Contattaci
"A, B, C, solidarietà e pace"
ONLUS
Via Padre G. Petrilli 30
00132 Roma
info@abconlus.it www.abconlus.it
Tel. 0622152249
3461048370

Contattaci con SkypeSkype

Newsletter
Iscriviti per avere informazioni
sulle iniziative di
"A, B, C, solidarietà e pace"



Inserisci la tua e-mail
 




 
Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 15 al 30 maggio 2001


1) Parlando con i dirigenti sindacali
Senza nemmeno attendere nostre domande, i dirigenti sindacali della "Zastava" (Kragujevac), della "Mascinska Industria" e della "Elektronska Industria" (Nis) - le fabbriche dove, oltre alle scuole, si svolgono le nostre iniziative di adozione a distanza in Serbia - ci hanno esposto a lungo, spesso accalorandosi, le loro idee, le loro aspettative e le loro critiche sulle situazioni locali e su quella generale del Paese. Come è comprensibile, i giudizi divergono sensibilmente.

Quello che era il sindacato di regime, e che resta il sindacato maggioritario alla "Zastava", ha ora mutato il nome da "Organizzazione sindacale unitaria" in "Sindacato autonomo"; ha anche sostituito molti componenti del Comitato direttivo e lo stesso presidente, che adesso è Dragan Cobic; ma è ben lontano dall'accettare i nuovi processi in corso dopo il "Cambiamento" (termine comunemente usato in Serbia quando si vuol alludere in modo un po' anodino, e senza troppo compromettersi, alla "rivoluzione di Belgrado" che sancì, il 5 ottobre 2000, la vittoria dell'Opposizione democratica serba, sigla DOS). Il Sindacato autonomo è apertamente contrario alla politica economica dell'attuale governo serbo diretto da Zoran Djindjic. La "Zastava" - ci dicono - verrà scissa in una diecina di fabbriche a sé stanti, per agevolarne le privatizzazioni. Qualcuna cambierà tipo di produzione (si parla perfino di sigarette, e già la cosa sta sollevando proteste a Nis e a Vranje, che da molto tempo hanno fabbriche di questo tipo, sebbene da ricostruire perché bombardate). Non che prima le produzioni del complesso "Zastava" - quando, beniteso, si produceva con effettivi sbocchi di mercato - fossero omogenee, dato che qua si facevano automobili, là furgoni, altrove utensili di vario genere e armi leggere. C'era però una direzione generale che coordinava il tutto e lo gestiva per gli aspetti di maggiore importanza. Adesso invece ci saranno tante fabbriche autocefale, ciascuna delle quali tratterà separatamente l'ingresso di capitale privato, per lo più estero (leggi multinazionale). A quali condizioni? Qui sta il punto.

Secondo i dirigenti del Sindacato autonomo, si tratterà di una svendita a grave danno degli operai, della città, del Paese. La maggior parte delle nostre maestranze - è la loro non difficile previsione - sarà licenziata in tronco, perché dovremo limitarci ad "assemblare" pezzi provenienti chissà da dove. Secondo il maggiore dei sindacati già di opposizione, dal battagliero nome di "Nezavisnost!" e secondo la sezione locale dell'Associazione dei sindacati liberi e indipendenti, le privatizzazioni sono comunque un passaggio necessario e urgente per una reale ripresa produttiva; sarà compito dei sindacati far sì che questo passaggio avvenga nel modo il più possibile indolore dal punto di vista sociale.

Dal "socialismo" di Milosevic, dunque, al "neo-liberismo" di Djindjic: sarà davvero possibile condizionarlo sindacalmente, in un Paese che sta per entrare nella "globalizzazione" dopo dieci anni di isolamento e di "embargo", in un quadro generale di diffusa povertà, pieno zeppo di profughi da quasi tutto il resto della Jugoslavia di Tito, con infrastrutture inadeguate, impianti obsoleti e un'inflazione di difficile contenimento? Noi serbi - tengono a sottolineare tutti gli amici sindacalisti con cui parliamo, a prescindere dalle loro diversità e contrapposizioni - siamo un popolo di civiltà e cultura europea, nessuno potrà ridurci a una colonia. Siamo già passati attraverso tante catastrofi, ci risolleveremo anche questa volta. Noi di ABC, cosa potevamo rispondere? Fino a qualche anno fa, il nome del grande complesso di Kragujevac era "Crvena Zastava", che vuol dire "Bandiera rossa". Adesso è rimasta la Bandiera, e siamo certi che i nostri amici, quale che sia il loro "colore", non intendono ammainarla.

