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Abc Solidarietà e Pace

 
Guinea Bissau – Proviamo ad accelerare!

28/01/2009 - 5.01:   A proposito dei progetti di cooperazione allo sviluppo, diffidate di chi vi racconta che le cose vanno sempre bene. Diffidate anche di chi non trova le parole per raccontare l’”intimità” dei fatti limitandosi alla superficiale e colorata retorica di circostanza! Tutti i progetti presentano cose buone e altre meno buone, certune oscure, altre limpide. A noi purtroppo qualche volta non vanno bene e quando questo capita ve lo raccontiamo, altrimenti ci vergogneremmo un poco. Per voi, che aiutate, non possiamo avere segreti! Siete i nostri partner e qualcuno di voi, per la va verità pochi, e non perché non lo meriteremmo, ci critica, qualcun altro ci incoraggia con le sue parole.

Dunque, alla nostra maniera, vi raccontiamo che in Guinea Bissau stiamo tentando di “svoltare”. Cosa vuol dire? Stiamo tentando di dare al progetto un’impronta nuova, anche se siamo consapevoli che sarebbe molto più semplice assecondare la realtà locale, i suoi tempi e ritmi, le proprie modalità culturali, pur frantumate da 500 anni di colonialismo. Insomma… non vogliamo giocare ai cooperanti bravi, buoni, intelligenti, ma piuttosto, abbiamo deciso di metterci in gioco dando quell’accelerata che ogni tanto è necessaria per scuotere un “sistema di lavoro” che se si accontenta di qualche piccolo risultato rischia di involgersi su se stesso e di diventare abitudine.

Il nostro ragionamento, speriamo condiviso, è questo: se siamo qui per agevolare l’autosviluppo dobbiamo “suggerire” formule e metodologie di lavoro che lo sostengano e che, nel breve periodo, consentano a un poco di gente di migliorare le proprie condizioni di vita da tutti i punti di vista. Parliamo di breve periodo perché tra cinquant’anni non ci saremo più e, scusate l’egoismo, speriamo ci sia qualcun altro a fare meglio di noi e con meno fatica. Ma visto che intanto ci siamo noi, prendiamoci qualche responsabilità e “spingiamo”. E poi il discorso, antropologicamente giusto ma nella sostanza non condivisibile, che i secoli di schiavitù e il colonialismo hanno creato una situazione che potrà cambiare soltanto con un lavoro lentissimo, non ci sta bene! Vogliamo aspettare 250 anni? Ma siamo così ambiziosi e presuntuosi da pensare di riuscire in quello che tanti altri hanno fallito e in tempi brevi? No. Non siamo interessati, né ambiziosi, né presuntuosi, vogliamo più semplicemente tentare di fare il nostro “lavoro” al meglio, ovvero cambiare il più possibile e il prima possibile una piccola realtà, quella di alcuni villaggi della zona di Mansoa.

Ad essere sinceri non siamo neanche tanto coraggiosi perché non rischiamo niente. Infatti, nell’ipotesi più pessimistica si avrebbero comunque gli stessi accettabili risultati fin qui ottenuti. Ovvero, le donne continuerebbero quasi contente a fare un solo semenzaio e un solo raccolto piantando pomodori, cipolle, peperoni, cavoli e melanzane nel solito posto, continuerebbero a vendere i loro pomodori ricavandone qualche giovamento finanziario che, per loro, sarebbe sempre e comunque importante, anche ABC continuerebbe ad aiutarle nella stessa nel identica maniera senza rischiare nulla, nemmeno la sua credibilità. Saremmo tutti più contenti? Forse! Ma in questa maniera potremmo andare avanti per decenni nel tentativo di curare un tumore con le foglie di malva. In questi dieci anni di attività abbiamo creato i presupposti per lavorare meglio e anche le persone che lavorano con ABC nel Paese dell’Africa Occidentale sono cresciute, e noi con loro, hanno cominciato ad avere fiducia nel "branco" e noi nel "preto". E poi, a differenza di altri, abbiamo dei punti di forza non indifferenti: elasticità, disponibilità finanziarie adeguate grazie ai soci di ABC e oggi, finalmente, il trattore, l’aratro, la fresa, il rimorchio, un motocoltivatore. E allora, come abbiamo già detto altrove, cosa stiamo ad aspettare?

