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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dall'1 all'11 novembre 2004


Uno sguardo di carattere generale
"Ho 16 anni, frequento la scuola per elettrauto. Mia madre e mio padre sono disoccupati. Mio fratello ha 22 anni, ha ultimato la scuola per carrozzieri, ma neanche lui trova lavoro». Così scrive, alla famiglia che lo ha in affido, Aleksandar, uno dei ragazzi che vengono ogni sei mesi alla "Zastava" a prendere la borsa di studio di ABC. «Vi ringrazio moltissimo per il sostegno che ci inviate regolarmente - scrive Irena da Kragujevac al suo "donatore" - poiché per la mia famiglia e per me è un aiuto prezioso più di quanto possiate immaginare. La nostra situazione economica, infatti, è pessima, proprio come quella politica». Abbiamo citato due delle lettere consegnateci dagli affidati durante il nostro ultimo viaggio in Serbia, ma ce ne sono tante altre analoghe. Che contrasto con le ottimistiche dichiarazioni ufficiali del governo di Belgrado! Chi "clicca" sul suo sito web, non vi trova che buone notizie: l'economia è in ripresa, gli stipendi medi aumentano, arrivano frotte di uomini d'affari dall'estero.
Insomma, "tutto va ben, Madama la Marchesa." (i più anziani tra noi ricorderanno questa canzoncina, che circolava in Italia nei primi anni Quaranta). Come si spiega, allora, che nelle ultime elezioni presidenziali (13 e 27 giugno) è andata a votare meno della metà degli aventi titolo, che meno ancora hanno votato nelle elezioni amministrative del 16 settembre, e che in ambedue le occasioni quelli che lo hanno fatto hanno largamente premiato l'ultra-nazionalista Partito radicale? Anche noi abbiamo visto qua e là - è vero - segni di ricchezza e di sfarzo: bei palazzi nuovi, alberghi e ristoranti di lusso, qualche sfavillante centro commerciale e, lungo l'autostrada, alcune stazioni di servizio dall'apparenza "mega-galattica". Ma abbiamo dovuto constatare altresì che tra la grande maggioranza della gente comune crescono la disoccupazione, la povertà, e molti sono semplicemente alla fame, sebbene cerchino dignitosamente di non mostrarlo. Si diffonde, al tempo stesso, un sentimento di frustrazione e di umiliazione nazionale. "Cornuti e mazziati", si potrebbe dire. Da una parte, fabbriche ridotte a un decimo delle loro potenzialità e dei loro effettivi, destinate sicuramente a chiudere se tarda ancora ad arrivare qualche "salvatore" dall'estero (né importa più di tanto, oramai, a quali iugulatorie condizioni); ospedali con buoni medici ma privi di medicine e di attrezzature diagnostiche adeguate; scuole ben tenute e gestite con cura, ma per i cui alunni le famiglie fanno sempre più fatica ad acquistare i libri e abiti decenti. Dall'altra parte il Tribunale dell'Aia, al quale i serbi da processare non bastano mai ("tra poco saremo tutti lì alla sbarra", è diventato un detto popolare); ancor più bruciante quanto avviene nel Kosovo, che i serbi seguitano a proclamare unanimemente come la loro irrinunciabile "culla storica", ma che si rendono conto - sebbene non vogliano ammetterlo - di avere ormai perduto. Entrare nell'Unione Europea? Tutti i serbi lo vorrebbero, ma per ora non se ne parla. Prima devono essere definite grosse questioni, a cominciare appunto da quella del Kosovo; ma ci sono anche quelle della Bosnia, del Montenegro, della minoranza ungherese in Vojvodina. Ciò nonostante, un ragazzo come Aleksandar, nella stessa lettera di cui sopra, così prosegue, rivolgendosi agli affidatari: «Un giorno vorrei contraccambiarvi. Spero proprio che la situazione del mio Paese migliorerà, così potrò invitarvi a casa nostra e farvi visitare la nostra bella città». E Anna, di 13 anni: «Ho studiato a scuola qualcosa della geografia e della storia del vostro Paese; a me e ai miei amici piacerebbe tanto visitarlo, appena ce lo potremo permettere». «Non resteremo sempre così. Ci penseremo noi giovani a risollevare la nostra Patria» dichiara dal canto suo Milos, fiducioso e spavaldo. Popolo particolarmente fiero e duro a piegarsi, quello serbo. Lungo una storia millenaria ha registrato molte sconfitte gravissime, dalla battaglia di Kosovo Polie (1389) in cui il suo esercito fu annientato dalle soverchianti armate ottomane, all'invasione austriaca del 1914, a quella tedesca del 1941, fino alla guerra contro il "nemico invisivìbile", vale a dire ai bombardamenti NATO del 1999. Ma è sempre riuscito a rialzare la testa. Nei
