbiamo percorso più di centoventimila chilometri in dieci anni, ma abbiamo anche conosciuto migliaia di persone, ascoltato moltissime storie, quasi tutte tristi e qualcuna bella! Quest'anno sarà il decimo che viaggiamo da quelle parti. Il mondo è cambiato! La Serbia e la Bosnia sono cambiate e quelli che erano bambini nel 1999 sono diventati grandi, alcuni si sono addirittura sposati ed hanno messo su famiglia. Anche noi siamo cambiati, invecchiati e un po' più stanchi! Ma la stanchezza a volte arriva perché il troppo lavoro anestetizza sentimenti, ideali e apre la strada all'abitudine, sempre in agguato. Allora è necessaria una ricarica, recuperare storie, immagini, sensazioni!

Quando nel 1999 cominciammo ad aiutare i bambini serbi non andavamo ancora in Bosnia. Il nostro giro si fermava a Nis e soltanto l'anno dopo il viaggio raggiunse le città di Rogatica, Pale e Lukavica nella Republika Srpska. A quei tempi, ma anche prima, i serbi, di Serbia e della Republika Srska, erano i cattivi, mentre i buoni erano gli altri, anche perché il popolo serbo è fiero e poco abile nel sostenere le proprie ragioni, per cui se ne conoscono solo i torti, certo gravi, ma non più di quelli di cui si sono rese responsabili le altre parti in causa. Così, giacché di volontariato dai "cattivi" ce ne va pochissimo, anzi niente, decidemmo di andare noi per conoscerli personalmente.

Cominciammo subito. Era il 2000, a Lukavica, sobborgo di Sarajevo, incontrammo una donna, tutrice di una bambina, Jadranka, rimasta orfana durante la guerra. Ci raccontò di quella famiglia, del dolore della bambina, della morte tragica dei genitori, delle difficoltà di vivere, profughi, in una città sconosciuta e in una zona lontana dalla scuola. Fu quella donna a parlarci della guerra, ormai lontana, del terribile dolore della bambina, sommessamente svelato, e, quasi ad attenuare la cosa, delle difficoltà della piccola ad andare a scuola, ogni giorno, percorrendo molti chilometri, tanto che ogni mese doveva ricomprare le scarpe. Questa è una storia minore, ma non insignificante e speriamo che non lo sia stata neanche per gli alunni di una scuola di Roma che aiutarono la giovane serba per molti anni. Chissà se nei loro cuori è restato il ricordo di Jadranka e se sentimenti di pace li accompagneranno per tutta la vita!

Certamente non vorranno più sentir parlare di guerra i 1.200 bambini che, su tre turni, frequentavano la scuola di Rogatica. Alcuni di loro vollero testimoniare drammaticamente per iscritto il loro dolore: «Mio padre è morto in guerra. Vivo con mia madre e tre sorelle, tutti in una stanza, dove mangiamo, dormiamo e facciamo i compiti. Non abbiamo acqua né servizi igienici. Ci danno un misero sussidio sociale. Viviamo in estrema difficoltà”. (Altra ragazza):«Sono nata a Sarajevo. Vivo da sola con la mia sorella maggiore. I miei genitori sono divorziati e malati psichicamente. Inoltre mia madre ha ambedue i polmoni rovinati. Mio padre è schizofrenico. Riceviamo un piccolo aiuto sociale, che non ci basta per vivere». (Altra ragazza ancora): «Prima vivevo a Vogosa, presso Sarajevo, dove mio padre e morto (come non lo dice, e non lo dice quasi nessuno, ma è più che chiaro). Dopo i trattati di Dayton, siamo fuggite a Pale, dove vivo con due sorelle e la mamma. Stiamo aspettando che il governo ci dia una casa, nel frattempo siamo alloggiate nel centro profughi». E così di seguito, per un’altra trentina di ragazzi o ragazze, ma meglio finirla qui!

