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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia, dal 25 settembre al 5 ottobre 1999


Abbiamo preferito la forma del diario riferendo, giorno per giorno; sulle iniziative svolte come da programma, nonché su esperienze, situazioni, osservazioni, notizie che possono interessare.

Hanno partecipato al viaggio: Jovanca Knezevic, operaia alla Fiat, di origine serba, come interprete e continua fonte di buoni consigli; Vittorio Tranquilli, presidente dell'associazione; Maurizio Caldarola, guidatore instancabile e ottimo collaboratore tuttofare.

Sabato 25 settembre

Partenza ore 8, da Roma per il Tarvisio e l'Austria. Pernottamento in un modesto albergo a Furstenfeld, a meta strada tra Graz e il confine con l'Ungheria. Già si nota, appunto, una forte presenza di popolazione di lingua e cultura ungherese.

Domenica 26 settembre

Attraversamento dell'Ungheria fino alla dogana di Tompa-Kelebja per entrare in Serbia.

Conviene prendere la lunga strada E/8, da Kormend fino a Vezprem, lasciarla per aggjrare il lago Balaton da est, procedere per Cece, Dunafoldvar, Kiskoros, Kis- kunhalas, fino a raggiungere la predetta dogana (dal Balaton, il percorso è verso Sud, poi Sud-Est). Le principali strade ungheresi sono buone, ma spesso strette e a curve, malgrado il terreno pianeggiante. Perciò, e per le frequenti brume, è obbligatorio tenere accesi gli anabbaglianti.

Appena in Serbia, traversata la bella città di Subotica, arriviamo alla cittadina di Backa Topola (= "Pioppi della Backa"), 30 Km. più a sud.

La Backa è il distretto piu settentrionale della Vojvodina, Regione autonoma della Rep. di Serbia, a popolazione mista serbo-ungherese, più svariate minoranze. Bilinguismo ovunque, dai segnali stradali ai documenti e - ciò che più importa - all'insegnamento scolastico. In base alla Costituzione del 1974, promossa da Tito, l'autonomia (analogamente a quella del Kosovo) era molto ampia: nel capoluogo Novi Sad c'era un governo regionale con i suoi ministeri, ecc. Adesso l'autonomia e assai ridotta; permane la pacifica convivenza tra culture diverse. Si succedono chiese cattoliche e ortodosse. Palazzi storici a prevalente architettura asburgica, poiché la regione apparteneva un tempo all'Impero austro-ungarico.

Ci ospita la buona e brava amica Jelena Simovic, direttrice della locale scuola primaria "Nikola Tesla". In Serbia la scuola dell'obbligo ("Osnovna Skola", sigla O.S. ), comprende 8 anni di corso, da 7 a 15 anni di età. In precedenti occasioni avevamo visitato questa scuola da cima a fondo, entrando in classi di alunni serbi e ungheresi. Dalla seconda classe, si comincia a studiare l'altra lingua. Molto spazio viene dato alla musica, alla danza, allo sport. La cittadina (circa 20.000 abitanti) non è stata bombardata, ma continuamente sorvolata da aerei provenienti dall'Ungheria: anche qui, dunque, nottate in cantina, paura, bambini traumatizzati.

Lunedi' 27 settembre

Tra gli alunni della "Nikola Tesla" c'era già un centinaio di profughi provenienti dalla Krajina, dalla Bosnia, poi dalla Slavonia orientale. Alcune, nostre scuole, e particolarmente quelle del Circolo didattico di Montelibretti, un comune in provincia di Roma, e centri vicini, avevano provveduto alla loro mensa scolastica per l'intero anno 1997-98. Si sono ora aggiunti profughi dal Kosovo. La direttrice ce ne presenta qualcuno, poi ci porta a visitare le baracche (alloggi abbandonati da operai di un cantiere terminato) dove vivono quelli, tra i profughi, che non hanno trovato sistemazione migliore.

