1) Parlando con i dirigenti sindacali
Senza nemmeno attendere nostre domande, i
dirigenti sindacali della "Zastava" (Kragujevac), della "Mascinska Industria"
e della "Elektronska Industria" (Nis) - le fabbriche dove, oltre alle
scuole, si svolgono le nostre iniziative di adozione a distanza in Serbia
- ci hanno esposto a lungo, spesso accalorandosi, le loro idee, le loro
aspettative e le loro critiche sulle situazioni locali e su quella generale
del Paese. Come è comprensibile, i giudizi divergono sensibilmente.
Quello che era il sindacato di regime, e
che resta il sindacato maggioritario alla "Zastava", ha ora mutato il
nome da "Organizzazione sindacale unitaria" in "Sindacato autonomo";
ha anche sostituito molti componenti del Comitato direttivo e lo stesso
presidente, che adesso è Dragan Cobic; ma è ben lontano
dall'accettare i nuovi processi in corso dopo il "Cambiamento" (termine
comunemente usato in Serbia quando si vuol alludere in modo un po' anodino,
e senza troppo compromettersi, alla "rivoluzione di Belgrado" che sancì,
il 5 ottobre 2000, la vittoria dell'Opposizione democratica serba, sigla
DOS). Il Sindacato autonomo è apertamente contrario alla politica
economica dell'attuale governo serbo diretto da Zoran Djindjic. La "Zastava"
- ci dicono - verrà scissa in una diecina di fabbriche a sé
stanti, per agevolarne le privatizzazioni. Qualcuna cambierà
tipo di produzione (si parla perfino di sigarette, e già la cosa
sta sollevando proteste a Nis e a Vranje, che da molto tempo hanno fabbriche
di questo tipo, sebbene da ricostruire perché bombardate). Non
che prima le produzioni del complesso "Zastava" - quando, beniteso,
si produceva con effettivi sbocchi di mercato - fossero omogenee, dato
che qua si facevano automobili, là furgoni, altrove utensili
di vario genere e armi leggere. C'era però una direzione generale
che coordinava il tutto e lo gestiva per gli aspetti di maggiore importanza.
Adesso invece ci saranno tante fabbriche autocefale, ciascuna delle
quali tratterà separatamente l'ingresso di capitale privato,
per lo più estero (leggi multinazionale). A quali condizioni?
Qui sta il punto.
Secondo i dirigenti del Sindacato autonomo,
si tratterà di una svendita a grave danno degli operai, della
città, del Paese. La maggior parte delle nostre maestranze -
è la loro non difficile previsione - sarà licenziata in
tronco, perché dovremo limitarci ad "assemblare" pezzi provenienti
chissà da dove. Secondo il maggiore dei sindacati già
di opposizione, dal battagliero nome di "Nezavisnost!" e secondo la
sezione locale dell'Associazione dei sindacati liberi e indipendenti,
le privatizzazioni sono comunque un passaggio necessario e urgente per
una reale ripresa produttiva; sarà compito dei sindacati far
sì che questo passaggio avvenga nel modo il più possibile
indolore dal punto di vista sociale.
Dal "socialismo" di Milosevic, dunque, al
"neo-liberismo" di Djindjic: sarà davvero possibile condizionarlo
sindacalmente, in un Paese che sta per entrare nella "globalizzazione"
dopo dieci anni di isolamento e di "embargo", in un quadro generale
di diffusa povertà, pieno zeppo di profughi da quasi tutto il
resto della Jugoslavia di Tito, con infrastrutture inadeguate, impianti
obsoleti e un'inflazione di difficile contenimento? Noi serbi - tengono
a sottolineare tutti gli amici sindacalisti con cui parliamo, a prescindere
dalle loro diversità e contrapposizioni - siamo un popolo di
civiltà e cultura europea, nessuno potrà ridurci a una
colonia. Siamo già passati attraverso tante catastrofi, ci risolleveremo
anche questa volta. Noi di ABC, cosa potevamo rispondere? Fino a qualche
anno fa, il nome del grande complesso di Kragujevac era "Crvena Zastava",
che vuol dire "Bandiera rossa". Adesso è rimasta la Bandiera,
e siamo certi che i nostri amici, quale che sia il loro "colore", non
intendono ammainarla.
