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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 13 al 25 maggio 2006


Sabato 13 - Pernottamento a Trieste, ospiti dell'amico Gilberto Vlaic, che ci illustra le numerose iniziative della sua associazione "Non bombe ma solo caramelle" nella città di Kragujevac, collateralmente alle adozioni a distanza: forniture sanitarie (comprese un'ambulanza e due poltrone dentistiche), un centro per portatori di handicap, aiuti ai profughi; in preparazione un Istituto per autistici e un Centro di attività sociali per giovani di un quartiere particolarmente povero e degradato. Scambio d'idee con Gilberto per la partecipazione di ABC a una di tali iniziative.

Domenica 14 - Viaggio verso la Serbia, via Lubiana-Zagabria. E' quasi per intero autostrada, ma troppo frazionata (ogni tanto la scritta "Cestina" avverte la prossimità di un casello). Se paghi con un biglietto in euro, ti danno il resto in talleri o in kune. Tre dogane da attraversare (Italia-Slovenia, Slovenia-Croazia, Croazia-Serbia) con conseguenti sei fermate e controlli, lungo quella che al tempo di Tito era l'autostrada della "Amicizia e fratellanza dei popoli Jugoslavi".
Giunti in Serbia, lasciamo l'autostrada per Belgrado uscendo a Ruma, dove ci concediamo un pranzo (ottimi sia il menù che il prezzo). Vicino a noi si accalca un gruppo di cetnici, dalla maglia nera con scritte e corone monarchiche, una bandiera nera; alcuni sono poderosi panzoni, tutti sono insopportabilmente chiassosi e spavaldi. E' probabile che siano diretti a una loro manifestazione. Storicamente, i cetnici (=bande, schiere) si costituirono raggruppando, sotto la direzione di Draza Mihailovic, la parte più "serbista" dell'esercito monarchico dissoltosi nel 1941. Invece di partecipare alla resistenza contro gli invasori nazisti, combatterono i partigiani di Tito. Attualmente, sono un movimento di scalmanati che invocano il ritorno del re. Semplice folklore o variante fossilizzata dell'estremismo nazionalistico che va diffondendosi sempre più in Serbia?

Lunedì 15 - Consegna delle "borse di studio" ai nostri bambini e ragazzi della scuola "Nikola Tesla" di Backa Topola e della "Vuk Karadzic", sita nel vicino centro agricolo di Krivaja. Siamo ospiti, ancora una volta, della vecchia amica Jelena, che prima era la direttrice della "Nikola Tesla". In Serbia i direttori delle scuole sono eletti ogni quattro anni da un comitato comprendente rappresentanti della scuola e del municipio. La Jelena lamenta di non essere stata rieletta su pressioni del sindaco, un ungherese sciovinista (a Backa Topola vivono serbi e ungheresi, con una leggera prevalenza numerica di questi ultimi).
A sera parliamo con la Jelena, e col marito Rascio, della situazione generale del Paese. Noi serbi siamo uno strano popolo - dice la Jelena. Dopo quindici anni di guerre, di embargo, di bombardamenti, di isolamento internazionale, riusciamo ancora a resistere e a restare coesi. Ma la situazione è critica da tutti i punti di vista. Certo non ultima per gravità è l'ancora non risolta questione dei profughi. Solo pochi di loro hanno potuto fare stabilmente ritorno alle zone di origine. La maggior parte di quelli che ci hanno provato, si sono trovati stretti fra l'ostilità e le minacce della gente locale, croata o musulmana, e la pratica impossibilità di trovare un lavoro, e alla fine hanno dovuto desistere. Qualcuno, qui, ha potuto avere una casa a riscatto, molti altri stanno ancora nei c.d. "Centri collettivi" (leggi campi profughi). Avrete visto che la maggior parte dei bambini che vi abbiamo proposto per le "borse di studio" - incalza la Jelena - sono provenienti dalla Krajna, dalla Slavonia orientale, dalla Bosnia. Vi siamo grati per l'aiuto che date a queste disgraziate famiglie.
