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Bosnia / Serbia – Relazione viaggio dal 31 ottobre al 10 novembre

18/11/2009 - 7.06:   1990, fine della Jugoslavia. Oggi è domenica 1 novembre 2009 ed entriamo in Slovenia. L’attraversemo, così come la Croazia, per arrivare in Serbia. Sebbene con itinerari diversi, sono dieci anni che veniamo da queste parti e ogni volta, nel percorrere la strada, ripensiamo a quella che fu la prima guerra in Europa dopo il II conflitto mondiale. Sono passati meno di vent’anni dall’ultimo congresso della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, gennaio 1990, quando i delegati sloveni e croati se ne andarono. Le cose precipitarono: 1991 indipendenza slovena, 1991-95 la guerra in Croazia e subito quella in Bosnia-Erzegovina 1992-95. Risultato? Circa 300.000 morti, mezzo milione di rifugiati in Serbia dagli altri paesi della ex Jugoslavia, ora ridotti a 98.000, perdita di identità, disorientamento culturale, distruzioni a non finire, tanto dolore, moltissimo rancore e anche odio, una nuova geografia dei Balcani e, per i superstiti, tante speranze per il futuro e la voglia di dimenticare, senza riuscirvi.

Di dove sei?
Della Jugoslavia. E’ un paese che esiste?
No, ma io vengo da lì. (Anonimo)


2/11 - Arriviamo a Backa Topola, nella Vojvodina, soltanto quando è sera. Fa freddo e capitiamo in un albergo che non ha ancora acceso i riscaldamenti. Non c’è nemmeno l’acqua calda! Ci arrangiamo e la mattina, non senza problemi, siamo nella scuola “Nikola Tesla”. Abbiamo commesso un errore: non abbiamo tenuto conto che il 2 novembre la Vojvodina è l’unica parte della Serbia che festeggia il giorno dei morti. La maggioranza, da quelle parti, è cattolica e dunque la scuola è chiusa. Niente paura, la catena di solidarietà sociale, ancora presente in questa piccola città, alle 11 ci fa trovare tutti i genitori con i loro figlioli, nell’aula magna della scuola. E’ il direktor Vlade, persona volitiva e cordiale, ad organizzare il tutto. Cominciamo a distribuire le borse di studio, ma il secondo della lista, Dragan, è morto. Era un bambino portatore di handicap con una vita non proprio fortunata. Al posto di Dragan viene la sua mamma, Zagorka. E’ una donnetta vestita di nero dal volto segnato e triste. L’abbracciamo commossi e le diciamo che anche per noi è un lutto, questi sono tutti figli nostri e… dovrebbero esserlo del mondo. Andiamo avanti! Ad alcuni ragazzi che sono usciti lo scorso giugno dal progetto e che sono venuti a ritirare le quote arretrate chiediamo a quale scuola superiore si siano iscritti: alla scuola agricola locale, ginnasio, scuola professionale per parrucchiera, ragioneria. Continuiamo e proprio alla fine, quando tutti se ne sono andati, un uomo grande e grosso, con accanto un bambino minuto, ci si avvicina e chiede di inserire suo figlio nel progetto. Noi, che avevamo spiegato all’inizio della riunione i problemi di ABC e l’esigenza, per riuscire a portare a tutti la borsa di studio, di abbassare la quota annuale da 240 a 180 euro, siamo in difficoltà. Cosa dici a questa persona che ti racconta di non lavorare, di essere invalido, di avere quattro figli, che il suo figliolo Miodrag è malato e che ti mostra le cicatrici delle torture subite nelle carceri mussulmane in Bosnia? Noi avremmo preferito stare da qualche altra parte, ma non è possibile fuggire. Gli diciamo di avere pazienza, che non sappiamo cosa sarà possibile fare e poi, con discrezione, avvolgiamo del denaro in un foglio di carta verde per non umiliaro, e glielo diamo. Poi scappiamo via! Certo che ci siamo scelti un “lavoraccio”!