Come nel resto della Serbia, i profughi che non trovano accoglienza presso parenti o amici, ne possono affittare un'abitazione propria, si assiepano in "Centri collettivi" (già alberghi, scuole, ecc.). Il problema dei profughi è gravissimo in Serbia. Vi sono quelli del '92, dall'Erzegovina e dalla Bosnia, del '95, dalla Croazia, del '97, dalla Slavonia, ecc. Quelli "riconosciuti"£ ufficialmente sono oltre 600.000, ma in realtà il totale si avvicinava al milione, prima della cacciata dal Kosovo; ora si puo fare la cifra di 1.200.000 su un popolo di 10 milioni di residenti. Quelli provenienti dal Kosovo rimangono cittadini serbi (Internal Displaced Persons- IDP); gli altri sono considerati stranieri, perché provenienti da Stati ormai indipendenti, quindi non possono avere da Belgrado un passaporto per eventuale emigrazione, né altro. Solo un tesserino che dà loro diritto a un ricovero e alla minestra. Per tutti, depressione, umiliazione, spesso abulia; difficoltà estrema di un regolare lavoro e conseguenti attività illecite.

Nel salone della "Nikola Tesla" si svolge la cerimonia della consegna delle "borse di studio" agli alunni più bisognosi (profughi, appunto, e la maggior parte orfani almeno di padre; qualche residente in povertà). Ci stavana aspettando con i loro genitori o aventi cura. Discorso della direttrice, imbarazzata risposta di Vittorio Tranquilli, poi uno alla volta i bambini o ragazzi e i loro accompagnatori vengono a ritirare l'aiuto, a firmare la ricevuta. Appaiono combattuti fra timidezza, vergogna, soddisfazione. Sui loro volti, alternanza di sorriso e di pianto. Per qualcuno c'é anche la lettera e magari un regalino da parte del "donatore" italiano. A tutti una stretta di mano, un bacetto ai bambini. Qualche adulto si fa il segno della croce ortodosso e ci benedice. Come si può capire, anche la nostra emozione è forte; si ripeterà nei giorni successivi.

Martedi' 28 settembre

Partiamo di buon'ora per Novi Sad. L'autostrada è agibile, il ponte sul Danubio presso la citta' è rimasto in piedi (uno dei pochi). Andiamo a prendere la nostra interprete "aggiuntiva", signora Neda, che lavora alla "Novosadski Sajan" (= Fiera di N.S.), dove, malgrado le sanzioni, c'è forte affluenza di "businessmen" piccoli e meno piccoli, molti dall'estero per affari import-export. Ci danno documenti illustrativi, che conserviamo in sede per chi Fosse interessato. Ore 11: siamo alla O.S. "Svetozar Markovic", parzialmente distrutta dai bombardamenti, assieme a palazzi vicini. Scattiamo foto. Il direttore, Milorad Cudic, ci riceve assai cordialmente.

In Serbia,dovunque si vada - scuole, uffici, sedi sindacali ecc. -, specialmente se si è stranieri, non ci si può sottrarre a un consolidato cerimoniale. Mentre arrivano altre persone importanti e viene servito un rinfresco (caffe' alla turca, succo di frutta, "rakja", cioè una grappa secca, forte e buona, ma statevi attenti, qualche articolo da spuntino), il dirigente s'informa sul viaggio, sulla salute degli ospiti, ecc. Poi si alza in piedi e dà ufficialmente il benvenuto, fa la storia dell'istituzione, espone le sue condizioni, attuali, dichiara la generale letizia per il fausto evento della visita, auspica una futura durevole amicizia e collaborazione. Bisogna rispondere cercando di tenersi sullo stesso tono. Solo dopo, trascorsa ormai un'oretta, è lecito passare agli aspetti pratici; farlo prima, sarebbe segno di scarsa urbanità e ci si perderebbe di considerazione. Ampollosità "orientale" o semplice gentilezza?