Non molto dissimile è la situazione che abbiamo trovato a Nis. Alla Elektronska prevale il Sindacato unitario, alla Mascinska "Nezavisnost!", e in sostanza i discorsi che ci fanno sono, rispettivamente, analoghi. La differenza è che ambedue i complessi già da tempo sono raggruppamenti di singole fabbriche, ciascuna con produzioni specifiche. "Produzione", però, è anche qui un temine improprio, poiché in realtà non si produce, e quindi non si vende, quasi nulla. Ci hanno condotto a visitare qualche "settore": ovunque macchinari fermi, oggetti lavorati a metà e lasciati lì ad arrugginirsi, pochi operai che timbrano i cartellini più che altro affinchè la loro appartenenza alla fabbrica resti almeno scritta sui registri. Delle maestranze comprese in organico - ci dicono i sindacalisti - solo un 20% lavora tutti i giorni, ma ad orario ridotto, per un salario rapportabile a 60, 80, al massimo 100 marchi mensili; un 40% viene chiamato saltuariamente, il resto è a "salario minimo garantito" (pari a nostre 15-20 mila lire!). Garantito, però, fino a quando sarà possibile, ed è probabile che fra poco non lo sia più.

In generale, sulla complessiva politica economica del governo Djindjic il malcontento è diffuso. Aumentano i prezzi - riferiscono tutti -, aumentano le tariffe dell'elettricità, del telefono, aumentano le tasse, perfino quelle universitarie, aumentano i prezzi di tutti i generi, anche di prima necessità. All'adagio per cui "si stava meglio quando si stava peggio" (che i più vecchi tra noi italiani ricordano come tipico dei nostri primi anni dalla caduta del fascismo), molti contrappongono però la convinzione che è necessario stringere la cinghia, e non per poco tempo, affinchè l'inflazione non precipiti e la Serbia non si riduca a elemosinare troppi e onerosi prestiti. E' questa una tesi sostenuta con forza sui "mass-media" da esponenti governativi.

2) Un milione di profughi, tra "vecchi" e "nuovi"

Zobnatica è una località nel nord della Vojvodina, a metà strada fra Subotica e Backa Topola. Ci sono alcune attrazioni turistiche: un noto allevamento di cavalli da corsa, un mausoleo di rimembranze storiche e sportive, un pescoso laghetto, un esteso e ben curato parco pubblico. Un albergo con pretese di lusso ospita comitive di scolari o pensionati, cacciatori, squadre di calcio o di basket in temporaneo "ritiro". Ma a una cinquantina di metri dall'albergo, in un vecchio caseggiato agricolo, c'è un "centro collettivo" per profughi. E' proprio lì che andiamo noi in un afoso pomeriggio, su indicazione della nostra amica direttrice della scuola "Nikola Tesla" di Backa Topola, dove, la mattina, avevamo consegnato le "borse di studio". Sono una trentina di persone, assiepate in poche anguste stanzette. Uno stretto ingresso dalle pareti annerite, con una stufa a carbone e due panche, dove siedono alcuni anziani dall'aria assente. Ci sediamo accanto a loro e cerchiamo di attaccare discorso con tutta la naturalezza che ci riesce. A poco a poco comincia a rompersi il ghiaccio e qualcuno prende a raccontarci la sua storia. Al silenzio succede un profluvio di parole: dove stavano prima, dove lavoravano, come era la loro casa, come viveva la loro famiglia, quando e come sono dovuti andar via.