Usciamo dunque dallo stereotipo del buon samaritano e andiamo avanti sempre con l'occhio e la mente alla situazione di questo Paese che continua ad essere un campo di battaglia e di sperimentazione delle diverse associazioni e ONG, locali e internazionali, compresi noi, con un “giro di affari” che favorisce anche l’immigrazione. Sappiamo, infatti, che in Guinea Bissau arrivano anche nigeriani che passano le loro giornate nei cybercaffé della capitale alla ricerca, su internet, di organismi internazionali, ong e associazioni presenti nel Paese africano per presentare qualche progetto finalizzato a rimediare due o tremila euro erogati a fondo perduto. E’ la lotta per la vita. Così come è lotta per la vita quella che gli insegnanti hanno intrapreso per avere il loro salario che da cinque mesi non gli viene versato. Scriviamo a fine gennaio e le scuole statali (non quelle autogestite come Cubonge i cui alunni hanno voluto ringraziare gli amici di ABC facendosi fotografare tutti insieme) non hanno neanche cominciato l’attività scolastica. Tutti a casa! Gli insegnanti, malvolentieri, e i bambini, contenti! Fa sempre parte della lotta per la vita la "barriera doganale" ripristinata a Safim: una corda stesa sulla carreggiata della strada che da Bissau porta a Mansoa (la strada “più bella” che esista in GB) che abbiamo incontrato alle 3 di notte. Sì, nel piccolo centro di Safim, dove c’è una stazione di polizia, ti stendono una corda davanti e ti costringono a fermarti. E' buio quasi pesto e due giovanotti, che dicono di essere poliziotti, ti chiedono di ispezionare la tua valigia. Subito ti propongono di offrirgli un “sumo”, ovvero una mancia. Tu non sai se sono veri poliziotti o dei poveri disgraziati pronti a tutto e allora gli offri questo cavolo di “sumo”. Sei vittima e complice! Ci fermiamo qui, ma è questa, in poche parole, la situazione che quel povero disgraziato del nuovo primo ministro, Carlos Gomes Junior, detto Cadogo, si trova ad affrontare. Ha un compito ingrato perché, anche se ha fama di persona onesta, non può governare da solo e deve confrontarsi con il parlamento (un centinaio di deputati), con il suo governo (21 ministri), con il suo partito (PAIGC) e con il presidente “Nino” Vieira che, in questi ultimi mesi, ha subito, giovandosene, due attentati alla vita che hanno riequilibrato il potere che il risultato elettorale aveva spostato su Cadogo. Tutti dicono che il PAIGC ha vinto le elezioni perché la gente ha votato Cadogo e non il partito. Ma è il partito che sostiene Cadogo e non viceversa. Peraltro il neo primo ministro ha cominciato male nominando una pletora di ministri per saldare i debiti contratti con i diversi sostenitori e tra loro anche qualche parente o mezzo parente. Ma prima di giudicare aspettiamo di vedere se capiterà di peggio… Chiudiamo dicendo che i prezzi, come in tutto il mondo, sono aumentati a dismisura (per esempio, e scusate la scelta di un genere di prima necessità per noi, un flacone di insetticida contro le zanzare a luglio scorso costava 3.500 cfa e a gennaio 4.500) e che droga e AIDS stanno “alastrando” il Paese, mentre la gente non ce la fa più a vivere ed ha sempre di più fame.

Alla faccia! Se qui non si sbrigano, altro che aspettare 250 anni per cambiare le cose! Ci sarà presto un grande funerale che sancirà, per la prima volta nella storia dell’umanità, la morte ufficiale di uno Stato per autoconsunzione.