Il direttore ci fa visitare quanto rimane della scuola. Dice che è stata bombardata tre volte, forse perché sita in zona industriale. I colpi piu' gravi sono stati inferti (intenzionalmente?) il 6 maggio, mentre alunni e genitori erano riuniti per Ia festa di S.Giorgio. Ottanta famiglie sono rimaste senza alloggio. Famiglie prevalentemente operaie, in cattive condizioni economiche prima, figuriamoci adesso. Nella scuola - spiega ancora il direttore - si riflette la plurietnicità della popolazione cittadina, a livello sia di alunni, sia d'insegnanti, sia di apprendimenti. Oltre a serbi e ungheresi, vi sono croati, russini, slovacchi, ecc. Numerosi premi (si vedono armadi a vetri pieni di coppe) sono stati conseguiti dalla scuola, da singole classi o alunni, in materie scolastiche d'ogni sorta.

Nelle scuole serbe è rimasto il vecchio sistema d'insegnamento basato sulla competitività, sull'incentivazione selezionatrice. Anche nelle lettere di alunni che scrivono a coetanei italiani, molti si vantano di essere "primi" in questo o in quello. Le materie sono numerose: letterarie, scientifiche, tecniche, artistiche. E' un sistema - gli insegnanti che partecipano alle nostre iniziative ce lo dicono spesso - largamente e da tempo superato nelle scuole italiane (magari si cade a volte nell'eccesso opposto). Due anni fa il direttore di un circolo elementare della Sabina) in visita di gemellaggio ad una scuola, della Vojvodina, ebbe a dire chiaramente: "così si fanno dei sudditi, non dei cittadini". D'altra parte, rispetto alle nostre scuole, si nota un maggior attaccamento allo studio e un'invidiabile disciplina.

Dopo aver elogiato le nostre attività, di cui egli stesso e tanti altri già avevano avuto notizia, il direttore Milorad Cudic ci proclama "cittadini onorari e ospiti permanenti di Novi Sad". Ci accompagna poi in un'aula, per la consegna delle "borse di studio". Cerimonia analoga a quella di Backa Topola.

Partenza per Belgrado. Alle ore 16, alla O.S. "Nikola Tesla" (i serbi tengono molto a questo loro scienziato ottocentesco un'ingegnere elettrotecnico inventore, tra l'altro, del primo motore elettrico a corrente alternata,
e molte scuole gli sono intitolate) ci riceve il vice-direttore. Il direttore Mladen Sarcevic è impegnato al Ministero. La scuola sta nel quartiere di Rakovica, lungo la Sava. E' molto povero, pieno di profughi; manco a farlo apposta, è stato fra i più colpiti dalle bombe. Anche qui, cerimonia in direzione, poi consegna delle "borse di studio" a una ventina di alunni. Sono tutti profughi e abitanti in un vicino "centro collettivo".

Finito il nostro compito a Belgrado, avvertiamo telefonicamente coloro che ci aspettano a Kragujevac del nostro prossimo arrivo, in tarda serata. L'autostrada rimane buona, solo il ponte è distrutto irreparabilmente e si passa a senso alternato su un provvisorio ponte di fortuna. All'entrata in Kragujevac ci attende, con un gruppo di operai, la signora Ruzia Milosavlievic, dirigente del principale sindacato metalmeccanici, quello "ufficiale". Ci accompagnano subito a un albergo, al centro di un magnifico parco su collina sovrastante la città. C'è un monumento che ricorda l'impiccagione di un gran numero di persone, da parte dei nazisti, per rappresaglia anti-partigiana; poiché non si era raggiunto il numero prescritto (10 locali per ogni tedesco ucciso) fu prelevata e impiccata con gli altri un'intera scolaresca di ragazzi delle medie.

