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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dall'1 al 13 novembre 2003


1/11 - sabato
Partenza alle 6 da Roma e arrivo alle 19,40 a Furstenfeld, in Austria. Siamo vicini al confine con l'Ungheria. Circa 1.100 chilometri percorsi sotto la pioggia.


2/11 - domenica
Attraversiamo l'Ungheria e arriviamo in Serbia, a Backa Topola. Ci ospita una vecchia amica, Jelena Simovic, ex direttrice della scuola primaria "Nikola Tesla".


3/11 - lunedì
Mattina: siamo accolti dal direttore della "Nikola Tesla", Vlade Grbic, che ci fa accomodare nel suo studio. Cominciamo a parlare, con Jelena, il direttore e Jovanka a fare da traduttrice, e, tra una parola e l'altra, il senso di ospitalità del nostro amico ci "costringe", nell'ordine, ad un panino, un bicchiere d'acqua e uno di grappa locale, Rakja. Ci consegna poi un diploma di merito per testimoniare la solidarietà militante di "ABC". Ci raggiunge anche Angela Kosovic, la direttrice della scuola "Vuk Karadzic" del vicino centro di Krivaja. Dopo i preliminari andiamo dai bambini e loro genitori. Tutti sono vestiti decorosamente. Si nota in loro la diversa estrazione sociale. Operai e professori, contadini e artigiani, laureati e poco alfabetizzati. E' il risultato di guerre fratricide, embargo, pulizie etniche che mortalmente hanno livello tutti verso il basso. Sono tutti lì. Comincia la distribuzione delle "Skolska stipendija". Proprio in fondo in fondo al salone, che più in fondo non si può, una mamma con la sua bambina. La piccola non è affidata, lo è il fratello. Avrà sette-otto anni ed ha il lato sinistro del volto dolcissimo "abraso" da una qualche dermatite. Gli spieghiamo che siamo disponibili a farla curare. La mamma colpisce per la sua apparente remissività, ma la sua insistente e silenziosa presenza, nonostante la timidezza e il riserbo, svela il suo coraggio. Troviamo conferma nella scheda del figlio Arsenje: profuga dalla Krajina da oltre otto anni, ha cinque figli e il marito è morto in guerra. Nel pomeriggio andiamo in uno dei numerosi campi profughi istituiti a Backa Topola. Ci accompagnano due rappresentanti della Croce Rossa locale. In questo "campo" vivevano 75 persone. Oggi sono 39. Alcuni sono emigrati (Australia, Canada, Svezia), altri sono morti. Sono tutti profughi, dal 1995, dalla Slavonia Orientale. Si tratta di una vecchia casa prefabbricata in legno. Entriamo, tutto scuro e fatiscente, all'ingresso qualche bicicletta e un forte odore di cavolo che viene da un barile coperto . Immediatamente, a destra e sinistra, un lungo corridoio sul quale si affacciano le stanze, tutte di circa venti metri quadrati. In ognuna una famiglia. Smiljana (due figli, uno dei quali, Nikola, ha fatto parte del progetto ed ora è uscito per l'età) ci fa entrare nel suo "mini-appartamento". Sediamo su uno dei due letti e su una piccola sedia. Intorno a noi la cucina a legna, tre armadietti metallici che dividono l'ambiente "di Nikola" da quello e altri oggetti. Ci colpisce un quadretto sul quale, insieme a due foto, c'è scritto: "Oh Barjgo! Sei lontana, siamo profughi, poveri, senza casa e paradiso, senza patria. Oh nostro povero Paese!". Anche se con qualche reticenza scattiamo delle fotografie. Smiljana sa perché lo facciamo. Spera di aiutarci ad aiutare qualcun altro. Smiljana insegna matematica alla scuola media di Backa Topola e, probabilmente, ha meno anni di quelli che dimostra, ma gli anni difficili valgono il doppio e lei ne ha passati molti a combattere con la vita.