Ma torniamo alle nostre piccole cose. Cosa vuol dire un’orticoltura moderna? Semplicemente quella che si pratica anche da noi, ma che da queste parti è impensabile: rotazione delle colture, consociazione delle piante, concimazione, possibilmente lavoro in comune, ripartizione dei guadagni in maniera equa, ecc. Perché da queste parti è difficile? Ma perché sono abituati in maniera diversa da secoli e perché lo sviluppo del settore agricolo, l’unico che in Guinea Bissau potrebbe garantire perlomeno l’autosufficienza alimentare, non è sostenuto da nessuno, né dallo Stato, che neanche predica, né dalla comunità internazionale, che predica bene e razzola male! Ce l’abbiamo con tutti! Sì, siamo molto “inquieti”, anzi quasi rabbiosi come i cani pronti a mordere! Ma siamo contenti così perché fino a quando saremo “inquieti” vorrà dire che siamo reattivi!

Ma capita anche qualche cosa bella! E così quando, seduti intorno ad un tavolo con i nostri amici guineani, proponi questo cambiamento di rotta, tutti ti fanno quietamente (come si usa fare da quelle parti) osservare che è una cosa molto difficile, quasi impossibile. Che le donne ti diranno di sì per poi fare quello che vogliono e che dunque difficilmente accetteranno di ripartire i profitti, di coltivare anche l’aiuola della vicina, di fare il diradamento, di rinunciare al tutoraggio tradizionale dei pomodori con rami tagliati a casaccio, di attuare la rotazione delle colture, di piantare l’orto tutto l’anno e via dicendo! E allora? L’unica possibilità per portare avanti un’idea come questa è il compromesso, che arriva sotto forma di una loro proposta. Adesso sì che si ragiona: questo, anche se non sembra, è un passo in avanti importantissimo ed è indubbiamente il primo risultato dell’accelerata. Dicono: proponiamo e poi proviamo a fare noi da soli quello che faremo presto con le donne. Parteciperà chi vorrà e chi non vorrà potrà però vedere i risultati che conseguiremo e inserirsi il prossimo anno. Da queste parti l’esempio e i risultati sono forse l’unica metodogia che a volte funziona. Bravi! Bell’idea. Intanto cominciamo, poi si vedrà. Abbiamo già quasi tutto quel che ci è necessario!

A difesa delle donne dobbiamo dire che la loro reticenza è legittima perché lavorano assai. Infatti, oltre alla “casa”, ai figli, all’uomo, che a volte condividono per loro fortuna con altre donne, all’orto, alla pilatura del riso e alla preparazione del cibo, devono anche partecipare attivamente alla produzione dell’”arroz” di bolanha, a quello "pam pam" e a coltivazione e raccolta del cajù. Per il riso il loro lavoro comincia a luglio con il viveiro (ma questo è un lavoro da uomini), arriva poi nei mesi da agosto a settembre il trapianto (uomini e donne), a novembre la limpeza della risaia e la colheita del riso di corto periodo (coltivato per far fronte alla fame quando sono finite le provviste e in attesa che arrivi l’altro riso, a dicembre, che gli uomini raccolgono e le donne trasportano). Sono poi sempre loro, a febbraio-marzo, a battere il riso quando è secco. Non è finita qui. Arriva l’epoca del cajù e da aprile a giugno sono loro le addette alla raccolta e al trasporto. C’è, infine, il riso “pam pam” o “sequeiro” che si coltiva per dare continuità alimentare (anche se rende meno dell’altro di bolanha). Si chiama anche arroz curto perché passano soltanto tre mesi tra l’avvio a produzione e la raccolta. Sono loro a pulire il terreno a seminarlo, a raccoglierlo e a trasportarlo. Il periodo di semina di questo riso coincide con le prime piogge, maggio-giugno, perché se è vero che se si chiama “sequeiro” ha pur sempre bisogno dell’acqua della pioggia per crescere.