Interviene Rascio, che è originario del Montenegro. E' molto preoccupato per il referendum di domenica prossima (21 maggio) sulla permanenza o meno del Montenegro nell'Unione con la Serbia. Come tutti i montenegrini stabilitisi in Serbia, si considera appartenente a un unico popolo e quindi auspica che l'Unione rimanga, ma l'attuale presidente Djukanovic sta facendo di tutto per sfasciarla. Ha commesso patenti violazioni di ogni equità ed equilibrio nel predisporre le elezioni. Possono votare, e sono facilitati con ogni mezzo affinché lo facciano, anche i montenegrini "della diaspora", cioè residenti all'estero (ma a tal fine devono comunque venire in Montenegro, si vede che Djukanovic non conosce la legge Tremaglia): molti di loro sono, in realtà, albanesi, o kosovari, o croati della costa, o "bosniacchi", o "sangiacchi". Viceversa è vietato votare ai residenti in Serbia (compresi gli studenti montenegrini all'Università di Belgrado): sono in tutto 260.000 e farebbero pendere troppo verso l'unità l'ago della bilancia. Per ribadire nella pratica l'esclusione, è stato sospeso ogni trasporto aereo o terrestre dalla Serbia verso il Montenegro. Quando scriverete di questo argomento sul vostro giornalino - dice Rascio - l'esito del referendum sarà noto. Ma già adesso, date queste condizioni, è facile prevedere un successo dei fautori della divisione (e così è avvenuto, come ora sappiamo).
Ma Djukanovic è stato ed è appoggiato, nella sua linea secessionista, dalla "comunità internazionale" (leggi, in particolare, Germania e USA), che prosegue così la sua deleteria politica balcanica del "divide et impera", tesa cioè a frantumare sempre più la penisola, incurante (o soddisfatta?) dei rischi di instabilità e conflittualità che ne derivano. Rascio ritiene probabile che il Montenegro, in un futuro non troppo lontano, finisca con lo spaccarsi a sua volta in due. La zona meridionale e pianeggiante, con la capitale Podgorica (già Titovgrad!), la cui popolazione è favorevole all' "indipendenza", andrebbe poi a ingrossare il calderone della "Grande Albania", un vecchio progetto mai abbandonato. Gli abitanti della zona settentrionale e montagnosa, invece, si batteranno per tornare all'unità con la Serbia. Su queste montagne - dice Rascio - i miei antenati riuscirono a sottrarsi alla dominazione ottomana e nella prima metà dell'Ottocento i poemi del principe-vescovo Petar Petrovic Njegos fondarono la moderna letteratura serba (in effetti il suo ritratto campeggia in tutte le scuole da noi visitate, accanto a quelli di San Sava, Vuk Karadzic e altri personaggi di maggior rilievo nazionale). Ad ogni modo, "conoscendo la sua gente", Rascio teme che le conseguenze del referendum saranno "molto brutte", come quelle di altri referendum tenutisi quindici anni fa (è chiaro il riferimento alle secessioni di Slovenia, Croazia, Bosnia, e alle sciagure che ne derivarono).

Martedì 16, mattina - Consegna delle borse di studio agli affidati della scuola "Svetozar Markovic Toza". Si trova in un quartiere povero di Novi Sad, la seconda città della Serbia, capoluogo della Vojvodina. Quest'ultima era stata costituita da Tito in regione autonoma, dotata di ampi poteri, simili a quelli del Kosovo. Milosevic li ridusse poi, come appunto per il Kosovo, a dimensioni poco più che simboliche, e adesso la Vojvodina aspira a recuperarli. Preme in tal senso con particolare vigore il partito degli ungheresi, che in Vojvodina sono assai numerosi, ma anche altre importanti forze politiche (serbe) sono d'accordo. Da anni Novi Sad polemizza con Belgrado cercando di scavalcarla su provvedimenti importanti. Sullo sfondo, la minaccia di "internazionalizzare" anche una "questione della Vojvodina", che andrebbe ad aggiungersi alle altre che hanno travagliato l'ex Jugoslavia nell'ultimo quindicennio e che avrebbe esiti, ancora una volta, rovinosi.
