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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dall'8 al 18 novembre 2005


In questa relazione vogliamo dare particolare rilievo alla condizione e al ruolo - o meglio ai ruoli - della donna serba, anche attraverso brevi presentazioni di alcune loro figure. Premettiamo che, da un punto di vista generale, vi sono in Serbia, sulla donna, due tendenze più diffuse: la Chiesa ortodossa e le posizioni conservatrici ne valorizzano essenzialmente la funzione di sposa e di madre; le posizioni liberali e progressiste aspirano a promuoverne anche il ruolo sociale e la partecipazione politica. Quest'ultima rimane tuttavia, a livello dirigente, assai limitata, non diversamente da quanto avviene, salvo poche eccezioni, nel resto del mondo.
Nei nostri viaggi, peraltro, abbiamo potuto renderci conto che molte donne serbe sono inserite nel lavoro, e non soltanto come insegnanti, dottoresse o infermiere, ma anche in posti di responsabilità a carattere sindacale, ministeriale, bancario e altri, tanto che pensiamo di possa parlare, sotto questo profilo, di una sostanziale parità fra i sessi. La differenza maggiore - e certo molto forte - è data dal fatto che, quando torna a casa, è la donna a dover cominciare una nuova giornata lavorativa. Ma anche qui, non è la stessa cosa in Italia e in qualsiasi altro Paese?

Il viaggio di novembre 2005, giorno per giorno

Martedì 8 - Alla scuola primaria "Nikola Tesla", nella cittadina di Backa Topola (Vojvodina settentrionale), consegna delle nostre borse di studio ad alunni più bisognosi della scuola stessa e di altre vicine, come la "Vuk Karadzic" e la "Caki Lajos".
La coordinatrice delle nostre iniziative a Backa Topola è, ed è sempre stata, la cara amica Jelena. E' nata a Zobnatica, presso Backa Topola; qui è rimasta e vive tuttora. I suoi genitori - l'uno proveniente dalla Bosnia, l'altro dalla Lika - furono internati, sotto l'occupazione tedesca 1941-45, nel campo di prigionia ungherese di Sarvar. Jelena studiò lettere all'università di Novi Sad, la bella città sul Danuio capoluogo della Vojvodina. A Zobnatica - che è un rinomato centro sportivo serbo - conobbe un calciatore montenegrino, Rasko, che divenne suo marito. Ha avuto con lui due figlie e, per adesso, una nipotina di cui è molto innamorata.
La vocazione di Jelena è la scuola. A Backa Topola, i cui abitanti parlano in parte ungherese, in parte serbo, esistono due grandi scuole primarie: la "Caki Lajos", frequentata in maggioranza ma non esclusivamente dai primi, e la "Nikola Tesla", dove le cose s'invertono. Alla "Caki Lajos" Jelena insegnò lingua e letteratura serba e fu poi vice-direttrice; la "Nikola Tesla" fu da .lei diretta per 14 anni, fino a quando fu costretta a lasciare l'incarico da un sindaco di lingua ungherese e di tendenze scioviniste, eletto poco dopo la guerra del Kosovo. Ma Jelena è una donna attiva e intraprendente: non ha tardato a fondare una scuola privata di lingue, che conta oggi un centinaio di alunni. Per adesso vi si insegna l'inglese; Jelena desidera però aggiungervi altre lingue, a cominciare dall'italiano, che in Serbia è di moda. Insegnante d'italiano cercasi, dunque; forse a qualche nostro socio la cosa può interessare?
Jelena ha sempre svolto anche attività di carattere sociale, intensificatesi da quando cominciarono ad arrivare a Backa Topola, in seguito alle battaglie di Slavonia e di Krajna, migliaia di profughi serbi. Da allora, e precisamente dal 1995, ebbe inizio la nostra collaborazione con lei: molto pratica, legata cioè ai non ingenti ma apprezzati "aiuti umanitari" che riuscimmo a portare con mezzi di fortuna. Dei profughi Jelena si occupa ancora oggi, e lo fa con passione e bravura.