Durante i nostri viaggi capita pure di incontrare, è successo in tutt'e tre le città, alcuni soci affidatari andati da quelle parti a trovare i loro "figliocci". Ce n'è uno, di Milano, che ci racconta, entusiasta, dell'esperienza e di come era stato accolto, della situazione difficile della famiglia. Per lui – dice - è stata organizzata una gran festa alla quale avevano partecipato tutti i vicini. Ognuno aveva portato qualcosa e, in poco tempo, era stato allestito un vero e proprio banchetto! Come accadeva una volta anche in Italia quando le famiglie erano numerose e unite. E, a proposito di famiglie numerose, a Pale il direttore della scuola "Pale" ci presenta Blazic Sasa, un vero e roprio "recordboy". Ha undici tra fratelli e sorelle. Conosciamo anche il suo papà, un ometto un poco malridotto, claudicante e con la stampella. La sua “prolificità” ci sembra fuori posto... Comunque, stando attenti a non avvicinarci troppo, lo salutiamo, lo abbracciamo e gli diamo i tradizionali tre baci con un fastidioso senso di colpa perché avremmo dovuto affidare perlomeno altri 2 o 3 figli, ma non è possibile perché, a Pale, c'è una lunghissima "lista di attesa".

A Rogatica, accogliamo tra gli affidati, anche un "sospetto" di terrorismo. E' rimasto coinvolto e ferito in uno dei frequentissimi interventi delle "forze internazionali", presenti ancora oggi in Bosnia, alla ricerca dei latitanti Karadzic (ora catturato) e Mladic (ancora uccel di bosco). I poliziotti avevano circondato casa sua alla ricerca di un presunto criminale di guerra e avevano poi attaccato come solo dei pazzi potrebbero fare. Risultato: madre uccisa, padre e ragazzo feriti. Tutto ciò è frutto del clima terribile che si vive in quella zona. Basta scorrere le notizie di quegli anni per intuire il dolore. Notizie quasi tutte di ammazzamenti o ritrovamenti di tombe comuni. Che dire! Comunque, siamo vicini a Sarajevo e basta percorrere pochi chilometri, fare una bella salita, per ritrovarsi a Lukavica, periferia della capitale bosniaca, alla scuola "Sveti Sava". Ci viene in mente quando il direttore, Milovan, ci accolse nella scuola che allora era in una caserma dismessa. Ricordiamo le foto, che ci mostrò, di sue scolaresche ospiti dei bersaglieri delle "Forze di interposizione" e i disegni dei bambini appesi alle pareti del corridoio, molti dei quali rimandavano ancora alla guerra, all'esplosione di bombe, di mine. In uno si vedeva una partita di calcio con un loro compagno in porta che si appoggiava ad una stampella. Ma il tempo passa e adesso la scuola ha una sede nuova, costruita a cura del governo giapponese, il vecchio direttore è andato in pensione e i bambini probabilmente lavorano o sono all'università.

Ogni tanto qualche nota gioiosa non guasta e dunque parliamo delle accoglienze che riceviamo nelle scuole a ogni nostro viaggio in Bosnia, ma anche in Serbia. Non si tratta soltanto di gratitudine per gli aiuti che portiamo (in nome e per conto dei nostri soci); si tratta, oramai, di sincera e consolidata amicizia. Per prima cosa c’è l’incontro con lo staff docente: triplici baci, domande su come è andato il viaggio, se ci siamo stancati, come stiamo, come stanno gli altri amici italiani, e così via. Poi se gradiamo un caffè (alla turca), un succo di frutta, un bicchierino di rakija (grappa). Tutti in piedi con un bel brindisi - «Jiveli!». Solo dopo si può passare agli accordi operativi; farlo prima significherebbe dimostrare poco senso delle convenienze. Si fa poi ingresso nell’aula dove, nel frattempo, si sono radunati alunni e genitori per la consegna delle borse di studio. Applausi generali, brevi discorsi di saluto e, seguendo il nostro elenco, chiamata degli affidati uno alla volta a ritirare la borsa di studio e a firmare le ricevute. Poi, c’è lo show degli alunni in nostro onore: poesie, recite, canti, cori, danze tradizionali in costume. E, infine, ecco arrivare le mamme portando torte, pasticcini e altre cose, appena sfornate dalle cucine casalinghe secondo ricette economiche ma squisite,poi balli e canti. E’ l’occasione per dimenticare i momenti brutti!

Ma com'è strana la vita! Loro è bene che dimentichino, noi, invece, è bene che non dimentichiamo!


   
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