Non molto dissimile è la situazione
che abbiamo trovato a Nis. Alla Elektronska prevale il Sindacato unitario,
alla Mascinska "Nezavisnost!", e in sostanza i discorsi che ci fanno
sono, rispettivamente, analoghi. La differenza è che ambedue
i complessi già da tempo sono raggruppamenti di singole fabbriche,
ciascuna con produzioni specifiche. "Produzione", però, è
anche qui un temine improprio, poiché in realtà non si
produce, e quindi non si vende, quasi nulla. Ci hanno condotto a visitare
qualche "settore": ovunque macchinari fermi, oggetti lavorati a metà
e lasciati lì ad arrugginirsi, pochi operai che timbrano i cartellini
più che altro affinchè la loro appartenenza alla fabbrica
resti almeno scritta sui registri. Delle maestranze comprese in organico
- ci dicono i sindacalisti - solo un 20% lavora tutti i giorni, ma ad
orario ridotto, per un salario rapportabile a 60, 80, al massimo 100
marchi mensili; un 40% viene chiamato saltuariamente, il resto è
a "salario minimo garantito" (pari a nostre 15-20 mila lire!). Garantito,
però, fino a quando sarà possibile, ed è probabile
che fra poco non lo sia più.
In generale, sulla complessiva politica
economica del governo Djindjic il malcontento è diffuso. Aumentano
i prezzi - riferiscono tutti -, aumentano le tariffe dell'elettricità,
del telefono, aumentano le tasse, perfino quelle universitarie, aumentano
i prezzi di tutti i generi, anche di prima necessità. All'adagio
per cui "si stava meglio quando si stava peggio" (che i più vecchi
tra noi italiani ricordano come tipico dei nostri primi anni dalla caduta
del fascismo), molti contrappongono però la convinzione che è
necessario stringere la cinghia, e non per poco tempo, affinchè
l'inflazione non precipiti e la Serbia non si riduca a elemosinare troppi
e onerosi prestiti. E' questa una tesi sostenuta con forza sui "mass-media"
da esponenti governativi.
2) Un milione di profughi, tra "vecchi" e
"nuovi"
Zobnatica è una località nel
nord della Vojvodina, a metà strada fra Subotica e Backa Topola.
Ci sono alcune attrazioni turistiche: un noto allevamento di cavalli
da corsa, un mausoleo di rimembranze storiche e sportive, un pescoso
laghetto, un esteso e ben curato parco pubblico. Un albergo con pretese
di lusso ospita comitive di scolari o pensionati, cacciatori, squadre
di calcio o di basket in temporaneo "ritiro". Ma a una cinquantina di
metri dall'albergo, in un vecchio caseggiato agricolo, c'è un
"centro collettivo" per profughi. E' proprio lì che andiamo noi
in un afoso pomeriggio, su indicazione della nostra amica direttrice
della scuola "Nikola Tesla" di Backa Topola, dove, la mattina, avevamo
consegnato le "borse di studio". Sono una trentina di persone, assiepate
in poche anguste stanzette. Uno stretto ingresso dalle pareti annerite,
con una stufa a carbone e due panche, dove siedono alcuni anziani dall'aria
assente. Ci sediamo accanto a loro e cerchiamo di attaccare discorso
con tutta la naturalezza che ci riesce. A poco a poco comincia a rompersi
il ghiaccio e qualcuno prende a raccontarci la sua storia. Al silenzio
succede un profluvio di parole: dove stavano prima, dove lavoravano,
come era la loro casa, come viveva la loro famiglia, quando e come sono
dovuti andar via.