Mercoledì 9 - Consegna delle borse di studio, la mattina, alla scuola primaria "Svetozar Markovic Toza", situata in un quartiere operaio di Novi Sad, e il pomeriggio alla "Nikola Tesla", in un sobborgo di Belgrado povero e fuori mano, Rakovica. Qui è presente, anche questa volta, la dottoressa Vida Parezanovic, ormai in pensione e dedita principalmente alla cura dei nipotini, ma ricordata da tutti con ammirazione e rispetto per i compiti di grande rilievo svolti come dirigente nazionale della sanità serba. E' stata uno di quei personaggi che sono sempre presenti quando c'è un problema difficile da risolvere, qualcosa di importante da costruire, un aiuto da dare per questa o quella buona causa. Fu lei, per esempio, ad introdurci di persona, nell'anno 2000, all'Istituto di Igiene e Protezione ambientale di Pancevo, quando si sprecavano, da parte europea e in particolare italiana, i convegni, gli "eventi" di facciata e insomma le chiacchiere sul disastro ecologico provocato dai bombardamenti della locale grande raffineria, e quando però fu soltanto ABC - abbiamo tutto il diritto di dirlo - a fare qualcosa di concreto, acquistando (grazie alla generosità di molti nostri soci) e inviando all'Istituto alcune avanzate e costose apparecchiature per il monitoraggio dell'inquinamento di aria, acqua e terreno. Non è colpa della Vida se poi l'Istituto (per angustie politiche o per semplice inerzia burocratica, non sappiamo) si dimostrò svolgiato e restio a far conoscere i risultati ottenuti mediante quelle apparecchiature
Vida Parezanovic si è prodigata specialmente, a suo tempo, per l'edificazione delle strutture sanitarie nel Kosovo, a beneficio, senza discriminazioni, sia di serbi che di albanesi. A questo lavoro ha dato tanto di se stessa, che ancora oggi, dopo quel che è poi accaduto sei anni fa, quando si accenna al Kosovo non riesce a nascondere la commozione.
E'doveroso parlare anche, a questo punto, di una donna belgradese, Ana, che agli occhi dei suoi compatrioti rientra tra i "serbi della diaspora" e che per noi di ABC è una preziosa collaboratrice, sia per le traduzioni che come interprete, consigliera e perfino "autista" quando ci accompagna nei nostri viaggi balcanici. E' sposata a un nostro amico fiorentino, ha due figlie e un figlio ormai adulti. E' una donna sportiva: fra l'altro ogni giorno di bel tempo fa due o tre ore di passeggiata per le strade della bella città dove abita. Le piace guidare l'auto e lo fa come un pilota "formula uno".
Ana rifiuta moralmente e cerca di rimuovere psicologicamente quanto è avvenuto nel suo Paese durante gli anni '90. Non ama, infatti, sentir parlare di "ex" Jugoslavia; continua sentirsi e a dichiararsi jugoslava e non soltanto serba. Dopo aver ottenuto la maturità in un liceo scientifico di Belgrado e aver cominciato l'università, venne in Italia per un giro turistico di studenti e in tale occasione conobbe e s'innamorò di colui che è suo marito. Da allora, naturalmente, è e si sente anche italiana a pieno titolo. E' una donna colta: ama la musica classica e la buona musica moderna, i buoni films, i buoni spettacoli teatrali, legge e rilegge autori classici da Dostoevskij a Goethe, da Tolstoi a Thomas Mann, tanto per citarne qualcuno dei maggiori. Ma soprattutto è piena di umanità e di solidarietà per il prossimo. Non le piace, dato il suo carattere riservato, parlare delle sue "opere di bene", ma una volta a cena, dopo uno o due bichierini di "rakja", le abbiamo strappato che assiste un "vo' cumprà" dagli scarsi guadagni e che oltre ad aiutare un "barbone" è riuscita - cosa generalmente non facile - a farlo aprire, a farlo sfogare raccontando i dolori e i traumi patiti, a confortarlo, a farselo amico. Ce n'è d'avanzo per rafforzarci nella convinzione che sono più di quante si creda le persone che ogni giorno mettono il loro sassolino sul piatto buono della bilancia per un mondo migliore.
Giovedì 10 e venerdì 11 - Accanto a noi, nella distribuzione delle "borse di studio", sempre attenta e precisa, Milijanka (Mila). Ogni volta che ce ne andiamo da Kragujevac ci saluta affettuosamente e ci prega di portare i suoi saluti a tutti gli "amici e compagni italiani" che "continuano ad aiutare gli operai serbi".
Consegna delle borse di studio a figli di operai disoccupati della "Zastava". Diamo una sintesi di quanto ci hanno poi detto, a cena, i dirigenti dei tre sindacati con cui collaboriamo a Kragujevac: il "Sindacato unitario", "Nezavisnost!" e ASNS ("Unione dei Sindacati Liberi e Indipendenti").
