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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 13 al 27 maggio 2000


Premessa
Come sapete, ABC ha sempre sostenuto l'inopportunità, se non l'illiceità, che il volontariato di pace s'ingerisca dei problemi interni ai Paesi dove si svolgono le sue iniziative: nella specie, la Repubblica di Serbia. Ciò non significa tuttavia, evidentemente, che ci si debba né che ci si possa turare occhi e orecchie. Nel nostro ultimo viaggio in Serbia abbiamo trovato una situazione così preoccupante, che questa volta qualcosa dobbiamo pur riferire, qualche considerazione dobbiamo pur farla, sempre basandoci, beninteso, sulle esperienze dirette e sui contatti con la gente che abbiamo potuto avere nel corso di due settimane. Quella serba ci è parsa una situazione pericolosamente bloccata. L'economia, dopo otto anni di embargo (che continua) e tre mesi di bombardamenti, non si riprende. Si allargano le fasce di popolazione ridotte al più elementare livello di sussistenza, e anche al di sotto. Non si tratta solo dei profughi, ma di operai, impiegati, professionisti. Basta vedere con quale angoscia la gente cerchi di mettersi in lista per partecipare ai saltuari turni di lavoro nelle fabbriche, alle occasionali distribuzioni di pacchi-viveri o altro. Monta, di conseguenza, la protesta contro il regime, ma non trova adeguati sbocchi politici. A Belgrado e in altre città (Nis in prima fila) si susseguono vibrate manifestazioni, ma il regime può limitarsi a repressioni poliziesche anche pesanti ma non estreme, alla chiusura di qualche emittente radio o televisiva già costretta entro piccole dimensioni. Infatti il regime sa che alternative serie, e dunque, per esso, serie minacce, non si profilano. Gli studenti che sfilano nelle strad e fra arresti e manganellate e che assistono, dopo averle occupate, alla chiusura delle facoltà, fanno e vogliono fare corpo a se stante, sommando slogan palingenetici a sogni imitativi del modo di vita occidentale. I partiti, divisi tra loro, non sembrano portatori d'idee e soluzioni all'altezza dei problemi. Alcuni di essi hanno un notevole seguito popolare, da quantificare alle elezioni che dovrebbero tenersi in autunno, ma i loro appelli al paese si riducono in sostanza a dire: con noi la Serbia tornerà in Occidente, sarà di nuovo riconosciuta e aiutata dalla comunità internazionale come Paese civile e democratico. In breve: attraverso di noi si riapriranno ai serbi le porte delle nazioni avanzate.
Ci sembra un discorso non solo generico, ma tale da offrire obiettivamente il fianco a facili accuse di dipendenza dall'estero. Che precisi e mirati contatti con realtà estere, da parte delle opposizioni, realmente ci siano, è innegabile. Ce lo ha confermato ad es. il dirigente di un sindacato anti-regime. In una località romena - ci ha detto - si era recentemente svolto un convegno di sindacalisti indipendenti serbi per ascoltare le lezioni di un esponente americano sui metodi di reclutamento e organizzazione dei sindacati d'oltre Atlantico. Alla nostra obiezione che quei sindacati hanno un carattere peculiare e difficilmente esportabile, ha risposto che comunque i serbi devono imparare ancora i rudimenti stessi del sindacalismo libero. Come è chiaro, ogni contatto e supporto occidentale alle opposizioni è tacciato di "tradimento" dal regime e dai suoi sostenitori (che con tutta probabilità rimangono la maggioranza, specialmente nelle campagne).
