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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 2 al 15 novembre 2002


SABATO 2, mattina: partenza da Roma. Arrivo alla dogana di Tompa-Kelebja, tra Ungheria e Serbia, il 3 pomeriggio. I doganieri ci fanno osservare che sulla nostra "carta verde" per l'assicurazione internazionale dell'auto, è sbarrata la sigla YU (Jugoslavia). In effetti, la Jugoslavia figura ancora, secondo la nostra società assicuratrice, tra i Paesi "cattivi", insieme ad Algeria, Bosnia-Erzegovina, Iran, Iraq, Madagascar, Uganda e qualche altro, ugualmente sbarrato. Non sarebbe il caso di aggiornarsi? Ciò nonostante, i doganieri non ci fanno pagare alcuna assicurazione aggiuntiva, dato che portiamo "aiuti umanitari". Noi e loro, insomma, siamo "buoni"; cattiva (cioè male informata, o peggio) è semmai la società assicuratrice italiana, la quale non si è accorta che la Bosnia e la Jugoslavia sono state già bombardate.


Poco dopo siamo a Backa Topola, ospiti dei coniugi Raso e Jelena, lui produttore di uova e polli, lei direttrice, adesso, di una scuola di lingue privata.


LUNEDI' 4, mattina: distribuzione delle nostre borse di studio alla scuola primaria ("Osnovna Skola", sigla O.S.) "Nikola Tesla", dopo il consueto discorso da parte del nuovo direttore, che adesso ha sostituito la Jelena e che già conoscevamo come uomo aperto e simpatico.


Questa scuola, come tante altre in Serbia, si riempì di alunni profughi durante i conflitti del 1992-95. Ne arrivarono un centinaio nell'estate del '95, scampati, con le loro famiglie o parte di esse, all'"Operazione Tempesta", che aveva "ripulito" in soli due giorni la Krajna dalle centinaia di migliaia di contadini serbi che vi abitavano da secoli. Già durante la seconda guerra mondiale, il regime croato di Ante Pavlevic, sostenuto da Hitler e da Mussolini, aveva "liquidato" un gran numero di serbi di quella regione deportandoli nel campo di sterminio di Jasenovac, sulle rive della Sava. Ma la cosa era stata "messa a tacere" da Tito, perché ricordarla avrebbe nuociuto al suo sforzo di riunificazione dei popoli jugoslavi. Quando, cinquant'anni dopo, i serbi superstiti videro formarsi, a Zagabria, un potere indipendente il cui leader, Franjo Tudjman, lanciava lo slogan esclusivistico "la Croazia ai croati", temettero di nuovo, non senza ragione, per la propria pelle. Si ribellarono e costituirono la non riconosciuta Repubblica di Knin, che in pratica venne a tagliare in due il territorio croato, rendendo difficili le comunicazioni tra Zagabria e la Dalmazia. Di qui, nella logica delle "pulizie etniche", la predetta "Operazione", con cui l'esercito croato, approfittando dei bombardamenti della NATO sulla Republika Srpska, ebbe facilmente ragione dell'esercito di contadini armati di Knin. Ne seguì una fuga precipitosa di popolazioni, inseguite a cannonate fino al territorio serbo.


Prima di andare alla "Nikola Tesla", avevamo avuto un breve scambio d'idee col suo usuale "sponsor", dirigente di una grande azienda agricola e industriale della zona (infatti varie scuole serbe, nonché ospedali ecc., hanno la fortuna di ricevere aiuti consistenti da qualche privato che può permetterselo). Egli si era dimostrato con noi alquanto pessimista sulla situazione economica del Paese. La politica governativa - ci aveva detto - favorisce un 10% delle imprese e deprime le altre, fino a liquidarle. Emana leggi che sarebbero adatte a una struttura produttiva moderna, mentre quella serba, che generalmente è obsoleta e risente ancora dell'embargo politico contro Milosevic, non può reggere una simile "terapia d'urto", come si ama chiamarla. Tratta la crisi attraversata da molte aziende in maniera troppo sbrigativa, tendendo semplicemente a venderle al primo offerente.