Finalmente la FIAT ha rimesso un piedino alla "Zastava". Si produrranno 7800 vetture "Punto" di vecchio tipo in sei anni: il primo anno a Mirafiori, dove si alterneranno, per aggiornarsi sulle nuove tecniche di lavoro, gruppi di 30 operai serbi per un mese o due ciascuno; successivamente si farà alla "Zastava" l'assemblaggio di pezzi. Il profitto andrà per intero alla FIAT fino a copertura di un suo credito risalente al tempo delle sanzioni. In totale saranno assorbiti circa 400 operai - salario sui 250 euro mensili - scelti fra i più giovani degli oltre 6000 messi cinque anni fa in una specie di cassa integrazione a 45 euro. Per altri si spera in un analoghi interventi della VOLVO, della OPEL, forse anche della TOYOTA e di un'azienda cinese. Ma alla maggior parte degli operai della "Zastava-auto", ormai irrimediabilmente "superflui", non resterà che la strada già scelta a suo tempo da alcuni di loro: la risoluzione di ogni rapporto con liquidazione pari a 100 euro per ogni anno di servizio prestato.
Il giudizio dei sindacati è che per la "Zastava-auto", tutto sommato, si è recuperato "un filo di ottimismo", o almeno "un truciolo", come si è espressa la vecchia amica Rajka, venuta a trovarci sfidando una grave malattia. Resta unanime il dissenso o meglio la protesta contro il governo, perché danneggia la "Zastava-auto" lasciando entrare sul mercato serbo grossi quantitativi di vetture estere usate, fino a sei anni dalla prima immatricolazione.
Gli operai di Kragujevac non hanno certo dimenticato una importante figura di sindacalista, la Ruzica (Rosina), intelligente leader del sindacato già "ufficiale", fattasi da parte appena lo riscontrò politicamente opportuno. La conoscemmo quando, nell'aprile del 1999, andammo a visitare la "Zastava" da pochi giorni rovinosamente bombardata. Ci ricevette, insieme ad alcuni colleghi, con molta cortesia e fu pronta ad accogliere la nostra proposta di estendere a figli di operai rimasti disoccupati gli affidi a distanza che già praticavamo in alcune scuole di Serbia e di Bosnia La Ruzica dirigeva il suo sindacato con sensibilità ed energia, tanto che noi di ABC la chiamavamo la "Dama di ferro" di Kragujevac. Come non ricordare le cene offerteci a lume di candela, perché non ancora riattivata la corrente elettrica, e le interessanti conversazioni fatte con lei in tali occasioni? Anche adesso, quando siamo alla "Zastava" chiediamo e subito otteniamo di salutarla e di scambiarci qualche idea.
Sabato 12 - Arriviamo a Nis. A casa di Goga, è lì che ci fermiamo ormai da tre anni, organizziamo il lavoro aiutati dalla nostra ospite. Il marito lavorava alla Min-Fitip ed ora non sta molto bene. E' lei che ci accompagna e la mattina siamo alla piccola scuola "Rodoljub Colakovic" di Donja Vrezina, un sobborgo di Nis.
La mattina siamo alla piccola scuola "Rodoljub Colakovic" di Donja Vrezina, un sobborgo di Nis. Consegnamo le borse di studio anche ad alcuni ragazzi trasferitisi ad altra scuola, perché i genitori hanno ritenuto più convenienti i criteri ivi adottati per l'insegnamento delle lingue estere.
Il pomeriggio abbiamo un lungo colloquio con Gordana, proveniente dal Kosovo e "temporaneamente ospitata", con la famiglia, all' Hotel Serbia, vale a dire in uno dei "centri collettivi" per profughi situati a Niska Banja, pochi chilometri fuori Nis. Questo "centro", come altri vicini, è stato lasciato ormai dai profughi "vecchi" - quelli scappati, dal '90 al '95, dalla Bosnia, dall'Erzegovina, dalla Kraijna - ed è ora occupato dai profughi "nuovi", quelli fuggiti appunto dal Kosovo.
