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Haiti – Port-au-Prince, alla ricerca degli "zombie"

15/02/2009 - 18.59:   Gli zombie, ovvero i "morti viventi", ad Haiti esistono. Eccome...! Sono quelli che ogni giorno devono convivere con l"'insicurezza alimentare". Nell'isola caraibica l'emergenza umanitaria, anche se la stagione dei cicloni è ormai alle spalle, continua e, secondo le fonti ufficiali dell'Ue che recentemente ha stanziato 291 milioni di euro (Fondi europei di sviluppo) per il periodo 2008-2013, il 70% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno e un haitiano su tre è in preda alla fame, o come si chiama con il linguaggio tecnico nell'"insicurezza alimentare".

Nelle schede informative dei giovani della scuola "Institution Mixte la Providence de Sibert" di Port-au-Prince, ormai frequentata da oltre 500 alunni molti dei quali aiutati dagli amici di "ABC" si ritrova questo dramma. Infatti, alla voce "Tipo di abitazione" le descrizioni più ricorrenti sono queste: "abitano in una casetta di una stanza in affitto fatta di terra battuta e con il tetto di lamiera". Oppure: "vivono in zona Blanchard lungo un rigagnolo di scarico (dei liquami, ndr.) in una baracca in affitto fatta di legname, terra battuta e tetto di lamiera". Quando leggi queste cose sai già che la casa dei bambini è in una delle baraccopoli adiacenti la struttura scolastica, cresciute a dismisura e sfruttate da chi "costruisce" per affittare, è formata da una sola stanza di 8-10 metri quadrati dove dormono e vivono dalle 4 alle 8 persone, il tetto di lamiera è bucato e quando arrivano le piogge più intense, da aprile a giugno (quando la scuola funziona), si devono augurare che l'acqua non cada sul loro giaciglio che occupano rispettando rigorosi turni o priorità familiari. Sempre nella scheda informativa, nella "Situazione familiare", capita poi di leggere: "vive con genitori, 3 sorelle e 2 fratelli. Il padre e un fratello allevano caprette e coltivano canna da zucchero, mentre la mamma fa l'ambulante e vende vestiti usati…", oppure: "vive con la mamma e il patrigno e vivono con il lavoro di ambulante della mamma che vende Lama Veritable" (una specie di grossa patata che cresce sugli alberi). E ancora: "vive con la mamma, patrigno 3 fratelli e una sorella. Il padre è morto 10 anni fa e due dei figli hanno un padre differente. Il patrigno fa il facchino al mercato e la mamma fa l'ambulante vendendo banane e arance".

Dalle schede, oltre ad una verità difficile e dura, emerge anche l'importanza della cosiddetta "economia informale" dei paesi poveri e cioè tutte quelle attività economiche, legali (anche se soprattutto nelle grandi città quelli illegali sono prevalenti), che si basano su rapporti personali e, spesso, su norme di comportamento che fanno riferimento a tradizioni o credenze non scritte, estranee alle leggi vigenti, non controllabili dalle autorità pubbliche. Tutte queste attività si realizzano nell'ambito delle organizzazioni tipiche dell'economia informale, ovvero la famiglia e il gruppo etnico o sociale. Questo avviene anche nei villaggi della Guinea Bissau. Sono questi due "gruppi" sociali a svolgere le attività tipiche dell'economia informale, ovvero piccolo commercio delle eccedenze, artigianato, riciclaggio di materiali di scarto delle zone urbane (con la ricerca nelle discariche). Sono sempre questi "gruppi" informali a creare microrganismi sociali basati sulla divisione dei compiti, la distribuzione interna dei prodotti e dei mezzi di sussistenza, di aiuto reciproco (prestiti, cura dei piccoli, cura degli anziani, famiglia allargata), di mantenimento dell'ordine interno e delle regole di comportamento con sistemi precisi di minaccia e punizione, a volte crudeli e inesorabili (per esempio, per chi ruba ai poveri c'è la morte).

Serge Latouche, antropologo economico, avversario dell'occidentalizzazione del pianeta e sostenitore della decrescita conviviale e del localismo, ha scritto: "Sia nel Cameroun con i bamileke, nel Ruanda con gli artigiani raggruppati nell'associazione Kora, a Ougadougou, a Cotonou o ad Abidjan, la nebulosa dell'informale comprende strategie di risposta globali alle sfide poste dalla vita nelle periferie urbane a popolazioni spostate e sradicate, divise tra la tradizione perduta e l'impossibile modernità". A questi luoghi citati da Latouche potremmo aggiungere, senza timore di sbagliare, le baraccopoli di Port-au-Prince e i villaggi dove siamo presenti in Guinea Bissau.


   
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