Alla fine troviamo il tempo di parlare con il direttore della scuola, anzi, con i direttori di tre scuole, due di Backa Topola, la “Nikola Tesla” e la “Caki Lajos” e una di Krivaja la “Vuk Karadzic”. Tutt’e tre ci raccontano che le iscrizioni sono diminuite, che nascono meno bambini, che le difficoltà in città e campagna sono aumentate e che sempre più gente resta senza lavoro. Dunque, anche nella “ricca” Vojvodina, i problemi ci sono. Ce ne sono anche di politico-etnici. Infatti, le sempre più aggressive richieste di autonomia rispetto a Belgrado fanno presagire tensioni negative in un periodo di crisi economica interna e internazionale. Le difficoltà induriscono e inaridiscono i cuori della gente, ma, soprattutto, offuscano le menti. Infatti, capita pure che in una piccola città come quella dove siamo, una nazionalità, quella ungherese in questo caso, pretenda giustamente di non essere dicriminata, ma se è lei a decidere ragiona e opera discriminando… E così Zoran Secerov, vice presidente del Movimento di speranza ungherese (MSU), nuovo partito politico degli ungheresi della Vojvodina, sostiene che il suo movimento combatterà per l'autonomia territoriale e per gli ungheresi di otto comuni della Backa del Nord (compresa Backa Topola), dove la sua etnia, secondo lui, costituisce la maggioranza della popolazione. Che confusione! E il nostro amico direttore, riferendosi esplicitamente alle difficoltà di rapporti con i fratelli ungheresi nella piccola città, dice: “Più ti abbassi più si vede il culo”.

3/11/2009 - Cielo cupo e piatto. Arriviamo in poco tempo a Novi Sad. C’è il nuovo direttore Narancic che, nonostante un aspetto algido e riservato, è cordiale. Nella sua scuola ci sono 1.300 alunni e il loro numero è in continuo aumento: la “Svetozar Markovic Toza” si è fatta un buon nome e arrivano alunni anche da altri quartieri. La zona, una volta quartiere operaio, è cambiata ed ora accoglie prevalentemente impiegati e commercianti. Oltretutto, dalle campagne, arriva sempre più gente e tra poco – dice -, se continua così, non ci sarà più nessun giovane nei piccoli centri a coltivare la terra. L’edificio della “Svetozar Markovic Toza”, nel 1999, era stato in parte distrutto, insieme ad un palazzo adiacente, da una bomba sganciata da qualche aereo della Nato, ora la scuola è frequentata da bambini che neanche erano nati a quell’epoca e soltanto i “vecchi” ricordano l’episodio. Sollecitato, ci spiega che la data del 2 novembre, ricorrenza dei defunti, è stata “imposta” da due anni soltanto in Vojvodina. Si tratta, di un’affermazione del potere locale rispetto allo Stato centrale, “Belgrado ladrona”. Le altre regioni della Serbia, infatti, commemoranno i defunti il 6. Insomma, ognuno si gioca le sue carte. La Vojvodina vuole, pervicacemente, aumentare la sua autonomia e indipendenza dallo Stato centrale e chiede che gli sia riconosciuto anche il diritto di un’autonoma politica estera. Insomma, semplificando i concetti e disintegrando i principi di solidarietà, di convivenza e di un sentire e agire comune, l’idea si potrebbe esprime con poche parole: i nostri soldi ce li vogliamo spendere noi . Tutto il mondo è Paese!

