Questa volta, invece di soffermarci su quanto fatto, visto e sentito in ciascuna
città, scuola o fabbrica visitata per la consegna delle nostre
“borse di studio”- di nuovo, come al solito, a Backa Topola,
Krivaja, Novi Sad, Belgrado-Rakovica, Kragujevac, Nis, Niska Banja,
Rogatica, Pale, Lukavica -, vogliamo riferire sulla situazione generale
che abbiamo trovato, in Serbia e in Bosnia, durante il nostro ultimo
“giro”, dal 17 al 29 maggio u.s.
Serbia –
Dopo l’assassinio del premier Zoran Djindjic, avvenuto il 12 marzo,
lo ha sostituito il suo vice Zoran Zivkovic e si è decretato
lo stato di emergenza, che è durato fino a poco prima del nostro
viaggio. Noi di ABC ci siamo sempre astenuti - e continueremo a farlo
– da giudizi politici che non ci riguardano; non però dal
dare quelle informazioni, anche politiche, che sono necessarie per mettere
in grado i nostri soci e sostenitori di rendersi meglio conto del clima
in cui vivono i bambini e ragazzi affidati, con le loro famiglie.
L’atmosfera che si respira attualmente in Serbia è pesante.
Lo stato di emergenza non è servito soltanto ad emarginare personalità
sgradite, a liquidare bande “politico-mafiose” (ad es. quella
di Zemun, roccaforte dei radicali-nazionalisti intransigenti alla periferia
di Belgrado) e formazioni politico-militari (ad es. i “Berretti
rossi”) sospettate di residui legami col “vecchio regime”
E’ servito anche – quel che più importa – a
sottoporre la popolazione a misure economiche ancor più restrittive
ed onerose, reprimendo le proteste e cercando quasi di mettere il bavaglio
alla gente.
Malgrado ciò, i nostri amici sindacalisti di Kragujevac e di
Nis ci hanno parlato fuori dai denti, permettendoci di intravedere un
quadro aggiornato della situazione economico-sociale. Cercheremo di
comunicarvela meglio che possiamo, dandovene almeno qualche significativa
“pennellata”.
Secondo le statistiche, su dieci milioni di cittadini i disoccupati,
in Serbia, sono quasi un milione, cioè un decimo non della popolazione
“attiva”, ma di quella totale. Ma che cosa s’intende
per disoccupato e che cosa, di conseguenza, per occupato? Alla “Zastava”
di Kragujevac lavoravano, prima, 36.000 operai, provenienti in parte
dalle campagne della Sumadia, la grande regione agricola di cui appunto
Kragujevac è capoluogo, in parte dal resto della Serbia meridionale
e specialmente dal non lontano Kosovo. Adesso i dipendenti della “Zastava”
sono ridotti a meno della metà, tanto è vero che, considerando
l’insieme della città di Kragujevac, che conta 172.000
residenti, i disoccupati “ufficiali” sono 19.000. Ma vi
vanno aggiunti i 7.000 che sono comunque usciti anche loro, di fatto,
dalla “Zastava”, in quanto hanno accettato - secondo la
“Legge sul lavoro” precedente a quella emanata durante la
“emergenza” – o un magro sussidio per due anni al
massimo (da 58 a 62 euro mensili a seconda della qualifica), ovvero
un compenso “una tantum” pari a 100 euro per ogni anno di
lavoro effettivamente prestato. Gli uni e gli altri sono ancora in lista
per un ipotetico nuovo impiego e perciò non sono considerati
come disoccupati, ma solo “in mobilità”. Vanno aggiunti
inoltre 4.000 lavoratori “stagionali”, adibiti alla raccolta
della frutta e simili, che possono esser definiti come occupati solo
in maniera impropria, per non dire beffarda. Tirando le somme, i non
realmente occupati sono, a Kragujevac, ben più di un decimo della
popolazione complessiva: sono tra un quinto e un sesto. Se poi si aggiungono
ancora 30.000 profughi “registrati” e un numero imprecisabile
di non registrati, arrivati nella città e dintorni fuggendo dalle
varie guerre jugoslave degli anni 1992-95, nonché quelli dal
Kosovo nel 1999, si può concludere che a Kragujevac la situazione
occupazionale effettiva è da due a tre volte peggiore di quella,
già di per sé disastrosa, indicata dalle statistiche nazionali.