primi decenni dell'Ottocento insorse contro la dominazione turca e riuscì a liberarsene. Si costituì in principato indipendente, internazionalmente riconosciuto dal congresso di Berlino del 1878 e trasformatosi in regno quattro anni dopo. Molti esponenti dei popoli vicini cominciarono a guardare ad esso come a un possibile e auspicabile "Piemonte jugoslavo". La sua resistenza del 1914 al poderoso esercito austro-ungarico era definita "eroica" anche nei manuali di storia delle nostre scuole medie. Ed è nota la sua forte partecipazione, durante l'occupazione nazista, a quello che fu il più grande movimento partigiano d'Europa. Saprà oggi riprendersi davvero, ancora una volta, e rientrare con pari dignità nel consesso delle nazioni europee? Il suo carattere forte, le prove durissime superate in passato, autorizzano a ritenere che riuscirà a farlo, malgrado il brutto periodo che sta ora attraversando. Quando ciò avverrà, quando potrete assicurarci di non aver più bisogno dei nostri aiuti - siamo soliti dire noi di ABC nei discorsetti introduttivi alla consegna delle borse di studio - verremo ancora da voi, ma solo come turisti e come amici. Brinderemo insieme con la vostra ottima "rakija". E voi verrete in Italia a ricambiare le visite. Vi offriremo qualche bicchiere del nostro ottimo vino.

Ecco il viaggio giorno per giorno
Lunedì 1° novembre- poiché gli ungheresi sono di religione cattolica, a Backa Topola, che è una delle sette cittadine della Vojvodina abitate appunto in maggioranza da magiari, le scuole sono chiuse. Ma è così per l'intera Vojvodina, la grande e progredita regione settentrionale della Serbia, nel cui insieme i cittadini di cultura ungherese non sono maggioranza, ma una minoranza significativa.
E' chiusa pure, di conseguenza, la Osnovna Skola (Scuola Primaria - sigla O.S.) dove dobbiamo andare noi, la "Nikola Tesla". Sebbene lì il grosso degli alunni sia di cultura serba, vi sono alcune classi con ungheresi. "Nema problema" - dice il direttore Vlade Grbic - apriremo un paio d'ore per la consegna delle vostre borse di studio degli alunni beneficiari. E' proprio dalla "Nikola Tesla" che hanno avuto inizio, vari anni fa, le borse di studio di ABC in Serbia. I destinatari appartenevano quasi tutti - e sono ancora i più numerosi - a famiglie fuggite dalle zone delle guerre che hanno insanguinato la ex Jugoslavia: dalla Kraijna, dalla Slavonia orientale, dalla Bosnia, infine dal Kosovo. A Backa Topola i rapporti tra serbi e ungheresi non sono stati mai esenti da problemi. Anche il trattamento da riservare ai profughi è stato materia di divergenze. Si è lamentato fra l'altro, da parte di esponenti magiari più chiusi e intransigenti, che la permanenza dei profughi avrebbe alterato l'"equilibrio etnico" nella cittadina (temevano cioè che i serbi diventassero più numerosi). Si è quindi cercato d'impedire, in Consiglio comunale, provedimenti a favore dei profughi, ad esempio stanziamenti per sistemarli in abitazioni più decenti delle baracche e capannoni agricoli di prima accoglienza (li abbiamo visitati a suo tempo, e ce ne ricordiamo bene). Purtroppo in Vojvodina, negli ultimi tempi, le tensioni etniche si sono aggravate. Soffiano sul fuoco, da Budapest, i partiti di destra, favorendo nelle cittadine a maggioranza ungherese l'elezione di sindaci accesamente "irredentisti", enfatizzando deplorevoli ma sporadici episodi d'intolleranza, e altre simili iniziative. Sono riusciti a imporre al governo magiaro, che è di centro-sinistra, un referendum (5 dicembre) sulla concessione della doppia cittadinanza agli "ungheresi fuori dell'Ungheria", vale a dire cittadini serbi, romeni, ucraini, slovacchi. Ma andando a stringere, poiché in Ucraina la doppia cittadinanza è esclusa per legge costituzionale, e poiché il prossimo ingresso di Romania e Slovacchia nell'Unione europea toglierà senso al provvedimento, sono interessati, in realtà, soltanto i 300.000 cittadini serbi di cultura ungherese. Speriamo vadano a buon fine gli sforzi delle diplomazie europee per una soluzione ragionevole del problema. Quanto a noi di ABC, nei nostri limiti cerchiamo di comportarci, a Backa Topola, in maniera equidistante, allacciando rapporti di amicizia e di collaborazione anche con la maggiore scuola ungherese, la "Caki Laios". E' una piccola testimonianza e una piccola sollecitazione a superare queste vecchie diatribe, che tanta parte hanno avuto, e purtroppo continuano ancora ad avere, nell'avvelenare i rapporti tra i popoli.