Nel pomeriggio: distribuzione delle borse di studio alla O.S. "Vuk Karadzic", nel vicino centro agricolo di Krivaja. Di ritorno a Backa Topola, consegnamo a un'insegnante magiara d'inglese le lettere affidateci da una sua collega e da alunni dell'Istituto Tecnico per il Turismo "Livia Bottardi", sito in Roma-Tor Sapienza, per dare avvio a uno scambio epistolare appunto in lingua inglese, tra "pen-friends", come si usa dire.


MARTEDI' 5: la mattina, consegna delle borse di studio alla O.S. "Svetozar Markovic" di Novi Sad. Questa importante e bella città, capoluogo della Vojvodina, fu duramente bombardata dalla NATO nel 1999. Quando, poco dopo, andammo a stabilire i primi contatti con la "Svetozar Markovic" - situata in un quartiere operaio, particolarmente preso di mira - trovammo che per essa non era stata fatta eccezione: buona parte ne era crollata, insieme ai palazzi circostanti. Successivamente era cominciata la ricostruzione, che però ha dovuto essere interrotta per mancanza di fondi. Si vede che questa scuola, frequentata da bambini e ragazzi di famiglie povere, non è oggetto di sufficiente attenzione né da parte delle autorità competenti, né di qualche "sponsor" caritatevole.


Un pranzo frugale ma piacevole alla mensa scolastica della "Svetozar Markovic", col direttore, alcuni insegnanti e tanti bambini. Nel pomeriggio, arriviamo alla O.S. "Nikola Tesla" di Belgrado-Rakovica. Qui le nostre borse di studio - come gli affidatari possono vedere nelle schede personali in loro possesso - vanno quasi tutte ad alunni profughi dalle svariate zone dove si è combattuto: Krajna, Bosnia, Erzegovina, Slavonia, infine il Kosovo. Quando facemmo il primo viaggio per le consegne, nel settembre 1999, erano solo una ventina, e ben ricordiamo l'affollarsi di mamme che chiedevano di aggiungere alla lista anche i propri bambini, prendendosela col direttore che non ce li aveva segnalati. Le famiglie abitano in alcuni "centri collettivi" dei dintorni, e sono particolarmente disgraziate. Passando un momento a un discorso più generale, si deve sapere che, ad eccezione dei profughi dal Kosovo, tutti gli altri ospitati in Serbia (raggiungono press'a poco un milione), pur essendo serbi dal punto di vista etnico e culturale, hanno ancora la cittadinanza delle repubbliche da cui sono scappati., il che rende difficile realizzare la loro unica prospettiva valida: l'emigrazione. Ciò nonostante, ogni tanto qualche famiglia, chissà come, ci riesce. A quanto ci consta, i Paesi che le accolgono sono specialmente il Canada, la Norvegia, l'Australia, ma qualcuna va anche negli USA.


A tarda sera arriviamo a un motel di Kragujevac.


MERCOLEDI' 6 e GIOVEDI' 7: consegne delle borse di studio a figli di operai licenziati dalla "Zastava" o a "salario minimo garantito" (da noi si dice "cassa integrazione"). Su quanto riferitoci dagli amici dirigenti dei tre sindacati garanti delle nostre iniziative, in merito alla situazione del "Gruppo automobili" e ai suoi annunziati ma poco chiari sviluppi, si veda l'apposito articolo pubblicato sul nuovo numero del nostro giornalino.