4/11 - martedì
Ci allontaniamo da Backa Topola percorrendo l'autostrada per Nis. Dopo un'ora siamo a Novi Sad. Raggiungiamo la scuola "Svetozar Markovic Toza". Ai margini del piazzale ant istante l'entrata dell'edificio scolastico sono ancora parte delle macerie di un palazzo centrato da una bomba caduta per errore in quel luogo. Entriamo! Dragan Karlavaris, il dirett ore, è un tipo strano: irrequieto, sorride nervosamente, sempre con occhi maliziosi. E' il nuovo direttore che ha sostituito Milorad Cudic, ora del tutto estromesso e costretto ad un lavoro di ripiego, tanto che suo figlio sta tra gli affidati e lui viene a firmare come ogni altro genitore. Karlavaris, che vanta origini italiane, è figlio di un affermato pittore serbo e diffida di tutto ciò che non conosce fino a chiedere: "ma a voi chi vi paga?". Si sale al primo piano e lì ci aspettano bambini e genitori. Cominciamo a chiamare e, uno alla volta, vengono a ricevere la "borsa di studio". Li accompagna la mamma o il papà, qualche volta un nonno. Pazientemente aspettano il loro turno. L'atmosfera è serena. Per loro e per noi è un momento di incontro e di comunicazione. Vorremmo restare di più, ma i tempi sono stretti perché le città da raggiungere sono molte. Mangiamo alla mensa della scuola con il direttore e subito dopo partiamo per Belgrado. Lungo la strada ci torna alla mente l'immagine di Vuk Karadzic, padre fondatore della lingua serba, colta nella biblioteca della scuola: su una delle librerie un suo enorme busto in bronzo nasconde tutto il resto! Sono le 13,45. Riprendiamo la solita autostrada e paghiamo i soliti sei euro. Dopo un paio d'ore di traffico e di lavori in corso arriviamo a Belgrado. Qui le nostre possibilità di orientamento vengono compromesse dalla grandezza della città e dal traffico. Dopo aver girato a vuoto per un'ora, riusciamo a trovare la direzione giusta. Arriviamo alla scuola "Nikola Tesla" (grande uomo di scienza, serbo, al cui nome sono intitolate molte scuole) e, in mezzo ad un turbinio di bambini, stando attenti a non investirne qualcuno, riusciamo ad entrare nel cortile interno della scuola. Ci accoglie il direttore che ci fa accomodare nel suo studio e ci offre prima del caffè alla turca, poi dei succhi di frutta e infine dei pasticcini. Il direttore, Stanislav Stevuljevic, è un signore alto, segaligno, cordiale e preciso, ha un paio di baffoni che lo fanno assomigliare ai personaggi del film "Underground" ed un modo di ni ci aspettano! Cominciamo. C'è qualcosa di nuovo: le famiglie dei primi venti bambini affidati in questa scuola, profughi alloggiati in un vicino "campo" ora chiuso, hanno dovuto trovare sistemazioni diverse e non si è fatto in tempo ad avvertire alcune di esse. Sembrerebbe che si stiano costruendo delle case per loro con un finanziamento della Ue (verremo a conoscenza di questa notizia anche a Nis). Dobbiamo riportare indietro il denaro destinato a chi non è potuto venire? E' troppo importante per loro: servirà per pagare l'affitto e il riscaldamento! Decidiamo di lasciare le quote di "borse di studio" al direttore che si farà garante della consegna e che li avvertirà di essere presenti al prossimo appuntamento di maggio. A fine cerimonia il direttore, nel suo studio, ci consegna cinque nuove schede di affido che ha preparato su nostra richiesta. Abbiamo stabilito di anticipare due quote. Un momento di pazienza, si scusa Stanislav Seyulievic: entra una signora, è incinta. Comincia a parlare con tono deciso. Vuole sapere perché il suo figliolo più grande non è stato inserito nel progetto. Il direttore spiega che ha potuto scegliere un solo bambino per classe e che le situazioni difficili sono moltissime. Non è possibile fare di più. Sempre e comunque avrebbe scontentato qualcuno. Non possiamo far niente! Recentemente abbiamo chiesto a Belgrado, Nis, Pale e Lukavica altre venti nuove schede di affido in seguito alla disponibilità di alcuni soci a proseguire nel sostenere il progetto aiutando qualche altro bambino, visto che il loro è "uscito" per motivi di età. Vorremmo fare di più ma, almeno per ora, non è possibile! Generosamente il direttore di accompagna fino all'autostrada per Kragujevac, attraverso vie alternative, risparmiandoci un'ora di traffico belgradese. Sono le 19. Alle 21,30 arriviamo nella "capitale" della Zastava.