Nel pomeriggio saremmo dovuti andare a Krivaja, per consegnare le borse di studio a una diecina di alunni poveri della scuola intilata a Vuk Karadzic, uno dei massimi esponenti della letteratura serba, raccoglietore di tradizioni popolari e rinnovatore della lingua serbo-croata. Ma anche questa scuola, ovviamente, era chiusa e i "borsisti" hanno preferito venire la mattina alla "Nikola Tesla". Ce ne è dispiaciuto, anche perché così abbiamo perso - scusateci, pure noi abbiamo le nostre debolezze umane - l'ottima cena che di solito ci viene offerta nel ristorante del vicino impianto agro-turistico. E' quello che "sponsorizza" la scuola ed è molto florido, soprattutto perché frequentato da danarosi cacciatori provenienti.indovinate da dove?
Martedì 2 novembre (mattina ) - dobbiamo recarci a Novi Sad e prendiamo l' "autostrada" Subotica-Belgrado. La parola è da mettere tra virgolette, perché ci vuole alquanta buona volontà a considerare (e a pagare) come autostrada un semplice stradone a una sola corsia per ogni senso di marcia, più una mezza corsia sulla destra, la cui funzione è di consentire ai mezzi più lenti di farsi da parte quando ne vedono arrivare uno veloce. Peraltro, essendo anche pericolosa per numerose curve e ponti (fra cui quello, lunghissimo, sul Danubio), vi sono frequenti limitazioni di velocità a 80 km/h, a 60, e comunque non si devono mai superare i 100. Permetteteci un ricordo. Quando, nella primavera del 1999, ci recammo in Serbia per una testimonianza di contrarietà alla guerra e per allacciare nuovi rapporti operativi, fummo fermati dalla polizia su quella "autostrada" proprio per eccesso di velocità. Ma gli agenti, quando mostrammo loro i passaporti, dissero "Italiani amici" e ci lasciarono andare. Incredibile, mentre era noto che anche nostri aerei partecipavano ai bombardamenti. Vero è che noi italiani siano molto simpatici ai serbi. Cosa abbiamo fatto per meritarlo, almeno a livello politico, è un mistero. Alle 11 arriviamo puntualmente alla scuola intitolata a Svetozar Markovic, socialista ottocentesco d'ispirazione marxista, organizzatore delle prime leghe operaie serbe. Il direttore Dragan Karlavaris ci riceve come al solito nel suo ufficio, ci offre caffè, succo di frutta, panini, nonché l'immancabile "rakija" per chi la vuole. E' di origine istriana, aderisce al settore insegnanti del sindacato "Nezavisnost!" "Indipendenza!", d'idee progressiste, già all'opposizione al tempo di Milosevic), Sostiene entusiasticamente le riforme scolastiche promosse dal ministero per avvicinare la scuola serba agli standard europei. Gli consegniamo, come ci aveva chiesto, una bandierina italiana da affiancare a quella serba sulla sua scrivania. La scuola si trova in un quartiere operaio di Novi Sad. Come tanti altri edifici della città, subì gravi danni dai bombardamenti di cinque anni fa. Adesso sono stati parzialmente riparati e il direttore ci porta a vedere un nuovo padiglione di recente costruzione, che ospita fra l'altro un ambulatorio destinato agli alunni ma aperto anche al pubblico.