Zeljka abitava a Knin. Ne è dovuta fuggire a precipizio ai primi dell'agosto 1995, con tutti gli altri serbi della zona, quando il nuovo esercito croato, modernamente armato, istruito e diretto da esperti americani, spazzò via in pochi giorni, con un blitz denominato "Operazione Tempesta", l'autoproclamatasi Repubblica serba di Krajina, in territorio croato, nata dalla rivolta del 1991, con epicentro appunto nella cittadina di Knin. Perché vi ribellaste? Perché non volevamo fare la fine di quelle centinaia di migliaia di nostri padri o nonni che furono sterminati durante la seconda guerra mondiale a Jasenovac, la Dachau croata di cui nessuno, da voi, sa niente. Quando cominciammo di nuovo a vedercela brutta, mentre il presidente Tudjiman lanciava da Zagabria lo slogan "la Croazia ai croati" escludendoci così da ogni diritto nel nuovo Stato di cui si preparava la secessione, i nostri uomini si armarono e resistettero per quattro anni. Ma ormai, di fronte agli attacchi dei carri armati, non potevano più farcela. Dovemmo lasciare in tutta fretta le nostre case, incamminandoci verso Banja Luka [principale centro della Republika Srpska e ora sua capitale- n.d.r.]. Di lì fummo smistati nelle più diverse località della Serbia vera e propria, e a noi è capitato di venire qui. Come vedete, ci stiamo ancora dopo sei anni.

Da una cucina minuscola appare una giovane donna, Zorica, con i suoi due figlioletti. Erano fuggiti a Doboi, città della Republika Srpska a oriente di Banja Luka, incalzati dall'offensiva "Maestral", sferrata da croati e musulmani nel settembre del '95, quando i serbi di Bosnia erano ridotti allo stremo sotto i bombardamenti della NATO. Come tutti gli altri - ci narra Zorica - siamo poi venuti in Serbia. Tra i due figli riconosciamo una bambina che in mattinata aveva partecipato allo spettacolo organizzato dalla scuola per darci il benvenuto. Donna coraggiosa, Zorica, vivace e sorridente: dichiara di aver fiducia che presto verranno giorni migliori.

Al racconto di Zorica segue quello di Milica, un'anziana signora che fissa lo sguardo davanti a sé: non sta guardando noi, ma la sua casa nel Kosovo, a Pristina. Suo marito era ingegnere in una fabbrica della zona. Serbi, albanesi e altre popolazioni vivevano e lavoravano insieme. Poi sono riprese le tensioni inter-etniche ed è cominciata quella maledetta guerra... . Fortuna - dice Milica - che noi avevamo imparato bene la lingua dei kosovari albanesi: questo ci ha aiutato a fuggire in tempo e per la strada giusta. Ci mostra alcune foto: la famiglia, la casa, i parenti, gli amici. Queste foto sono tutto ciò che le rimane; le guardiamo per qualche minuto, rendendoci conto che non è il caso di chiederle altro.

Di "centri collettivi" come questo a Zobnatica, e di solito più grandi, la Serbia è piena, sparsi da Nord a Sud. Su un popolo di dieci milioni, un milione di profughi dalla Bosnia, dall'Erzegovina, dalla Krajina, dalla Slavonia orientale, dal Kosovo. Alla scuola "Nikola Tesla" di Belgrado-Rakovica, per esempio, quella cinquantina di alunni che aiutiamo con le "borse di studio" sono quasi tutti profughi: basta guardare le loro schede con il luogo di nascita: Zadar (Zara), Knin, Gospic, Vukovar, Pristina, Prizren... .Un caso davvero al limite è quello della famiglia Stojsavljevic, sistemata nel vicino "centro collettivo" sulla Rakovica put (strada). La ragazza affidata - si legge nella scheda - "è stata profuga due volte: la prima volta, nel maggio del '95, è dovuta fuggire da Bihac [Bosnia] a un villaggio nel comune di Graciac [Krajina]. Poco dopo, il 5 agosto dello stesso anno (si ricordi la citata "Operazione Tempesta"- n.d.r.), è dovuta scappare ancora, fino a raggiungere Belgrado. Abita ora in una stanzetta di tre metri per quattro con la madre, il padre e un fratello. In queste condizioni, studiare è quasi impossibile".

