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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 20 al 31 ottobre 2007


Partenza da Roma sabato 20 ottobre, arrivo domenica 21 sera a Zobnatica, 5 km. a nord di Backa Topola. L'albergo "Jadran" ("Adriatico") è al centro di un complesso turistico-sportivo con parco, allevamento cavalli da corsa, galoppatoio, museo su eventi e competizioni equestri.


Lunedì 22 - Piove e fa freddo. Decidiamo di andare noi, questa volta, al villaggio agricolo di Krivaja, una quindicina di km. da Backa Topola, per la consegna delle borse di studio a una diecina di ragazzi e bambini della scuola intitolata a Vuk Karadzic, padre della lingua serba moderna. Il suo ritratto campeggia qui e in tutte le altre scuole dove ci rechiamo, a fianco di quello di Sveti Sava, il santo più venerato dal popolo serbo. Sparito ovunque, invece, il ritratto di Petar Petrovic Njegos, poeta e principe-vescovo di Cettigne, in Montenegro. Ma il Montenegro si è ora separato dalla Federazione con la Serbia (la "piccola Jugoslavia"): ragione sufficiente, a quanto pare, per "cancellarlo" dalle scuole serbe. La direttrice della scuola, Andjela, e alcuni insegnanti ci accompagnano poi a far visita all'unica famiglia rimasta sulle diecine che erano accolte nel vicino "Centro collettivo" per profughi. Le altre si sono ormai sistemate in appartamenti presi in affitto o con mutuo agevolato. Per una stradina fangosa arriviamo a una mini-casetta arredata in modo molto modesto ma decoroso. Il capo-famiglia ci racconta le sue difficoltà a trovare un lavoro. Ci devono offrire per forza caffè, pasticcini e un bicchierino di "rakja", come è d'obbligo, a prescindere da ogni altra considerazione, per ogni serbo che si rispetti quando ha ospiti. Alle 12, ritorno a Backa Topola per la consegna delle borse di studio nel salone della grande scuola primaria serbo-ungherese "Nikola Tesla" (l'altra è quella ungherese-serba intitolata a Caki Lajos). Segue l'invito a pranzo da parte del direttore Vlade Grbic, accompagnato da un paio di insegnanti. Approfittiamo dell'occasione per avere qualche maggiore ragguaglio su atteggiamenti, mentalità, sentimenti del popolo serbo. Chiediamo, fra l'altro, come giudichino l'opera del maresciallo Tito. In un primo tempo - ci rispondono - noi serbi abbiamo partecipato con entusiasmo alla resistenza partigiana sotto la sua guida. Poi però - forse preoccupato per la preponderanza numerica e il maggior peso politico della Serbia rispetto alle altre cinque Repubbliche (Slovenia, Croazia, Bosnia, Montenegro e Macedonia) componenti la Federazione Socialista di Jugoslavia - Tito ha voluto deprimere il popolo serbo in vari modi. Due principalmente: l'assegnazione a Croazia e Bosnia di vasti territori abitati da due milioni di serbi, e l'istituzione, all'interno della repubblica di Serbia, di due province autonome, il Kosovo e la Vojvodina, dotate di tanta autonomia da farne quasi degli Stati nello Stato. In ciò è da vedere la radice di quanto è accaduto nella prima regione, ormai quasi totalmente in mano agli albanesi. In Vojvodina il rapporto tra serbi e ungheresi non è così drammatico, ma problemi non mancano. (A quanto ci è dato vedere nei nostri viaggi, Tito è scomparso pure dalla toponomastica stradale. La via principale di Belgrado, ad esempio, non s'intitola più a lui ma al re Pietro I, fondatore della dinastia medioevale dei Nemanja).