A questo punto è necessario spiegare che non siamo dei pazzi sfruttatori del lavoro femminile, ma più semplicemente stiamo lavorando per far capire ai nostri e alle donne che razionalizzando e modernizzando il lavoro sarà possibile diminuire la fatica, aumentare il rendimento negli orti e le loro entrate e, per chi tra loro, ha cominciato a gennaio il corso di alfabetizzazione con le suore, la possibilità di studiare. Come?

Senza stare a scrivere un trattato di orticoltura, anche perché non ne saremmo capaci, ci sembra opportuno per prima cosa ricordare che l’agricoltura è la base dell’economia del Paese e costituisce il 50% del PIL , mentre l’80% della popolazione lavora in questo settore che continua però ad essere tradizionale e di sussistenza, con strutture agricole obsolete e tecniche rudimentali, con strumenti di produzione scarsissimi e investimenti quasi nulli. Confermiamo che quello che faremo nei prossimi tre anni sarà di tentar di trasformare l’agricoltura, anzi l’orticultura, dandogli un’impronta moderna diretta al commercio. Per ora il villaggio di riferimento sarà uno, Infandre. Nell’ultima riunione di gennaio con le donne, quando abbiamo spiegato nuovamente quel che volevamo fare, hanno espresso la convinzione che si tratti di una cosa positiva, ma hanno chiesto del tempo per riflettere e parlarne tra di loro. Benissimo! Il primo passo è fatto. Ora pian piano dobbiamo dimostrare sul “campo” la fattibilità di quanto abbiamo raccontato. Ci aspettano altri confronti per riuscire ad avviare un’orticoltura capace di assecondare le esigenze alimentari, migliorare le abitudini alimentari tradizionali, individuare il mercato di sbocco dei suoi prodotti, riconoscere alle donne che lavoreranno nell'associazione "Mindjeres Unidas" il ruolo produttivo e sociale che meritano. Riusciremo in tutto questo se saremo capaci non solo di produrre, ma anche di trovare gli opportuni sbocchi commerciali. Bissau, la capitale, a una sessantina di chilometri da Mansoa, si sta trasformando in una grande possibilità per gli agricoltori perché la città "ha fame", l'orticoltura cittadina sta sparendo e i prodotti che arrivano dal Senegal sono carissimi. Aridiamoci da fare!

Due ultime notizie che c'entrano solo indirettamente con l'orticoltura: una bella e una brutta. La notizia bella è che dopo qualche anno è stata fatta “limpeza” nella città di Mansoa. Non l’ha fatta il municipio, ma Antonio Bombo, il parroco guineano che ha studiato a Roma, cercando il denaro tra i suoi fedeli. La notizia brutta è che la sporcizia raccolta l’hanno quasi tutta scaricata, su richiesta di alcune donne che ne vogliono fare concime per i loro orti, davanti e al lato sinistro dell’hangar di ABC. Naturalmente ci siamo notevolemente “irritati” e abbiamo tentato di far capire alle donne che non si può fare adubo con quella sporcizia composta per il 95% di plastica, 4% di terra e soltanto l’1% di escrementi. Infatti, a Mansoa non si butta niente: vetro e alluminio vengono “riciclati” al volo, la carta praticamente non esiste, per i rifiuti organici ci sono maiali, galline e capre che caracollano tutto il giorno liberi per le strade e che fanno piazza pulita di tutto. L’unica cosa organica che si trova in giro è la cacca di questi animali. In compenso, restano in giro, e volano dappertutto, soltanto le buste di plastica leggera di colore nero usate per i prodotti che vengono acquistati “sciolti” e quelle più piccole, fatte di plastica trasparente per rassicurare il cliente sull’igiene del prodotto, dove viene messa acqua fresca o il “gelo” e che vengono poi ciucciate voluttuosamente dopo averne masticato un angolino! Armiamoci di pazienza e di pala!


   
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