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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 17 al 29 maggio 2003


Questa volta, invece di soffermarci su quanto fatto, visto e sentito in ciascuna città, scuola o fabbrica visitata per la consegna delle nostre “borse di studio”- di nuovo, come al solito, a Backa Topola, Krivaja, Novi Sad, Belgrado-Rakovica, Kragujevac, Nis, Niska Banja, Rogatica, Pale, Lukavica -, vogliamo riferire sulla situazione generale che abbiamo trovato, in Serbia e in Bosnia, durante il nostro ultimo “giro”, dal 17 al 29 maggio u.s.


Serbia – Dopo l’assassinio del premier Zoran Djindjic, avvenuto il 12 marzo, lo ha sostituito il suo vice Zoran Zivkovic e si è decretato lo stato di emergenza, che è durato fino a poco prima del nostro viaggio. Noi di ABC ci siamo sempre astenuti - e continueremo a farlo – da giudizi politici che non ci riguardano; non però dal dare quelle informazioni, anche politiche, che sono necessarie per mettere in grado i nostri soci e sostenitori di rendersi meglio conto del clima in cui vivono i bambini e ragazzi affidati, con le loro famiglie.
L’atmosfera che si respira attualmente in Serbia è pesante. Lo stato di emergenza non è servito soltanto ad emarginare personalità sgradite, a liquidare bande “politico-mafiose” (ad es. quella di Zemun, roccaforte dei radicali-nazionalisti intransigenti alla periferia di Belgrado) e formazioni politico-militari (ad es. i “Berretti rossi”) sospettate di residui legami col “vecchio regime” E’ servito anche – quel che più importa – a sottoporre la popolazione a misure economiche ancor più restrittive ed onerose, reprimendo le proteste e cercando quasi di mettere il bavaglio alla gente.
Malgrado ciò, i nostri amici sindacalisti di Kragujevac e di Nis ci hanno parlato fuori dai denti, permettendoci di intravedere un quadro aggiornato della situazione economico-sociale. Cercheremo di comunicarvela meglio che possiamo, dandovene almeno qualche significativa “pennellata”.
Secondo le statistiche, su dieci milioni di cittadini i disoccupati, in Serbia, sono quasi un milione, cioè un decimo non della popolazione “attiva”, ma di quella totale. Ma che cosa s’intende per disoccupato e che cosa, di conseguenza, per occupato? Alla “Zastava” di Kragujevac lavoravano, prima, 36.000 operai, provenienti in parte dalle campagne della Sumadia, la grande regione agricola di cui appunto Kragujevac è capoluogo, in parte dal resto della Serbia meridionale e specialmente dal non lontano Kosovo. Adesso i dipendenti della “Zastava” sono ridotti a meno della metà, tanto è vero che, considerando l’insieme della città di Kragujevac, che conta 172.000 residenti, i disoccupati “ufficiali” sono 19.000. Ma vi vanno aggiunti i 7.000 che sono comunque usciti anche loro, di fatto, dalla “Zastava”, in quanto hanno accettato - secondo la “Legge sul lavoro” precedente a quella emanata durante la “emergenza” – o un magro sussidio per due anni al massimo (da 58 a 62 euro mensili a seconda della qualifica), ovvero un compenso “una tantum” pari a 100 euro per ogni anno di lavoro effettivamente prestato. Gli uni e gli altri sono ancora in lista per un ipotetico nuovo impiego e perciò non sono considerati come disoccupati, ma solo “in mobilità”. Vanno aggiunti inoltre 4.000 lavoratori “stagionali”, adibiti alla raccolta della frutta e simili, che possono esser definiti come occupati solo in maniera impropria, per non dire beffarda. Tirando le somme, i non realmente occupati sono, a Kragujevac, ben più di un decimo della popolazione complessiva: sono tra un quinto e un sesto. Se poi si aggiungono ancora 30.000 profughi “registrati” e un numero imprecisabile di non registrati, arrivati nella città e dintorni fuggendo dalle varie guerre jugoslave degli anni 1992-95, nonché quelli dal Kosovo nel 1999, si può concludere che a Kragujevac la situazione occupazionale effettiva è da due a tre volte peggiore di quella, già di per sé disastrosa, indicata dalle statistiche nazionali.