Dal canto suo, il regime guarda piuttosto a Mosca e ancor più a Pechino: la penetrazione (per adesso) economica dei cinesi in Serbia comincia a farsi visibile.
Così, malgrado lo sfascio della Jugoslavia, la perdita del Kosovo, i critici rapporti col Montenegro, la depressione morale e materiale del Paese, il regime, tutto sommato, "tiene"; ma in un quadro complessivo di ristagno, dunque di accentuata involuzione, aperta a torbide manovre interne e a spregiudicati interventi esterni, dei quali forse si sono avuti solo i primi assaggi. In queste condizioni, nessuno può prevedere cosa accadrà nel breve e medio periodo. Il popolo serbo saprà veramente ritrovare se medesimo e il posto che gli spetta nel consesso delle nazioni? Allo stato degli atti lo si può solo auspicare. Forse può esser significativo, a tal fine, anche il contributo di amichevole testimonianza che può venirgli da un volontariato internazionale di solidarietà e di pace, il quale sappia tenere comportamenti equilibrati oltreché consapevoli dei propri limiti. All'interno dei propri Paesi, spetta al volontariato sensibilizzare l'opinione pubblica, proponendole orientamenti chiari, utili per un'effettiva normalizzazione democratica nei Balcani in genere e nella Jugoslavia in particolare. Qui EFFETTIVA significa anzitutto: tale da aver luogo fuori da imposizioni, improvvisazioni, scopiazzature di modelli altrui; significa quindi graduale edificazione - da parte di popoli che non le hanno mai conosciute - di forme democratiche a sé congeniali, autonome, e perciò capaci di sentito consenso popolare. Cosa proporre, allora, all'opinione pubblica italiana? Bisogna in primo luogo spiegare il carattere inadeguato e controproducente dell'ingerenza diretta, a senso unico, negli affari politici interni jugoslavi, tanto più se appoggiata al ricatto degli "aiuti umanitari" alle sole città d'opposizione (o ritenute tali). Quasi che - rispondono i serbi, con un meritato schiaffo morale - i bambini di queste città fossero diversi dagli altri. A nostro avviso, l'obiettivo giusto da proporre è battersi per l'eliminazione totale dell'embargo, in Serbia e non solo. Più che umanitario, è un obiettivo di consapevolezza politica e di equità umana.
L'embargo affama la popolazione e non indebolisce affatto il vigente potere. Se un popolo è allo stremo, se è costretto a elemosinare perfino le medicine (lo sappiamo bene anche noi di "A,B,C", che ne riceviamo spesso lunghe liste da ospedali di Belgrado, di Nis, ecc., specialmente dai reparti di ematologia pediatrica) questo stesso popolo non è in grado di alcuna seria e consapevole partecipazione politica, sotto qualsiasi segno. E chi testardamente insiste sull'embargo, fa nascere il sospetto di volere non che la Serbia si converta alla democrazia, ma che marcisca nell'attuale pantano, magari per disporre un facile bersaglio propagandistico a copertura di ben altri disegni. Se così fosse, una mobilitazione dell'opinione pubblica europea contro l'embargo, contro tutti gli embarghi, avrebbe anche il valore di contributo forte a una ripresa di autonoma dignità politica da parte dell'Europa stessa.