Zeljka abitava a Knin. Ne è dovuta
fuggire a precipizio ai primi dell'agosto 1995, con tutti gli altri
serbi della zona, quando il nuovo esercito croato, modernamente armato,
istruito e diretto da esperti americani, spazzò via in pochi
giorni, con un blitz denominato "Operazione Tempesta", l'autoproclamatasi
Repubblica serba di Krajina, in territorio croato, nata dalla rivolta
del 1991, con epicentro appunto nella cittadina di Knin. Perché
vi ribellaste? Perché non volevamo fare la fine di quelle centinaia
di migliaia di nostri padri o nonni che furono sterminati durante la
seconda guerra mondiale a Jasenovac, la Dachau croata di cui nessuno,
da voi, sa niente. Quando cominciammo di nuovo a vedercela brutta, mentre
il presidente Tudjiman lanciava da Zagabria lo slogan "la Croazia ai
croati" escludendoci così da ogni diritto nel nuovo Stato di
cui si preparava la secessione, i nostri uomini si armarono e resistettero
per quattro anni. Ma ormai, di fronte agli attacchi dei carri armati,
non potevano più farcela. Dovemmo lasciare in tutta fretta le
nostre case, incamminandoci verso Banja Luka [principale centro della
Republika Srpska e ora sua capitale- n.d.r.]. Di lì fummo smistati
nelle più diverse località della Serbia vera e propria,
e a noi è capitato di venire qui. Come vedete, ci stiamo ancora
dopo sei anni.
Da una cucina minuscola appare una giovane
donna, Zorica, con i suoi due figlioletti. Erano fuggiti a Doboi, città
della Republika Srpska a oriente di Banja Luka, incalzati dall'offensiva
"Maestral", sferrata da croati e musulmani nel settembre del '95, quando
i serbi di Bosnia erano ridotti allo stremo sotto i bombardamenti della
NATO. Come tutti gli altri - ci narra Zorica - siamo poi venuti in Serbia.
Tra i due figli riconosciamo una bambina che in mattinata aveva partecipato
allo spettacolo organizzato dalla scuola per darci il benvenuto. Donna
coraggiosa, Zorica, vivace e sorridente: dichiara di aver fiducia che
presto verranno giorni migliori.
Al racconto di Zorica segue quello di Milica,
un'anziana signora che fissa lo sguardo davanti a sé: non sta
guardando noi, ma la sua casa nel Kosovo, a Pristina. Suo marito era
ingegnere in una fabbrica della zona. Serbi, albanesi e altre popolazioni
vivevano e lavoravano insieme. Poi sono riprese le tensioni inter-etniche
ed è cominciata quella maledetta guerra... . Fortuna - dice Milica
- che noi avevamo imparato bene la lingua dei kosovari albanesi: questo
ci ha aiutato a fuggire in tempo e per la strada giusta. Ci mostra alcune
foto: la famiglia, la casa, i parenti, gli amici. Queste foto sono tutto
ciò che le rimane; le guardiamo per qualche minuto, rendendoci
conto che non è il caso di chiederle altro.
Di "centri collettivi" come questo a Zobnatica,
e di solito più grandi, la Serbia è piena, sparsi da Nord
a Sud. Su un popolo di dieci milioni, un milione di profughi dalla Bosnia,
dall'Erzegovina, dalla Krajina, dalla Slavonia orientale, dal Kosovo.
Alla scuola "Nikola Tesla" di Belgrado-Rakovica, per esempio, quella
cinquantina di alunni che aiutiamo con le "borse di studio" sono quasi
tutti profughi: basta guardare le loro schede con il luogo di nascita:
Zadar (Zara), Knin, Gospic, Vukovar, Pristina, Prizren... .Un caso davvero
al limite è quello della famiglia Stojsavljevic, sistemata nel
vicino "centro collettivo" sulla Rakovica put (strada). La ragazza affidata
- si legge nella scheda - "è stata profuga due volte: la prima
volta, nel maggio del '95, è dovuta fuggire da Bihac [Bosnia]
a un villaggio nel comune di Graciac [Krajina]. Poco dopo, il 5 agosto
dello stesso anno (si ricordi la citata "Operazione Tempesta"- n.d.r.),
è dovuta scappare ancora, fino a raggiungere Belgrado. Abita
ora in una stanzetta di tre metri per quattro con la madre, il padre
e un fratello. In queste condizioni, studiare è quasi impossibile".
Anche alla scuola "Ivan Goran Kovacic" di
Niska Banja (Terme di Nis), molti degli alunni che prendono le nostre
"borse di studio" vivono in un vicino "centro collettivo". E' l'"Hotel
Serbia", che ospitava una volta la gente ricca venuta per curarsi alle
acque termali e ai grandi, attrezzati impianti che le utilizzano. Adesso
l'albergo è zeppo di profughi, una famiglia per ogni stanza.