La cerimonia della consegna delle borse di studio si svolge, come sempre, nel salone insegnanti, dalle pareti ornate da quadri e affreschi Qui gli alunni "borsisti" appartengono per lo più a famiglie povere del quartiere: genitori disoccupati, malati, alcuni di loro deceduti. "Ottimi risultati scolastici, condotta esemplare - si legge ad es. sulla scheda di Milana - ma la bambina è rimasta duramente colpita, con gravi conseguenze psicologiche, dalla recente morte del padre". Non mancano alcuni profughi, come Petar, la cui famiglia "è fuggita dal Kosovo nel 1999, lasciandovi ogni suo avere", o Dusan, proveniente da Pristina, dove il padre morì sotto un bombardamento, o Vidoje- Vuk, fuggito dalla Croazia. Per Milica invece, nata a Novi Sad e ivi sempre vissuta, la scuola scrive: "Il padre è deceduto nel 2003. La madre è rimasta con due bambini. Vivono con loro anche i nonni materni, tutti insieme in un piccolo appartamento. La madre fa lavori saltuari, al di sotto del proprio livello d'istruzione, guadagnando poco e irregolarmente".
Finita la cerimonia, il direttore questa volta non può invitarci alla mensa scolastica perché è chiusa, come lo è la scuola, borse di studio di ABC a parte. Se infatti il 1° novembre è per gli ungheresi, in quanto cattolici, la festa di Ognissanti, il 2 è il giorno della commemorazione dei defunti, e anche a Novi Sad le ricorrenze degli ungheresi vengono scrupolosamente rispettate da tutti. Peccato che, a livello regionale, vi sia un influente partito etnicista magiaro il cui leader, Josef Kasa, sostiene le correnti "irredentiste" e calca la mano sulla questione degli ungheresi della Vojvodina, fino a cercar di farne materia di un intervento della "comunità internazionale". Chissà come potrà mettersi adesso col nuovo sindaco di Novi Sad, quella Maja Gojkovic che è una esponente del Partito radicale.
Probabilmente è proprio per reazione agli oltranzismi di personaggi come il Kasa, che alle recenti elezioni amministrative una pur risicata maggioranza dei cittadini della seconda città della Serbia - solitamente aperti, per loro natura e storia, a sentimenti mittel-europei - ha votato per il partito che fu di Vojslav Seselj, l'agitatore rozzamente sciovinista che infiammava le folle con slogan come "la Serbia è dovunque vi sono tombe serbe", o "la Croazia è tutto ciò che si vede dal campanile di Zagabria".
Martedì 2 novembre (pomeriggio) - riprendiamo l' "autostrada" per andare alla O.S. "Nikola Tesla" di Belgrado-Rakovica. Questo secondo nome va messo in evidenza, perché la città di Belgrado, con i suoi 1.600.000 abitanti, è suddivisa in 16 municipi autonomi, ciascuno con il proprio sindaco, la propria amministrazione e perfino la propria bandiera. Rakovica è uno di essi: fra i più poveri, fra i meno frequentati dai turisti, sebbene non manchi d'importanti musei, monumenti, opere d'arte.