Intanto i cittadini di Novi Sad stanno ancora in attesa che il ponte sul Danubio, ex "Franz Josef", distrutto dalle bombe della NATO, venga ricostruito. Ancora c'è un ponte provvisorio e, per ora, i 40 milioni di euro necessari per la sua costruzione non ci sono tutti, anche se si tratta di una priorità per la città e la regione. Igor Pavlicic, sindaco di Novi Sad, ha recentemente spiegato che sarà costruito un nuovo ponte e sarà edificato dove si trovava il ponte "Zezelj", bombardato il 26 aprile 1999: avrà due binari, due corsie per le automobili e due percorsi pedonali. Una buona notizia… per l'Italia: sarà la nostra "Italferr S.p.a." a fare il progetto preliminare.

A Novi Sad, nella scuola, parliamo di tutto, anche del prezzo dei crauti che sono buonissimi e che qui mangiano tutti. Non si riesce però a capire se costano di meno o di più dello scorso anno, ma sicuramente la domanda è diminuita e, insieme a lei, anche i prezzi. I disoccupati, invece, e sentiremo lo stesso discorso dappertutto, stanno aumentando, così come la difficoltà del vivere. E' il direttore a parlare e lo fa seriamente. Andiamo nell’aula magna dove ci aspettano i genitori che ormai conosciamo bene. Spicca tra tutti un nonno. Lo si nota subito perché ha un grande paio di baffi più grandi della nipotina che accompagna, una bambina dolce e piccola che, dice il vecchio, “cresce poco”. Mentre stiamo chiacchierando con i genitori e con il direttore, arrivano due giornalisti di “Novosti”, giornale regionale. Uno dei due, il fotografo è il padre di uno dei bambini affidati e vuole manifestare così la sua gratitudine. La giornalista che è con lui vuole sapere tutto di ABC e del suo lavoro in Serbia, Bosnia e nelle altre parti del mondo. L’accontentiamo e poi ce ne andiamo verso Belgrado.

Alle 14 siamo nel cortile della scuola “Nikola Tesla” di Ragovica municipio autonomo alle porte della città. E’ una città nella città: ci sono 120.000 abitanti, che non sono pochi. Il simpatico Stevuljevic, che mantiene da dieci anni gli stessi baffi, ci dice che è molto felice di rivedere i suoi amici italiani e, in attesa delle 16, quando arriveranno i genitori, ci porta a visitare la piscina. La “Nikola Tesla” di Ragovica è l’unica scuola in tutto il Paese ad avere una piscina dove gratuitamente, a turno, vanno tutti gli alunni. La sera, dopo la chiusura della scuola, è invece affittata ai privati per “fare cassa”. Saliamo nella direzione e ci mettiamo seduti con lui nel suo studio. Chiacchiera con noi e segue il suo lavoro. Ha reagito bene all’annuncio della Commissione europea sulla liberalizzazione del regime dei visti per i cittadini serbi a partire dal primo gennaio 2010 e, quando gli si chiede cosa pensa del futuro ingresso della Serbia nella Comunità europea non spreca parole: “a volte è più importante un buon vicino che un parente”. Ci racconta poi, per dare un’idea della situazione interna del Paese, che a Belgrado sono stati aperti tre negozi, i cosiddetti “SOS” che offrono prevalentemente prodotti di prima necessità a prezzi inferiori del 30-50% rispetto a quelli dei normali supermercati. Mentre gli chiediamo del numero degli iscritti, 1.100, delle attività didattiche e dell’integrazione dei bambini portatori di handicap, fino a poco tempo fa relegati nelle classi differenziate e ora, finalmente, inseriti a pieno titolo a socializzare con i loro coetanei più fortunati, arrivano notizie sulle assenze di oggi nella sua scuola. I numeri parlano chiaro: il 20% egli alunni è a letto con l’influenza. In una classe sesta sono assenti 18 alunni su 26. Il ministero, ci dice, vuole avere continuamente queste notizie. Alle 15,40, mentre siamo lì con lui, arriva l’ordine: tutte le scuole della Serbia resteranno chiuse per un’intera settimana. Comincia a nevicare. Andiamo nel salone e consegniamo le borse di studio. Stanno quasi tutti lì, anche quelli influenzati. Ci sono tutti meno Dragutin Veselinovic. E’ malato di un tumore alle ossa! Sono le 17 e ci aspettano 130 chilometri da fare per Kragujevac dove arriviamo alle 21, dopo aver viaggiato accompagnati lungo tutta la strada da una piccola tormenta di neve.