Mercoledi' 29 settembre

Ore 10, visita alla "ZASTAVA", la grande fabbrica automobilistica la cui distruzione ha trovato spazio anche sui nostri "media". Era il cuore e l'orgoglio di Kragujevac, dava lavoro a 36.000 operai. L'avevamo già visitata il 18 aprile: un ammasso di rovine. Senza paga, o con sussidi ridicoli, molti dipendenti si sono rim- boccati le maniche per dare inizio alla ricostruzione, pressoché dal nulla. Macerie sgombrate, qualche capannone ripulito e riverniciato. Uno di essi - pare un miracolo - funziona di nuovo: scorre la catena di montaggio della nota utilitaria "Jugo". E "Ciao-Yugo" è scritto sui cappellini azzurri a visiera che ci regalano. Quel "Ciao" è significativo: suona anche come invito al ritorno di capitale italiano, particolarmente alla FIAT. Il direttore del reparto "Kamioni" ci racconta della ventennale collaborazione riguardante il furgone "Iveco", con partecipazione FIAT al 46%, auspicandone la ripresa. Ci dà anche un appunto scritto, che in sostanza è un appello quasi disperato: "Il reparto - conclude - è in pericolo di definitiva soppressione". Scattiamo numerose foto. Di pomeriggio, nel vasto salone del sindacato "ufficiale" , aderente alla "Organizzazione sindacale unitaria metalmeccanici di Serbia": consegna delle "borse di studio" ai 120 figli di d.isoccupati propostici come particolarmente bisognosi (elenco dettagliato e motivato). Come era scontato, discorso di apertura della dirigente signora Ruzica. Questa volta Vittorio, quando tocca a lui parlare, si ritiene in diritto-dovere di entrare un po' nel merito. Ecco uno schema del suo intervento:

"Abbiamo visitato la fabbrica appena bombardata. All'ingresso era ed è rimasto in piedi il monumento al metalmeccanico serbo: segno e simbolo del fatto che, distrutta la fabbrica, c'erano sempre i lavoratori con la loro professionalita e volontà di ripresa. Già se ne vede qualche importante risultato. Resta anche un'altra cosa, da intensificare e rendere concreta: la solidarietà dei lavoratori italiani e di altri Paesi. Questi piccoli aiuti che vi portiamo, ve li mandano loro. E allora allarghiamo lo sguardo. Guerre etniche, bombe, stragi, non solo da voi ma in tutto il mondo, si sono estese e acuite dopo la caduta del 'muro'. Dall'"unipolarismo" neo-liberista di Reagan a una "globalizzazione" che può portare del bene come del male. Per adesso prevale il secondo. Effetti perversi di una "globa.lizzazione" incontrollatamente dominata dai grandi poteri finanziari, prima ancora che politico-militari. Ma una strada più giusta e umana è sempre possibile, e in questo senso può e deve giocare un potere che, se ci sappiamo fare, diverrà altrettanto forte, anzi fortissimo: appunto la solidarità e la fratellanza dei lavoratori di tutto il mondo, di cui con questa nostra piccola iniziativa abbiamo voluto essere fra i messaggeri. Vogliamo davvero la democrazia? Ebbene i sindacati, e la loro collaborazione internaziona.le, hanno le carte in regola per esserne fondamentale veicolo e garanzia.

In "platea", molti hanno le lacrime agli occhi. Comincia poi la consegna delle "borse": tre ore di firme, strette di mano, bacetti ai bambini. Finita la cerimonia vanno via tutti, tranne alcune persone in attesa di parlarci. Sono rappresentanti dei due sindacati minori, "Nezavisnost" e "Nezavisni sindicat". Abbiamo portato "borse di studio" anche per figli di loro aderenti: concordiamo di dividerle a metà fra i due sindacatini. Appuntamento per domattina. Arriva un corteto di "auto blu", con il primo ministro della Rep. di Serbia, sig. Mirko Marjanovic. La Ruzica ci presenta. Era stata da lui a Belgrado, aveva battuto i pugni sul tavolo, esigendo aiuti statali per la ricostruzione della fabbrica e la sopravvivenza degli operai. Adesso il sig. Marjanovic ricambia la visita. Un gesto propagandistico, o ne uscirà qualcosa di concreto? Difficile dirlo. Certo è che senza una consistente partecipazione di capitale estero, difficilmente la "Zastava" potrà tornare, almeno in parte, quel che era prima.