Ci andiamo a trovare alcune vecchie conoscenze, tra cui Jovanka, donna
ancora giovane ma affetta da sclerosi, con le gambe paralizzate e due
figli da portare avanti. Qualche anno fa mostrava un' eccezionale forza
d'animo, pareva che la malattia non la interessasse. Adesso è
scoraggiata e depressa, sdraiata su un lettino senza potersi più
muovere. Piange e si lamenta a lungo, cantilenando, perchè tra
poco i suoi bambini rimarranno soli.
3)Situazione d'incertezza in campo scolastico
Il "Cambiamento" ha prodotto o tende a produrre,
di riflesso, situazioni ambigue in molte scuole serbe. Per adesso timori
o, al contrario, speranze riguardano in primo luogo la loro dirigenza:
in parole povere, si è in attesa di sapere se questo o quel direttore,
vice-direttore o altri, di nomina o notorietà politica "socialista"
(cioè miloseviana), sarà lasciato al suo posto. Per il
momento, ci è parso di notare in alcune segreterie scolastiche
persone nuove, messe lì con compiti di sorveglianza. "La politica
non dovrebbe entrarci - dicono in molti, specialmente quelli che "temono"
-, dovrebbero contare soltanto la competenza professionale e i risultati
didattici conseguiti". Altri però - quelli che "sperano" - fanno
notare che prima del "Cambiamento" le scuole hanno funzionato secondo
criteri, programmi e metodi omogenei al vecchio regime, e che è
ormai tempo di farvi entrare "aria nuova", aprendo al vasto mondo l'orizzonte
mentale e culturale degli alunni.
Per intanto, ci si attende che vengano aperti
i cordoni della borsa da parte del Ministero e delle amministrazioni
comunali. Come abbiamo potuto constatare di persona, anche in alcune
delle scuole interessate dalle nostre iniziative ce ne sarebbe effettivamente
bisogno. Alla "Svetozar Markovic" di Novi Sad, per esempio, si sono
dovuti lasciare a metà i lavori di riparazione dei danni causati
dal bombardamento di due anni or sono. Alla "Ivan Goran Kovacic" di
Niska Banja molte aule, sistemate in seminterrati con le finestre a
livello stradale, quando piove di brutto devono essere evacuate, perché
si riempiono di acqua e fango. In tutte le scuole serbe, d'altra parte,
gli stipendi del personale docente e non docente sono molto bassi (corrispondono
a nostre 100 o 150 mila lire). Si sono fatti scioperi, interi o parziali
(cioè con accorciamento di orari), ma il risultato ottenuto,
un aumento del 15% che ancora non si sa se reale o promesso, non è
stato molto apprezzato.
A volte, personaggi incaricati del rinnovamento
scolastico da parte dell'attuale governo, cadono in atteggiamenti estremizzati
che farebbero meglio a risparmiarsi. Il 29 maggio si è tenuta
a Sombor, per iniziativa del DOS, una riunione di 150 direttori e insegnanti
di scuole della Backa occidentale e centrale (la Backa è la fascia
più settentrionale della Vojvodina, quindi della Serbia). Proprio
a Sombor la spinta al "Cambiamento" aveva avuto uno dei suoi punti di
maggior forza. Ha presieduto e concionato - ci narra la direttrice della
"Nikola Tesla" di Backa Topola - una donna giovane, tanto immatura quanto
arrogante, priva di reali competenze didattiche. Si chiama Marija Vuckovic
ed è stata inviata a Sombor dal ministro per l'educazione Gaza
Knezevic. A suo dire, tutto ciò che si è fatto finora
nelle scuole rappresentate dai convenuti è un cumulo di errori
e falsità, bisogna rovesciare tutto, ricominciare da zero. Non
precisa, però, in che modo e secondo quali indirizzi didatticamente
più validi. Contestata dai docenti, che si sentono ingiustamente
accomunati in una globale e indiscriminata condanna, chiude di colpo
la riunione e se ne va. Avvenimenti simili si verificano in molte altre
parti della Serbia. Si spera trattarsi di un breve periodo di transizione,
con le sue comprensibili derive d'inesperienza, ignoranza dei problemi,
incapacità ad assumere una linea giusta.