4/11/2009 - Kragujevac , città turca per diversi secoli, nel 1818 viene proclamata capitale della nuova Serbia scalzata, quasi subito, nel 1841, da Belgrado. Sono tante le cose avvenute per la prima volta proprio nella città del Banato del Sud: i primi giornali, il primo teatro, la prima scuola superiore, la prima galleria di quadri, il primo tribunale… le prime borse di studio consegnate da ABC, l’unica associazione ad essere da quelle parti nel 1999. In questo periodo Kragujevac è ancora protagonista: la Fiat automobili Srbija ha prodotto le prime macchine Punto multijet con motore diesel. Sembrerebbe (meglio usare il condizionale) che con i pezzi arrivati dall’Italia siano state assemblate 4.780 autovetture. Noi ne abbiamo viste diverse in giro lungo le strade della Serbia, ma non le abbiamo contate! I sindacalisti, quando parlano della Fiat lamentano soprattutto il fatto che siano stati usati i mezzi di produzione della loro fabbrica e con pochi lavoratori serbi. Sostengono, appunto, che la nuova società, controllata per il 67% della Fiat e dal 33% dallo Stato serbo, non dà sufficienti garanzie e la Fiat non ha ancora versato un euro… Tutti sono preoccupati ed hanno paura di restare senza lavoro. Che la situazione sia difficile lo intuisci anche dalle presenze: tutti nel salone a prendere le borse di studio, anche quelli che dovevano ritirare una sola quota, pari a 15 euro, che fanno sempre comodo in un momento come questo di prezzi alti e salari bassi o inesistenti. Tra i genitori c’è ancora il “ministro”, soprannominato così per aver picchiato, in un momento di forte scontro sociale nel 2004, il titolare del dicastero del Lavoro. Per vera coincidenza in una scheda , nella prima pagina, alcuni amici notano le foto: c’è la storia della vita di una giovane. Prima bambina, otto anni fa, e oggi donna. Alcune signorine cresciute con noi, sono ormai sposate, altre lavorano o frequentano l’università.

I sindacalisti, tutti, con tanti o pochi iscritti, ci dicono che in Serbia si assiste ad un progressivo deterioramento della situazione sociale e al moltiplicarsi di scioperi e proteste. Ma loro, della Zastava, quasi non riescono a scioperare: contro chi? Contro lo Stato che detiene il 33% della proprietà o contro la Fiat che ne ha il 67%? Una volta, quando l’impresa era sociale, venivano perlomeno consultati e sembrava contassero qualcosa, adesso temono, e fanno bene, che il nuovo proprietario italiano stronchi definitivamente il sindacato e anche il loro stipendio, sebbene povero, è a rischio.

