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Haiti – Il dopo-terremoto e gli aiuti, “arrivano i nostri”

17/01/2010 - 18.26:   Tanto per avere un’idea del recente passato di Haiti:

Vicina geograficamente agli Stati Uniti, Haiti lo è anche per altre ragioni. Per motivi demografici, dato il forte numero di haitiani o loro discendenti che vivono in Florida e in altre zone statunitensi. Per motivi sociali, date le ripercussioni che quanto avviene nella società di Haiti non può non avere sugli haitiani d’oltremare, e viceversa. Per motivi economici, tenuto conto particolarmente dei reiterati tentativi di “businessmen” statunitensi di mettere in piedi ad Haiti imprese e affari di varia natura. E soprattutto per motivi politici, stante l’ovvio e forte interesse che una grande potenza del calibro degli USA non può non nutrire per i propri “vicini di casa” e per una loro situazione di ordine e stabilità.
Fin dai tempi della rivolta dei “neri” haitiani (tutti provenienti dall’Africa attraverso la tratta atlantica degli schiavi) contro lo sfruttamento coloniale francese, nei primi anni dell’800, i padroni delle piantagioni degli “States” meridionali lamentarono parallele rivolte della loro mano d’opera di eguale provenienza e in analoghe condizioni.
Nel 1915 il governo di Washington, preoccupato per i tentativi di influenza tedesca su Haiti e per lo stato di anarchia in cui si trovava il Paese, decise di occuparlo militarmente inviando i suoi “marines”, che vi rimasero per quasi venti anni. Fu Franklin Delano Roosevelt, il futuro grande presidente degli USA, a dettarvi una Carta costituzionale. E furono le truppe statunitensi a sostenervi un governo fantoccio. Va però riconosciuto che in quel periodo le condizioni economiche, sociali e sanitarie del Paese migliorarono: furono costruiti ospedali, scuole, strade e fu debellata la febbre gialla.
Seguirono, come è noto, le feroci dittature di Duvalier padre e figlio, finché un movimento popolare, appoggiato anche dalla Chiesa cattolica, creò condizioni che permisero un inizio di democrazia. Tanto bastò perché i ricchi provocassero un colpo di stato militare e conseguente deposizione di Aristide.

Intervenne di nuovo un numeroso corpo di “marines” (20.000 uomini), inviato da Bill Clinton per re-insediare il presidente legittimo. Rieletto nel 2004, Aristide fu di ancora una volta defenestrato dalle bande armate dei padroni. E di nuovo arrivarono i “marines”, ma questa per allontanare definitivamente Aristide e stabilire un governo provvisorio “amico”. Aristide era ormai “scomodo”, infatti, agli USA e non solo ad essi per la sua vicinanza politica a Cuba e al Venezuela.
Intervistato un anno dopo dalla giornalista Naomi Klein nel suo esilio a Pretoria, Aristide ricostruì come segue i motivi della sua rottura con Washington:

«Le ragioni sono state tre – affermò Aristide -: privatizzazioni, privatizzazioni, privatizzazioni».
La questione – riferì la giornalista - risale a una serie di incontri svoltisi agli inizi del 1994. Fu un momento decisivo nella storia di Haiti, del quale finora Aristide aveva parlato poco. Gli haitiani vivevano allora sotto il barbaro governo di Raoul Cédras, che nel 1991 aveva rovesciato Aristide con un’operazione golpista partita dagli Stati Uniti. Aristide si trovava a Washington e, sebbene il popolo invocasse il suo ritorno, non aveva modo di fronteggiare i golpisti della Giunta senza un appoggio militare. L’amministrazione Clinton, sempre più in imbarazzo per gli abusi di Cédras, offrì ad Aristide uno scambio: truppe americane l’avrebbero riportato ad Haiti, ma solo se lui avesse accettato un programma di profonde riforme economiche, aventi il dichiarato obiettivo di «trasformare in modo sostanziale la natura dello Stato haitiano». Aristide accettò di pagare i debiti accumulatisi durante la cleptocratica dittatura dei Duvalier, di abolire il servizio civile, di aprire Haiti al “libero commercio” e di dimezzare i dazi sul riso e sul grano. Era uno sporco affare – dice Aristide – ma non avevo scelta. «Ero lontano dalla mia patria, e la mia patria era il Paese più povero dell’emisfero occidentale. Cosa avrei dovuto fare?».
I negoziatori di Washington aggiunsero però una richiesta che Aristide non poteva accettare in alcun caso: la vendita immediata delle imprese a gestione statale, compresi i telefoni e l’elettricità. Aristide spiegò che delle privatizzazioni senza regole avrebbero trasformato i monopoli statali in proprietà oligarchiche, favorendo così l’élite degli haitiani ricchi e privando i poveri di misure di protezione sociale. Disse che una simile proposta era semplicemente priva di senso: «Per ogni persona onesta due più due fa quattro. Volevano farmi firmare che fa cinque». Aristide propose un compromesso. Invece di vendere senz’altro quelle aziende, le avrebbe “democratizzate”. Di preciso, avrebbe emanato una legislazione anti-trust, intesa a far sì che i proventi delle vendite fossero redistribuiti a vantaggio dei poveri e che i dipendenti delle aziende potessero diventarne azionisti. Washington cedette e il testo definitivo dell’accordo – accettato dagli Stati Uniti e da un gruppo di altre nazioni donatrici – proclamò la “democratizzazione” delle aziende statali. Ma quando Aristide pose mano all’attuazione del programma, uscì fuori che i finanziatori statunitensi interpretavano la democratizzazione come riguardante soltanto le pubbliche relazioni. E quando Aristide annunciò che non ci sarebbero state vendite finché il Parlamento non avesse approvato le nuove leggi regolatrici, da Washington si gridò all’inganno. «Compresi allora – disse Aristide – che si stava tramando un “golpe economico”. Si stava apertamente progettando di legarmi le mani, obbligandomi a vendere tutte le aziende statali senza contropartite». Egli allora minacciò di arrestare chiunque avesse continuato a sostenere le privatizzazioni. «A Washington erano molto arrabbiati con me. Dissero che non tenevo fede alla parola data, mentre in realtà erano loro i soli a non voler rispettare la politica economica concordata». I rapporti di Aristide con Washington si deteriorarono rapidamente. Furono tagliati oltre 500 milioni di dollari dai prestiti e aiuti promessi, togliendo in sostanza i viveri al suo governo, e l’agenzia USAID [Aiuti Internazionali degli USA] rimpinguò con milioni e milioni le casse dei gruppi di opposizione, finché si arrivò al colpo di Stato del febbraio 2004.
«Adesso – aggiunse la giornalista - la lotta prosegue. Il 23 giugno Roger Noriega, vice-segretario di Stato USA per le questioni dell’emisfero occidentale, ha invitato le Nazioni Unite a svolgere “un ruolo più attivo” nel reprimere le bande armate pro-Aristide. Ciò ha significato, in sostanza, che le popolazioni note come sostenitrici di Aristide sono state oggetto di rappresaglie collettive del tipo di quelle di Falluja». E’ sperabile ed è anche probabile – si può fondatamente dire adesso, a pochi giorni dal terribile terremoto – che gli USA di Obama si comportino in maniera più umana e con maggiore intelligenza politica.


   
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