Passando a un discorso più generale,
fenomeni dello stesso tipo - ci è stato detto - si hanno un po'
in tutti i campi, sotto l'egida del presente capo del governo, Zoran
Djindjic, che molti ritengono uomo ambiguo, troppo legato all'Occidente
e in particolare alla Germania, dove ha studiato, si è formato
e di cui ha conservato il passaporto (avrebbe dunque doppia nazionalità,
tedesca e serba). Gli stessi lo considerano il miglior cavallo di Troia
dei nemici della Serbia. Generale è invece l'apprezzamento per
Kostunica, che tutti giudicano uomo equilibrato e realmente rispettoso
delle regole democratiche. Si sta facendo strada l'aspettativa delle
annunciate nuove elezioni politiche a breve scadenza, nella speranza
che ne sortisca per lo stesso Kostunica un più diretto ruolo
di governo, al di sopra delle attuali incertezze e sbandate, e al di
fuori delle "lottizzazioni" fra i partiti della coalizione DOS.
4)Un'accoglienza indimenticabile
> Piccola e malandata è la scuola "Rodoljub
Colakovic", sita in Donja Vrezina, un sobborgo di Nis. La stradina per
arrivarci è attraversata da buche piene d'acqua dalla profondità
incerta. L'edificio scolastico è al centro di un prato senza
recinzione, con a fianco un "campo di calcio" lungo una diecina di metri,
dalla larghezza indefinita; le due "porte" sono segnate da pietre dove
è sperabile che i piccoli giocatori non vadano a battere la testa.
L'edificio scolastico ha spazio soltanto per due aule; gli stessi genitori
stanno provvedendo alle riparazioni più urgenti, dagli infissi
al WC.
La scuola comprende solo le prime quattro
classi; è la succursale di un'altra più grande e un po'
lontana, dove gli alunni dovranno recarsi in seguito per il secondo
ciclo dell'obbligo. Questa volta è venuto anche il direttore
della scuola principale, che ci accoglie con interesse e cordialità,
offrendoci alcuni regali: un po' di tutto, da alcune allegre formicone
variopinte, manovrabili come marionette con fili, costruite dagli alunni
durante le lezioni di lavoro manuale, all'immancabile bottiglia di "rakija"
(grappa da vari frutti, che i serbi generalmente distillano in casa
e di cui fanno uso abbondante sia come aperitivo che come digestivo).
Più di una bottiglia di rakija è
stata stappata, e vuotata, durante l'indimenticabile festa con cui insegnanti,
genitori e alunni della piccola scuola hanno voluto darci il benvenuto.
Una lunga tavolata nell'aula più grande. Appena ci sediamo, da
una parte di essa, assieme agli insegnanti, dall'altra si mettono gli
alunni cui abbiamo appena consegnato le "borse di studio". Torte e pasticcini
fatti or ora dalle mamme, succhi di frutta e aranciate per tutti. Ma
ecco che i genitori prendono il posto degli alunni; le bottiglie di
prima vengono sostituite, appunto, da quelle di rakija e s'intensificano
i brindisi: Djveli! - e noi rispondiamo: Alla salute! Ma dove sono finiti
i bambini? Eccoli ricomparire, con abbellimenti sui vestiti e fra i
capelli, per un grazioso spettacolo di recite, canzoni, balli tradizionali.
Tocca a noi, adesso, ricambiare in qualche modo. Questa volta, per fortuna,
abbiamo nella nostra delegazione Leonardo, che è un bravo tenore.
Intona vecchie canzoni napoletane, universalmente note, e qualche pezzo
d'opera, fra scroscianti applausi generali. Genitori e insegnanti vogliono
fare anch'essi la loro parte, con canzoni serbe melodiose e un po' malinconiche.
Si passa poi tutti quanti a "Bella ciao", "Scarpe rotte" e simili, comune
eredità del periodo partigiano. Alla fine compaiono una chitarra
e una fisarmonica: tutti a ballare a coppie, in fila, in circolo, per
un'oretta buona. Dopo un ultimo Djveli! ci congediamo. Siamo stati lì
quattro ore, molti (e molte) hanno le lacrime agli occhi.