Martedì 23 - In mattinata, consegna delle borse di studio alla scuola "Svetozar Markovic Toza" , situata in un quartiere operaio di Novi Sad al quale non sono mancate, nel 1999, le attenzioni dei bombardieri della NATO, scuola compresa. Questa è ora completamente ricostruita, appare ben messa e bene arredata. Con i soldi di chi? In parte - ci spiega il nuovo direttore Petar Narancic - del Comune, in parte di sponsor privati. E' bene infatti far sapere ai nostri soci italiani, specie se insegnanti, che in Serbia s'investe molto nell'istruzione. Lo dimostrano proprio le scuole dove ci rechiamo a ogni viaggio, quasi tutte spaziose, con abbondanza, alle pareti, di quadri, disegni e affreschi opera di alunni, dotate di attrezzature didattiche e ricreative, sala per la musica, per i computer, biblioteca, campo sportivo. Terminate le ore di lezione, sono offerte agli alunni svariate attività: pallacanestro, canto, danza classica, tradizionale o moderna, scacchi, pittura, modellistica e quant'altro. Nel pomeriggio siamo alla scuola "Nikola Tesla" di Rakovica, un quartiere povero e periferico di Belgrado. Attraversare la città, che conta due milioni di abitanti, non è un'impresa facile: traffico non caotico ma intasato e lentissimo, auto per la maggior parte vecchie e inquinanti. Alla scuola ci accoglie, con la consueta cortesia, il direttore Stanislav Stevuljevic. Come in quella di Backa Topola, molti dei nostri affidati - lo si ricava facilmente dalle loro schede, recanti il luogo di nascita - sono profughi dalla Bosnia, dall'Erzegovina, dalla Croazia, dal Kosovo.


Mercoledì 24 e giovedì 25 - a Kragujevac, due giornate particolarmente intense. Mercoledì mattina presto una funzionaria del Comune ci accompagna al Centro di aggregazione giovanile di Zdraljica, a circa 5 km. dal centro città. I lavori - promossi dall'associazione triestina "Non bombe ma solo caramelle" con la collaborazione anche di ABC - sono ormai in via di ultimazione e l'apertura del Centro è prossima. Si entra in un'ampia sala suddivisa in due parti: da un lato una trentina di sedie per riunioni, dall'altro tennis da tavolo, scacchi, giochi. C'è poi una stanza per computer, una cucina e l'ufficio. Speriamo che tutto questo servirà davvero ad offrire agli "utenti" del Centro un'opportunità d'incontro, confronto e comunitaria promozione umana, tenendoli lontani da droga e alcool. Più tardi, sempre in mattinata, primo turno delle consegne borse di studio, nel salone della "Zastava", ai bambini e ragazzi propostici dal "Sindacato Unitario", che è quello più importante. Vengono a intervistarci giornalisti e operatori della TV locale. Nel pomeriggio, visita al Centro collettivo per profughi situato in un ex supermercato. Ci vivono 230 persone, che dispongono, tutti insieme, solo di due bagni e due cucine. Ci siamo intrattenuti con due famiglie. La prima è arrivata a Kragujevac durante i bombardamenti del 1999. Proviene dal Kosovo e il padre, operaio, è stato aiutato dalla "Zastava" inserendolo nell'Ufficio collocamento interno con un sussidio pari a 80 euro mensili. Ma lo scorso agosto questa specie di cassa integrazione è cessata per lui e per tutti i 4.500 operai della fabbrica auto che ne "beneficiavano". La madre è disoccupata. Vivono insieme a due bambini in una stanzetta di 12 mq. Non vedono alcuna prospettiva di migliorare la loro situazione. La seconda famiglia è composta da una madre sola e tre figli. Anche loro sono fuggiti dal Kosovo. Alla nostra domanda se abbiano potuto portare con sé qualcosa di quel che possedevano prima, la donna risponde: "Mi hanno bruciato tutto, ho portato i miei figli". La famiglia vive con 50 euro mensili di aiuto sociale, oltre a qualche saltuario guadagno della madre grazie a lavori domestici. Dopo il secondo turno di consegne delle borse di studio nel salone, ci accompagnano a visitare la grande "Scuola tecnica di meccanica e trasporti" adiacente alla "Zastava". Siamo ricevuti dal preside e da alcuni insegnanti. La scuola conta attualmente 1900 studenti. La predetta associazione triestina vi sta adattando un ampio locale dimesso a laboratorio polivalente per studenti (musica, pittura, teatro, una piccola palestra). ABC contribuisce anche a questa iniziativa. Una volta - c'informa il preside - nella scuola venivano formati i quadri dirigenti e gli operai specializzati della "Zastava". Da una pubblicazione del 2004 che ci regalano, celebrativa del 150° anniversario della scuola, risulta che inizialmente era un'accademia militare, i cui allievi venivano formati sia a usare le armi (dai fucili ai cannoni) sia a costruirle: accademia e fabbrica, insomma, erano una cosa sola.