5/11 - mercoledì
Al mattino sveglia di buon'ora per andare alla sede del sindacato. Un lungo "Kafa" (caffè alla turca) e comincia la giornata. A poche decine di metri c'è l'edificio della Zastava. Possente! Molte persone sono davanti all'ingresso principale e non appena ci vedono arrivare si infilano nel portone e noi dietro di loro. Al primo piano c'è il salone dove si svolge l'incontro. Soliti discorsi introduttivi e poi comincia la consegna delle borse di studio. Ormai queste famiglie e questi bambini li conosciamo quasi tutti da diversi anni, li abbiamo visti crescere, sono un po' anche i nostri (e vostri) figli. Qualcuno consegna una lettera per l'amico sostenitore, altri ci danno dei regali per loro. Vorremmo evitarli per non avere problemi alla dogana, ma è sempre difficile rifiutare qualcosa donata a costo di chissà quali sacrifici. A proposito di difficoltà della vita quotidiana: per testimoniarle andiamo in giro a fare, non senza qualche difficoltà, alcune foto di oggetti in vetrina con i prezzi. Un paio di scarpe da ginnastica originali costa circa 5.000 dinari (75 euro), un pacchetto di 250 grammi di caffè "Grand Kafa" 30 dinari (0,45 Euro), un chilo di cipolle, "luk", 35 (0,55 Euro). Insomma, se teniamo conto che l'indennità mensile di assistenza della "Zastava", per gli operai non utilizzati ma semplicemente "parcheggiati", è di circa 3.500 dinari, mentre quella di uno "stipendiato regolare" è di 10.000, dobbiamo pensare che le condizioni "di sopravvivenza" non siano garantite. I più sfortunati sono i licenziati, la maggioranza, che riempiono le strade limitrofe e la piazza antistante con della "bancarelle di sopravvivenza" dove tentano di vendere le loro povere cose. Qui tutto è difficile e complesso, "balcanico" o, se preferite, "italiano". Le divisioni e i contrasti politici si ripercuotono, naturalmente, anche nelle organizzazioni dei lavoratori e così alcuni sindacati diventano giall i, altri rosa, altri restano rossi. Rossa è anche la bandiera incisa sulla targa che fotografiamo all'ingresso del salone dove si consegnano le borse di studio. Si legge: "E' costituito il primo Consiglio operaio degli stabilimenti di 'Bandiera Rossa'", era il 2 febbraio 1950. Un altro simbolo sulla piazza antistante l'edificio: la statua in bronzo, un poco retorica ma molto bella, al lavoratore metalmeccanico. In basso la scritta: "autogestione". Tutto questo mentre il fiume Lepenica continua a scorrere sotto le finestre dell'edificio. Nel passato, quando la fabbrica produceva automobili per l'Europa Orientale, la gente, passando sul ponte che l'attraversa, con un'occhiata alle sue acque poteva sapere in anticipo il colore delle vetture in produzione. Adesso il fiume è limpido, ma non importa niente a nessuno! Le strade, come le scuole, sono piene di giovani e bambini. Ci sono anche anziani e "barboni". Qualcuno ci dice che i giovani stanno emigrando tutti, altri il contrario. Si amo più propensi a credere ai secondi, anche perché questo è "un popolo in prigione". Non è facile uscire dall'Unione di Serbia e Montenegro. Fino a poco tempo fa si poteva andare in Ungheria senza visto, ora neanche questo. Insomma, nel cuore dell'Europa sembrerebbe esserci un Paese che deve dimostrare agli altri di meritare la libertà. Per adesso si deve accontentare della libertà condizionata. Così è stato deciso! Noi facciamo il nostro piccolo "lavoro": cerchiamo di aiutare, soprattutto i bambini che, per fortuna, diventano adolescenti, poi giovani e uomini. Di conseguenza ci interessiamo delle loro storie, quelle dei nostri affidati, ma anche degli altri. Veniamo a sapere -non dai dati ufficiali che non esistono o non vengono divulgati - che sono in aumento i casi di suicidio e il disagio sociale tra gli adolescenti, sempre più "border line". Siamo disorientati e non sappiamo neanche se credere a quanto ci raccontano TUTTI i sindacalisti: ci dicono che molti dei lavoratori che hanno partecipato alla ricostruzione si sono ammalati e sono morti. Non è dato sapere di cosa. Ognuno di loro ne conosce qualcuno e c'è anche chi si aspetta di fare la stessa fine. Qualcosa di vero Zastava, finiamo per imbatterci, con i nostri accompagnatori, in un gruppo di esperti dell'Onu che, guarda caso, stanno proprio nel posto dove sono state "stoccate" le macerie dei bombardamenti trasferite tutte, o quasi, in quest'area. A perenne memoria, invece, sono restate sul posto quelle dell'edificio che ospitava il Centro di elaborazione dati della Zastava: cinque piani accartocciati su se stessi con i primi tre finiti sotto terra e gli altri ad ammonire! Tutt'intorno, sui piazzali, parcheggiate migliaia di auto incomplete: i pezzi necessari non arrivano. Ma cerchiamo di essere equilibrati tirando fuori qualche peccato di casa: restiamo interdetti, infatti, quando scopriamo che nelle scuole di questo Paese esistono le classi differenziali (ma ve ne sono anche in altri dell'Europa Occidentale) per gli alunni portatori di handicap e si continua a