Si parla a volte di "Diplomazia popolare";
noi ci limitiamo a dire che piccoli episodi come questo sono importanti,
perché spargono semi di amicizia, gettano ponti di solidarietà
e fratellanza tra popoli, tendendo ad allontanare bombe e cannoni dal
ricordo e dal pensiero
1) Ricevimento al Municipio di Nis
Il pomeriggio di giovedì 24, al palazzo
comunale (dove fervono lavori di ricostruzione) ci riceve il vice-sindaco,
Mirjana Barbulovic. E' una donna giovane, minuta, simpatica, piena di
energia. Ci dà il benvenuto nella città, ce ne espone
brevemente i gravi problemi, ci ringrazia delle nostre iniziative "umanitarie".
Ci parla fra l'altro di due giovani giocatori locali di basket, due
talenti da poco "acquistati" da una squadra greca. La preghiera di attivarci
per analoghi "acquisti" da parte di squadre sportive italiane è
implicito ma evidente. Già altre volte, a Nis, richieste simili
ci erano state rivolte da persone che sperano di far carriera in Italia:
un tenore, un pugile, ecc.
A Nis, come in tante altre città
della Serbia, pullulano i più svariati organismi assistenziali,
interni ed esteri, religiosi e laici. Alla piccola riunione dal vice-sindaco
sono presenti anche i rappresentanti locali della "Yu-Rom Centar", che
si occupa appunto dei Rom e di altre minoranze etniche, nonché
dell'Associazione per le madri sole con figli da allevare. Ambedue ci
danno copia dei rispettivi programmi e ci chiedono un aiuto.
Queste sono certamente brave persone, e
gestiscono organismi "umanitari" seri. Bisogna però stare attenti,
chè il momento è ritenuto propizio anche per iniziative
di tutt'altra e dubbia natura. Quelle sovvenzionate dal magnate Soros
e simili sono note; ma adesso se ne stanno infiltrando di nuove, che
i Serbi non avevano mai visto. A Backa Topola, per esempio, si è
installato un santone americano, sedicente "adoratore di Gesù
sul Golgota". E' andato anzitutto dal sindaco (del partito irredentista
ungherese) e da lui si è fatto introdurre nelle scuole e in altre
realtà cittadine. Sta facendo numerosi proseliti, distribuendo
soldi a piene mani. Un proselitismo molto facile tra gente ridotta in
povertà, e anche molto sospetto.
2) Prosegue l'iniziativa "Pancevo chiama
Italia"
Gli strumenti e materiali per la cromatografia
che abbiamo acquistato dalla ditta "Camag" sono felicemente arrivati
all'Istituto d'igiene e protezione ambientale di Pancevo. Loris Campetti,
inviato del "manifesto", ne ha ampiamente parlato in un articolo del
9 gennaio e in un servizio successivo: li ha visti già in funzione
per misurare la presenza di sostanze tossiche nel cibo. Ha intervistato
la dirigente del laboratorio, dottoressa Mica Saric Tanaskovic, e ne
ha riportato le seguenti testuali parole: "Ci avete donato l'attrezzatura
più moderna per questo tipo di analisi, che tutti gli istituti
simili al nostro si sognano. Stiamo già intervenendo sulle microtossine
che con il calore - i bombardamenti hanno violentato anche il nostro
clima atmosferico - si sviluppano nei cereali in seguito alla catastrofe
ecologica e potremo effettuare analisi anche per l'insieme della Vojvodina,
granaio della Serbia"
Attualmente siamo pronti ad inviare all'Istituto
uno spettrofotometro a raggi ultravioletti ed accessori (costo 15 milioni).
Stiamo solo aspettando la definizione degli inevitabili adempimenti
burocratici
.
3) Nulla di nuovo in Bosnia?
Dopo la consegna delle "borse di studio"
alla scuola di Pale, ha voluto invitarci a cena il direttore Radomir.
Anche lui è un nostro vecchio amico. Sul suo volto si legge lealtà
e fedeltà immutabile alle proprie idee. Ha combattuto tre anni
e mezzo nella "Difesa territoriale" della cittadina, allora capitale
della Republika Srpska, quindi sede del governo di Radovan Karadzic.