Sta peraltro di fatto che Novi Sad (con il resto della Vojvodina) è culturalmente diversa da Belgrado, con mentalità, stili di vita, metodi di lavoro simili a quelli mitteleuropei. E' una città progredita, sede ogni anno di una fiera economica internazionale molto frequentata da investitori esteri (per adesso, a onor del vero, generalmente solo potenziali). A ogni piè sospinto s'incontrano banche nazionali ed estere, comprese alcune italiane. Qualche vaporetto ha ricominciato a solcare le acque del Danubio. Ma è anche una città piena di profughi, di gente che chiede l'elemosina o che ti vuole pulire per forza il vetro dell'auto, e il livello della povertà di massa non appare diverso dal resto della Serbia.

Martedì 16, pomeriggio - Siamo alla scuola "Nikola Tesla" di Rakovica, quartiere povero di Belgrado e, tanto per cambiare, pieno di profughi. E' presente come al solito anche la vecchia amica Vida Parezanovic. Adesso fa solo la nonna, ma un tempo era una "big" della sanità serba, particolarmente attiva nel Kosovo. Torna a chiederci di estendere appunto ai serbi del Kosovo le nostre iniziative. E di nuovo siamo costretti a risponderle che, a parte i limiti finanziari e operativi di ABC, fare le adozioni a distanza nelle enclaves serbe del Kosovo, date le note condizioni di assedio in cui vivono, sarebbe per noi troppo aleatorio e dispendioso. Dovremmo chiedere la protezione dei carabinieri della "Unmik", aggiungendo un altro aggravio ai loro compiti già molto pesanti? E come garantire la continuità e la regolarità essenziali a questo tipo d' intervento, diverso dall'invio, ogni tanto, di un carico di aiuti? Del resto, sono parecchie diecine i profughi dal Kosovo beneficiari delle nostre borse di studio nelle scuole serbe dove andiamo periodicamente. Altro, purtroppo, non possiamo fare.
Mercoledì 17, mattina e pomeriggio - Alla "Zastava" di Kragujevac, consegna delle borse di studio ai bambini e ragazzi propostici dal Sindacato Unitario. Una sorpresa: per accedere al salone dell'edificio principale, dove le consegne, come al solito, devono avvenire, bisogna ora chiedere le chiavi all'incaricato di una delle fabbriche in cui è stato disarticolato il complesso "Zastava". Tale provvedimento si spiega con l'esigenza di attirare investitori esteri, ma almeno il salone delle riunioni poteva rimanere un bene comune!
Per dormire ci mandano all' "Hotel Kragujevac", un maestoso edificio in stile moderno. Le nostre stanzette sono all'ottavo e ultimo piano, con interessante veduta della città. Ma anche qui si può constatare la depressione economica in cui si trova la Serbia: porte che non chiudono bene, rubinetti che perdono, scarichi richiedenti acrobazie. In compenso, il conto che ci faranno sarà molto modesto.
Dai colloqui avuti a cena con i sindacalisti, la situazione della "Zastava", e in particolare della fabbrica automobili, non risulta cambiata gran che. E' vero che "finalmente è tornata la FIAT", ma i quattrocento operai che, di conseguenza, vengono impiegati per l'assemblaggio della vecchia "Punto" sono assai pochi rispetto ai tredicimila complessivi di una volta. Cinque anni fa venne posta a tutti l'alternativa: o una buonuscita di 100 euro per ogni anno di servizio effettivamente prestato, ovvero, per quattro anni, una specie di cassa integrazione sotto forma di iscrizione a un ufficio di collocamento interno e salario dimezzato (54 euro). I quattro anni sono stati portati a cinque, adesso si è di nuovo alla scadenza e si sta cercando di ottenere dal governo un' ulteriore proroga. La logica di questa impostazione si fonda sull'aspettativa che prima o poi gli operai interessati possano essere riassunti grazie a una sperata ripresa della produzione; ma in realtà, a parte forse i più giovani, essi sono oramai - per usare una brutta espressione divenuta ovunque di uso comune - "fuori del mercato del lavoro" ed è verosimile che finiranno con l'accettare anche loro il licenziamento con la suddetta buonuscita. La quale in genere servirà non - come proclamato ufficialmente - per intraprendere qualche attività in proprio, ma per pagare i debiti e le bollette arretrate. E poi come vivranno, con quali espedienti e ripieghi aleatori? Vai a sapere, povera gente.

