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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 3 al 13 maggio 2008


Partenza da Roma la mattina di sabato 3 maggio, arrivo a Backa Topola (Vojvodina settentrionale) la sera di domenica 4.


Per la prima volta abbiamo trovato completamente smantellata la dogana di Fernetti-Snezana, presso Trieste, tra l'Italia e la Slovenia, che è ormai entrata nell'Unione Europea. E' proprio questo uno degli argomenti di cui parliamo con i nostri amici serbi, qui a Backa Topola, la mattina di lunedì 5 (ma lo stesso faremo nelle nostre tappe successive): dopo l'entrata nell'UE di Slovenia, Romania, Bulgaria, e mentre è vicina quella della Croazia, che ne pensate del fatto che ormai è avviata la "procedura" anche per voi?
Risposta pressoché unanime: far parte dell'UE è certo nostro interesse e anche nostro desiderio, sono tanti anni che aspettiamo di tornare a pieno titolo in Occidente; noi però guardiamo anche a Oriente, alla "Santa Madre Russia", e vorremmo bilanciare le due cose. Sono noti, in effetti, i legami storici e culturali di questi Slavi del Sud ortodossi con i loro "protettori" Slavi del Nord, che nel XIX secolo li aiutarono a liberarsi dal giogo turco. Adesso, a dire il vero, questi legami appaiono più un mito che una realtà, ma il mito è parte integrante dell'autocoscienza dei serbi. Si pensi all'alone di leggenda, ancora ben vivo, con cui ricordano la sfortunata battaglia di Kosovo Polje, quando il loro regno medievale sotto la dinastia dei Nemanja cercò di resistere all'avanzata ottomana: "morimmo tutti fino all'ultimo, prima che le loro orde potessero straripare nei Balcani fino a minacciare tutta l'Europa cristiana.".
Dopo la consegna delle borse di studio ad alunni poveri (alcuni appartenenti a famiglie di profughi), alla scuola "Nikola Tesla", 33 in tutto, comprendendo i 7 della piccola scuola "Vuk Karadzic", sita nella vicina località di Krivaja - il direttore, come al solito, ci invita a pranzo. Sulle pareti della saletta riservataci sono appesi ritratti di personaggi importanti. Notiamo, fra gli altri, quelli di alcuni severi, pensosi e barbuti generali dell'esercito serbo ai primi del Novecento. Particolare curioso: all'angolo di uno di questi quadri è incollato il segnale del divieto di fumare. "Ma lui ha già smesso da parecchio tempo" - osserva il nostro ospite, con l'ironia un po' macabra ("black humour") abbastanza diffusa tra i serbi. Il pranzo si conclude, manco a dirlo, con l'ottimo dolce tradizionale "palacinscki", che ti servono ovunque in Serbia, da Nord a Sud.


Martedì 6, mattina, siamo alla scuola "Svetozar Markovic Toza" di Novi Sad, per la consegna di 13 borse di studio. Il direttore ci fa visitare alcuni locali e alcune classi, dove tutti gli alunni, quando entriamo, si alzano in piedi e poi, di nuovo seduti, dialogano con noi disciplinatamente a turno: ciascuno alza la mano e parla dopo un cenno dell'insegnante. Buono a sapersi per gli insegnanti delle scuole nostre.
Ricordiamo bene la prima volta che venimmo in questa scuola, nel 1999: un'ala della scuola era crollata, colpita da bombe che non avevano risparmiato i palazzi vicini. In quel momento - ci avevano detto - insegnanti, genitori e bambini stavano festeggiando il patrono S.Giorgio (il culto del quale, in Serbia, viene subito dopo quello di Sveti Sava). Adesso la scuola è stata ricostruita, non così i palazzi.
Il direttore ci invita a mangiare alla mensa scolastica: semplice ma ottimo pranzo, finito il quale ripartiamo per la scuola "Nikola Tesla" di Belgrado-Rakovica, dove, nel pomeriggio, dobbiamo consegnare 27 borse di studio. Alle elezioni municipali di Belgrado dell'11 maggio - in concomitanza con le elezioni politiche - di cui diremo tra breve - il direttore di questa scuola si è candidato, per il municipio di Rakovica, con il partito filo-europeista "Per una Serbia europea" del Presidente uscente Boris Tadic.
Belgrado è una delle più grandi città dei Balcani con una popolazione di quasi due milioni di abitanti. E' una città moderna, viva, centro della vita culturale, politica ed economica del Paese. E' anche una città in trasformazione: il problema del traffico pubblico in parte è stato risolto, l'inquinamento appare diminuito grazie anche al parziale rinnovamento del parco auto e degli autobus in circolazione, paragonabili nel passato a delle vere e proprie ciminiere. Leggiamo sul giornale che sono stati stanziati due miliardi di dinari per l'acquisto di cento nuovi autobus accessibili ai diversamente abili e dotati di aria condizionata. In progetto c'è la costruzione di un nuovo ponte sulla Sava che andrebbe a collegare Novi Beograd con il centro storico, della circonvallazione e della prima linea metropolitana. Ma altri problemi sono l'edilizia illegale, le liste troppo lunghe per l'assegnazione dei posti negli asili nido, la burocrazia troppo inefficace e la corruzione. Inoltre c'è il problema della sproporzione dello sviluppo e della qualità della vita tra centro e periferia della capitale.
Il direttore della nostra scuola, con la sua candidatura, si inserisce a pieno titolo nella scena belgradese proponendo per la municipalità di Rakovica un articolato programma di risanamento e ammodernamento delle infrastrutture. Una nota di curiosità : nel volantino elettorale è presente un breve "curriculum vitae" del candidato, il quale dichiara data e luogo di nascita, titolo di studio, esperienze lavorative. Specifica inoltre di vivere con la propria famiglia di quattro membri in una casa di proprietà di cui indica l'indirizzo completo di numero civico.