A Nis, peraltro, le cose non sono migliori. Alla “Mascinska Industria”
(MIN), su 15.000 dipendenti soltanto 5.000 sono rimasti in servizio
e scenderanno presto a 3.500 in seguito alla più che probabile
chiusura di 10 delle 36 imprese riunite nella holding. Ma come, in che
senso si parla, alla MIN, di operai rimasti in servizio? Se ne parla
nello stesso senso in cui lo si fa, sempre nella città di Nis,
alla “Elektronska Industria” (EI). Qui c’erano 12.800
operai; ne sono rimasti 4.800. Ma – abbiamo chiesto ai sindacalisti
– almeno questi lavorano regolarmente, cioè a tempo pieno,
otto ore al giorno per tutti i giorni dell’anno, escluse ferie
e festività? Risposta negativa. A tempo pieno sono soltanto 500.
Gli altri stanno in servizio per modo di dire, cioè in un senso
che potremmo definire “ridotto”, anzi, il più delle
volte, addirittura nominale: vengono a lavorare saltuariamente, quando
serve, quando li chiamano, vengono insomma più che altro per
fare atto di presenza, per timbrare ogni tanto il cartellino, cosicchè
il loro nome continui a figurare negli elenchi della fabbrica. Per questa
cosiddetta “prestazione lavorativa” ricevono compensi che
si aggirano, nei casi migliori, intorno ai 100 euro annuali. In tal
modo, comunque, nell’eventualità (per ora remota) di qualche
ingresso di capitale estero che consenta una certa ripresa produttiva,
questi operai “per finta” potranno tornare ad essere operai
veri. Le direzioni aziendali possono intanto far figurare un numero
di dipendenti ridotto ma non proprio – come è nei fatti
– al lumicino, e dalle statistiche possono risultare cifre di
disoccupazione certo gravissime ma molto inferiori alle realtà.
Dobbiamo dire ancora una cosa. Durante lo stato di emergenza la “Legge
sul lavoro” nazionale è stata modificata in peggio, e fortemente.
Chi oggi è considerato in eccesso, viene semplicemente licenziato
e può scegliere tra due tipi di “ammortizzatori sociali”,
ambedue ridotti al minimo: o nove mesi di sussidio (anziché due
anni) con 70 euro mensili, ovvero una liquidazione pari, mediamente,
a 1.650 euro.
Si conserva comunque il diritto all’assistenza medica, ma è
un principio giuridico che trova poco riscontro nella pratica, date
le condizioni attuali della sanità in Serbia. A Kragujevac, per
esempio, l’ospedale c’è, gli ambulatori ci sono,
ma il più delle attrezzature diagnostiche e terapeutiche o non
funziona o è troppo obsoleto, dagli apparecchi per le ecografie
a quelli per la chemioterapia (dei quali, dopo i bombardamenti all’uranio
del 1999, è aumentato il bisogno). Chi ne necessita deve andare
a Belgrado, dove pagherà tutto, più le spese di viaggio.
Da questa situazione in due grandi città industriali serbe, si
può agevolmente desumere quale sia lo stato delle cose a livello
nazionale. E c’è da dire ancora del rincaro delle tariffe
per elettricità, acqua ecc., del rigore ormai inesorabile nell’esigerne
il pagamento, pena non solo lo “stacco”, ma in certi casi
perfino il tribunale. La nostra amica Vesna – se si vuole un altro
esempio –, segretaria amministrativa del sindacato della MIN,
si è vista intimare il pagamento di arretrati dell’elettricità
per 150.000 dinari, cioè 2.300 euro. Glie li hanno rateizzati
lungo alcuni anni, ma non potrà mai farcela, lei che non raggiunge
100 euro al mese di stipendio! Si capisce allora come la maggior parte
di coloro che, estromessi dal lavoro, hanno ricevuto i magri compensi
di cui sopra, ben lontani dal poterli utilizzare – come suggerito
dalla propaganda ufficiale – per qualche “nuova attività”,
per “mettersi in proprio”, semplicemente ci pagano appunto
gli arretrati delle varie bollette.