ragionare in termini di gare scolastiche (il più bravo in chimica, in matematica, letteratura, ecc.) o tra lavoratori (ad esempio, il migliore ad usare il tornio, o a fare chissà cos'altro!). Ne abbiamo conosciuto uno, Prcic, un gigante, due metri per uno, che non deve aver faticato troppo ad essere il più bravo. Insomma, usando un gergo "pedatorio", siamo presi di contropiede! Ma loro sono tanto convinti di queste cose che non tentiamo neanche di difendere le nostre idee! La mattina vengono consegnate un centinaio di "Skolska stipendija", il pomeriggio altrettante. Queste cerimonie, anche se si ripetono, non sono mai rituali perché ci fanno conoscere sempre nuove storie, alcune tristi, altre meno. Ne vogliamo raccontare qualcuna: Jovanka Al Mamure è una signora serba che ha avuto la "sfortuna" di sposare uno "sfortunato" iracheno emigrato nella "sfortunata" ex Jugoslavia per evitare i bombardamenti del 1991 sullo "sfortunato" Iraq e che si è trovato, invece, a subire quelli della "sfortunata" Unione di Serbia e Montenegro. Tanta "sfortuna" non poteva cambiare e così la signora si ritrova abbandonata dal marito, tornato in Iraq dalle altre tre mogli, che, oltre-tutto, vuole rapire la figlia più grande per farla sposare ad un suo cugino. Insomma, quando si dice "sfiga". Milutinovic, invece, lo cogliamo "al lavoro". Ex operaio, licenziato dalla Zastava ora campa vendendo povere cose con il suo "chiosco ambulante". E' ordinato ed ha la barba curata. Riesce anche ad essere spiritoso: si "scusa" , visto che lo vogliamo fotografare, per non essersi rasato quella mattina. Dragan è un omone alto quasi due metri con barba, un enorme pancione e voce grossa. Durante gli scontri che ci sono stati lo scorso ottobre a Belgrado, tra gli operai che manifestavano e la polizia, ha rischiato di finire in prigione per tentata aggressione ad un ministro, presumibilmente quello del Lavoro. Per questo lo chiamano "il ministro". Il sindacato è riuscito a sottrarlo all'arresto pagando una multa. Per qualche minuto nel salone si sente soltanto la sua voce: accusa il presidente del zione (non è vero!). Ma il tutto si svolge quasi scherzosamente, con scambi di battute e sorrisi! Momcilo è scappato dal Kossovo. Storie di fughe notturne e di massacri, di case perdute e conquistate, di terre perse e di rassegnazione. È del 13 agosto scorso la notizia, a noi sfuggita, di alcuni giovani serbi (dai 7 ai 13 anni) uccisi dai terroristi albanesi mentre nuotavano nel fiume Bistrica nella cittadina di Goradzevac.


6/11 - giovedì
Ci incontriamo con gli amici dei sindacati ex di opposizione, Nezavisnost e Nezavisni. Insieme, alle 10,30, entriamo nel solito salone della Zastava. Comincia la consegna delle borse di studio. Osservando i genitori dei nostri bambini, notiamo come vestono, come si muovono, come parlano e abbiamo la conferma di una cosa che molti ci hanno detto: la ex Jugoslavia non ha più un ceto medio. I poveri di prima sono tragicamente disperati, quelli che avevano una situazione di relativo benessere lo sono diventati e quelli che sopravvivevano decorosamente sono finiti in mezzo ad una strada. I ricchi? Anche loro sono aumentati perché c'è sempre chi approfitta delle disgrazie degli altri. Ansia e rabbia sono anche nelle parole di coloro che, una volta all'opposizione (sindacale), si sono visti ora attribuire un ruolo importante dal governo e ne dovrebbero essere la spalla. Ad esempio, "Nezavisnost" è restato "Nezavisnost", "Nezavisni" è diventato ASNS, "Asocijacija Slobodnih i Nezavisniih Sindicata" (Associazione Liberi e Indipendenti Sindacati) e si è anche data una struttura politica come Partito Laburista di Serbia (l'attuale ministro del Lavoro, Dragan Milovanoic, è dell' ASNS). Quello che dicono non concorda con quello che ci aspettavamo di sentirci dire: hanno partecipato alle manifestazioni di protesta a Belgrado contro il governo, agli scioperi, auspicano un maggiore interesse dell' Europa e, unica differenza con gli altri, sono meno critici verso la politica economica invasiva degli USA che, attraverso il FMI suggerisce aggiustamenti strutturali, e, nel contempo, acquista quello che c'è di interessante da comprare. Ma forse parlano così perché non c'è il segretario generale (a Belgrado per riunioni di lavoro) e il loro partito si chiama Laburista. Veniamo a sapere da loro che gli americani sarebbero interessati al settore auto della Zastava ed hanno già comprato il pacchetto di maggioranza delle fabbriche di sigarette di Nis (Philip Morris) e Vranje (British American Tobacco) e poi chissà che altro. Nel merito, il ministro delle Privatizzazioni, Aleksandar Vlahovic, dopo quest'operazione ha detto: "ora, le due fabbriche riforniranno di sigarette tutti i Balcani"! Il pomeriggio partiamo per Nis. Alle 17 siamo nella città che, per numero di abitanti, è seconda solo a Belgrado: circa 350.000 con 45.000 disoccupati, il 40% dei quali giovani. Dragan Stankovic, ex segretario del sindacato
La mattina dopo andremo alla Min-Fitip.