Quanto al nome della scuola, va detto che Nikola Tesla è un importante scienziato ottocentesco, poco noto in Occidente ma considerato dai serbi come l'autore, alla pari con Edison, delle prime grandi applicazioni dell'elettricità, a cominciare dalla lampadina. Ogni anno si svolge a Belgrado una cerimonia commemorativa di Nikola Tesla (i serbi sono prodighi di celebrazioni, incontri, festeggiamenti), e fu in occasione di una di esse che la nostra amica Jelena, già direttrice della "Nikola Tesla" di Backa Topola, ci mise in contatto, nel 1999, con l'omonima scuola di Rakovica. Il direttore di quest'ultima allora in funzione (dopo la caduta di Milosevic, i direttori di molte scuole serbe sono cambiati, trattandosi di una carica non priva di valenza politica), da noi richiesto di darci una prima lista di alunni per le borse di studio, ce ne segnalò una ventina. Notammo che abitavano tutti sulla "Rakovacki put". "Put" vuol dire strada principale, stradone; non tardammo a sapere che lì c'era un grande campo di profughi. E tali erano appunto quei nostri primi "borsisti". Anche in seguito, a quella scuola hanno continuato a beneficiare delle nostre borse di studio alunni appartenenti in prevalenza a famiglie di profughi. Vogliamo anzi rivelarvi un ricorrente episodio che ci lascia sempre tra confusi e impietositi. Ogni volta che andiamo lì, terminate le consegne delle quote di affido, siamo circondati a lungo - il direttore e noi - da povere donne che chiedono con insistenza di aggiungere un proprio figlio al
nostro elenco. Lo abbiamo fatto a più riprese, anche se le nostre limitate possibilità non ci hanno permesso di accontentare tutti. Dovreste vedere queste scene, amici sostenitori di ABC, per rendervi conto. personalmente di quanto valore abbiano i vostri contributi mensili per tante famiglie serbe alla fame.
Viene sempre a salutarci, partecipando discretamente alla cerimonia, la dottoressa Vida, che era una "big" della sanità serba a livello nazionale e si occupò fra l'altro di organizzare strutture ospedaliere nel Kosovo, curando scrupolosamente - come riconosciuto da tutti - parità di trattamento per l' "utenza" delle diverse etnie. Adesso sta in pensione, ma è sempre ben sveglia e attiva. Ci ha consegnato una sua "Lettera aperta a Madeleine Albright", publicata il giorno prima su "Politika", il maggior quotidiano serbo. La stiamo facendo
tradurre.
Mercoledì 3 novembre - A Kragujevac, nel salone della "Zastava", la consegna delle borse di studio comincia come al solito - per durare l'intera giornata - dai figli di disoccupati o semi-occupati segnalatici dal sindacato più importante, che al tempo di Milosevic si chiamava "Unitario" ed era vicino al regime, adesso si chiama "Autonomo" ed è rimasto "Città dell'automobile" si vantava di essere Kragujevac quando la "Zastava" era il più grande stabilimento industriale dei Balcani e attirava partecipazioni estere, in prima linea la FIAT. Adesso, come tante altre holding serbe, la "Zastava" continua a funzionare a ritmo molto ridotto. La fabbrica automobili, ad esempio, è passata da 13.000 a 4.000 operai, ma a rigore sono sempre troppi per una produzione che stenta a raggiungere le 14.000 vetture annuali. Evidentemente, il vero scopo che si persegue è di mantenere comunque la fabbrica aperta in attesa di investitori esteri, che siano però più seri di quell'americano Malcom Briklin il quale, dopo aver promesso mari e monti, prodigo d'incontri e di proclami a livello locale e governativo, si è rivelato - come si dice a Roma - "una sola". Fra le pubblicazioni consegnateci dalla Rajka, l'addetta agli "aiuti umanitari", c'è il giornale "Glas", che in un titolo a tutta pagina definisce la Kragujevac di oggi come "La città della disperazione". Un altro articolo è dedicato alla "Famiglia Arsic, che vive in una casa di fango senz'acqua né luce elettrica". La sorte di questa famiglia, in cui il padre lavorava prima alla "Zastava", è portata ad esempio di una condizione oramai molto diffusa a Kragujevac. La maggior parte degli operai, sostanzialmente estromessi dalla holding e iscritti invano nell'ufficio interno di ri-collocamento, ha perso ogni speranza, tanto che il giornale li definisce come "Profughi nella loro stessa città".
Giovedì 4 novembre - nello stesso salone vengono a prendere le borse di studio, accompagnati ciascuno da un genitore, i bambini segnalatici da due sindacati minori: "Nezavisnost!" e la "Unione dei Sindacati Liberi e Indipendenti" (sigla ASNS). Durante l'immancabile pranzo di commiato, rivolgiano ai loro dirigenti qualche domanda sulla situazione della holding e della città. Anche a loro giudizio è un periodo molto brutto, ma si dicono fiduciosi in una ripresa non lontana. La sera partiamo per Nis. Fortunatamente, la Belgrado-Nis (da dove ci si può dirigere poi verso Pristina, Skoplje, Salonicco, Sofia, Istanbul) è una vera autostrada. Per la precisione comincia a Zagabria, e al tempo di Tito era intitolata alla "Amicizia e Fraternità dei popoli jugoslavi".