Breve diario del viaggio giorno per giorno

Oltre a Vittorio Tranquilli, partecipano i coniugi Jovanka e Silvio, operai alla FIAT, nostri soci attivi e particolarmente impegnati.

Sabato 13 e domenica 14 maggio: da Roma a Backa Topola (Vojvodina settentrionale).

Lunedì 15: alla scuola primaria "Nikola Tesla" di Backa Topola (Vojvodina settentrionale), dopo i convenevoli di rito, la direttrice, nostra vecchia amica, ci accompagna in palestra, dove è in corso un torneo di ping-pong fra alunni delle scuole cittadine. Siamo alle semifinali. Terminate le gare, i vincitori di ciascun livello scolastico (la scuola primaria jugoslava - Osnovna Skola - è di otto anni consecutivi, da 7 a 15 anni di età) vengono premiati col sistema olimpionico, e tocca a Vittorio mettere le medaglie, similoro, argento e bronzo, al collo di ciascuno/a, poi consegnare le coppe. Segue, nel salone della scuola, uno spettacolo in nostro onore, con canti e balli tradizionali di alunni perfettamente preparati. Li accompagnano l'insegnante di musica al pianoforte e un tenore in divisa militare, che inopinatamente intona "O sole mio!" e altre nostre belle canzoni, in un italiano che vorrebbe avvicinarsi al dialetto napoletano. Si mette al piano un ragazzetto, Darko, e suona con incredibile padronanza tecnica e artistica. È "affidato" a un nostro socio, che intende aiutarlo a sviluppare il suo innegabile talento. Infine, lungo discorso di benvenuto e di ringraziamento da parte della direttrice, imbarazzata risposta di Vittorio, il tutto come preambolo alla consegna di 35 borse di studio.

Martedì 16: la mattina, corresponsione di 55 borse di studio ad alunni della O.S. "Svetozar Markovic Toza". Consegna delle lettere e altri elaborati provenienti dalla media statale romana "Pasquale Villari", che avvalendosi della nostra collaborazione ha avviato con la O.S."Markovic" un rapporto di gemellaggio, da sviluppare nel prossimo anno scolastico. Il vice-direttore ci accompagna a visitare la scuola, particolarmente l'ala che era crollata per bombardamenti ed ora è stata ricostruita. Non così alcuni palazzi intorno, probabilmente irrecuperabili, dove abitavano anche famiglie di alunni della scuola.
Nel pomeriggio, consegna di 36 borse di studio ad alunni della O.S. "Nikola Tesla" in Belgrado-Rakovica. Sono quasi tutti profughi dalla Krajina. Ci invitano poi a scendere nel cortile per dare il segnale d'inizio a uno spettacolo teatrale, consistente in una serie di dialoghi fra alunni in costume. Non mancano quinte a addobbi, preparati anch'essi da alunni della scuola.
A tarda sera arriviamo a Kragujevac. Troviamo ad attenderci, fuori città, un gruppo di sindacalisti della fabbrica "Zastava", tra cui la dirigente signora Ruzica (Rosa), con cui abbiamo ormai stretto personale amicizia. Ci accompagnano in albergo e ci offrono la cena, in una stanza appartata dal salone principale, dove si sta svolgendo la serata conclusiva, alquanto "enologica", di un convegno di decani di facoltà universitarie.

Mercoledì 17: una giornata davvero faticosa. La mattina, affollata riunione nel salone del sindacato "ufficiale" (denominato "Organizzazione sindacale unitaria"). Anche qui si comincia coi discorsi preliminari, tra cui quello dell'energica e abile Ruzica, che in questo periodo difficile riesce a tenere alto il morale degli operai e a stimolare la solidarietà internazionale. Ci regalano un bel dipinto ispirato all'agricoltura della regione, la Sumadia. Poi, durante ben quattro ore, consegniamo 2oo borse di studio a figli di operai rimasti disoccupati causa bombardamenti del grande complesso industriale (e aderenti, beninteso, al sindacato suddetto, che a Kragujevac è largamente maggioritario).
Dalle 14 ci fanno compiere un lungo giro della "Zastava". Molti capannoni stanno ancora come li avevamo visti a pochi giorni dai bombardamenti. Qualcuno, invece, è stato miracolosamente ricostruito e funziona: ci si slarga il cuore a veder muoversi la catena di montaggio dell'utilitaria "Jugo". Entriamo, parliamo con le maestranze, che non nascondono la loro fierezza per essere riusciti a tanto con mezzi di fortuna e, spesso, rinunziando a ogni retribuzione. Il pomeriggio, consegna di 53 borse di studio complessive a figli di aderenti ai sindacati minori, di opposizione ("Nezavisnost!" , cioè "Indipendenza", e "Nezavisni sindikat", o "Sindacato indipendente"). Contrariamente a ogni logica, non vanno affatto d'accordo fra loro, e la consegna avviene separatamente nelle modeste sedi rispettive. Un dirigente di "Nezavisnost!" ci dice che, su scala nazionale, il suo sindacato conta 200.000 iscritti. Sarà, ma qui alla "Zastava" non raggiungono un migliaio, su 36.000 dipendenti.
E' ormai notte quando arriviamo a Nis, o più precisamente a Niska Banja (Terme di Nis), dove ci attendono e ci ospitano con grande cordialità alcuni parenti di Jovanka.