La Zastava automobili è stata privatizzata secondo la procedura del Tender e le scelte sono state fatte da una commissione nominata dal ministero dell’Economia che ha ignorato completamente le istanze dei dipendenti. In questa fase, secondo noi, l’unica cosa da fare è, come diceva un nostro amico, essere cauti come colombe e astuti come serpenti, ovvero: tentare di sopravvivere, a tutti i costi, e lavorare per “ricominciare” tornando al sindacato, che attualmente si configura ormai come ente assistenziale dei lavoratori, semioccupati e disoccupati, di lotta e contrattazione e, soprattutto, veramente autonomo dalla politica. Ma se il settore auto della Zastava, perlomeno fino ad ora, non garantisce il lavoro ai suoi dipendenti, quello delle armi sta facendo lavorare a pieno ritmo, potremmo dire anche troppo usando un eufemismo, i suoi 2.000 dipendenti. Sembrerebbe, anche se i nostri amici sindacalisti non lo sanno, che in Serbia l’unico settore fiorente sia proprio l’industria degli armamenti. Infatti, lo scorso anno le esportazioni sono state di circa 400 milioni di euro. Rade Gromovic, direttore della fabbrica di armi “Zastava oruzje”, ha recentemente detto al settimanale “Blic” che “la maggior parte degli armamenti sono destinati ai contingenti delle Forze multinazionali dell’Onu e delle Forze di sicurezza in Iraq”. Sarebbe anche sbagliato dire: meno male, ma oltretutto noi sappiamo, per esperienza nazionale, che i venditori di armi non dicono mai la verità. Comunque, tra i sindacalisti, con molto buonsenso, c’è chi spera che la liberalizzazione dei visti, prevista dalla Commissione europea dal gennaio 2010, slitti il più possibile. Si teme che i giovani “fuggano” dalla Serbia lasciandola sempre più povera e fredda.

Intanto, il comignolo di una delle ciminiere della fabbrica getta un bel fumo nero di speranza nel cielo e per strana associazione di idee viene in mente il fiume Lepenica, che è proprio lì, a pochi metri dalla Zastava. Nel passato, quando si transitava sul ponte, bastava dare un’occhiata alle acque del fiume per sapere il colore delle macchine in produzione . Prima di partire per Nis passiamo nel vicino mercato e incontriamo un ex operaio della Zastava, che fotografammo nel 2004 (foto di prima pagina nell'ultimo semestrale) e che si era dato al commercio "al dettaglio". Ha ampliato la sua attività: prima aveva per "negozio" uno scatolone dove poggiava alcune povere cose da vendere, adesso ha una tavola di un metro quadrato su due cavalletti di legno. Lo salutiamo, ma non gli diciamo che in questi cinque anni è invecchiato di venti.

Alle 14 partiamo per Nis, “porta” fra Occidente e Oriente.

5/12/2009 – Siamo nel Sud della Serbia, la parte più povera del Paese. Piove e fa freddo. Alle 16,30 entriamo nella scuola di Niska Banja, municipalità autonoma di Nis con circa 5.000 abitanti. Basta dare un’occhiata alla faccia e all’abbigliamento della gente per intuire come se la passano. Il direttore non c’è e la sua sostituta ci accoglie nella scuola gelida senza gli alunni che sono restati a casa per sfuggire all’”epidemia” di influenza. Siamo un poco delusi perché di solito l’incontro con gli alunni è allegro e si esibiscono in cori e virtuosismi musicali. Quest’anno, invece, la scuola, con più di mille studenti, è praticamente chiusa. Oltretutto lo scorso anno è stata decentrata. La “filiale” è all’inizio della salita che dalla Mediana, diretta in Bulgaria, porta al centro della piccola città adagiata su una collina. Da queste parti la maggior parte della gente non lavora, è disoccupata, mentre chi lavora lo fa per un salario dimezzato rispetto a quello di chi vive a Belgrado o Novi Sad. Sono tutti molto “arrabbiati” perché discriminati dal governo centrale e la situazione è tale che molti sostengono che l’unico modo per sopravvivere è farsi mordere dai cani. Infatti, in alcuni municipi, è previsto un indennizzo di 30 mila dinari (circa 320 euro)a chi venga morso da uno dei tanti cani randagi e molti, in mancanza d’altro, hanno cominciato a fare questo "mestiere". Non è una battuta, piuttosto una tragica realtà confermata dall’aumento delle richieste di risarcimento.