Alla "Zastava" - c'informano, a cena, i nostri amici sindacalisti - sono rimasti 3.912 lavoratori dei 13.000 che erano ai "bei tempi". Quanto alla FIAT, ha semplicemente venduto alla "Zastava-automobili" la licenza per la vecchia "Punto", ribattezzata "Zastava 10". Ci lavorano 380 operai. Giovedì mattina - consegna delle borse di studio negli angusti locali dei due sindacati minori, "Nezavisnost" e "Nezavisni". La sera siamo a Nis.


Venerdì 26 - La mattina, consegna delle quote di affido alla MIN (Mascinska Industria Nis). Il dirigente sindacale nostro garante ci dice che alla MIN la situazione è migliorata. Il 90% delle fabbriche che formano il complesso industriale è stato privatizzato e ciò ha ridato lavoro a 4.500 operai. Certo, ai "bei tempi" gli operai erano 16.000, ma di più non si poteva ottenere. Si sono avute commesse da imprese estere, italiane comprese. Usciti dalla MIN, facciamo un salto al vicino mercato per acquistare alcuni capi di vestiario pesanti, di cui non avevamo previsto la necessità: scarponi, sciarpe, calzettoni. Il tutto per 2.650 dinari, ossia circa 35 euro. Il pomeriggio, alla scuola "Ivan Goran Kovacic" di Niska Banja ci accolgono come al solito con uno spettacolo di canti e danze dei bambini. Viene poi proiettato un filmato sulle attività svolte nello scorso anno scolastico. Dalle immagini si può ricavare un'idea più precisa sul funzionamento delle scuole serbe e sui valori storici, culturali, umani che si propongono di tramandare alle nuove generazioni.


Sabato 27 - la mattina siamo all'Ospedale centrale di Nis per consegnarvi le costose medicine donateci dalla PFIZER per la terapia anti-nanismo di uno dei bambini affidati. Analoga donazione ci era stata fatta in occasione di vari nostri viaggi precedenti e adesso il bambino ha raggiunto un'altezza normale. Alle 11 siamo al sobborgo di Donja Vrezina, per la consegna delle borse di studio alla piccola scuola "Rodoljub Colakovic". Questa volta le aule non sono disponibili e ci riuniamo in una delle due stanzette del vicino Centro anziani.


Domenica 28 - Giornata libera. Ne approfittiamo per parlare con persone e famiglie amiche e avere qualche informazione utile ai nostri soci per capire meglio come vanno le cose a Nis. Le "bombe a grappolo" del 1999 conficcatesi nel terreno - ci dicono - continuano a fare vittime. Un anno fa un contadino è passato sopra una di esse e ha avuto una gamba danneggiata. Adesso credeva che il pericolo fosse cessato, è tornato nello stesso campo e c'è rimasto.


Lunedì 29 - Consegne alla "Elektronska Industria" (EI). Qui la situazione - ci dice il dirigente sindacale - è molto peggiore che alla MIN. Di 18.000 operai ne restano 2000, ma di essi solo 600 hanno il loro salario. E gli altri 1400? Risultano ancora in servizio ma solo sulla carta, vengono a timbrare il cartellino affinché ci si ricordi di loro. Il complesso è stato gravemente danneggiato e ridotto "in fin di vita" (sic) da direttori incapaci e corrotti e dalla politica precipitosamente neo-liberista del governo. Varie fabbriche sono state acquistate da privati, ma solo per essere chiuse; le poche e piccole ancora in funzione stentano a trovare sbocchi di mercato. Dobbiamo dire il sindacato della EI è sempre stato e continua ad essere molto combattivo e promuove varie iniziative di protesta. Pochi giorni fa il comitato sindacale e un gruppo di operai la cui fabbrica è in pericolo di chiusura, si sono accampati nella piazza di Nis davanti al Municipio, poi hanno iniziato una marcia su Belgrado a piedi. Risultato: ammanettati e un mese di carcere. Ma adesso si sta preparando una nuova accesa manifestazione generale della EI. A mezzogiorno siamo ricevuti in pompa magna dal sindaco di Niska Banja, con televisione e giornalisti. Poi ci rechiamo in un "Centro collettivo" a sei km. da Nis. Una novantina di profughi sono stipati, dentro un fitto bosco, nelle minuscole casette che servivano ai "bei tempi" come luogo di vacanza e riposo per gli operai della EI. Visitiamo quattro famiglie, sistemate ognuna in stanze di non più di 4 o 5 mq. In una di queste famiglie, restiamo colpiti dal coraggio e dalla volontà di una ragazza che si fa a piedi ogni giorno, anche d'inverno con neve e ghiaccio, la lunga strada per andare a scuola. Si capisce bene che per lei studiare, anche in queste condizioni, è l'unica tavola di salvezza, l'unica speranza di uscire un giorno dal buco per topi dove vive adesso.