Giovedì 18: Consegna di 60 borse di studio a figli di operai della "Mascinska Industria", di Nis. La cerimonia si svolge nella sede del sindacato, al terzo piano di uno sproporzionato centro commerciale, i cui negozi per la maggior parte sono chiusi e per la parte rimanente fanno sfoggio, nelle vetrine, di articoli vari a prezzi abbordabili solo da ricchi: perciò sono aperti ma vuoti.

Venerdì 19: 62 borse di studio consegnate nel vasto locale di quella che era la mensa dei numerosi operai della "Elektronska Industria". Poi cordiale ricevimento da parte del direttore della holding. All'uscita, notiamo un gruppo di dipendenti in attesa di ricevere un pacco viveri (farina, olio, zucchero e, pensate un po', spaghetti) da pagare a rate mensili trattenute sul magro salario.
Chiediamo se, nella città, vi siano anche distribuzioni gratuite di alimentari. Ci sono, per gli iscritti nell'elenco comunale dei poveri. Non chiediamo quanto questo elenco sia lungo. Anche i profughi, da quelli "vecchi" del '92 dall'Erzegovina a quelli odierni dal Kosovo, ricevono talvolta aiuti del genere, provenienti da centri assistenziali serbi che collaborano con organismi internazionali. A Belgrado, per esempio, la Croce Rossa serba è aiutata, non sappiamo in che misura, da quella internazionale e da alcune nazionali (quella italiana, no). C'è anche una sede serba della Caritas, in collegamento con alcune consorelle austriache e tedesche, e che intrattiene buoni rapporti col patriarcato ortodosso. D'altra parte, però, gli abitanti delle città meridionali più lontane e più depresse - Nis è una di queste - lamentano che, da loro, "arrivano soltanto le briciole".
A Niska Banja i sindacalisti ci offrono una cena. Il locale è pieno di gente che canta e balla per festeggiare la partenza di un giovane come soldato di leva. Da anni la madre stava mettendo da parte la somma necessaria, dinaro per dinaro. E' la tradizione - ci dicono -, ma noi siamo sbalorditi. Nel locale di fronte c'è una cena post-matrimoniale. Hanno chiamato una famosa banda di zingari suonatori di trombe e tromboni, che si esibisce per alcune ore.

Sabato 20: consegna di 32 borse di studio ad alunni della O.S."Ivan Goran Kovacic". Per uno di loro sono presenti i genitori: lui è ricoverato a Belgrado per una grave forma di leucemia.

Qualche ulteriore considerazione di carattere generale. In tutte le città serbe visitate, abbiamo notato come adesso, a un anno di distanza dai bombardamenti, comincino a esserne più visibili le conseguenze postume sulla salute psico-fisica delle persone, e particolarmente dei bambini. Nervi a fior di pelle, aggressività o chiusura in se stessi, diffusione anormale di malattie somatiche, nel quadro di una quasi totale mancanza di medicine. Gli ospedali devono chiedere ai pazienti di provvederle da sé, come condizione per cure e ricoveri. Sintomatico, ad esempio, l'attestato di benemerenza consegnatoci da un ospedale pediatrico di Belgrado, per portarlo a due nostri soci che vi avevano mandato costosi farmaci per la leucemia.
Abbiamo inoltre notato, nella gente, il diffondersi di una psicosi di ansia e di paura per una ripresa dei bombardamenti, o per altre forme d'intervento ostile da parte occidentale. Molti, per esempio, sono convinti che la Holbrook abbia una lista di 150 perone da far fuori, vicine al potere: lo scopo sarebbe di far terra bruciata intorno a Milosevic e, alla fine, uccidere lui pure. I recenti attentati mortali ad alcune alte personalità non sarebbero che l'inizio.