Una volta Kragujevac era il "cuore operaio della Serbia", con i trentamila operai della "Zastava" più l'indotto. Noi di ABC ci capitammo quando la "Zastava" era stata appena bombardata, e in quell'occasione demmo il via alle adozioni a distanza di figli di operai rimasti senza lavoro: a causa del bombardamento, nel 1999, ma successivamente anche a causa dei massicci licenziamenti decisi dal governo "liberista" di Zoran Djindijc. Adesso - ci ha scritto qualche mese fa il sindacato maggioritario - Kragujevac è diventata "il cuore della disoccupazione". Per di più, pure questa città è piena di profughi, specialmente dal Kosovo; e non solo serbi, ma anche "nomadi" rom. A smentire il luogo comune secondo cui questi ultimi sarebbero refrattari al lavoro dipendente, vogliamo far sapere che non pochi rom stanno, o almeno stavano, proprio alla "Zastava". Infatti qualche bambino rom figura tra i nostri affidati. Dunque la "integrazione" dei rom nella "vita civile", o comunque nel nostro modo d'intenderla, dipende assai meno da loro che dalle politiche che si fanno nei loro riguardi; e noi italiani - si considerino, in particolare, le "sistemazioni" da confino date loro alle periferie di Roma - dovremmo solo vergognarci.


VENERDI' 8 mattina: siamo a Nis. Le consegne delle nostre borse di studio cominciano alla "Mascinska Industria". Nel viaggio precedente (maggio 02) il direttore di questa holding ci aveva parlato di un prossimo accordo con la nostra "Ansaldo" per la produzione di locomotori; adesso - ci informano i sindacalisti - è in Italia per perfezionare tale accordo. La stessa Holding sta costruendo grandi ponti in ferro da installare sul Danubio. Per il resto, il lavoro scarseggia.


Nel pomeriggio: borse di studio alla O.S. "Ivan Goran Kovacic" di Niska Banja. E' venuto a salutarci anche un rappresentante del nuovo Comune, da poco costituito separandosi da quello di Nis. Nelle vicinanze della scuola c'è l'"Hotel Serbia", una volta albergo di lusso per frequentarori delle terme, adesso ricovero di fortuna per centinaia di profughi, una famiglia ogni stanza. Molti dei loro bambini figurano nella nostra lista di affidati. Per i numerosi ultimi arrivati dal Kosovo, al danno si aggiunge la beffa. Loro sono bensì cittadini serbi, poiché formalmente il Kosovo rimane una regione della Serbia, ma quando si tengono le elezioni, non possono votare. Dovrebbero infatti andare . a Pristina, o in qualche altra città dove non possono nemmeno farsi vedere, se tengono alla vita.<


SABATO 9, mattina: consegne alla O.S. "Rodoljub Colakovic" di Donja Vrezina, sobborgo di Nis. Da quando, due anni fa, la iniziative di ABC si erano estese a questa piccola scuola, era stato sempre difficile comunicare, mancandovi perfino un semplice telefono. Informati che adesso è possibile l'allacciamento alla rete cittadina, decidiamo di donare alla scuola, seduta stante, un telefono-fax, tra i calorosi ringraziamenti del direttore, degli insegnanti e dei genitori degli alunni. Una loro delegazione viene a mostrarci la sera stessa, nella casa dove abitiamo a Niska Banja, l'apparecchio appena acquistato, nuovo e ancora da disimballare.


DOMENICA 10: riposo


LUNEDI' 11, mattina: consegne alla "Elektronska Industria". Invitati poi a pranzo dai sindacalisti, ci parlano a lungo della poco rosea situazione di quest'altra importante holding di Nis. A parte poche eccezioni, la produzione ristagna e non si vedono prospettive di ripresa. Gruppi di operai, ancora nominalmente dipendenti dalla Holding, vanno ogni mattina a fare atto di presenza, timbrano il cartellino, si trattengono un po' e se ne tornano a casa. E' una pena vedere pezzi di cucine elettriche, di lavatrici o di altri prodotti di "tecnica bianca", come la chiamano, allineati nei capannoni ad arrugginirsi.