Anche alla scuola "Ivan Goran Kovacic" di Niska Banja (Terme di Nis), molti degli alunni che prendono le nostre "borse di studio" vivono in un vicino "centro collettivo". E' l'"Hotel Serbia", che ospitava una volta la gente ricca venuta per curarsi alle acque termali e ai grandi, attrezzati impianti che le utilizzano. Adesso l'albergo è zeppo di profughi, una famiglia per ogni stanza. Ci andiamo a trovare alcune vecchie conoscenze, tra cui Jovanka, donna ancora giovane ma affetta da sclerosi, con le gambe paralizzate e due figli da portare avanti. Qualche anno fa mostrava un' eccezionale forza d'animo, pareva che la malattia non la interessasse. Adesso è scoraggiata e depressa, sdraiata su un lettino senza potersi più muovere. Piange e si lamenta a lungo, cantilenando, perchè tra poco i suoi bambini rimarranno soli.

3)Situazione d'incertezza in campo scolastico

Il "Cambiamento" ha prodotto o tende a produrre, di riflesso, situazioni ambigue in molte scuole serbe. Per adesso timori o, al contrario, speranze riguardano in primo luogo la loro dirigenza: in parole povere, si è in attesa di sapere se questo o quel direttore, vice-direttore o altri, di nomina o notorietà politica "socialista" (cioè miloseviana), sarà lasciato al suo posto. Per il momento, ci è parso di notare in alcune segreterie scolastiche persone nuove, messe lì con compiti di sorveglianza. "La politica non dovrebbe entrarci - dicono in molti, specialmente quelli che "temono" -, dovrebbero contare soltanto la competenza professionale e i risultati didattici conseguiti". Altri però - quelli che "sperano" - fanno notare che prima del "Cambiamento" le scuole hanno funzionato secondo criteri, programmi e metodi omogenei al vecchio regime, e che è ormai tempo di farvi entrare "aria nuova", aprendo al vasto mondo l'orizzonte mentale e culturale degli alunni.

Per intanto, ci si attende che vengano aperti i cordoni della borsa da parte del Ministero e delle amministrazioni comunali. Come abbiamo potuto constatare di persona, anche in alcune delle scuole interessate dalle nostre iniziative ce ne sarebbe effettivamente bisogno. Alla "Svetozar Markovic" di Novi Sad, per esempio, si sono dovuti lasciare a metà i lavori di riparazione dei danni causati dal bombardamento di due anni or sono. Alla "Ivan Goran Kovacic" di Niska Banja molte aule, sistemate in seminterrati con le finestre a livello stradale, quando piove di brutto devono essere evacuate, perché si riempiono di acqua e fango. In tutte le scuole serbe, d'altra parte, gli stipendi del personale docente e non docente sono molto bassi (corrispondono a nostre 100 o 150 mila lire). Si sono fatti scioperi, interi o parziali (cioè con accorciamento di orari), ma il risultato ottenuto, un aumento del 15% che ancora non si sa se reale o promesso, non è stato molto apprezzato.

A volte, personaggi incaricati del rinnovamento scolastico da parte dell'attuale governo, cadono in atteggiamenti estremizzati che farebbero meglio a risparmiarsi. Il 29 maggio si è tenuta a Sombor, per iniziativa del DOS, una riunione di 150 direttori e insegnanti di scuole della Backa occidentale e centrale (la Backa è la fascia più settentrionale della Vojvodina, quindi della Serbia). Proprio a Sombor la spinta al "Cambiamento" aveva avuto uno dei suoi punti di maggior forza. Ha presieduto e concionato - ci narra la direttrice della "Nikola Tesla" di Backa Topola - una donna giovane, tanto immatura quanto arrogante, priva di reali competenze didattiche. Si chiama Marija Vuckovic ed è stata inviata a Sombor dal ministro per l'educazione Gaza Knezevic. A suo dire, tutto ciò che si è fatto finora nelle scuole rappresentate dai convenuti è un cumulo di errori e falsità, bisogna rovesciare tutto, ricominciare da zero. Non precisa, però, in che modo e secondo quali indirizzi didatticamente più validi. Contestata dai docenti, che si sentono ingiustamente accomunati in una globale e indiscriminata condanna, chiude di colpo la riunione e se ne va. Avvenimenti simili si verificano in molte altre parti della Serbia. Si spera trattarsi di un breve periodo di transizione, con le sue comprensibili derive d'inesperienza, ignoranza dei problemi, incapacità ad assumere una linea giusta.