Parliamo adesso di salari, stipendi e prezzi. Il salario medio di un
operaio a tempo pieno – uno dei pochi – equivale al massimo
a 100 euro mensili; lo stipendio di un insegnante di scuola elementare
a 150, di scuola superiore a 200, quello di un medico a 500. Vanno però
detratte le trattenute. Sui salari lordi – ci hanno precisato
a Kragujevac – il 14% va per tasse governative, il 9,8% per pensione
e invalidità, il 5,95% per la sanità (funzionante come
sopra accennato), infine lo 0,55% per …. solidarietà con
i disoccupati (!). Totale: 30,3%.
Quanto ai prezzi, possiamo riferire che attualmente in Serbia un kg.
di pane costa 35 dinari, di zucchero 45, di farina 35. Un litro di olio
di mais 65, di latte 25. Un hg di caffè 25, di thè 40.
Un kg di carne di pollo 120, di maiale 250, di vitello 270, di formaggio
bovino 150, ovino 220. Patate, pomodori e altri ortaggi costano 100
dinari in media, la frutta “normale” 50. I detersivi 120-150.
Un tailleur per donna 3000-4000, scarpe donna minimo 1200. Per uomo:
giacca e pantaloni minimo 4500, camicia 1500, scarpe da 2000 a 4000,
giaccone 5000, maglione da 1500 a 3000. Ce lo hanno detto le massaie
e lo abbiamo visto nei negozi, vuoti o semivuoti. L’affitto di
un piccolo appartamento è di 10.000-15.000 dinari al mese, l’acqua
costa 600 dinari, l’elettricità 2500-3000, anche perché
serve non solo all’illuminazione, ma, generalmente, per cucina
e riscaldamento Posto che un euro si scambia attualmente con 66-67 dinari
e presto, perciò, si scambierà con 70, fate voi il conto
di quanto costa l’essenziale per vivere, espresso nella nostra
moneta.
E per la scuola? Solo i libri di testo costano l’equivalente di
25-30 euro per ogni classe da frequentare, e per lo più vanno
cambiati ogni anno. Uno zainetto costa 6-8 euro. Si aggiungano quaderni,
penne, matite, colori e quant’altro. In totale – ci ha detto
una direttrice didattica – occorrono 50-60 euro solo per le cose
strettamente scolatiche. Ma bambini e ragazzi non possono andare a scuola
vestiti da straccioni, e poi per sei mesi all’anno fa freddo:
quindi, dati i prezzi dell’abbigliamento poco sopra esemplificati,
la spesa quanto meno si raddoppia. Bisogna inoltre tener conto del fatto
che nella maggior parte delle scuole serbe si svolgono anche attività
post-scolastiche, come corsi di danza, di canto, di ginnastica, sport
vari dal calcio al basket alla palla a volo, perfino gli scacchi. Sono
cose facoltative, ma sarebbe ben triste per un alunno dover restarne
fuori.. Ora, per queste attività non può non occorrere
qualche spesa aggiuntiva. Tutto sommato, le borse di studio di ABC sono
provvidenziali, per chi le riceve: bastano per la scuola e ne può
avanzare per altre necessità familiari.
A conclusione di questa breve ma angosciante “carrellata”,
resta da domandarsi come facciano i serbi a sopravvivere. E’ quel
che abbiamo chiesto ai nostri amici sindacalisti, con riferimento ai
loro operai o ex operai. La risposta è stata che una parte di
loro si arrangia con lavoretti occasionali, ovviamente “al nero”,
o con traffici vari, dalla compra-vendita di roba usata ad altre attività
magari al limite del lecito. Ma la maggior parte beneficia del fatto
di aver conservato qualche pezzo di terra al villaggio di provenienza,
o comunque di avere lì parenti e amici: può dunque andarvi
a coltivare l’orto, ad allevare il maiale, i polli e simili, onde
risparmiarsi di comprare molta roba al mercato cittadino. Alla MIN,
per esempio, gli operai si vantano di essere più adatti al lavoro
particolarmente pesante che vi si svolge (o vi si svolgeva), proprio
per la loro origine contadina, che li aveva abituati alla fatica della
zappa e della vanga, e sfottono quelli della EI, le cui lavorazioni
sarebbero più leggere e quasi, al confronto, “da signorini”.