Giovedi' 30 settembre

Ore 11: alla piccola sede di "Nezavisnost", presenti anche delegati di "Nezavisni". Ricevimento e consegna delle "borse di studio". A questo punto potrà interessare un accenno a quanto abbiamo capito, o cercato di capire, sull'effettiva situazione dei sindacati alla "Zastava".

Quello "ufficiale" è di gran lunga maggioritario, ed esercita un potere decisivo non solo in fabbrica, ma sull'intera città. I due sindacatini indipendenti si contentano del loro angolino, con poche centinaia di iscritti ciascuno. Erano nati, l'uno nel 1991, l'altro pochi anni dopo, come "alternativi", ma non è stato difficile emarginarli. Leggendo fra le righe di alcuni documenti che ci hanno consegnato, si può dedurre l'ipotesi che almeno "Nezavisnot" abbia tentato di sottrarsi a questa situazione meschina, costituendo un coordinamento sindacale di opposione nell'intero distretto (regione di Sumadja). l dirigente che si è buttato in questo tentativo, Veroljub Radosavlievic, è stato accusato dai suoi stessi colleghi di comportamento personalistico, arbitrario, dittatoriale, ed espulso dal sindacato. Su pressione del regime? Per paura da parte dei colleghi? Forse per ambedue le cose, vai a sapere. Un destino simile e toccato a uno dei fondatori del "Nezavisni Sindikat", ridotto alla disperazione da pressioni e minacce, nel suo caso esterne, e messo definitivam nte da parte, in posizione che da noi si chiamerebbe "cassa integrazione" a vita.

Nel pomeriggio, partenza per Nis. Vi arriviamo a sera. Lunga affettuosa visita alla "piccola sorella" (= minore) di Jovanka e famiglia; poi sbarchiamo in casa della "grande sorella", dove saremo ospiti per due giorni. La casa si trova in Niska Banja (Terme di Nis), a una diecina di chilometri dal centro cittadino.

Venerdi' 1 ottobre

Nis è una delle principali città della Serbia. E' stata fra le più colpite dai bombardamenti: si può vedere, in allegato, il racconto speditoci da una dottoressa dell'Ospedale centrale, pochi giorni dopo il bombardamento di esso e del vicino mercato di frutta e verdura con le famigerate e proibite "Cluster bombs" (a frammentazione). Molte abitazioni civili distrutte, moltissima gente al limite della resistenza psicologica. Adesso la città è strapiena di profughi dal Kosovo, aggiuntisi a quelli, già numerosissimi, arrivati da varie parti dell'ex Jugoslavia fin dal 1992. Nis è sempre stata politicamente all'opposizione: per questo - dicono - dei già non abbondanti aiuti internazionali, solo qualche briciola arriva da loro. Ciò contribuisce a rendere molto basso il tenore di vita generale. La disoccupazione, da anni grave, è ora cresciuta per il bombardamento di non poche fabbriche.

Proprio in due fabbriche ci rechiamo per consegnare "borse di studio" a figli di operai rimasti senza lavoro.