Passando a un discorso più generale, fenomeni dello stesso tipo - ci è stato detto - si hanno un po' in tutti i campi, sotto l'egida del presente capo del governo, Zoran Djindjic, che molti ritengono uomo ambiguo, troppo legato all'Occidente e in particolare alla Germania, dove ha studiato, si è formato e di cui ha conservato il passaporto (avrebbe dunque doppia nazionalità, tedesca e serba). Gli stessi lo considerano il miglior cavallo di Troia dei nemici della Serbia. Generale è invece l'apprezzamento per Kostunica, che tutti giudicano uomo equilibrato e realmente rispettoso delle regole democratiche. Si sta facendo strada l'aspettativa delle annunciate nuove elezioni politiche a breve scadenza, nella speranza che ne sortisca per lo stesso Kostunica un più diretto ruolo di governo, al di sopra delle attuali incertezze e sbandate, e al di fuori delle "lottizzazioni" fra i partiti della coalizione DOS.

4)Un'accoglienza indimenticabile

> Piccola e malandata è la scuola "Rodoljub Colakovic", sita in Donja Vrezina, un sobborgo di Nis. La stradina per arrivarci è attraversata da buche piene d'acqua dalla profondità incerta. L'edificio scolastico è al centro di un prato senza recinzione, con a fianco un "campo di calcio" lungo una diecina di metri, dalla larghezza indefinita; le due "porte" sono segnate da pietre dove è sperabile che i piccoli giocatori non vadano a battere la testa. L'edificio scolastico ha spazio soltanto per due aule; gli stessi genitori stanno provvedendo alle riparazioni più urgenti, dagli infissi al WC.

La scuola comprende solo le prime quattro classi; è la succursale di un'altra più grande e un po' lontana, dove gli alunni dovranno recarsi in seguito per il secondo ciclo dell'obbligo. Questa volta è venuto anche il direttore della scuola principale, che ci accoglie con interesse e cordialità, offrendoci alcuni regali: un po' di tutto, da alcune allegre formicone variopinte, manovrabili come marionette con fili, costruite dagli alunni durante le lezioni di lavoro manuale, all'immancabile bottiglia di "rakija" (grappa da vari frutti, che i serbi generalmente distillano in casa e di cui fanno uso abbondante sia come aperitivo che come digestivo).

Più di una bottiglia di rakija è stata stappata, e vuotata, durante l'indimenticabile festa con cui insegnanti, genitori e alunni della piccola scuola hanno voluto darci il benvenuto. Una lunga tavolata nell'aula più grande. Appena ci sediamo, da una parte di essa, assieme agli insegnanti, dall'altra si mettono gli alunni cui abbiamo appena consegnato le "borse di studio". Torte e pasticcini fatti or ora dalle mamme, succhi di frutta e aranciate per tutti. Ma ecco che i genitori prendono il posto degli alunni; le bottiglie di prima vengono sostituite, appunto, da quelle di rakija e s'intensificano i brindisi: Djveli! - e noi rispondiamo: Alla salute! Ma dove sono finiti i bambini? Eccoli ricomparire, con abbellimenti sui vestiti e fra i capelli, per un grazioso spettacolo di recite, canzoni, balli tradizionali. Tocca a noi, adesso, ricambiare in qualche modo. Questa volta, per fortuna, abbiamo nella nostra delegazione Leonardo, che è un bravo tenore. Intona vecchie canzoni napoletane, universalmente note, e qualche pezzo d'opera, fra scroscianti applausi generali. Genitori e insegnanti vogliono fare anch'essi la loro parte, con canzoni serbe melodiose e un po' malinconiche. Si passa poi tutti quanti a "Bella ciao", "Scarpe rotte" e simili, comune eredità del periodo partigiano. Alla fine compaiono una chitarra e una fisarmonica: tutti a ballare a coppie, in fila, in circolo, per un'oretta buona. Dopo un ultimo Djveli! ci congediamo. Siamo stati lì quattro ore, molti (e molte) hanno le lacrime agli occhi.