Venerdì 5 - lunedì 8 novembre - A Nis sono tre le sedi dove dobbiamo consegnare le quote di affido di ABC. Due sono delle holding industriali: la MIN (meccanica pesante) e la EI (prodotti elettrici ed elettronici). C'è poi la piccola scuola "Rodoljub Colakovic" (letterato bosniaco del Novecento), nel sobborgo di Donja Vrezina. Nella vicina Niska Banja (Terme di Nis) dobbiamo andare alla scuola, assai grande, intitolata al poeta Ivan Goran Kovacic (prima metà del Novecento). Cominciamo, venerdì mattiva, con la "Elektronska". E' una pena vederla quasi deserta, con i padiglioni pieni di televisori, cucine, frigoriferi e quant'altro, che, invenduti, stanno lì ad arrugginirsi.
Le nostre consegne avvengono in un grosso locale pieno di tavoli con le sedie sopra. Era la mensa per i 18.000 operai di un tempo. Adesso ne sono rimasti poche centinaia e la mensa è chiusa. Qui il sindacato aderisce alla stessa federazione "Autonoma" dei metalmeccanici che è maggioritaria alla "Zastava" di Kragujevac, ed è molto combattivo. E' sorprendente che, in una holding ridotta in simili condizioni, questo sindacato non si rassegni e continui a organizzare manifestazioni di protesta, anche se destinate, secondo ogni verisimiglianza, a lasciare il tempo che trovano. Se ne stava preparando una per la domenica successiva. Nis, la terza città della Serbia, è stata sempre all'opposizione nei confronti di chi comanda a Belgrado e, da molti anni, la domenica è appunto il giorno destinato alle dimostrazioni popolari. Prima erano rivolte contro il regime di Milosevic.
Adesso la città ha eletto sindaco Smiljc Kostic, presentatosi sotto l'etichetta di un partitino della coalizione governativa, ma vicino, in realtà, al Partito socialista, di cui proprio Milosevic era il capo carismatico. Questo partito, che sembrava quasi scomparso, alle recenti elezioni amministrative serbe ha fatto registrare una notevole ripresa, conquistando una ventina di Comuni. Alla scuola di Niska Banja, venerdì pomeriggio, non ci accolgono con i consueti canti e balli, ma solo con un indirizzo di benvenuto, letto da una bambina non senza qualche commovente "impappinatura". In compenso il direttore ci consegna un "compact disk" dove sono registrate esibizioni folkloristiche così belle, da aver meritato alla scuola il terzo premio a livello nazionale in questo tipo di attività. Difatti nelle scuole serbe - e, generalmente, in quelle della ex Jugoslavia - ha ancora molto spazio la competitività selettiva a tutti i livelli, cominciando dalle gare tra singoli alunni e classi in questa o quella materia. Potrebbe apparire una strana applicazione di un criterio che, fondamentalmente, è proprio dell'ideologia liberista, all'interno di un sistema a suo modo socialista, come quello instaurato da Tito. Non si può inoltre non ricordare che in Italia il principio della selettività è stato superato, nelle scuole, da trentacinque anni: è stato questo uno dei portati di maggior rilievo (tra quelli positivi) delle rivolte studentesche e giovanili del "Sessantotto". Tutti i bambini sono lì. Ci sono anche Miljan e Nemanja (vedi pag. 5 del semestrale "ABC"). Cerchiamo, con discrezione, di dare a Nemanja i farmaci che abbiamo avuto dalla Pfeizer per lui (il Genotropin, costosissimo), mentre a Miljan e alla sua mamma spieghiamo che sarà molto difficile riuscire a portare il giovane in Italia per