MARTEDI' 12: partenza per la Bosnia. Nel tardo pomeriggio arriviamo a Rogatica, per le nostre consegne alla O.S. "Sveti Sava". Ci presentano l'ultimo affidato (o meglio beneficiario di apposito microintervento da parte di ABC). E' un bambino paralizzato alle gambe e viene a scuola in carrozzella, spinta dal padre. La madre è morta due anni fa per la stessa malattia.


La cittadina di Rogatica, oltre a essere particolarmente squallida, presenta ancora segni evidenti degli scontri di qualche anno fa. Alcune case sono diroccate, altre hanno le mura crivellate di proiettili.


MERCOLEDI' 13, mattina: consegne alla O.S. di Pale. La scuola è stata riverniciata e meglio attrezzata dai genieri dei nostri reparti SFOR, ai quali è affidata la sorveglianza della pace inter-etnica nella zona. C'è stata un'apposita cerimonia, anche con riprese televisive per la Bosnia e per l'Italia, ci informa il direttore, aggiungendo che, nell'occasione, egli ha tenuto a sottolineare pubblicamente che la scuola ha anche altri amici italiani, e di vecchia data: siamo proprio noi di ABC.


Pomeriggio: consegne alla O.S. "Sveti Sava" di Lukavica, località molto vicina a Sarajevo. Ci accompagna un nostro socio, che da diversi anni ha cinque affidi in tale scuola ed è venuto appunto a trovare i suoi "figliocci". La scuola è situata in una ex caserma, ma adesso il governo giapponese sta facendo costruire nei pressi un altro edificio, che sarà inaugurato tra pochi mesi.


Ambedue le scuole sono piene zeppe di profughi da Sarajevo o da altre città ora appartenenti alla "Federazione" croato-musulmana. E' ai loro bambini che sono destinate le nostre borse di studio, e il loro stato di bisogno è particolarmente evidente. Ecco quanto ci ha scritto la tutrice di un'alunna di Pale, di nome Jadranka, rimasta priva di ambedue i genitori: "Vi ringraziamo molto per la vostra umanità. Il vostro aiuto è indispensabile a Jadranka per poter studiare. Che Dio vi aiuti ogni volta che vi ricordate di lei. Io sono una povera donna anziana, non possiedo nulla. Siamo profughi, qui non abbiamo niente per vivere. Stiamo lontani dal centro di Pale e Jadranka, per recarsi a scuola, deve percorrere a piedi ogni giorno chilometri e chilometri ed io, ogni mese, devo procurarle un nuovo paio di scarpe. Senza il vostro aiuto non potremmo vivere, poiché non ne riceviamo alcun altro, a parte quel po' di viveri che ci dà la Croce Rossa ogni due mesi, ma che è del tutto insufficiente". Giriamo questi ringraziamenti alla scuola romana che ha Jadranka in affido.


GIOVEDI' 14: ripartiamo per l'Italia via Sarajevo-Zenica-Doboi-Slavonski Brod-Zagabria-Lubiana-Trieste. Per chilometri e chilometri, da Doboi al confine con la Croazia, lo spettacolo è tragico: non c'è una casa rimasta in piedi, dopo le cruente battaglie iniziate dieci anni fa.


Siamo a Roma VENERDI 15.


Va sottolineato che in ogni scuola o fabbrica dove siamo andati, nei discorsi di apertura direttori e sindacalisti hanno sempre avuto parole commosse per i bambini italiani morti nella scuola di San Giuliano a causa del terremoto. Ed è sempre seguito un minuto di silenzio, mentre ci si è astenuti, questa volta, dai consueti festeggiamenti. Ci si consenta di trarne anche una ulteriore conferma della positività della linea seguita da ABC in Serbia e Bosnia, tendente a gettare "ponti di amicizia" e di reciproca comprensione tra famiglie e scuole serbe e italiane, nell'astensione da invadenze politiche. I serbi sanno apprezzare chi li rispetta e li considera un popolo civile, capace di libere scelte nel proprio processo di "ritorno in Europa".


 

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