7/11 - venerdì
Alle 10 siamo nella fabbrica. Anche qui, come alla Zastava, se ci si limita a constatare la presenza delle "risorse umane", sembra esserci attività produttiva, ma basta sbirciare negli enormi capannoni (non possiamo fare foto) per rendersi conto che di lavoro ce n'è poco: ruggine dappertutto, macchinari obsoleti, manutenzione inesistente. Anche qui, come in tutte le industrie nazionali, si aspetta. Cosa? Capitali. Da chi? Noi non lo sappiamo. Ma, nel frattempo, sabato 8 novembre, altri 500 dipendenti della Min-Fitip finiscono il loro rapporto di lavoro con l'industria. I disoccupati a Nis diventano così quarantacinquemila e cinquecento. In un sala un poco dimessa aspettano i bambini e i loro genitori. Prima di iniziare la consegna delle "borse di studio" una piccola commovente cerimonia: a Vittorio, "pra de-da","bisnonno", viene consegnato, in segno di riconoscenza, un orologio placcato in oro acquistato con i dinari raccolti tra loro. A fine cerimonia restiamo a parlare per un paio d'ore con dei sindacalisti e con un altro amico che, per il lavoro che svolge, sa molte cose. In sintesi, dalla conversazione, con una disperata Jovanka a tradurre un parlare spesso troppo veloce, emerge qualche informazione utile a capire meglio la situazione:
- abbiamo la conferma che l'ASNS ha fondato un partito, quello Laburista, per garantire i diritti dei lavoratori!
-abbiamo la conferma che si aspettano i capitali americani (visto che quelli europei non arrivano);
- abbiamo la conferma che gli americani hanno ufficialmente acquistato le fabbriche di sigarette di Nis e Vranje definendo degli accordi con i quali si sono impegnati a garantire gli organici per i prossimi cinque anni!
- abbiamo la conferma che, sempre negli stessi accordi, sono stati decisi degli incentivi per favorire l'"uscita" precoce dalla fabbrica: 700 euro di liquidazione per ogni anno di lavoro prestato (alla Min-Fitip, invece, se ne danno soltanto 100 e all'Elektronska Industria neanche uno);
- nel sindacato, ci dicono, si è sicuri che gli accordi verranno rispettati in quanto "garantiti dalla legge"! Quanto a noi, non ce la sentiamo proprio di condividere una simile certezza. Nel pomeriggio andiamo a consegnare le borse di studio agli affidati della scuola "Ivan Goran Kovacic" di Niska Banja. Gli alunni ci accolgono con un piccolo spettacolo di canti, danze tradizionali e recita di poesie.