sottoporlo ad un trapianto di midollo osseo. Non vogliamo, assolutamente, alimentare speranze. Siamo duri, anche se a malincuore! Anche alla "Ivan Goran Kovacic" sono numerosi gli alunni "borsisti" appartenenti a famiglie di profughi. Molte sonosistemate al vicino "Hotel Serbia" e una di esse è la famiglia di Jelena, scappata dall'Erzegovina nel 1992, attraversando di notte le montagne. Ambedue i genitori sono morti: per ultima, l'anno scorso, la madre, ammalata di sclerosi multipla. Adesso di Melena e del fratello si occupa la nonna. Si dice però che quel famoso albergo, dall'aspetto quasi monumentale, dovrà presto essere sgombrato e restituito al proprietario, in vista di una riattivazione dello stabilimento termale. Dove andranno tutte quelle famiglie? Faremo di tutto per non perdere i contatti. Sabato 6 novembre, alla scuoletta di Donja Vrezina, l'appuntamento è solo per le 13 e non per le 10, come nelle precedenti occasioni. In mattinata insegnanti, genitori e alunni si erano recati alla tomba di Dusan Ristovski, il direttore della scuola tragicamente scomparso poco tempo fa. Questa volta, quindi, niente canti e balli, ma una breve commemorazione, alla quale ci siamo uniti, e un minuto di silenzio. Ma perché erano andati al cimitero proprio oggi? Il fatto è che il 6 di novembre è per i serbi il giorno dei defunti, come il 2 per noi. Diverso è però il loro modo di celebrarlo. Non ci si limita a portare dei fiori e a trattenersi davanti a un loculo o a una pietra tombale. Rispetto ai nostri, i loro cimiteri sono più accessibili, più adatti alla manifestazione, anche esteriore, dei sentimenti, dei ricordi, degli affetti. Generalmente sono un susseguirsi di croci e cippi lungo una distesa prativa: ogni famiglia va dai propri cari lì sotto, piange su di loro, parla con loro e si porta da mangiare insieme a loro. Siamo rimasti colpiti dal vedere la città attraversata da numerosi piccoli cortei forniti di una o più ceste piene di vivande. La cerimonia - ci hanno spiegato - si ripete period icamente, oltrechè il 6 di novembre, in relazione alla data in cui è avvenuto il decesso: dopo quaranta giorni, dopo sei mesi, dopo un anno, dopo tre anni. Innegabilmente i legami familiari e parentali sono molto sentiti dal popolo serbo e sempre vivo è il ricordo delle persone scomparse. Nell'archivio di ABC è conservata una lettara scritta da un ragazzo profugo dalla Kraijna. «Quello che aggiormente mi addolora - vi si legge - è che non potrò recarmi più alla tomba di mio padre». Ci resta la "Mascinska Industria". Vi andiamo lunedì 8. Il sindacato di questa holding, che prima aderiva a "Nezavisnot!" è passato alla ASNS. Non chiediamo il perché, sono affari loro. Anche qui pochi operai. Sul piazzale stanno ancora a degradarsi locomotive a vapore, vecchi vagoni e altri impianti ferroviari. Ci dicono che una delle fabbriche ha attualmente una commessa governativa per ponti in ferro. Con investitori esteri, ancora non si è combinato nulla, ma si continua a sperare. L'unica azienda di Nis per cui dall'estero si è dimostrato interesse, e molto, è la fabbrica di sigarette, sebbene parzialmente distrutta dai bombardamenti del 1999. E' stata rilevata in blocco dalla Philip Morris - ci dicono - e gran parte degli operai è stata liquidata con una "buonuscita" relativamente alta. Il prezzo al consumo delle sigarette ora prodotte è quadruplicato.