6/12/2009 - Oggi abbiamo consegnato le borse di studio ai figli degli operai della Min Fitip (mattina) e dell'Elektronska Industrjia (pomeriggio). Nella Min, Machinska Industrjia, esiste ancora una produzione, anche se limitata: binari e locomotori vecchi e poco costosi. All'Elektronska, invece, non producono proprio niente! Come sempre, prima dell’incontro con le famiglie e i loro figli, ci intratteniamo a parlare con i sindacalisti. Da questi incontri si esce frastornati. Infatti, il loro tentativo di comunicare si trasforma in un mare di informazioni, a volte contraddittorie, che toccano gli argomenti più diversi: dai dati della disoccupazione, al sistema sanitario, dal Kosovo all’ingresso della Serbia nella Comunità europea, dalla politica interna alle lotte sindacali fino alle privatizzazioni e ai gay. Percepiamo, attraverso delle domande precise, che non sanno neanche loro quanti dissoccupati ci sono a Nis. Sicuramente tanti. Rozzamente abbiamo fatto una statistica personale: dei cinque giovani che conosciamo, figli di amici, tutti sono disoccupati! La precarietà suggerisce di vivere di espedienti e così qualcuno ci racconta che ci sono molti serbi e molte serbe che cedono alle lusinghe, non certo amorose, di cinesi, donne e uomini, che vogliono sposarsi e che sono disposti a pagare 8-10.000 euro per diventare cittadini serbi. Ci capita anche di parlare, all'EI, dal cui cancello è sparita la grande scritta "Elektronska Industrjia", dell'inquinamento interno alla fabbrica. Raccontiamo che in Italia è arrivata la notizia di una "bomba ecologica" interna alla fabbrica. Non smentiscono e sminuiscono la notizia: si trattava soltanto di una piccolissima quantità pericolosa che è stata rimossa da una ditta specializzata che ha provveduto al suo smaltimento. Allora era… ed è vero! Non insistiamo per evitare inutili bugie. Non possiamo fare niente! A ciascuno i suoi rifiuti tossici! Peraltro siamo arrivati a pomeriggio inoltrato, quasi buio, usciamo che è buio pesto e siamo costretti, per arrivare all'auto parcheggiata a farci luce con il display del cellulare.

Nis è triste, malinconica, quasi cupa e il suo fiume Nisava è gonfio di pioggia. Percepiamo la situazione difficile quando, sabato, giorno di "riposo", andiamo al mercato ortofrutticolo all'ingrosso, sulla via Mediana. Nel passato era sempre pieno di gente. Adesso poca affluenza. Grandi cataste di cavoli e di peperoni, fagioli secchi, rape, zucche, giacciono sul marciapiede o nei camion in attesa di qualche compratore. I prezzi sono bassi, ma il denaro è pochissimo. Compriamo qualche peperoncino e ce ne andiamo senza allegria. Era meglio se restavamo a lavorare in casa!

Anche a Nis tutti parlano delle privatizzazioni. Un bene? Un male necessario? Non siamo degli economisti e ci limitiamo a registrare gli umori e i pareri, pessimi, ma non tutti negativi, condizionati quasi sempre dall'orgoglio e dall'aspirazione, legittima, all'autonomia e autosufficienza. Ma di questi tempi tutto ciò è un sogno! D'altra parte, la prima "Legge sulla trasformazione della proprietà" risale ai primi anni '80 e fu seguita da un'altra, nel 1997, fino a diventare una priorità del governo serbo a partire dal 2001 dopo il cambiamento di regime dell'ottobre 2000. Dunque il problema era, ed è, come alienare le tante imprese "decotte" di proprietà sociale. A questo scopo arrivò la legge sulle privatizzazioni del 7 luglio 2001 e l'istituzione dell'Agenzia delle Privatizzazioni. Principale obiettivo: usare il denaro entrato con il processo di privatizzazione per creare lavoro e spingere la crescita economica. Inevitabilmente questa "guerra" ha mietuto vittime, soprattutto tra i lavoratori. C'è allora chi critica, come a Kragujevac, la privatizzazione della Zastava automobili, anche se consapevole della non alternativa: meglio qualcosa subito e forse tanto domani, che niente oggi e ancor meno domani. Mentre, all'EI non fanno mistero di aspirare alla privatizzazione e aspettano i francesi della SAGEM, anche se questa ha annunciato che vuole aprire uno stabilimento fuori Nis per produrre fax e stampanti. La Maschinska confida invece in nuove commesse ma aspetta anch'essa qualche interessamento. Tutti, però, temono di perdere o non trovare lavoro nel 2010. Alcuni speculatori continuano a comprare terreni e a costruire palazzi e centri commerciali. Per chi? Boh! Forse per riconvertire il denaro e investire per il futuro!