8/11 - sabato
Donja Vrezina è un quartiere-campagna di Nis. Ci si arriva in pochi minuti. Ci aspettano alla "Rodoljub Colakovic", una piccola scuola con due sole aule e quattro classi che ruotano su due turni. Il Comitato dei genitori ha organizzato, come al solito, una grande accoglienza. Alunni, genitori e direttori (sono due, uno della succursale e l'altro della scuola centrale) plausi, baci e abbracci. Sono deliziosi! Entriamo e, nella sala dove si svolge l'incontro, vediamo imbandito un vero e proprio banchetto! Continuiamo a meravigliarci dell'ospitalità di questa gente. Più sono poveri più sono ospitali. Notiamo che, inizialmente, al convivio partecipano soltanto i "protagonisti principali", gli alunni, i direttori e la delegazione di ABC, mentre i genitori servono a tavola prodigandosi in inviti a mangiare e bere. Poi, pian piano, prima gli uomini e poi le donne si "aggregano". I direttori, quello "piccolo" e quello "grande", sono entrambi seri. Uno basso e l'altro alto. Uno sbarbato e l'altro con una folta barba. Il direttore "centrale" , Slave, alto e con la barba (tanto da sembrare superbo e scostante) ad un certo punto ci lascia allibiti: dopo un brindisi, per dimostrare di conoscere qualche parola di italiano, ci dice: "italiane, belle ragazze!". Ovviamene, replichiamo, "anche le jugoslave!" (suonerebbe male e sarebbe troppo lungo dire: "anche quelle dell'Unione di Serbia e Montenegro"). Scopriremo a casa sua, dove il dott. Slave ci invita, che è stato un "hippy". In effett i, è un "alternativo". Ci dice che vuol farci vedere come vive e vuole parlare con noi. Sta con i suoi genitori in una piccola casa e ci confessa subito di guadagnare 250 euro al mese. Non ha avvertito nessuno della nostra visita, per essere più "natural", e, quando arriviamo, troviamo suo padre con due amici, mentre la mamma è uscita a comprare i cavoli (sono buonissimi e si mangiano sempre, a pranzo, cena e colazione). Apprezziamo la sua disponibilità e cominciamo a parlare. Data la situazione del Paese si affronta subito l'argomento a cuore di tutti i serbi, la politica. Ci rendiamo conto di trovarci di fronte ad una situazione piuttosto frequente da queste parti: il papà, che è stato partigiano, è a favore di Milosevic, i suoi amici sono radicali (il partito ultranazionalista di Vojislav Seselj) e Slave è sostenitore di Kostunica. Proprio un bel gruppo! Il direttore ci mostra delle sue foto da bambino e da giovane artista (è professore di storia dell'arte). Vuole comunicare e stabilire un rapporto! Ci riesce! Sollecitato da una nostra domanda risponde che, alle elezioni presidenziali (già fallite due volte per mancanza del quorum necessario) previste per il prossimo 18 novembre, non andrà a votare. Lui sostiene che Kostunica fa bene a non presentarsi alle elezioni se non verrà cambiata prima la costituzione che prevede, tra le altre cose, l' abbassamento del quorum necessario per essere eletti (a Kragujevac, invece, ci avevano detto che non andranno a votare perché la mancanza del quorum determinerà un vuoto che, secondo la legge elettorale, dovrà essere colmato con la nomina a presidente del decano del Parlamento, uomo di "sinistra", e che Kostunica si ritirerà completamente dalla vita politica); i vecchi sono delusi e amareggiati, ce l'hanno con tutti. Nei loro discorsi compaiono spesso parole come "ladri", "mafiosi", "assassini" e, probabilmente, neanche loro andranno a votare. Tutto il mondo è paese, e un altro fallimento delle elezioni non gioverebbe sicuramente ai cittadini della Serbia. La situazione politica attuale, insomma, ripropone lo scontro paralizzante tra l'ala conservatrice (che sostiene una certa continuità con il passato e riforme graduali, non traumatiche per la popolazione) e quella ultrariformista di Zoran Zivkovic (che ha ereditato la carica di Zoran Djindjic assassinato lo scorso marzo, che si è allineata alle riforme strutturali richieste dai grandi organismi internazionali finanziatori ed è fautrice della più ampia privatizzazione). Salutiamo il direttore. Dobbiamo ritornare a Niska Banja. Questa volta andiamo all'hotel "Serbja" dove, dal '92 (RPT, 1992), alloggiano circa 170 profughi. Entriamo. E' sera e non c'è luce per le scale. Saliamo con attenzione. Ogni famiglia ha un stanza. Al secondo piano c'è la famiglia Jaman, nonna e due nipoti, oggi orfani (la mamma, Jovanka, è morta pochi mesi fa, il papà in guerra). Tutta la famiglia vive con la misera pensione della nonna e con la quota di affido. Ogni tanto riescono a vendere dei calzerotti di lana pesantissima e pungente usati in casa al posto delle nostre pantofole. Probabilmente dopo quest'inverno dovranno lasciare l'hotel Serbja. Anche qui, come a Backa Topola e a Belgrado, sentiamo parlare di case in costruzione, ma i dubbi sono molti: quanti avranno la casa e a quali condizioni? Noi ne conosciamo, per ora, due: avere la nazionalità serba ed essere un nucleo familiare di tre o più persone. Saliamo al terzo piano a trovare Milika, un'altra affidata. Il papà è a Belgrado a cercare lavoro e la mamma, Rajka, dopo averci offerto un dolce tradizionale serbo, la "palacinska", una specie di crepes con zucchero, spiega il momento che stanno vivendo: loro sono serbi della Bosnia-Erzegovina, vivevano a Orasac e sono fuggiti nel '92 davanti agli Ustascia croati. Hanno la nazionalità bosniaca e sono "ospiti" in Serbia. Attualmente il loro più grande problema, più ancora della miseria, è decidere se prendere la cittadinanza per poter accedere all'eventuale assegnazione di un alloggio, o non prenderla ed essere "liberi" di emigrare negli USA o in Australia come stanno pensando di fare. Peraltro, dopo il momento della solidarietà iniziale, per questi profughi sono cominciati anche i problemi della convivenza con i "veri" serbi e, ormai, sono generalmente considerati un problema in più e altre bocche da sfamare.