Giovedì 18 mattina - La consegna delle borse di studio agli affidati sotto garanzia dei due sindacati minori - "Indipendenza!" e "Unione dei Sindacati Liberi e Indipendenti" (sigla ASNS) - avviene in un angusto locale al piano terra: un deposito di roba varia dove, per l'occasione, sono stati portati un tavolo e alcune sedie. Genitori e bambini aspettano fuori e vengono chiamati man mano.
Tornati in ufficio, abbiamo il piacere di abbracciare la vecchia amica Rosina, venuta a trovarci nonostante debba ora accudire la madre gravemente malata. E' un po' appesantita rispetto a quando era lei la prestigiosa e temuta dirigente del sindacato più forte, quello "Unitario". La chiamavamo "la Dama di Ferro" quando venivamo alla "Zastava" nei primi anni della nostra iniziativa, e cenavamo con la delegazione da lei diretta, al lume di candela mancando l'elettricità. Poi, in alcune visite successive, ci disse che il ferro si era arrugginito e infine è scomparsa dalla scena, pensiamo per una consapevole scelta di opportunità politica.
Nel pomeriggio, prima di partire per Nis, andiamo a visitare alcune famiglie più povere - come riferito nel nostro giornalino semestrale - accompagnati dalla Rajka. E' chiaro che lei non sta bene, si regge sulla forza di volontà, ma vuole fare sino in fondo quello che considera il suo dovere di combattente per il proprio popolo e per i propri ideali internazionalisti. Vuole essere presente alle riunioni, a cena, alle visite e dovunque occorra con le delegazioni estere che arrivano alla "Zastava". Davanti a una donna così bisogna fare tanto di cappello.
Venerdì 19 mattina - Siamo a Nis. Una settantina di operai licenziati ci aspettano, coi figlioletti, alla "Mascinska Industria" (sigla MIN). Il dirigente sindacale Dragan, garante del nostro progetto, ci dà alcune informazioni sulla situazione economica della città: 45.000 disoccupati, bassi stipendi per chi lavora, i giovani cercano di andare all'estero, ma la maggior parte di loro viene respinta dopo snervanti e umilianti code ai vari consolati. Se la Serbia in genere è depressa, le città del meridione - delle quali Nis è la più importante - lo sono in modo ancor più accentuato. Ciò nonostante, Nis è piena di trafficanti cinesi. Ci viene in mente che pure a Bissau (capitale del poverissimo Stato africano dove abbiamo un altro dei nostri progetti) la presenza di cinesi è forte, e non solo a livello di "business", ma anche politico. Che questo popolo incredibilmente numeroso, e il suo governo, tendano a occupare con particolare impegno gli spazi che meno interessano agli USA?
Pomeriggio - Alla scuola "Ivan Goran Kovacic" di Niska Banja, prima della distribuzione delle borse di studio siamo invitati ad assistere a un piccolo spettacolo preparato in nostro onore da alunni di una classe terza. Recite, canti e balli, una cosa deliziosa: bravi i bambini e bravi gli insegnanti!
Sabato 20 - In primo luogo,, andiamo a consegnare alla Clinica pediatrica dell'Ospedale centrale di Nis le medicine offerte dalla società "Pfizer" per Nemanja, un bambino affidato da ABC con difficoltà di crescita.