A Nis, peraltro, le cose non sono migliori. Alla “Mascinska Industria” (MIN), su 15.000 dipendenti soltanto 5.000 sono rimasti in servizio e scenderanno presto a 3.500 in seguito alla più che probabile chiusura di 10 delle 36 imprese riunite nella holding. Ma come, in che senso si parla, alla MIN, di operai rimasti in servizio? Se ne parla nello stesso senso in cui lo si fa, sempre nella città di Nis, alla “Elektronska Industria” (EI). Qui c’erano 12.800 operai; ne sono rimasti 4.800. Ma – abbiamo chiesto ai sindacalisti – almeno questi lavorano regolarmente, cioè a tempo pieno, otto ore al giorno per tutti i giorni dell’anno, escluse ferie e festività? Risposta negativa. A tempo pieno sono soltanto 500. Gli altri stanno in servizio per modo di dire, cioè in un senso che potremmo definire “ridotto”, anzi, il più delle volte, addirittura nominale: vengono a lavorare saltuariamente, quando serve, quando li chiamano, vengono insomma più che altro per fare atto di presenza, per timbrare ogni tanto il cartellino, cosicchè il loro nome continui a figurare negli elenchi della fabbrica. Per questa cosiddetta “prestazione lavorativa” ricevono compensi che si aggirano, nei casi migliori, intorno ai 100 euro annuali. In tal modo, comunque, nell’eventualità (per ora remota) di qualche ingresso di capitale estero che consenta una certa ripresa produttiva, questi operai “per finta” potranno tornare ad essere operai veri. Le direzioni aziendali possono intanto far figurare un numero di dipendenti ridotto ma non proprio – come è nei fatti – al lumicino, e dalle statistiche possono risultare cifre di disoccupazione certo gravissime ma molto inferiori alle realtà.
Dobbiamo dire ancora una cosa. Durante lo stato di emergenza la “Legge sul lavoro” nazionale è stata modificata in peggio, e fortemente. Chi oggi è considerato in eccesso, viene semplicemente licenziato e può scegliere tra due tipi di “ammortizzatori sociali”, ambedue ridotti al minimo: o nove mesi di sussidio (anziché due anni) con 70 euro mensili, ovvero una liquidazione pari, mediamente, a 1.650 euro.
Si conserva comunque il diritto all’assistenza medica, ma è un principio giuridico che trova poco riscontro nella pratica, date le condizioni attuali della sanità in Serbia. A Kragujevac, per esempio, l’ospedale c’è, gli ambulatori ci sono, ma il più delle attrezzature diagnostiche e terapeutiche o non funziona o è troppo obsoleto, dagli apparecchi per le ecografie a quelli per la chemioterapia (dei quali, dopo i bombardamenti all’uranio del 1999, è aumentato il bisogno). Chi ne necessita deve andare a Belgrado, dove pagherà tutto, più le spese di viaggio.
Da questa situazione in due grandi città industriali serbe, si può agevolmente desumere quale sia lo stato delle cose a livello nazionale. E c’è da dire ancora del rincaro delle tariffe per elettricità, acqua ecc., del rigore ormai inesorabile nell’esigerne il pagamento, pena non solo lo “stacco”, ma in certi casi perfino il tribunale. La nostra amica Vesna – se si vuole un altro esempio –, segretaria amministrativa del sindacato della MIN, si è vista intimare il pagamento di arretrati dell’elettricità per 150.000 dinari, cioè 2.300 euro. Glie li hanno rateizzati lungo alcuni anni, ma non potrà mai farcela, lei che non raggiunge 100 euro al mese di stipendio! Si capisce allora come la maggior parte di coloro che, estromessi dal lavoro, hanno ricevuto i magri compensi di cui sopra, ben lontani dal poterli utilizzare – come suggerito dalla propaganda ufficiale – per qualche “nuova attività”, per “mettersi in proprio”, semplicemente ci pagano appunto gli arretrati delle varie bollette.