Domenica andiamo al cimitero e a Bubanj. Sulla collina di Bubanj un mausoleo: 15.000 civili, comunisti, vennero assassinati dai nazisti. Tre punti enormi di pietra ricordano il fatto. Sulle pareti del mausoleo un bassorilievo, anzi due: "Il sangue dei comunisti ha fatto nascere i pugni chiusi dei rivoluzionari" e "ci hanno fucilato ma non ci hanno ucciso!".


10/11 - lunedì
Oggi la nostra meta è l' "Elektronska Industrija". Percorriamo la "mediana" di Nis. In fondo le montagne bulgare e a destra, dopo pochi chilometri, l'industria elettronica nazionale. L'Elektronska produceva televisori, frigoriferi, elettrodomestici vari e, fino a pochi anni fa, aveva un fiorente mercato, interno e internazionale. Ora? Quasi niente! Prima di cominciare la distribuzione delle borse di studio parliamo con il responsabile sindacale di tutta la Holding (sono più di 40 aziende) il quale ci spiega la situazione del Paese e, soprattutto,
abbiamo oggi la conferma, che oltre a noi non c'è nessun altro che aiuti le famiglie di questi operai. La stessa cosa si verifica alla Min-Fitip. Molti, in Europa, soprattutto in Italia, conoscono la Zastava (che è diventato un simbolo), nessuno, salvo gli amici sostenitori di ABC, conosce, invece, la Min-Fitip, l'Elektronska Industrija e chissà quante altre fabbriche disperse sul territorio serbo. Insomma, inevitabilmente, esiste soltanto quello che si conosce, quello che i mass-media ci fanno sapere! Tutto il resto no! Ci danno un manifesto che annuncia lo sciopero di mercoledì 12 al quale ne seguiranno altri. Si spera così di far cadere il governo! Combattivo intento, ma i volti delle mamme e dei papà che sono nell'immenso salone della mensa e aspettano le "skolska stipendija" per i loro figli sembrano piuttosto rassegnati. Ci guardiamo intorno. Un salone grandissimo con le sedie girate sui tavoli. Chiediamo al direttore della mensa (che da tre anni non riceve stipendio e campa grazie al suo "orto di sopravvivenza") quanti operai mangiavano qui. Ci spiega che fino a pochi anni fa erano ventimila (20.000). E ora? Indovinate! NESSUNO. La mensa resta aperta perché è divenuta una specie di piccolo ristorante a poco prezzo dove vengono gli "esterni". Non siamo adeguati a spiegare in maniera seria e convincente i meccanismi che hanno "oscurato" il mercato interno per la EIT (Elektronska Industrija TV), né possiamo accettare la semplificazione che la causa sia da ricercare nell'imposizione fiscale (20%) che non grava, invece, sui prodotti importati (5%). Probabilmente, in Serbia, ormai, vige la "legge della giungla", quella stessa legge che ha messo in ginocchio la produzione di lavatrici della EI incapace di competere con quelle, le lavatrici FAVORITE (ironia della sorte è questo il nome della marca), che il contrabbando fa arrivare in Serbia attraverso il Kossovo. La verità, al di là di ogni altra considerazione, è una: Nis era una città industriale, la seconda del Paese, e viveva grazie al lavoro di Min-Fitip ed Elektronska Industrija. Morte loro, morta Nis. In questa grande città vive un poco meglio, ma non tanto, chi ha un piccolo pezzo di terra da coltivare. Gli altri, i "cittadini", muoiono di fame. Una vecchia signora confessa: "l'anno scorso nei bidoni della spazzatura si trovava qualche pezzo di pane, quest'anno niente".