Gordana è una donna ancora giovane, molto magra, dal volto segnato dalle sofferenze. Siamo andati a trovarla all'Hotel Serbia e ci ha raccontato la sua storia. E' nata a Pristina e lì è vissuta fino alla cacciata dei serbi dal Kosovo, avvenuta nel 1999. Sposata e madre di due bambini, un maschio e una femminuccia, fu abbandonata dal marito dieci giorni dopo la nascita di quest'ultima (che adesso ha nove anni e che abbiamo aggiunto alla lista dei beneficiari delle nostre borse di studio, alla scuola "Ivan Goran Kovacic"). Faceva l'infermiera professionale in un ospedale di Pristina, dove lavoravano, da buoni colleghi, sia serbi che albanesi. Si viveva molto bene - dice Gordana -, gli appartenenti alle due culture andavano d'accordo, è inconcepibile quello che poi è successo. Il 14 luglio del '99, mentre usciva per tornare a casa, il direttore (serbo) dell'ospedale fu rapito davanti agli occhi di tutti da uomini mascherati e non è stato mai più ritrovato.
Gordana mandò a Nis la madre e i figli e cercò di rimanere a Pristina nella vana attesa che si calmassero un po' le acque. Non poteva mettere il naso fuori del suo appartamento; le dava qualcosa da mangiare - bussando alla sua porta quando tutti dormivano - un vicino albanese, stimato neuro-psichiatra dell'ospedale. Lo stesso l'ha caricata una notte sulla sua auto e l'ha portata fino a Granica, la mèta principale dei serbi che fuggono.
E così adesso nonna, mamma e bambini stanno a Niska Banja, in quello che resta un centro profughi di fatto ma non più di diritto, perché il Kosovo è ancora, sulla carta, una regione della Serbia e quindi i serbi scappati da lì sono soltanto delle "Internal Displaced Persons". A costoro le autorità cittadine non sono tenute a dare, e non danno, nemmeno la minestra quotidiana spettante a quelli che occupavano prima le stesse stanzette, gli stessi locali bui, degradati e maleodoranti.
Gordana si arrangia a vivere con qualche lavoro saltuario - pulizie domestiche e simili - ma i suoi guadagni sono incerti e insufficienti. Lei e la sua famiglia versano in stato di estrema povertà. Ha finito per sperare che cessi la finzione e che il Kosovo sia dichiarato indipendente, cosicchè i serbi fuggiti da lì siano riconosciuti per quello che sono: ottengano cioè lo status di profughi con i diritti, per quanto magri, che ne conseguono. Adesso - ironia della sorte - sono sprezzantemente considerati e chiamati "skipetari" da una parte della stessa gente serba locale.
Il giorno successivo al nostro colloquio, Gordana è partita per Bresavina, un'enclave serba a 70 km. da Pristina, dove la zia era in punto di morte. Aveva indosso un leggero cappotto nero imprestatole da un'altra "cliente" dell'Hotel Serbia.
A Nis è nata e ai parenti e amici di Nis resta molto legata Jovanka, un'altra "serba della diaspora", essa pure preziosa collaboratrice di ABC. Fu lei, per esempio, ad accompagnarci all'ospedale di Nis per consegnarvi un aiuto, poco prima che venisse volutamente colpita da una pioggia di bombe a grappolo. Da giovane, le vicende della vita la portarono in Etiopia, dove sposò Silvio, un eritreo nostro amico anche lui e uomo dal cuore grande. Insieme, già prima di conoscerci, si recavano periodicamente a portare aiuti (raccolti fra i compagni della FIAT e tra i vicini) sia a Nis che all'ospedale belgradese della Madre e del Bambino, da cui fecero venire in Italia un gruppo di bambini affetti da leucemia.
Jovanka si sente, ed è, propriamente e profondamente serba. Della sua gente ha tutti i caratteri: donna fiera, amante della sua terra natia, generosa, cocciuta. Quando decide una cosa, trova sempre il modo di farla. Una volta, ad esempio, avendola noi pregata, prima di un viaggio, di lasciare a casa un bel po' di medicine da lei raccolte, a scanso di problemi doganali, lei ci "fregò" bellamente riempiendone ciò che non si vede sotto le vesti. Ci pareva un po' ingrassata, ma arrivati a Nis dovemmo pensare di esserci sbagliati, perché in realtà grassa non era, o non era più. Adesso Jovanka ha lasciato la FIAT per limiti di età e fa la nonna: nella sua casa di nipotini ce n'è sempre almeno un paio. Tutti noi di ABC le vogliamo molto bene.
Lunedì 14 e martedì 15 - mattinate trascorse, sempre per la consegna delle nostre borse di studio, alla "Mascinska Industria" e alla "Elektronska Industria" di Nis. Sono, o meglio erano, delle grandi "holdings" comprendenti ciascuna diecine di fabbriche di varia importanza. I colloqui che abbiamo avuto con i sindacalisti di questi complessi industriali, ci inducono ad alcune considerazioni di carattere generale su quella che ci pare un'evoluzione abbastanza profonda attualmente in corso nell'insieme del sindacato serbo.