Martedì 30 - viaggio di trasferimento in Bosnia. Alle 16 arriviamo, per la consegna delle borse di studio, alla scuola "Sveti Sava" di Rogatica. La cittadina si trova all'uscita da una lunga gola percorsa da un affluente della Drina. E' stata molto colpita dalla guerra 1992-95. Fino a poco tempo fa se ne vedevano i segni: palazzi semi-diroccati, altri con le mura bucate dai proiettili. Adesso, finalmente, ha un aspetto più normale: strade e negozi illuminati, semafori ecc. Permane evidente, però, il basso tenore medio di vita. Alla scuola (che, comprese le succursali, conta 1500 alunni) si vedono affissi alle pareti solo quadri o disegni di alunni; sono state tolte le mine di vario tipo che erano in vetrina ad ammonimento precauzionale per tutti. Ciò non vuol certo dire, ovviamente, che il pericolo non ci sia più. Si calcola che in Bosnia sia stato messo un numero di mine anti-uomo superiore a quello complessivo degli abitanti.


Mercoledì 31 - la mattina, consegna delle borse di studio alla scuola di Pale. Alle pareti si notano tabelloni, poster e disegni celebrativi del primo centenario della scuola, istituita nel 1907 in un piccolo edificio. Ma anche quello attuale - ci dice l'amico direttore Radomir Kujundzic - è insufficiente per i suoi 1400 alunni. Ne contava 800, gli altri sono arrivati da Sarajevo e da altri luoghi della Bosnia passati sotto amministrazione musulmana in forza dei trattati di Dayton. Avrà presto inizio, comunque, la costruzione di un edificio più grande e moderno, per il quale il direttore ha intenzione di proporre il nome "Serbia". Chissà se l'Alto Commissario sarà d'accordo. E' facile vedervi un segno del desiderio dei serbi di Bosnia di riunirsi a quelli della repubblica con capitale Belgrado. L'ormai imminente riconoscimento internazionale di una sostanziale indipendenza del Kosovo, offre loro un nuovo argomento a sostegno della loro aspirazione: il suo accoglimento verrebbe a bilanciare il grave rovescio subito dai serbi in quella regione meridionale. Il pomeriggio, per andare alla scuola di Lukavica è impossibile, causa ingrossamento dei corsi d'acqua per il maltempo e temute inondazioni, percorrere la strada più diretta, che costeggia Sarajevo. Dobbiamo attraversare la città, in mezzo a un traffico molto congestionato. I turisti debbono sapere che anche qui le famose attrazioni artistiche e storiche sono soffocate dall'attuale modo di vivere "all'occidentale". La scuola - anch'essa denominata "Sveti Sava" - è stata costruita di sana pianta a cura del governo giapponese, al posto della vecchia sede che era una caserma dimessa. Il nuovo edificio è bello, moderno e funzionale. Vi si può vedere, a essere ottimisti, un segno augurale di una formazione delle giovani generazioni più aperta al mondo, e innanzitutto alle altre nazionalità e religioni della Bosnia. Chiediamo al nuovo direttore Slobodan Trncic se c'è qualche miglioramento nelle condizioni di vita della gente in questa limitata periferia di Sarajevo rimasta ai serbi. Risposta inaspettatamente affermativa. Il quartiere si sta ingrandendo, sorgono nuove attività imprenditoriali, si costruiscono palazzi con appartamenti popolari, la maggior parte dei quali sono acquistati dagli interessati vendendo la casa che avevano "dall'altra parte" (ossia nella Sarajevo vera e propria).


Giovedì 1° novembre - viaggio di ritorno in Italia.


 

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