Si parla a volte di "Diplomazia popolare"; noi ci limitiamo a dire che piccoli episodi come questo sono importanti, perché spargono semi di amicizia, gettano ponti di solidarietà e fratellanza tra popoli, tendendo ad allontanare bombe e cannoni dal ricordo e dal pensiero

1) Ricevimento al Municipio di Nis

Il pomeriggio di giovedì 24, al palazzo comunale (dove fervono lavori di ricostruzione) ci riceve il vice-sindaco, Mirjana Barbulovic. E' una donna giovane, minuta, simpatica, piena di energia. Ci dà il benvenuto nella città, ce ne espone brevemente i gravi problemi, ci ringrazia delle nostre iniziative "umanitarie". Ci parla fra l'altro di due giovani giocatori locali di basket, due talenti da poco "acquistati" da una squadra greca. La preghiera di attivarci per analoghi "acquisti" da parte di squadre sportive italiane è implicito ma evidente. Già altre volte, a Nis, richieste simili ci erano state rivolte da persone che sperano di far carriera in Italia: un tenore, un pugile, ecc.

A Nis, come in tante altre città della Serbia, pullulano i più svariati organismi assistenziali, interni ed esteri, religiosi e laici. Alla piccola riunione dal vice-sindaco sono presenti anche i rappresentanti locali della "Yu-Rom Centar", che si occupa appunto dei Rom e di altre minoranze etniche, nonché dell'Associazione per le madri sole con figli da allevare. Ambedue ci danno copia dei rispettivi programmi e ci chiedono un aiuto.

Queste sono certamente brave persone, e gestiscono organismi "umanitari" seri. Bisogna però stare attenti, chè il momento è ritenuto propizio anche per iniziative di tutt'altra e dubbia natura. Quelle sovvenzionate dal magnate Soros e simili sono note; ma adesso se ne stanno infiltrando di nuove, che i Serbi non avevano mai visto. A Backa Topola, per esempio, si è installato un santone americano, sedicente "adoratore di Gesù sul Golgota". E' andato anzitutto dal sindaco (del partito irredentista ungherese) e da lui si è fatto introdurre nelle scuole e in altre realtà cittadine. Sta facendo numerosi proseliti, distribuendo soldi a piene mani. Un proselitismo molto facile tra gente ridotta in povertà, e anche molto sospetto.

2) Prosegue l'iniziativa "Pancevo chiama Italia"

Gli strumenti e materiali per la cromatografia che abbiamo acquistato dalla ditta "Camag" sono felicemente arrivati all'Istituto d'igiene e protezione ambientale di Pancevo. Loris Campetti, inviato del "manifesto", ne ha ampiamente parlato in un articolo del 9 gennaio e in un servizio successivo: li ha visti già in funzione per misurare la presenza di sostanze tossiche nel cibo. Ha intervistato la dirigente del laboratorio, dottoressa Mica Saric Tanaskovic, e ne ha riportato le seguenti testuali parole: "Ci avete donato l'attrezzatura più moderna per questo tipo di analisi, che tutti gli istituti simili al nostro si sognano. Stiamo già intervenendo sulle microtossine che con il calore - i bombardamenti hanno violentato anche il nostro clima atmosferico - si sviluppano nei cereali in seguito alla catastrofe ecologica e potremo effettuare analisi anche per l'insieme della Vojvodina, granaio della Serbia"

Attualmente siamo pronti ad inviare all'Istituto uno spettrofotometro a raggi ultravioletti ed accessori (costo 15 milioni). Stiamo solo aspettando la definizione degli inevitabili adempimenti burocratici

.

3) Nulla di nuovo in Bosnia?