8/11/2009 – E' domenica. Partiamo presto diretti in Bosnia. E' piovuto molto e sappiamo che alcuni fiumi sono straripati. Per fortuna arriviamo nelle zone disastrate quando le acque si sono ritirate. I rami degli alberi raggiunti dall'acqua sono pieni di detriti, soprattutto buste di plastica. Per testimoniare il disastro, in prossimità di una vecchissima centrale idroelettrica, facciamo un paio di foto dall'auto in movimento. Immediatamente, dietro di noi, la sirena di una macchina della polizia. Accostiamo e il poliziotto ci chiede perché abbiamo fatto la foto. La nostra Jovanka, amica e interprete, è emozionata, forse intimidita, sicuramente impaurita. Spiega che non c'è alcun cartello che probisca di fare foto e che volevamo soltanto testimoniare il disastro naturale. I poliziotti ci "graziano". Ce ne andiamo: atmosfera nervosa, un poco opprimente, che ricorda i primi viaggi. Possibile che non sia cambiato niente? Il fatto è che in polizia sono entrati in tanti, troppi. Il lavoro è poco e i poliziotti tantissimi. Lungo le strade che conducono in Bosnia ci sono pattuglie ogni due-tre chilometri e tutti vogliono far capire che sono importanti e indispensabili!

Usciamo dalla Serbia ed entriamo in Bosnia, anzi, nella Republika Srpska, ovvero la parte serba della BiH. Qui la chiamano tutti così. Quando, nelle scuole, citiamo la Bosnia, la nostra interprete traduce Republika Srpska. E questo la dice lunga! Facciamo notare la cosa, ma non più di tanto per non inasprire inutilmente i rapporti. Insomma, nessuno la vuole la BiH: non la vogliono i croati, non la vogliono i serbi e non la vogliono nemmeno i mussulmani! Che casino ragazzi! E' come tenere unite per forza persone che si odiano. Eppure i trattati di Dayton sono stati importanti perché hanno messo fine ad un massacro. E ora? Sarebbe necessario aggiornarli, anche perché il tam tam dei poveracci paventa nuovi disastri e il direttore della scuola di Rogatica, interrogato sulle tensioni politiche esistenti all'interno del Paese, ci dice che, se esistono, non sono "nostre", dei serbi. La colpa, se c'è, è degli "altri"! E gli "altri"? Se fosse possibile fare loro la stessa domanda, risponderebbero la stessa cosa. Questo mette paura, anche perché, come ha recentemente affermato James Lyon, ex rappresentante dell'International Crisis Group, in Bosnia "sono tutti armati". Anche a Pale, dove lo scorso settembre il presidente serbo Boris Tadic ha inaugurato una nuova scuola intitolata "Srbjia", il clima non è piacevole. Ci sono state molte proteste da parte del membro mussulmano della presidenza tripartita della BiH, Haris Silajdzic, che ha considerato la visita di Tadic un attacco alla Costituzione della Bosnia e "alla pace e alla stabilità nella regione".

Ma la nostra missione di pace prosegue… anche se contiamo men che poco!