Mercoledì 7: giornata da pausa a Belgrado. Nella piazza principale, davanti alla "Skupstina" (il palazzo del Parlamento), i festeggiamenti di S. Giorgio si alternano ai comizi elettorali. Mancano pochi giorni a domenica prossima, quando, nella Repubblica di Serbia, 6,7 milioni di cittadini (inclusi, contro la volontà del governo di Pristina, gli abitanti delle enclave serbe del Kosovo, autoproclamatasi indipendente il 17 febbraio scorso - saranno chiamati alle urne per le elezioni legislative anticipate e per quelle amministrative. Sono state presentate in tutto 22 liste. La sfida è tra le forze liberali, favorevoli all'integrazione europea, guidate dal Presidente uscente Boris Tadic ed i partiti nazionalistici (il più quotato è il partito radicale ultranazionalista di Nikolic), pronti ad immolare il dialogo con Bruxelles al sacro principio della sovranità serba sul Kosovo ed a ribadire puntualmente la solidarietà slavo-ortodossa con Mosca. Due slogan elettorali contrapposti :"Dì sì all'Europa" da una parte, e "La Serbia prima di tutto" dall'altra.
La programmazione televisiva è tutta incentrata sui comizi elettorali e sugli spot dei diversi partiti politici. Seguiamo tra l'altro - in lingua russa sottotitolata in serbo - il discorso del rappresentante del Partito socialista (che fu di Milosevic) in visita a Mosca. Vi si ribadisce l'aut-aut tra Europa e Russia, tra ASA (Accordo di Associazione all'UE) ed il gas russo (con riferimento all'accordo per la progettata costruzione di un gasdotto russo che dovrebbe attraversare il territorio serbo); il legame con Mosca viene presentato come l'unica prospettiva realistica di crescita per la Serbia.
Dal canto suo, il Partito Democratico Serbo (DSS) di Vojislav Kostunica ha basato la sua campagna elettorale, in modo martellante e quasi esclusivo, sulla questione del Kosovo, riproponendo lo schema dello scontro tra partiti filo-europei e filo-russi.
In realtà è diffusa nell'opinione pubblica la consapevolezza del fatto che, al di là delle semplificazioni elettoralistiche, Russia ed Europa non rappresentano, per la Serbia, due strade opposte. Vari amici con cui parlami ci confermano che la Serbia non si può permettere di scegliere se stare solo con una parte o solo con l'altra, perché per una reale crescita il Paese necessita degli aiuti di entrambe. Tra i tanti esempi significativi che si possono addurre al riguardo, si consideri che, al momento, i sussidi annuali nel settore agricolo in Serbia sono pari a 34 euro pro-capite mentre nei Paesi dell'Ue sono in media di 125 euro; nell'Ue all'agricoltura è riservato il 10% del budget ccomunitario, in Serbia il 4%: in queste condizioni è molto difficile per i produttori serbi essere concorrenziali.
La Serbia necessita sicuramente di una svolta per uscire dalle secche di una difficile transizione economica (che mentre negli altri Paesi dell'Europa centro-orientale è iniziata negli anni Novanta, in Serbia è iniziata soltanto dopo il 2000), con un'inflazione che è al 12% e con gli stipendi medi che a mala pena raggiungono i 300 euro al mese (ma in molte città, tra cui quella di Nis gli stipendi sono tra i 100 e i 200, mentre in sei Comuni del Paese addirittura vigono stipendi medi a sole due cifre). Il tasso di disoccupazione nel Paese è del 36%, ma i dati ufficiali non sono attendibili perché le statistiche prendono in considerazione, come occupati, soltanto chi ha un lavoro regolare e paga le tasse. Non mettono dunque nel conto il lavoro in nero, i venditori ambulanti, chi ha una piccola impresa a conduzione familiare o chi produce generi agricoli da barattare con altra merce. Stesso problema per i dati sul PIL e sulle importazioni (le merci entrano in gran parte per vie illegali).