Parliamo adesso di salari, stipendi e prezzi. Il salario medio di un operaio a tempo pieno – uno dei pochi – equivale al massimo a 100 euro mensili; lo stipendio di un insegnante di scuola elementare a 150, di scuola superiore a 200, quello di un medico a 500. Vanno però detratte le trattenute. Sui salari lordi – ci hanno precisato a Kragujevac – il 14% va per tasse governative, il 9,8% per pensione e invalidità, il 5,95% per la sanità (funzionante come sopra accennato), infine lo 0,55% per …. solidarietà con i disoccupati (!). Totale: 30,3%.
Quanto ai prezzi, possiamo riferire che attualmente in Serbia un kg. di pane costa 35 dinari, di zucchero 45, di farina 35. Un litro di olio di mais 65, di latte 25. Un hg di caffè 25, di thè 40. Un kg di carne di pollo 120, di maiale 250, di vitello 270, di formaggio bovino 150, ovino 220. Patate, pomodori e altri ortaggi costano 100 dinari in media, la frutta “normale” 50. I detersivi 120-150. Un tailleur per donna 3000-4000, scarpe donna minimo 1200. Per uomo: giacca e pantaloni minimo 4500, camicia 1500, scarpe da 2000 a 4000, giaccone 5000, maglione da 1500 a 3000. Ce lo hanno detto le massaie e lo abbiamo visto nei negozi, vuoti o semivuoti. L’affitto di un piccolo appartamento è di 10.000-15.000 dinari al mese, l’acqua costa 600 dinari, l’elettricità 2500-3000, anche perché serve non solo all’illuminazione, ma, generalmente, per cucina e riscaldamento Posto che un euro si scambia attualmente con 66-67 dinari e presto, perciò, si scambierà con 70, fate voi il conto di quanto costa l’essenziale per vivere, espresso nella nostra moneta.
E per la scuola? Solo i libri di testo costano l’equivalente di 25-30 euro per ogni classe da frequentare, e per lo più vanno cambiati ogni anno. Uno zainetto costa 6-8 euro. Si aggiungano quaderni, penne, matite, colori e quant’altro. In totale – ci ha detto una direttrice didattica – occorrono 50-60 euro solo per le cose strettamente scolatiche. Ma bambini e ragazzi non possono andare a scuola vestiti da straccioni, e poi per sei mesi all’anno fa freddo: quindi, dati i prezzi dell’abbigliamento poco sopra esemplificati, la spesa quanto meno si raddoppia. Bisogna inoltre tener conto del fatto che nella maggior parte delle scuole serbe si svolgono anche attività post-scolastiche, come corsi di danza, di canto, di ginnastica, sport vari dal calcio al basket alla palla a volo, perfino gli scacchi. Sono cose facoltative, ma sarebbe ben triste per un alunno dover restarne fuori.. Ora, per queste attività non può non occorrere qualche spesa aggiuntiva. Tutto sommato, le borse di studio di ABC sono provvidenziali, per chi le riceve: bastano per la scuola e ne può avanzare per altre necessità familiari.
A conclusione di questa breve ma angosciante “carrellata”, resta da domandarsi come facciano i serbi a sopravvivere. E’ quel che abbiamo chiesto ai nostri amici sindacalisti, con riferimento ai loro operai o ex operai. La risposta è stata che una parte di loro si arrangia con lavoretti occasionali, ovviamente “al nero”, o con traffici vari, dalla compra-vendita di roba usata ad altre attività magari al limite del lecito. Ma la maggior parte beneficia del fatto di aver conservato qualche pezzo di terra al villaggio di provenienza, o comunque di avere lì parenti e amici: può dunque andarvi a coltivare l’orto, ad allevare il maiale, i polli e simili, onde risparmiarsi di comprare molta roba al mercato cittadino. Alla MIN, per esempio, gli operai si vantano di essere più adatti al lavoro particolarmente pesante che vi si svolge (o vi si svolgeva), proprio per la loro origine contadina, che li aveva abituati alla fatica della zappa e della vanga, e sfottono quelli della EI, le cui lavorazioni sarebbero più leggere e quasi, al confronto, “da signorini”.