Dopo la consegna delle "borse di studio" alla scuola di Pale, ha voluto invitarci a cena il direttore Radomir. Anche lui è un nostro vecchio amico. Sul suo volto si legge lealtà e fedeltà immutabile alle proprie idee. Ha combattuto tre anni e mezzo nella "Difesa territoriale" della cittadina, allora capitale della Republika Srpska, quindi sede del governo di Radovan Karadzic. "Noi a Pale - è questo il suo maggiore vanto - i musulmani non ce li abbiamo fatti arrivare". Peccato che, finite le ostilità, sia incappato in una mina anti-uomo mentre stava per sedersi a pescar trote, e così adesso cammina con la protesi. Disgrazie analoghe, e anche più gravi, sono accadute a tanti altri in Bosnia, specialmente bambini: c'erano, e ci sono, dai tre ai cinque milioni di queste mine; nelle scuole una pubblicazione dell'UNICEF per mettere in guardia gli alunni è compresa tra i libri di testo.

La cena si svolge in un ristorante sul monte Jahorina, dove si tennero, nell'ormai lontano 1984, le olimpiadi di sci femminile. Nel locale ci siamo soltanto noi, davanti a un grande braciere dove sta cuocendo carne alla griglia. All'intorno i grandi alberghi di un tempo sono vuoti, tranne uno dove abitano profughi.

"Che situazione c'è adesso in Bosnia?" - ci azzardiamo a chiedere. "Sempre la stessa", è la lapidaria risposta di Radomir. Essa vuol significare varie cose. In primo luogo che dopo la "pace" di Dayton, firmata nel dicembre '95, le truppe internazionali della SFOR ("Stabilization Force"), comprendenti anche un forte contingente italiano, continuano a tenere sotto controllo l'intero territorio della Bosnia-Erzegovina. E in realtà, se così non facessero, la pace sarebbe di nuovo in pericolo, come dimostra il semplice fato che stanno lì da sei anni, mentre avrebbero dovuto andarsene dopo uno.

La risposta di Radomir sta a significare inoltre che uno degli obiettivi fondamentali sanciti a Dayton, e cioè la reintegrazione inter-etnica e il ritorno alle proprie case delle masse di profughi delle tre parti - serbi, croati e musulmani - si dimostra irraggiungibile. Ne abbiamo avuto uno degli innumerevoli esempi proprio in questo viaggio, quando una nostra amica serba di Rogatica, che una volta abitava a Sarajevo, ci ha ricevuto in una casa che fino a pochi giorni prima era di proprietà di una famiglia musulmana. L'ha scambiata con la sua casa di Sarajevo, e le è andata bene - ha commentato - anche se la sua casa di prima era molto più bella e anche se Rogatica non è Sarajevo.

In terzo luogo, Radomir ha voluto far capire che si pensa ormai, anche da parte serba, che è tempo di uscire dagli equivoci di Dayton. Le rispettive pulizie etniche sono ormai acquisite e definitive; se i croati dell'Erzegovina stanno agitandosi per riunirsi alla Croazia, perché loro non dovrebbero riunirsi alla Serbia? Resta il problema dei musulmani. Si adatteranno a un piccolo Stato cuscinetto o cercheranno, utilizzando le contrastanti mire geopolitiche straniere, di realizzare quella "Linea verde" da Istanbul a Pristina, dal Sangiaccato a Sarajevo, che è una delle tante versioni dei sogni balcanici di "grandezza", accanto ai progetti di "Grande Serbia", "Grande Croazia", "Grande Albania" e via dicendo?

Quanto a Drago, il "pedagogo" della stessa scuola di Pale (cioè assistente sociale, psicologo, incaricato dei rapporti con le famiglie), egli ha frequentato - ci racconta - un seminario tenuto a Helsinki per il rinnovamento di programi e metodi didattici. Evidentemente, il povero "Alto Commissario" per l'attuazione dei trattarti di Dayton nei loro aspetti civili ce la sta mettendo tutta, anche se i riultati non risultano molto brillanti. C'è però da dire che lo stesso Drago insiste nell'invitare gruppi di alunni italiani - appartenenti a scuole che aderiscono alle nostre iniziative - a venir a sciare sul monte Jahorina. Che qualche spiraglio alla riconciliazione inter-bosniaca possa aprirsi attraverso "triangolazioni" internazionali a livello di giovani? Le vie del Signore sono infinite... .


 

Cerca nel sito


 
© 2006 Associazione A,B,C, solidarietà e pace - Onlus