11-12/11 - martedì e mercoledì Alle 5,30 partiamo per la Republika Srpska. Passiamo per Kralievo, Krusevac e costeggiamo la Drina entrando poi in Bosnia-Erzegovina. Vediamo molte case distrutte dalla guerra. Evitiamo di fare fotografie e quando vorremmo farne una al famoso "Ponte sulla Drina" le batterie sono scariche. Pazienza! In Republika Srpka sono le ultime mete del nostro viaggio, Rogatica, Pale e Lukavica. Questa cosa ci costringe a redarre il resoconto facendo veri e propri salti mortali. Infatti, quando dopo dieci giorni di viaggio arriviamo qui, nel raccontare abbiamo speso tutte le parole, esaurito gli argomenti e gli aggettivi. Quindi, per evitare ripetizioni, potremmo dire: prendiamo tutto quello che abbiamo detto moltiplichiamolo per 1,5 e aggiungiamo la reticenza, la paura, una situazione politica statica, addirittura scoraggiante. Mentre in Serbia come ti metti seduto tutti parlano, soprattutto di politica, in Bosnia-Erzegovina la tendenza è tacere, come fa chi sta sotto occupazione. In effetti, l'applicazione delle clausole civili e politiche degli accordi di Dayton (i quali, tra forzature, contraddizioni e impegni impossibili da osservare almeno nel breve periodo, hanno avuto comunque il ruolo essenziale di far tacere le armi) è affidata a un Alto Rappresentante dell'ONU - attualmente l'inglese Lord Paddy Ashdown - dotato di poteri, appunto, così "alti" da meritargli l'ap-pellativo di "Imperatore della Bosnia-Erzegovina". Ashdown si sente, ed è, al di sopra non solo delle "parti in causa", ma delle stesse istituzioni centrali, pur volute dagli accordi, a cominciare dalla Camera dei Rappresentanti (serbi, croati e musulmani) installata a Sarajevo. In un recente discorso li ha invitati a fare meno politica e più cose concrete, ammonendoli che altrimenti sarà costretto a intervenire direttamente, sostituendosi a chiunque e "licenziando" chiunque. Si spiega dunque come alla nostra ripetuta domanda "ma chi comanda in Bosnia?", tutti i nostri amici e interlocutori abbiano risposto "comanda la Comunità internazionale". I bosniaci, insomma, affermano di sentirsi sotto protettorato internazionale, e in buona misura lo sono, a giudicare per esempio dai blindati dei vari eserciti, italiani compresi, che continuano a circolare per le loro strade. Resta da vedere quanto ciò sia dovuto alla refrattarietà delle tre "parti" a reintegrarsi in uno Stato unitario e in una vita comune, e quanto sia dovuto invece all'ecces-sivo, ostentato "ottimismo" degli accordi (strappati da Clinton, nel 1995, a Milosevic per i serbi, a Tudjman per i croati e ad Izetbegovic per i musulmani) sulla possibilità di tornare a uno stato di cose analogo a quello di prima del 1992, come se da quell'anno non fosse successo niente. In ogni caso, dovrebbe oramai esser chiaro che gli accordi - se si vuol essere realistici e ottenere dei risultati magari "ridotti" ma effettivi - vanno riveduti e corretti in molti punti, anche fondamentali. Martedì pomeriggio siamo a Rogatica, cittadina particolarmente povera e provata dalla guerra, come appare chiaro appena ci si entra. La scuola si chiama "Sveti Sava", dal nome del principale santo e protettore celeste dei serbi. Gli alunni sono un migliaio e frequentano le lezioni in due turni. Poco più in là c'è la sede del comando militare italiano, cui è affidato il compito di "Peace-keeping" da Rogatica, dove sono rimasti soltanto serbi, a Goradze, unica "enclave" musulmana sopravvissuta nella zona. Mercoledì mattina andiamo alla scuola "Pale", sita nella cittadina omonima, a 15 km. da Sarajevo, già "capitale" di Radovan Karadzic. La scuola è stata riattata e rifornita di attrezzature, fra cui una diecina di computers, per iniziativa dei militari italiani. E' frequentata da 1.700 alunni, suddivisi in tre turni: il primo bambino entra alle 7,20 e l'ultimo esce alle 17,55. Nel pomeriggio siamo alla "Sveti Sava" di Lukavica, una squallida periferia di Sarajevo lasciata ai serbi, di cui si può osservare il panorama da un vicino mausoleo-belvedere. Questa scuola si è adesso spostata dai locali di una ex caserma a quelli, moderni e nuovissimi, costruiti dal governo giapponese e riforniti di banchi e materiale da varie organizzazioni umanitarie, anche italiane. In tutte e tre le predette scuole serbobosniache, direttori e insegnanti ci dicono che da quest'anno parte, in via sperimentale una riforma scolastica che porterà a nove gli anni di frequenza anticipando a sei l'età d'ingresso. Al di là degli aspetti didattici e dei contenuti organizzativi dei quali parleremo quando ne sapremo di più, è interessante la notizia che la riforma è partita da Belgrado e riguarderà non solo le scuole serbe, ma anche quelle delle due entità della Bosnia-Erzegovina, la Federazione BH (croato mussulmana) e la Republika Srpska.


13/11 - giovedì
Si parte alle 5 e alle 24 arriviamo a Roma.


 

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