Non poca gente nel Paese, specie al Sud, era abituata a integrare le sue magre entrate con sussidi pubblici, ma questi ormai, quando non sono stati aboliti, sono sempre più scarsi ed esigui. Queste persone cadono spesso, perciò, nel vittimismo, facilmente strumentalizzato da alcuni politici per qualificare ogni prospettiva di miglioramento come un inganno ed un artificio dell'Occidente.. E' quindi necessario incentivare in gran parte della popolazione la fiducia nel futuro, e soprattutto sostenere le generazioni più giovani, dando loro i mezzi per un'adeguata e aggiornata istruzione scolastica.
Non a caso gli ultranazionalisti trovano appoggio tra i rifugiati provenienti dalla Croazia, dalla Bosnia e dal Kosovo, i quali, nell' affrontare il problema dell'integrazione sociale, devono scontrarsi sempre più spesso con sentimenti di estraneità e talvolta di fastidio da partedella popolazione autoctona (sentimenti che si acuiscono quando i nuovi arrivati riescono ad avere un posto di lavoro, ad accedere all'istruzione universitaria o arrivano a costruire una propria abitazione) . Il fatto poi che una piccola minoranza di questi profughi, specialmente quelli dal Kosovo, sia arrivata con le tasche piene, ha alimentato un certo risentimento nei locali che non riescono a capire quale sia la vera natura dei proventi dei nuovi venuti.
Ci si vorrà scusare la stringatezza del nostro sforzo per dare un'idea del quadro politico, sociale, morale, e insomma del clima in cui si sono susseguiti, anche e soprattutto a Belgrado, i comizi elettorali di tutti i principali leader. Non siamo riusciti ad arrivare in tempo per assistere al comizio dei radicali, ma il giorno dopo, 7 maggio, eravamo in Piazza della Repubblica, cuore di Belgrado, per il comizio del Presidente uscente della Repubblica Boris Tadic, leader della coalizione n. 1 "per una Serbia europea". La piazza era piena ma non stracolma (siamo abituati a ben altri numeri a Roma), c'erano tantissimi giovani ed il comizio si è svolto in un clima disteso e festoso.
"Il Paese è ad una svolta - ammonisce Tadic - questo voto è un referendum per decidere se andare verso l'Europa o restare isolati". Il discorso è imperniato sullo slogan del suo partito, "Dite sì all'Europa", elencandone i perché. La strada della Serbia può essere soltanto - afferma - quella dell'integrazione europea, l'unica possibile per lo sviluppo della politica estera e delle relazioni economiche. Integrazione europea significa arrivo degli investitori stranieri (gli applausi accolgono qui l'immancabile riferimento al Memorandum sottoscritto il giorno precedente dalla Fiat e dalla Zastava), possibilità per i giovani di viaggiare (e qui una ragazza accanto a noi grida un "Sì, ti prego!") e di studiare all'estero, significa insomma libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nonché finanziamenti europei per l'ammodernamento del Paese.
Ma Tadic ribadisce anche il no al riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo proclamata unilateralmente il 17 febbraio scorso. Certo è che la Serbia, al di là della propaganda elettorale, dovrà essere chiamata a negoziare ancora sul Kosovo, per definire varie pendenze, come quelle riguardanti le privatizzazioni, i documenti e gli altri aspetti burocratici (comprese le targhe automobilistiche), le forniture energetiche e quant'altro.
Il comizio si conclude festosamente tra fumogeni e sventolio di bandiere serbe ed europee che si incrociano in aria, in un clima di speranza e di fiducia, perché forse quel motto insistentemente ripetuto del "Domani sarà meglio" non è lontano dall'andare ad effetto.