"Noi a Pale - è questo il suo maggiore vanto - i musulmani non
ce li abbiamo fatti arrivare". Peccato che, finite le ostilità,
sia incappato in una mina anti-uomo mentre stava per sedersi a pescar
trote, e così adesso cammina con la protesi. Disgrazie analoghe,
e anche più gravi, sono accadute a tanti altri in Bosnia, specialmente
bambini: c'erano, e ci sono, dai tre ai cinque milioni di queste mine;
nelle scuole una pubblicazione dell'UNICEF per mettere in guardia gli
alunni è compresa tra i libri di testo.
La cena si svolge in un ristorante sul monte
Jahorina, dove si tennero, nell'ormai lontano 1984, le olimpiadi di
sci femminile. Nel locale ci siamo soltanto noi, davanti a un grande
braciere dove sta cuocendo carne alla griglia. All'intorno i grandi
alberghi di un tempo sono vuoti, tranne uno dove abitano profughi.
"Che situazione c'è adesso in Bosnia?"
- ci azzardiamo a chiedere. "Sempre la stessa", è la lapidaria
risposta di Radomir. Essa vuol significare varie cose. In primo luogo
che dopo la "pace" di Dayton, firmata nel dicembre '95, le truppe internazionali
della SFOR ("Stabilization Force"), comprendenti anche un forte contingente
italiano, continuano a tenere sotto controllo l'intero territorio della
Bosnia-Erzegovina. E in realtà, se così non facessero,
la pace sarebbe di nuovo in pericolo, come dimostra il semplice fato
che stanno lì da sei anni, mentre avrebbero dovuto andarsene
dopo uno.
La risposta di Radomir sta a significare
inoltre che uno degli obiettivi fondamentali sanciti a Dayton, e cioè
la reintegrazione inter-etnica e il ritorno alle proprie case delle
masse di profughi delle tre parti - serbi, croati e musulmani - si dimostra
irraggiungibile. Ne abbiamo avuto uno degli innumerevoli esempi proprio
in questo viaggio, quando una nostra amica serba di Rogatica, che una
volta abitava a Sarajevo, ci ha ricevuto in una casa che fino a pochi
giorni prima era di proprietà di una famiglia musulmana. L'ha
scambiata con la sua casa di Sarajevo, e le è andata bene - ha
commentato - anche se la sua casa di prima era molto più bella
e anche se Rogatica non è Sarajevo.
In terzo luogo, Radomir ha voluto far capire
che si pensa ormai, anche da parte serba, che è tempo di uscire
dagli equivoci di Dayton. Le rispettive pulizie etniche sono ormai acquisite
e definitive; se i croati dell'Erzegovina stanno agitandosi per riunirsi
alla Croazia, perché loro non dovrebbero riunirsi alla Serbia?
Resta il problema dei musulmani. Si adatteranno a un piccolo Stato cuscinetto
o cercheranno, utilizzando le contrastanti mire geopolitiche straniere,
di realizzare quella "Linea verde" da Istanbul a Pristina, dal Sangiaccato
a Sarajevo, che è una delle tante versioni dei sogni balcanici
di "grandezza", accanto ai progetti di "Grande Serbia", "Grande Croazia",
"Grande Albania" e via dicendo?
Quanto a Drago, il "pedagogo" della stessa
scuola di Pale (cioè assistente sociale, psicologo, incaricato
dei rapporti con le famiglie), egli ha frequentato - ci racconta - un
seminario tenuto a Helsinki per il rinnovamento di programi e metodi
didattici. Evidentemente, il povero "Alto Commissario" per l'attuazione
dei trattarti di Dayton nei loro aspetti civili ce la sta mettendo tutta,
anche se i riultati non risultano molto brillanti. C'è però
da dire che lo stesso Drago insiste nell'invitare gruppi di alunni italiani
- appartenenti a scuole che aderiscono alle nostre iniziative - a venir
a sciare sul monte Jahorina. Che qualche spiraglio alla riconciliazione
inter-bosniaca possa aprirsi attraverso "triangolazioni" internazionali
a livello di giovani? Le vie del Signore sono infinite... .
|