Ore 9: alla "MIN" ("Mascinska Industria Nis - DD - FITIP). La solita cerimonia. Il rappresentante del sindacato di fabbrica (aderente a "Nezavisnost"), sig. Slobodan Gajic, ci dice che una parte della fabbrica stessa è inagibile perché molte bombe "cluster", conficcatesi in terreno e pavimenti, sono divenute mine anti-uomo, e non si è ancora riusciti a individuarle tutte, tantomeno a disinnescarle. Il direttore manager Dobromir Jovanocic ci guida dove è possibile andare. Capannoni pieni di grossi pezzi in acciaio per industria pesante (gru, attrezzature minerarie), nonché componenti di auto da assemblare alla "Zastava" di Kragujevac. Il tutto sta lì, ben allineato, in attesa di un'utilizzazione per ora improbabile. Stanno lì anche gruppi di operai poco affaccendati. "Non riusciamo ad avere contratti con imprese estere", ci dice il direttore. Nei due stabilimenti della "MIN" lavorano a orario ridotto o saltuariamente solo 4.000 operai, sugli 8.300 di una volta. Gli uni ricevono salari di fame, gli altri un sussidio in dinari pari a 20 marchi (= 20.000 lire); ma il dinaro si svaluta continuamente.

Ore 12: alla "FMO" (Fabbrica di macchinari ed equipaggiamenti), reparti della "Elektronska Industrjia Nis". Consegna delle borse di studio. Il dirigente del sindacato locale, sig. Ljubisa Ilic, ci accompagna a visitare alcuni capannoni. Qui le distruzioni sono state minori; maggiori, invece, quelle di abitazioni di famiglie operaie, che adesso vivono in "centri collettivi" insieme ai profughi.
Terminate le nostre fatiche della mattina, esponenti sindacali delle due fabbriche ci offrono il pranzo in una trattoriola di Niska Banja. La sera, riposo a casa di Dusanka, la "grande sorella" di Jovanka.

Sabato 2 ottobre

Ore 11: ricevimento in municipio. Il sindaco e a Belgrado; ci accoglie un assessore il quale, dopo i soliti preliminari, ci parla a lunga della situazione della città.
Qualche notizia tratta dai nostri appunti: popolazione del Comune: 300.000 (secondo il censimento del '91); 30.000 profughi , 13.000 dei quali giunti ora dal Kosovo. L'UNHCR ("Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Profughi") finora non sta facendo praticamente nulla. Qualcosa fa la Croce Rossa internazionale, che ha una sua sede in città. Da molto tempo non vengono pagati gli assegni familiari (es.: se vi sono tre bambini, si avrebbe diritto a complessivi 400 dinari (=30/40.000 lire). Manifestazioni di protesta delle madri. Stipendi e salari agli occupati non vengono pagati da due o più mesi, fino a sei. Tutti temono l'inverno, poiché le bombe hanno ridotto al 30% la normale e già scarsa disponibilità di energia elettrica; il carbone costa troppo e le scorte sono insufficienti. Nella seconda parte del suo "speech", il nostro interlocutore s'infiamma su argomenti politici, si dichiara sostenitore del partito di Djndjc.

Ore 17: doverosa visita alla dottoressa Olga Mihojlojic (la stessa che ci aveva scritto sul bombardamento dell'ospedale). Oltre alle sue mansioni professionali - recupero di bambini disadattati o traumatizzati - ha organizzato per conto suo, con pochi amici, un centro di assistenza ai profughi: umana, ci dice, non burocrati- ca, anche se una delle attività è necessariamente quella di aiutarli nel disbrigo delle "pratiche". Ha preso in affitto un appartamento con giardino al centro della città: sono in corso lavori di risistemazione, ma già vediamo alcuni profughi accolti alla meglio. Lì ha intenzione di trasportare le attrezzature "teconologiche" (computer ecc.). Accetta d'inviarci periodicamente notizie, via e-mail, sui principali avvenimenti e aspetti della vita a Nis e dintorni: specialmente - dice - ciò che all'estero non si sa e invece si dovrebbe sapere.
A sera, alcuni dirigenti di "Nezavisnost" ci offrono anche la cena. Arriva un eccellente quartetto musicale, che continua a suonare senza sosta per buone due ore.. Un omone barbuto si alza dal tavolo e viene vicino a noi a cantarci, con strepitosa voce di tenore, "0 sole mio", "Santa Lucia" e tante altre nostre belle canzoni, che in Serbia sono note più di quel che si creda. Poi molte persone si mettono a ballare "in catena" fra i tavoli, sempre a suon di musica, Jovanka e Maurizio ampiamente compresi. Si moltiplicano i bicchierini, anzi i bicchieri. E' chiaro che questa gente sta ancora "scaricandosi" dello stress di bombe, nottate in cantina, et similia.