Giovedì 8 siamo a Kragujevac. All'ingresso della città, un enorme striscione sovrasta tutta la strada da un capo all'altro: "Bentornati a casa". Così il sindaco ed i lavoratori della fabbrica "Zastava automobili" di Kragujevac hanno voluto accogliere, il 6 maggio scorso, la delegazione della Fiat. In tale occasione il vicepresidente della Fiat, Alfredo Altavilla, ed il sindaco di Kragujevac, Veroljub Stojanovic, hanno sottoscritto un Memorandum di collaborazione strategica. "Questa è la realizzazione di un sogno che coltiviamo da più di mezzo secolo", ha affermato Stojanovic, mentre il Presidente della Serbia, Boris Tadic, che ha preso parte alla cerimonia della firma, ha guidato per la città la nuova Fiat 500. Il documento siglato prevede la creazione di un'azienda mista di cui la Fiat controllerebbe il 70% del capitale mentre Serbia sarebbe proprietaria di minoranza con il restante 30%. L'azienda italiana verrebbe affrancata da tutte le tasse locali mentre l'area di Kragujevac, diventerebbe zona doganale franca.
Il progetto di partenariato prevede inoltre un investimento da parte della casa automobilistica italiana di almeno 700 milioni di euro, che, in aggiunta ai 100 milioni di euro messi a disposizione dalla Serbia, dovrebbero garantire una produzione di almeno 300.000 veicoli all'anno e la creazione di circa 12.000 posti di lavoro. Il governo serbo ha assicurato che a partire dal prossimo anno dimezzerà le tasse di importazione su tutti gli autoveicoli fino ad azzerarle entro i prossimi due anni. La firma dell'accordo di partenariato vero e proprio è prevista per il prossimo giugno (quando sarà ormai costituito il nuovo governo a seguito delle elezioni dell'11 maggio scorso). La Fiat, attraverso la Zastava, si aprirebbe una strada verso il mercato russo. Infatti in base all'accordo di libero scambio tra Belgrado e Mosca, la Serbia può esportare in Russia il 98% dei suoi prodotti, incluse le automobili, senza alcuna tassazione doganale.
Buone notizie anche per i lavoratori della Zastava rimasti senza occupazione dopo i bombardamenti del 1999. Mladjan Dinkic, Ministro dell'Economia e dello Sviluppo regionale del governo Tadic, a seguito della firma del Memorandum con la Fiat, ha sottoscritto un protocollo con i rappresentanti sindacali della fabbrica di Kragujevac che prevede il pagamento degli stipendi arretrati e delle liquidazioni dei lavoratori per un importo complessivo di 10 milioni di euro.
Le borse di studio che noi di ABC dobbiamo consegnare alla "Zastava" (a figli di operai rimasti senza lavoro causa dei citati bombardamenti) sono 237 in tutto, per la maggior parte tramite il sindacato "Jedinstevna" (Unitario), che è il maggiore, e per il resto tramite i sindacati minori "Nezavisnost" (Indipendenza) e A.S.N.S. (Unione dei Sindacati Indipendenti). Nel vasto salone della "Zastava" il dirigente del sindacato maggiore ci dà il benvenuto, cortese come al solito ma, questa volta, con particolare calore, collegando idealmente il ritorno della FIAT all'aiuto ricevuto per tanti anni, dal bombardamento in poi, da ABC con le sue borse di studio e da varie altre realtà associative e sindacati italiane aggiuntesi poco dopo a questo tipo d'iniziativa.