Poi a Donja Vrezina, borgo periferico dov'è la piccola scuola "Rodoljub Colakovic". Qui le accoglienze sono state sempre particolarmente calorose e questa volta non fa eccezione: dopo le nostre consegne, festa generale con dolci fatti in casa, aranciate per i bambini, "rakja" per gli adulti. E' presente anche oggi l'esperto suonatore di chitarra, che accompagna sia le canzoni tradizionali cantate dagli amici serbi, sia gli inni partigiani cantati da tutti i presenti, sia i pezzi d'opera famosi - dal "Rigoletto", dalla "Traviata" , dai "Pagliacci"ecc. - nei quali si esibisce Leonardo, membro della nostra delegazione, ben lieto di questa digressione dai suoi quotidiani compiti collaborativi. I suoi "acuti" fanno tremare i vetri, e altrettanto gli applausi generali. Poi autografi e foto di gruppo. Ci tengono specialmente le donne: per amore dell'arte, perché Leonardo è un bell'uomo, o magari per tutt'e due le cose?
Domenica 21 - Riposo. Jovanka approfitta per andare al cimitero, alla tomba del padre morto due anni fa. Gli altri, una passeggiata per i viali ombrosi di Niska Banja. E' un posto molto bello, e pare che siano in corso trattative con un privato che intende ripristinare gli impianti termali e alberghieri. Ciò comporta lo "sfratto" dei profughi attualmente alloggiati all' "Hotel Serbia", dove stanno anche famiglie di bambini affidati da ABC. Dove andranno, nessuno lo sa.
Lunedì 22 mattina - Alla "Elektronska Industria", una holding ancora più disastrata della "Mascinska". Comprendeva una cinquantina di fabbriche di varia dimensione, per un totale di 18.000 operai. La maggior parte hanno chiuso e quelle ancora aperte lo sono soltanto di nome, come dimostra il fatto che gli operai realmente al lavoro sono ridotti a poche centinaia. Ma a noi di ABC basta dare un'occhiata ai genitori che vengono a firmarci le ricevute, e ai loro figlioli, per renderci conto della situazione.
Qui si conclude il nostro giro per la Serbia, nazione un tempo fiera e fiorente, ridotta adesso in stato di quasi mendicità e soprattutto stroncata moralmente. Se è questo che volevano le cancellerie occidentali, l'hanno ottenuto. Ma quali le conseguenze di squilibrio e di destabilizzazione nei Balcani e non solo?
Martedì 23 - viaggio di trasferimento in Bosnia. Attraversiamo la "Serbia profonda", tra la Sumadia e il Kosovo: Kruscevac, Kraljevo, Ciaciak (dove le rovine causate dai bombardamenti del 1999 sono ancora ben visibili), Uzice (un tempo Titovo Uzice). Per diecine di chilometri la strada, tutta curve e gallerie, costeggia il fiume Morava, ambedue incassati tra pareti montane ancora innevate su in alto; numerosi gli inviti a "guidare con attenzione". Dopo Uzice una lunga salita panoramica, poi una lunghissima discesa verso il confine con la Bosnia. Sui cartelli stradali si comincia a leggere: Sarajevo, Dubrovnik. Dopo il confine, abbiamo contato le gallerie per arrivare a Rogatica: quarantacinque.
Nel pomeriggio siamo appunto a Rogatica, alla scuola "Sveti Sava", dove ci aspettano per le borse di studio. Avevamo chiesto alla direzione le schede di dieci nuovi bambini da affidare, ma non le hanno ancora preparate. Dopo varie tergiversazioni viene fuori il vero motivo: vorrebbero metterci anche un ragazzo coinvolto in uno scontro con le "forze internazionali" (in quella zona, italiane) che avevano circondato casa sua alla ricerca di un presunto criminale di guerra, poi scagionato: madre uccisa, padre e ragazzo feriti. Possiamo accettarlo? Non dovevate nemmeno chiedercelo, rispondiamo.
