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Bosnia / Serbia – Kragujevac, accordo Fiat-Zastava, come 007: "Mai dire mai"!

29/09/2008 - 17.52:   C'era una vecchia canzone dell'"Equipe 84" intitolata "29 settembre". Non c'entra niente con quello che dobbiamo raccontare, ma viene in mente perché dobbiamo parlare di una giornata storica per la Zastava. E' infatti arrivata, in questa data, a Kragujevac, la newco, che dovrebbe stare per new company, nata da un accordo tra la Fiat e la Zastava. A Novi Beograd, presenti tanti pezzi grossi, dal ministro degli esteri italiano Frattini, a Boris Tadic, presidente della Repubblica serba, da Sergio Marchionne e Alfredo Altavilla a Mladan Dinkinc, ministro dell'Economia serbo, è stato infatti firmato l'accordo che tutti i lavoratori della Zastava, occupati (con sussidi minimi) e disoccupati aspettavano. Certo, il risultato, sicuramente positivo, non avrà effetti immediati sulle condizioni di centinaia di famiglie di Kragujevac, ma dà loro una prospettiva diversa e, soprattutto, riattizza la speranza in un futuro migliore. Le previsioni parlano, a regime, di 10-12 mila lavoratori inseriti nella fabbrica, ma non bisogna dimenticare che, in questi ultimi anni, ne sono stati licenziati almeno 20.000 e che molti di più sono quelli iscritti nelle liste di collocamento locali. La fiat entra in possesso del 67% delle quote della Zastava, mentre il restante 33% rimarrà al governo di Belgrado. Nel 2009, sembra, ci sarà l'avvio a produzione negli stabilimenti di Kragujevac di 200.000 modelli della Nuova 500.

C'è un tema ricorrente, in questo periodo, che incontriamo in tutte le città dove realizziamo i nostri progetti: la cooperazione economica tra l'Italia e la Serbia. Nel sito del nostro Istituto del Commercio Estero c'è un elenco di 18 pagine delle imprese italiane presenti nel Paese e tutto lascia pensare che il passato sia ormai alle spalle. Anche le relazioni diplomatiche tra Italia e Serbia, con il rientro a Roma dell'ambasciatore Raskovic-Ivic, si sono ristabilite e il dissidio per il riconoscimento del Kosovo da parte italiana lasciato alle spalle. Radovan Karadzic è ora davanti al Tribunale Penale Internazionale dell'Aja e presto, probabilmente, toccherà a Ratko Mladic. Sembrerebbe che il nuovo governo serbo, guidato dal democratico Mirko Cvetkovic, stia pigiando ben bene sull'acceleratore per arrivare il prima possibile in Europa. Intanto l'Italia si colloca tra i primi partners economici della Serbia: nel 2007 l'interscambio commerciale bilaterale è stato di 2,1 miliardi di euro e, rispetto al 2006, le esportazioni italiane sono aumentate del 32% (1,3 miliardi di euro) e le importazioni del 7,9% (799 milioni di euro), con un saldo attivo a nostro favore di 493 milioni di euro. Anche gli investimenti crescono, sia nel settore bancario e assicurativo che in quello industriale.

Facciamo, una volta ogni tanto, le mosche cocchiere: anche voi e noi, di "ABC", abbiamo contribuito in questi anni, con il sostegno di centinaia di famiglie e giovani serbi, con il dialogo e con i rapporti di pace e di amicizia che si sono stabiliti, a migliorare i rapporti tra i due Paesi. D'accordo, è un piccolissimo contributo, ma più importante di tanti altri.

Sempre, nel nostro viaggio fatto per portare le borse di studio, dopo essere passati per Backa Topola, Novi Sad e Belgrado arriviamo a Kragujevac, centro amministrativo del distretto di Šumadija, nonché suo principale nucleo economico e educativo. Man mano che ci avviciniamo alla città si intuisce quanto siano importanti gli accordi sottoscritti tra Fiat e Zastava. Un grande striscione, appeso ad un cavalcavia dell'autostrada, saluta: "Welcome FIAT". Eh, sì! Come dare torto a questa gente? Arriva il lavoro e con il lavoro la possibilità di vivere: la produzione a fine 2009, sembra, ma andrebbe bene anche il 2010, dovrebbe arrivare a 200.000 vetture l'anno e poi, entro la fine del 2010, è previsto l'avvio a produzione di un nuovo modello di auto con l'obiettivo di arrivare, a pieno regime, a 300.000 veicoli l'anno. Ma dove finiranno tutte queste macchine? Probabilmente in Russia e nell'Europa dell'Est. Speriamo però che il fiume Lepenica non venga "verniciato" come accadeva nel passato quando la gente poteva sapere il colore delle auto che sarebbero uscite dalla fabbrica dando un'occhiata al fiume.