Venerdì 9 a Niska Banja (Terme di Nis), le borse di studio da consegnare ad alunni della scuola "Ivan Goran Kovacic" sono 25. Come al solito, commovente accoglienza con il coro della scuola che canta canzoni tradizionali serbe ma anche italiane e in lingua italiana. Potete capire che effet to fa ascoltare in questa località, a metà strada fra Kosovo e Bulgaria, bambini e ragazzi cantare perfettamente "Santa Lucia", "O sole mio".
La cittadina, adesso è tutta un cantiere. E' in corso di restauro l'Hotel Serbia, fino a poco fa pieno di profughi (dalla Bosnia, dall'Erzegovina, dalla Croazia, infine dal Kosovo). Lavori stradali dappertutto. Ci dicono che qui si è installato un Consolato italiano: segno evidente che dietro tutti questi lavori ci sono privatizzazioni degli impianti termali con capitale anche e prevalentemente di nostri "paesani".


Sabato 10 - la mattina, consegna di 34 borse di studio alla "Mascinska Industria", il pomeriggio, di 35 alla "Elektronska Industria" (più le 11 della vicina piccola scuola di Donja Vrezina, oggi chiusa perché è sabato). Dai colloqui avuti con i dirigenti dei rispettivi sindacati apprendiamo che mentre nella prima di queste fabbriche qualcosa si è mosso e si sta muovendo (con capitale italiano, francese, tedesco e altro), nella seconda, invece praticamente non si batte un chiodo. Ai bei tempi, nella prima lavoravano 16.000 operai e ne sono rimasti 4.000, nella seconda, su 18.000 ne è rimasto qualche centinaio.


Domenica 11 - trasferimento in Bosnia. Pernottamento in un tranquillo alberghetto a qualche km. da Rogatica, fra monti e boschi, evidentemente destinato ai cacciatori quando è stagione.


Lunedì 12 - Alle 8,30 siamo alla scuola "Sveti Sava" di Rogatica per la consegna di 17 borse di studio; ore 11 alla scuola di Pale (38 borse di studio), ore 14 alla "Sveti Sava" di Lukavica, in quella che viene chiamata dai serbi "Novo Sarajevo" (34 borse di studio).
In questa parte o "entità" serba della Bosnia, la "Republika Srpska" (una volta con "capitale" proprio a Pale, adesso a Banja Luka), ci sono apparsi evidenti alcuni segnali della volontà popolare di staccarsi ormai da Sarajevo e unirsi a Belgrado. Dappertutto bandiere con i colori jugoslavi (rosso, bianco e blu); il direttore della scuola di Pale, nell'annunciarci l'imminente costruzione di un nuovo edificio scolastico non lontano da quello esistente, auspica che venga chiamato "Serbia". Chissà se sarà d'accordo l' "imperatore", soprannome popolare dell'Alto Rappresentante delle Nazioni Unite per l'applicazione dei trattati di Dayton.
Il fatto è - ci sia data licenza di esprimere sommessamente il nostro parere - che quei trattati, a parte il loro merito fondamentale di aver fatto comunque tacere le armi, si sono rivelati inapplicabili. Si ricorderà che vi si giunse, nel novembre del 1995, dopo difficili trattative fra le tre parti, rappresentate da Milosevic per i serbi, da Tudjman per i croati e da Izetbegovic per i musulmani. I tre personaggi furono convocati da Bill Clinton nella base militare statunitense situata, appunto, a Dayton. Clinton andò per le spicce: "non vi muoverete di qui finché non vi sarete messi d'accordo" ed è assai verisimile che, alla fine, le decisioni siano state dettate da lui stesso. In base a tali trattati, la Bosnia fu provvisoriamente divisa in una "Entità" serba (49% del territorio, con notevole arretramento) e in una "Federazione" croato-musulmana (51% del territorio), ma la loro "filosofia" era quella di una prossima riunificazione delle tre nazionalità in un'unica Repubblica bosniaca con unico Parlamento, unico governo e unica presidenza (a "rotazione" fra i rispettivi rappresentanti). Questo meccanismo d'ingegneria costituzionale ha funzionato, però, soltanto sulla carta. Nella realtà, ciascuna delle tre nazionalità è rimasta, moralmente e materialmente, sulle proprie posizioni, senza alcuna volontà di reintegrazione.
Si spiegano dunque le bandiere e gli altri segnali dati dai serbi di Bosnia, che possono ora interpretare a proprio favore gli ultimi sviluppi della vicenda del Kosovo: se lì le cose sono state decise secondo una logica etnica - dicono - la stessa logica deve ora valere per noi.
Staremo a vedere. Per quanto riguarda, nel suo piccolo, ABC, il discorso è molto più semplice: continueremo ad aiutare i bambini bisognosi, di Serbia e di Bosnia, finché ce ne sarà bisogno.


Martedì 13 - inizia il viaggio di ritorno in Italia.


 

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