Ci sembra cioè che vi si debba prendere atto del passaggio da ciò che ai nostri occhi di "occidentali" appariva come un sindacalismo improprio - quale poteva configurarsi in un regime di "autogestione", per quanto ormai solo apparente e psicologicamente residuale - a un'incipiente sindacalismo propriamente detto, quale si addice a chi ha di fronte a sé un "padrone" con cui misurarsi. Ma siccome nella maggioranza dei casi, specie trattandosi di grandi complessi, il "padrone" ancora non c'è, i loro sindacalisti sono inevitabilmente costretti ad augurarsi che vi sia, e il più presto possibile. Ecco perché non hanno più riserve da opporre di fronte allo spezzettamento delle loro "holdings" nelle diecine di singole aziende che le compongono, e accettano, anzi auspicano la privatizzazione di ciascuna di esse. Si adoperano, certo, affinchè avvenga alle migliori condizioni possibili, anche se sanno che di fatto - malgrado qualche concessione - avrà luogo per quattro soldi e con mano libera su ristrutturazioni e licenziamenti. Qualcuno dei nostri amici, per di più, ha partecipato o vorrebbe partecipare a "seminari" che vengono tenuti all'estero (in Germania o altrove) allo scopo di insegnar loro . il mestiere di sindacalista.
Nel pomeriggio di lunedì 14 - consegna borse di studio alla scuola "Ivan Goran Kovacic" di Niska Banja. Siamo accolti con una piacevole sorpresa: danze da parte di alunne delle classi superiori e bel coro di canzoni tradizionali da parte di bambini più piccoli.
Mercoledì 16 - viaggio di trasferimento in Bosnia e consegna, arrivati a Rogatica, delle borse di studio alla locale scuola "Sveti Sava". Qui ci hanno fatto delle amichevoli, giuste rimostranze perchè siamo soliti arrivare e ripartire appena avvenute le consegne, senza fermarci per un tempo adeguato a "parlare" con genitori e alunni. Tradotto in italiano, ciò significa passare almeno una mezza giornata in qualche trattoria campestre, dove si spende poco e si mangia bene. Abbiamo promesso di rimediare la prossima volta.
Giovedì 17 mattina - alla scuola di Pale, prima delle consegne, il direttore ci parla, senza molto entusiasmo, dei cambiamenti in corso nella Bosnia-Erzegovina. E' prossima - ci dice - la suddivisione del Paese in cantoni senza riguardo alla loro composizione etnica. Non vi saranno più, quindi, né la Republika Srpska né la Federazione croato-musulmana. La legislazione sarà unificata e lo saranno pure - ciò che più direttamente lo riguarda - i programmi e metodi scolastici.
Passando ad agomenti di ordine internazionale, il direttore teme una prossima crisi economica generale analoga a quella del '29. Ma è da temere soprattutto, a suo giudizio, l'offensiva anti-europea e anti-cristiana in atto da tempo ad opera del sempre più forte e coordinato radicalismo islamico. I serbi di Bosnia - aggiunge - cercarono di opporvisi nei primi anni '90, ma senza successo: la loro battaglia non fu allora capita dall'Occidente.
Arriva per intervistarci, ancora una volta, una redattrice del settimanale cittadino. Interviene il direttore ribadendo l'importanza, non solo per i diretti beneficiari ma per la scuola in genere, dell'iniziaiva di ABC. La considera un valido strumento di conoscenza e di amicizia tra popoli, unico nel suo genere a Pale.
Giovedì 17 pomeriggio - consegna delle borse di studio alla scuola "Sveti Sava" di Lukavica. Il nome del distretto in cui si trova la località è stato cambiato - per volere, ci dicono, dell'attuale rappresentante della Comunità internazionale - da "Sarajevo serba" in "Sarajevo ovest".
Ci rattrista molto la notizia della morte di un giovane, affetto da gravi disfunzioni fisiche e mentali, che ABC ha sostenuto per sei anni.
Tanto a Pale quanto a Lukavica abbiamo avuto, su nostra richiesta, schede e foto di nuovi bambini che cercheremo di affidare.
Venerdì 18 - viaggio di ritorno. Per poter partire da Pale, dobbiamo prima spalare la neve accumulatasi sull'auto durante la notte.


 

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