Ecco dunque la grande risorsa del popolo serbo: il ritorno, almeno parziale e temporaneo, all’agricoltura! E non manca chi teorizza invece un ritorno definitivo, come la vera strada per un futuro migliore. Solo che non tutta la Serbia è come la Vojvodina, con le sue pianure sterminate e le sue coltivazioni a livello tecnico relativamente progredito. Bisognerebbe estendere la meccanizzazione dell’agricoltura, e le altre misure per la sua modernizzazione, anche alle regioni del Centro e del Sud: non è certo cosa di un giorno.
Tutt’altra è comunque, la strada scelta dagli attuali dirigenti della politica economica serba, per il risollevamento del Paese. Si fa affidamento, piuttosto, su una ripresa industriale, dipendente però essenzialmente da massicci investimenti esteri. E’ per favorirli che, nell’attesa, le fabbriche vengono in parte de-strutturate, in parte vendute all’asta (generalmente a strani acquirenti serbi), e si manda via un così forte numero di operai. Ma di tali investimenti, per adesso, se ne vedono ben pochi, e di fronte a episodi come l’assassinio di Djindjic, è logico ritenere che qualsiasi “multinazionale”, grande o piccola che sia, ci pensi su non due ma tre volte. Intanto, e malgrado tutto, anche il nuovo premier va ribadendo la certezza dello staff dirigente in una prossima entrata della Serbia nell’Unione Europea. Sarà…; anzi speriamo tutti che così sia, ma ci vuole ben altro.


> Bosnia – Qui ciò che possiamo riferire è più breve e più semplice, anche se – dal punto di vista politico e da quello umano – ancora più triste. Gli accordi di Dayton, ratificati a Parigi nel dicembre del 1995, prevedevano la reintegrazione inter-etnica e una progressiva riunificazione della Bosnia-Erzegovina, solo provvisoriamente suddivisa tra le due “entità” serba e croato-musulmana. A ormai oltre sette anni di distanza, nulla di ciò è stato realizzato. Alla nostra domanda su chi comandi effettivamente sull’insieme del Paese, la risposta – nelle scuole dove continuiamo a recarci – è la stessa: comanda la “Comunità internazionale”, vale a dire l’Alto Commissario dell’ONU preposto appunto (e la cosa comincia ormai a essere amaramente comica) all’applicazione dei trattati di Dayton-Parigi. Ma allora quale soluzione è possibile, se non a breve almeno a medio termine? Anche qui, la risposta unanime e costante è: i serbi con Belgrado, i croati con Zagabria e i musulmani sotto uno statuto speciale che li garantisca in qualche modo.
Quanto alla situazione economica, si nota una certa ripresa di attività produttive (a Pale, per esempio, è ben visibile nel campo edilizio). Ma essa è dovuta essenzialmente agli aiuti internazionali, più cospicui, peraltro, sul versante croato-musulmano che su quello serbo. Di questa sperequazione qualche governo dei Paesi “avanzati” comincia ad accorgersi: quello giapponese, ad esempio, ha deciso di costruire due nuovi edifici scolatici nel primo versante e tre nell’altro. Di questi tre, uno è andato proprio alla “Sveti Sava”, cioè all’elementare di Lukavica dove consegnamo le nostre borse di studio. Il direttore ci ha portati a visitarlo: effettivamente è una meraviglia, manca solo la palestra, perché i giapponesi nelle loro scuole non ce l’hanno.
C’è da aggiungere che comunque, quel tanto di ripresa economica che c’è anche sul versante serbo, sta determinando bensì aumenti degli stipendi (un ruolo trainante hanno quelli dati alle numerose persone impiegate direttamente dai vari organismi internazionali - politici, militari, umanitari), ma anche aumenti dei prezzi. Non a caso i serbo-bosniaci si recano spesso ad acquistare viveri al di là della Drina, cioè del confine che li separa dai “cugini” delle vicine città serbe, intasando le dogane coi loro autobus.


 

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