A sera siamo a Pale, a casa dell' amica Nada, la bibliotecaria. Lei, vivendo ormai da sola (due figlie sposate di cui una a Mosca), arrotonda il magro stipendio tenendo a pensione un paio di studentesse della locale università. Dieci anni or sono era composta da due sole facoltà, Lettere ed Economia, con due centinaia di studenti in tutto e si caratterizzava per una chiusura nazionalistica insopportabile, anche se comprensibile nelle tese condizioni di allora. Avendo noi portato agli aspiranti economisti un libro in inglese intitolato "Nazionalismi e globalizzazione", ci dissero che avrebbero gradito cose "più convenienti". Adesso gli studenti sono tremila; quanto all'orientamento politico, non crediamo sia molto cambiato.
Le pensionanti di Nada ci raccontano un fatto abbastanza curioso. Tra le loro amiche ce ne sono alcune che frequentano l'università di Sarajevo, provenienti dalla Turchia. Si sono trasferite per la questione del velo: ma non per poterselo levare, bensì per poterselo mettere! Infatti il governo turco, desideroso di uniformarsi ai "parametri" europei, vieta il velo nelle università, nelle scuole in genere, negli uffici pubblici ecc. Queste ragazze, invece, lo considerano un simbolo importante della propria identità religiosa e culturale, e a Sarajevo, se qualcuna porta il velo, nessuno ci fa caso.
Mercoledì 24 - mattina - All'unica ma molto grande scuola elementare di Pale, la consueta accoglienza calorosa. Il direttore ci ha ormai definitivamente riconosciuti come amici e ci tiene a dichiararlo, anche alla giornalista del gazzettino locale che ancora una volta è venuta a intervistarci. Lui è un uomo alto, dall'aspetto leale e "tutto d'un pezzo". Ha combattuto oltre tre anni nella Difesa territoriale della città («i musulmani a Pale non ce li abbiamo fatti arrivare», è solito dire) e poi, finite le ostilità, è andato a mettere il piede su una mina mentre si sedeva presso un torrente montano per pescare trote. Le mine, in Bosnia come in tante altre zone del mondo, sono una delle piaghe conseguenti alla guerra. Nelle scuole sono sempre affissi dei poster di avvertenze e istruzioni agli alunni e si continua a distribuir loro dei ben argomentati e illustrati pieghevoli a cura dell'"Unicef", in caratteri cirillici per i serbi, latini per gli altri.
Mercoledì pomeriggio - siamo alla scuola "Sveti Sava" di Lukavica, squallida periferia di Sarajevo, che si dà pomposamente il nome di "Sarajevo Serba". Per arrivarci da Pale sono 15 chilometri, prima in discesa per una lunga gola montana con varie gallerie, poi per una strada cittadina a mezza costa, da cui si vede un parziale panorama della capitale della Bosnia Campeggiano alcuni grattacieli rovinati e anneriti Sulla cima di un colle che chiude la gola, una monumentale fortezza costruita dai turchi, ovviamente distrutta durante la guerra, è stata adesso ricostruita.
"Normalizzazione" della Bosnia? Qualche tentativo, anche su pressione internazionale, lo si sta facendo, ma timido e poco convinto. Lo scorso mese di marzo, per esempio, i sette maggiori partiti delle diverse nazionalità si sono accordati sulla presidenza della Repubblica: vi saranno un presidente e due vice-presidenti - uno dei tre musulmano, uno serbo e uno croato - a rotazione periodica fra loro in tali incarichi. Ai primi di aprile la Corte costituzionale ha decretato che stemma e bandiera sia della Republika Srpska che della Federazione croato-musulmana devono essere cambiati perché contrari alla convenzione contro le discriminazioni etniche. Una nuova fase di riforme è attesa dopo le elezioni politiche generali, previste per il prossimo mese di ottobre.

Giovedì 25 - Viaggio di ritorno. Attraversiamo la Bosnia musulmana da Sarajevo a Zenica, poi rientriamo nella Republika Srpska a Doboi. E qui, di nuovo, le "forze internazionali", questa volta portoghesi. Il posto di confine con la Croazia è su un lungo ponte sopra il fiume Sava, a Slavonski Brod, che però dalla parte serba si chiama Srpski Brod.


 

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