Ecco dunque la grande risorsa del popolo serbo: il ritorno, almeno parziale
e temporaneo, all’agricoltura! E non manca chi teorizza invece
un ritorno definitivo, come la vera strada per un futuro migliore. Solo
che non tutta la Serbia è come la Vojvodina, con le sue pianure
sterminate e le sue coltivazioni a livello tecnico relativamente progredito.
Bisognerebbe estendere la meccanizzazione dell’agricoltura, e
le altre misure per la sua modernizzazione, anche alle regioni del Centro
e del Sud: non è certo cosa di un giorno.
Tutt’altra è comunque, la strada scelta dagli attuali dirigenti
della politica economica serba, per il risollevamento del Paese. Si
fa affidamento, piuttosto, su una ripresa industriale, dipendente però
essenzialmente da massicci investimenti esteri. E’ per favorirli
che, nell’attesa, le fabbriche vengono in parte de-strutturate,
in parte vendute all’asta (generalmente a strani acquirenti serbi),
e si manda via un così forte numero di operai. Ma di tali investimenti,
per adesso, se ne vedono ben pochi, e di fronte a episodi come l’assassinio
di Djindjic, è logico ritenere che qualsiasi “multinazionale”,
grande o piccola che sia, ci pensi su non due ma tre volte. Intanto,
e malgrado tutto, anche il nuovo premier va ribadendo la certezza dello
staff dirigente in una prossima entrata della Serbia nell’Unione
Europea. Sarà…; anzi speriamo tutti che così sia,
ma ci vuole ben altro.
> Bosnia –
Qui ciò che possiamo riferire è più breve e più
semplice, anche se – dal punto di vista politico e da quello umano
– ancora più triste. Gli accordi di Dayton, ratificati
a Parigi nel dicembre del 1995, prevedevano la reintegrazione inter-etnica
e una progressiva riunificazione della Bosnia-Erzegovina, solo provvisoriamente
suddivisa tra le due “entità” serba e croato-musulmana.
A ormai oltre sette anni di distanza, nulla di ciò è stato
realizzato. Alla nostra domanda su chi comandi effettivamente sull’insieme
del Paese, la risposta – nelle scuole dove continuiamo a recarci
– è la stessa: comanda la “Comunità internazionale”,
vale a dire l’Alto Commissario dell’ONU preposto appunto
(e la cosa comincia ormai a essere amaramente comica) all’applicazione
dei trattati di Dayton-Parigi. Ma allora quale soluzione è possibile,
se non a breve almeno a medio termine? Anche qui, la risposta unanime
e costante è: i serbi con Belgrado, i croati con Zagabria e i
musulmani sotto uno statuto speciale che li garantisca in qualche modo.
Quanto alla situazione economica, si nota una certa ripresa di attività
produttive (a Pale, per esempio, è ben visibile nel campo edilizio).
Ma essa è dovuta essenzialmente agli aiuti internazionali, più
cospicui, peraltro, sul versante croato-musulmano che su quello serbo.
Di questa sperequazione qualche governo dei Paesi “avanzati”
comincia ad accorgersi: quello giapponese, ad esempio, ha deciso di
costruire due nuovi edifici scolatici nel primo versante e tre nell’altro.
Di questi tre, uno è andato proprio alla “Sveti Sava”,
cioè all’elementare di Lukavica dove consegnamo le nostre
borse di studio. Il direttore ci ha portati a visitarlo: effettivamente
è una meraviglia, manca solo la palestra, perché i giapponesi
nelle loro scuole non ce l’hanno.
C’è da aggiungere che comunque, quel tanto di ripresa economica
che c’è anche sul versante serbo, sta determinando bensì
aumenti degli stipendi (un ruolo trainante hanno quelli dati alle numerose
persone impiegate direttamente dai vari organismi internazionali - politici,
militari, umanitari), ma anche aumenti dei prezzi. Non a caso i serbo-bosniaci
si recano spesso ad acquistare viveri al di là della Drina, cioè
del confine che li separa dai “cugini” delle vicine città
serbe, intasando le dogane coi loro autobus.
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