Martedì 9 - Traversata della Serbia centrale verso la Bosnia, via Kruscevac-Kraljevo-Ciaciak-Uzice- Viscegrad. Nella zona di Uzice la bella strada panoramica sale per i monti, poi ridiscende, con molte curve e gallerie, lungo il corso della Drina. Dopo il confine sono ancora alla vista di tutti, tra una galleria e l'altra, case annerite, diroccate, sventrate. Stanno ai lati di questa come di tante altre strade della Bosnia. Vengono lasciate così, eloquente testimonianza di una tragica follia collettiva. Nel pomeriggio arriviamo alla O.S. "Sveti Sava" di Rogatica. Consegnamo le borse di studio - assistiti dal vice-direttore Slobodan Krsmanovic - a una quindicina di alunni in condizioni familiari particolarmente penose. Quasi tutti hanno perso il padre in guerra, alcuni pure la madre e vivono con un nonno, percettore a volte di un'assai magra "pensione sociale". Miljan - uno dei bambini presi in carico direttamente da ABC come "sostegno sanitario individualizzato" - è profugo dalla non lontana Goradze, la sola enclave musulmana supersite in scuola in carrozzella; ha perso la madre per la stessa malattia e ha il padre disoccupato. A Rogatica ha sede uno dei due comandi (l'altro è a Sarajevo) dei reparti militari italiani in funzione di "peace-keeping". I cittadini locali ne apprezzano - alla scuola ce l'hanno detto più volte - la serietà, la cordialità, la disponibilità a interventi umanitari e di ripresa civile.
Mercoledì 10 - La mattina siamo alla scuola di Pale. Oltre al direttore Radomir Kujundzic e a Drago Ivanovic, il "pedagogo" (figura frequente nelle scuole serbe, con incarichi di assistenza pricolog ica e sociale, rapporti con le famiglie ecc.), è presente di nuovo Tatjana Pavlovic, una redattrice della "Gazzetta di Pale". Era già venuta a maggio di quest'anno e ci consegna un fascicolo del periodico con l'articolo da lei scritto in quell'occasione. Eccone alcuni stralci: «E' arrivata per la diciottesima volta una delegazione dell'associazione "ABC solidarietà e pace" di Roma, articolarmente gradita dai bambini della nostra scuola primaria. Tutti felici di trovarsi di nuovo a Pale. Hanno portato borse di studio per 28 alunni della scuola. [.]. Come le altre volte, la delegazione ha visitato molte scuole della Repubblica di Serbia e Srpska. Il loro programma è rimasto sostanzialmente invariato e il posto di sette alunni che stanno per ultimare la nostra scuola primaria è stato preso da altrettanti bambini nuovi [.]. Il direttore ha ringraziato di nuovo l'associazione, sottolineando l'importanza dei loro aiuti per la nostra scuola. "Questo - ha detto - è il sostegno più consistente ricevuto dai nostri alunni, e anche il più umanamente partecipato. Con queste borse di studio i bambini potranno comprare dei vestiti, il materiale scolastico e qualche altra cosa necessaria. Sappiamo che non è facile trovare le famiglie affidatarie. Ci vuole molto impegno e molto amore, lo possono fare solo delle persone con un cuore grande». L'articolo parla poi dei rapporti fra affidatari e affidati, e cita l'esempio di un nostro socio, Donato Ficchì, che proprio in quei giorni era venuto a Pale da Milano per fare visita al "suo" bambino e alla famiglia. «Era molto soddisfatto del suo nuovo piccolo amico, e anche della nostra città, delle persone che ci vivono, nonché delle nostre specialità culinarie. La cosa più importante - ha detto - è l'amicizia che si crea tra uomini di popoli diversi. Perciò questa sua visita a Pale è stata la prima ma non sarà l'ultima».
Nel pomeriggio arriviamo a Lukavica, dov'è l'ultima scuola che dobbiamo visitare. Anche questa, come tante altre, s'intitola a "Sveti Sava". "Sveti" vuol dire Santo, e Sava (1175 -1235, rampollo della dinastia dei Nemanja) è quello più amato e venerato dai serbi, che lo annoverano tra i fondatori della loro religiosità e della loro cultura. Le condizioni familiari, economiche e psicologiche dei nostri "borsisti" di Pale e di Lukavica sono simili a quelle dei bambini di Rogatica. Una volta Drago Ivanovic, scrivendo a una scuola romana gemellata, ebbe a esprimersi testualmente così: «sono situazioni tanto incredibilmente dolorose, da far agghiacciare il cervello».
Giovedì 11 - viaggio di ritorno in Italia, via Sarajevo- Zagabria-Lubiana-Trieste. La sera, molto tardi, siamo a Roma. Siamo stanchi ma pieni di entusiasmo. Pronti a ricominciare a lavorare per questi bambini, per i loro genitori, per quanti hanno problemi psicofisici, per quanti confidano nel nostro lavoro e nel vostro aiuto.


 

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