Domenica 21: partenza per la Republika Srpska ("entità" serba della Bosnia), arriviamo a Pale la sera.

Lunedì 22: consegna delle borse di studio ad alunni della O.S. "Pale" (n.26) e "Sveti Sava" (n.32), quest'ultima nella località di Lukavica, sovrastante Sarajevo. Consegna, altresì, di numerose lettere ed elaborati provenienti da scuole gemellate di Roma e provincia.

Martedì 23: consegna di 10 borse di studio ad alunni della O.S. "Sveti Sava", in Rogatica.

Mercoledì 24: ritiro delle lettere, disegni ecc. di risposta da parte di alunni delle citate scuole di Pale e Lukavica. Il direttore della scuola di Pale ci introduce nell'aula di musica, dove gli alunni, accompagnati a un vecchio pianoforte da una brava e bella insegnante, ci cantano alcune loro canzoni, e lo fanno molto bene.

Alcune note sulla situazione nella Rep. Srpska. Nella Bosnia in genere e finalmente, sebbene in minor misura, anche nella sua parte serba, si nota una certa ripresa produttiva: palazzi in costruzione, andirivieni di camion, ecc. Vi fa riscontro, nondimeno, un senso di frustrazione morale, almeno nei luoghi dove andiamo noi, roccaforti politiche (e, fino a cinque anni fa, militari) dei serbi più intransigenti. Dopo aver combattuto per tre anni e mezzo - ci ha detto il direttore di una delle scuole, che militava nella "difesa territoriale" di Pale, ci ritroviamo oggi in stato di dipendenza dai voleri di un tedesco, l'attuale Alto Commisario per l'applicazione degli accordi di Dayton. Altro aspetto da sottolineare è il protrarsi all'indefinito del pericolo delle mine anti-uomo. Si calcola che nell'intera Bosnia ve ne siano da tre a cinque milioni. Mentre eravamo a Pale, si è avuta notizia di una famigliola incautamente inoltratasi in un prato per raccogliere fragole. Risultato: due morti e quattro feri ti. Sar à stata una coincidenza, ma il giorno dopo abbiamo visto all'opera, tra Pale e Lukavica, numerose squadre di sminatori.

Giovedì 25:
torniamo in Serbia per recarci a Pancevo, dove abbiamo un approfondito colloquio con la dirigenza del locale Istituto d'igiene e profilassi. Abbiamo potuto compiere, così, un passo avanti, di reciproca informazione e chiarimento, ai fini dell'iniziativa intrapresa da ABC, in collaborazione col quotidiano "il manifesto", per dotare l'Istituto di strumenti idonei al monitoraggio dei gravi danni ambientali e sulle persone provocati dai persistenti, distruttivi bombardamenti degli impianti petrolchimici.

Venerdì 26: un'ulteriore tappa a Novi Sad dove ritiriamo, alla O.S. "Svetozar Markovic", le risposte per la nostra scuola media "P.Villari". Interessante colloquio, alla buona, con gli alunni di una classe V.
Nel pomeriggio, ritorno alla O.S. di Backa Topola, nel cui salone siamo stati sottoposti, insieme con gli alunni delle classi superiori, a una lunga conferenza di un accademico belgradese specializzato nello studio dell'opera di Nikola Tesla.

Sabato 27: visita alla facoltà di economia in Subotica, allo scopo di metterla in contatto con centri italiani universitari e di ricerca. Il decano ci invita a partecipare a un banchetto, sulla riva del bel lago di Palic, offerto dalla famiglia di uno studente neo-laureato.

Domenica 28: ritorno in Italia, per lo stesso itinerario dell'andata.


 

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