Si sta tornando alla normalità? Sembrerebbe di sì anche se dobbiamo confermare che Serbia e Bosnia stanno, analogamente ai paesi in via di sviluppo che aspirano a crescere, accumulando capitale e ricchezza. Il problema politico sarà quello di distribuire questa ricchezza e favorire le fasce sociali più deboli di un Paese dove, in questi ultimi dieci anni, un po' come in Italia, la differenza tra ricchi e poveri si è sempre di più allargata. Andando in giro per la Serbia come facciamo noi è questo che si coglie: da una parte un fervore di iniziative che fanno percepire la spinta economica e dall'altra una miseria sociale che conosciamo bene per il contatto con le famiglie che voi tutti aiutate da dieci anni. Ad esempio, negli incontri che si fanno con gli alunni e le loro famiglie per la consegna delle borse di studio riusciamo a cogliere sfumature diverse da quelle di tanti anni fa, ma l'occhio, purtroppo ormai allenato alla disperazione, percepisce ancora, attraverso i vestiti, i volti, l'atteggiamento delle persone, il disagio, il dolore, ma anche la speranza. Abbiamo conferma di questa intuzione dando un'occhiata ai salari medi percepiti in alcune città serbe (Belgrado 37.800 dinari, Novi Sad 37.300, Nis 25.800, Kragujevac 30.500, per parlare delle città dove ABC ha dei progetti) e rapportandoli al costo della vita (un chilo di pollo costa 220 dinari, uno di carne di manzo 463, mentre per mangiare 500 grammi di pane si deve pagare 38 dinari e il prezzo di un litro di olio di semi, in due anni, è salito del 40% arrivando a 145 dinari, per non parlare di scarpe, vestiti e salute) si ha la nozione precisa della difficoltà di vivere.

La vita è così: a Kragujevac si gioisce per un futuro che finalmente sembra presentarsi migliore, a Sud, a Nis, in altre fabbriche, come l'Elektronska, si aspetta la fortuna che assegni alla fabbrica un interlocutore del settore elettronico pari alla Fiat, oppure la Maschinska Industrja si auspica l'arrivo dei capitali capitali necessari per riavviare a produzione quella che è stata una delle industrie meccaniche più grandi della Serbia. E intanto, intorno ai grandi giochi di denaro e di potere, i semplici, quelli che contano poco, come in tutto il mondo, devono accontentarsi di stare a guardare, di commentare, di arrabbiarsi, di inveire.

Ci vengono in mente, paradossalmente, le parole dei dirigenti sindacali della "Zastava", della "Mascinska Industria" e della "Elektronska Industria" (Nis) quando, nel 2001, ci esponevano con veemenza le loro idee, le loro aspettative e le loro critiche sulle situazioni locali e su quella generale del Paese divergendo di molto tra di loro. Allora, quello che era il sindacato di regime, filo-Milosevic, e che resta ancora oggi il sindacato maggioritario alla "Zastava", anche se ha ora mutato il nome da "Organizzazione sindacale unitaria" in "Sindacato autonomo", era ben lontano dall'accettare i nuovi processi in corso dopo il "Cambiamento" (termine comunemente usato in Serbia quando si vuole alludere, senza compromettersi troppo, alla "rivoluzione di Belgrado" che sancì, il 5 ottobre 2000, la vittoria dell'Opposizione democratica serba, sigla DOS). Il sindacato autonomo era apertamente contrario alla politica economica dell'allora governo serbo diretto da Zoran Djindjic e si preoccupavano enormemente perché la "Zastava" era stata scissa in una diecina di fabbriche a sé stanti, per agevolarne le privatizzazioni e paventava che qualcuna cambiasse tipo di produzione. Altri, invece, gli ex sindacati di opposizione, erano favorevoli e sembrerebbe avessero ragione! Ma torto e ragione non fanno la storia e, come dice un giovane amico, vince chi è più intelligente, ed ecco che il capitale estero è arrivato! E dunque, tutti, sono transitati dal "socialismo" di Milosevic, passando attraverso il "neo-liberismo" di Djindjic e l'accordo con la Fiat, verso la "globalizzazione", proprio in un momento in cui alcuni capisaldi del libero mercato sembrano essere rimessi in discussione.

E tutto questo avviene, dopo tanti anni di guerre, di isolamento e di "embargo", in un quadro di diffusa povertà, in un Paese pieno zeppo di ex profughi e di profughi nuovi, anzi, di "dislocati", o meglio "Internal Displacement", sfollati interni, senza identità e senza riconoscimento nazionale e internazionale (quelli del Kosovo), con infrastrutture ancora inadeguate e impianti obsoleti. "Noi serbi – dicevano allora, sindacalisti e no, filo-governativi e d'opposizione - siamo popolo di civiltà e cultura europea, nessuno potrà ridurci a una colonia. Siamo già passati attraverso tante catastrofi, ci risolleveremo anche questa volta". Noi di ABC, cosa possiamo dire? Fino a qualche anno fa, il nome del grande complesso di Kragujevac era "Crvena Zastava", che vuol dire "Bandiera rossa". Adesso è rimasta solo la Bandiera e, forse, la speranza di un futuro diverso. Ma la storia è fatta di corsi e ricorsi e l'attualità economica e finanziaria sembra confermare questa cosa! Per molte cose, scherziamo con il titolo di un film di 007, è proprio il caso di dire: "Mai dire mai!".


   
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