Domenica 3 ottobre

La mattina siamo di nuovo a Kragujevac per prendere schede e foto di bambini, che ancora ci mancavano, dai due sindacati minori. Pomeriggio: ritorno a Backa Topola, sempre ospitati dall'amica direttrice.

Lunedi' 4 ottobre

Ore 9: spettacolo di canti, balli tradizionali e "sfilata di moda" (con modelli da loro stessi creati) offerto da alunni della O.S. "Nikola Tesla". Ore 12: visita all'universita di Subotica, facoltà di economia (collegata a quella di Novi Sad). Siamo incaricati di stabilire un contatto con un centro studi e ricerche di Roma. Il decano, prof.Vojin Kalinic, apprezza l'idea: esamineranno le pubblicazioni di cui sono latore, mi preannunzia una risposta favorevole, anzi per una "collaborazione scientifica duratura". Poi ci invita alla mensa (quella per i professori), poi ancora a casa sua. Riusciamo a partire per il ritorno in Italia soltanto a sera inoltrata.

Martedi' 5 ottobre

Viaggio di ritorno per la stessa strada, tutta una tirata fino a Roma.



Il 9 maggio 1999 abbiamo ricevuto questa lettera dalla dottoressa Olga, addetta alla riabilitazione bambini disadattati presso l'Ospedale Centrale di Nis:

"Venerdì scorso (7 maggio) alle ore 11,24, mentre la gente si affrettava a comprare qualcosa al (vicino) mercato, o veniva a chiedere aiuto nel nostro ospedale, tutti a Nis udirono aeroplani. Poi un forte rumore, molte esplosioni; era terribile e dopo non abbiamo più potuto vedere niente, immersi come eravamo in una nube di fumo nero. I vetri delle finestre cadevano addosso a noi da ogni parte. Nell'ospedale i bambini e le mamme cominciarono a urlare e a piangere. Anche lo staff medico, come si può capire, ebbe alcuni minuti di shock. Poi cominciammo a udire migliaia di esplosioni più piccole. Le loro schegge cadevano ovunque. La gente cadeva a terra. Esplodevano le automobili e anche l'ambulanza che si trovava in ospedale. Esplodevano anche le auto nel parcheggio, dove voi di solito lasciate la vostra. Lì c'erano alcune persone. Le bombe a frammentazione cadevano ovunque anche nell'ospedale, ed è stato distrutto, come potete capire, specialmente il reparto Maternità e Pediatria.
Le bombe uccidevano la gente, distruggevano gli edifici, le mura, le finestre. Nella strada si vedeva gente morta, e anche cani, gatti, ... perfino uccelli. Gli edifici distrutti erano, tutti, civili abitazioni. Un uomo vide il suo cane in terra e cerco di accorrere per aiutarlo, ma una bomba uccise pure lui. Le madri superstiti si stringevano i figlioletti al seno. Bombe a frammentazione continuavano a esplodeve dovunque. Nell'ospedale e vicinanze morirono quattro persone e più di venti rimasero ferite.
Nello stesso tempo la NATO bombardò il mercato. Qui ci furono undici morti e più di quaranta feriti. Fra i morti, una donna incinta: cadde in terra spargendo attorno a lei la verdura che aveva acquistato, credendo che sarebbe servita a dar da mangiare al suo bambino.
La notte successiva sette persone ferite morirono in ospedale, e tre sono ancora in coma. Ne abbiamo operate più di venti.
Il giorno dopo la NATO ha bombardato il ponte vicino alla stazione degli autobus, al consolato di Grecita, e ciò a più riprese. Chi può dire cosa accadrà nei giorni prossimi?".


 

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