A Rogatica troviamo alloggio in un albergo a 18 chilometri dalla cittadina, in montagna. Anche lassù i segni della guerra: una scuola distrutta e bruciata, molte case diroccate con accanto la nuova costruzione. Quelle vecchie, distrutte dalla guerra, sono lì per ricordare gli eventi. E poi abbatterle costerebbe troppo. Nell'ufficio del nuovo direttore della scuola, che, chissà perché, non scrive neanche il suo nome sul foglio che dovunque consegniamo per integrare e aggiornare i dati in nostro possesso, parliamo degli alunni, quasi mille, delle promozioni, il 99,9%, delle difficoltà di un giovane che ha perso i genitori e vive, miseramente, con una sorellastra. Ci chiede aiuto per lui. Non riusciamo ad avere sufficiente "cuore di pietra" e lo facciamo chiamare. Uscirà il prossimo anno ed ha bisogno subito di qualcosa. E' un ragazzetto con gli occhi seri e le orecchie a sventola. Lo salutiamo e, davanti a lui, diamo al direttore una busta con del denaro per la sorellastra. Ci rivedremo il prossimo anno!

A Rogatica, Pale, Lukavica gli alunni sono tutti presenti per ricevere la borsa di studio. Ci sono anche i portatori di handicap con problemi deambulatori. Questo è il loro messaggio: vogliono farci capire quanto sia importante quest'aiuto. In questo modo testimoniano anche la riconoscenza per gli amici italiani. Manca soltanto un giovane, ma è giustificato perché ha delle buone "ragioni psicofisiche" per non essere presente. Qualcuno ci consegna una lettera per i sostenitori, alcuni dicono di avere scritto ma di non avere avuto risposta. Tutti, sul volto, portano i segni della fatica e della sofferenza, sorridono soltanto con gli occhi per nascondere la bocca sdentata.

Ci apprestiamo a tornare in Italia e a Lukavica, nel leggiucchiare qualcosa, ci capita tra le mani una notizia che ci colpisce. E' una nota del Coface, un gruppo internazionale esperto nella gestione dei crediti commerciali che riunisce banchieri, investitori e imprenditori selezionati tra i maggiori esperti del mondo. Nella nota si rivela il rischio Paese-Bosnia. Questo rischio è classificato con la lettera "D", lo stesso, sebbene per motivi diversi, di Haiti e Guinea Bissau. Per la BiH la spiegazione che si legge è: "la struttura multietnica e confederale del Paese è complessa" e "il mantenimento della pace dipende, a tutt'oggi, dalla presenza dei caschi blu delle Nazioni Unite".

"Figlio mio, mia grande gioia, dov'è finita la tua giovinezza?" (Anonimo)


Dal 31 ottobre al 10 novembre siamo andati, per l'abituale viaggio, in Bosnia e Serbia. In tutto sono state consegnate borse di studio per 60.355 euro e per il viaggio sono stati spesi 1.304 euro.

Per essere precisi: abbiamo consegnato borse di studio per 5.560 euro a Backa Topola, 3.435 a Belgrado, 1.980 a Novi Sad, 18.215 a Kragujevac, agli affidati delle famiglie degli operai che lavoravano alla Zastava, a Nis 3.900 (fabbrica Min-Fitip), 4.965 (fabbrica Elektronska Industria), alle scuole di Niska Banja 3.830 e di Donja Vrezjna 1.320. Da Nis, nel Sud della Serbia, siamo andati verso nord, verso la Bosnia, per la precisione nella Republika Srpska dove abbiamo versato a Rogatica 3.885 euro, a Pale 7.425 e a Lukavica (Novo Sarajevo) 5.840. Fine del viaggio!

Ribadiamo che nel corso di questo viaggio abbiamo consegnato le borse di studio di un importo minore rispetto agli altri anni. Le borse di studio, del periodo novembre 2008 - ottobre 2009, hanno avuto cioè un importo complessivo di 180 euro (l’anno passato era stato di 240). Solo in questo modo abbiamo potuto consegnare la borsa di studio a TUTTI e, nel contempo, mantenere l'equilibrio finanziario indispensabile per la prosecuzione dei progetti.


   
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