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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 20 al 31 ottobre 2012


E ventitre! Sono 23 i viaggi fatti finora in Serbia e Bosnia e ogni volta le nostre partenze avvengono sotto l'influsso di una doppia suggestione: da una parte il timore di trovare una situazione più brutta di quella passata e l'altra "suggerita" dal fascino esercitato dai Balcani. È il viaggio con le sue tensioni e levità: l'attesa dell'incontro e l'incognita che lo stimola, il desiderio di capire e il timore di non vedere. Nel passato, subito dopo i bombardamenti del 1999, per evitare le frontiere scomode della Slovenia e della Croazia, arrivavamo in Serbia passando per l'Austria e, dopo avere attraversato la pianura ungherese e costeggiato un poco il lago Balaton, scendevamo da nord verso Backa Topola. Oggi, invece, andiamo diretti passando per Slovenia e Croazia e in poche ore siamo nella Republika di Serbija. Stavolta proviamo però, non senza contrasti interni tra "menscevichi" e "bolscevichi", a cambiare strada, anche a costo di allungare un poco: invece di uscire a Ruma, per poi arrivare a Backa Topola passando per Novi Sad, scegliamo la strada di Osijek-Sombor-Subotica. Da quelle parti, se tendi l'orecchio, ti sembra quasi di sentire ancora i colpi di cannone che nel giugno 1991 diedero inizio alla prima guerra in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Anche Vukovar, assediata per tre mesi e quasi rasa al suolo dai carri armati serbi, è da quelle parti. Fu la fine di una convivenza secolare tra serbi e croati.
Lunedì 22 ottobre - Nord della Voijvodina, Backa Topola, ovvero Pioppo della Backa, il nome della regione aggiunto probabilmente per distinguere la cittadina dalle sue omonime in Sumadija e nel Banato. È conosciuta quasi soltanto per l'allevamento di cavalli di razza che vi risiede e per essere la sede di una delle più grandi cooperative agricole del Paese. Arriviamo lì di sera e fatichiamo sempre a trovare il nostro albergo "Jadran": ci aiuta però la presenza, all'angolo della stradina di ingresso, della statua di un cavallino. Da lì in pochi minuti siamo alla scuola "Nikola Tesla". Arriviamo a scuola insieme con i primi alunni, mentre il direttore e le sue collaboratrici ci aspettano quasi sul portone. Vlade Grbic, questo il nome del dirigente scolastico, è un omone alto e ora, sono nove anni che lo conosciamo, quasi calvo, rubizzo e sorridente, che sempre pretende offrirci, prima dell'incontro con i suoi alunni, un panino e un bel bicchierino di rakija. Noi siamo grati per l'accoglienza e glielo diciamo, come pure non possiamo esimerci dal fare i complimenti alla sua scuola perché li merita. Dopo un minuto di silenzio per ricordare Vittorio Tranquilli, tra i fondatori e animatori di ABC, scomparso lo scorso luglio, conosciuto da tutti come "pradeda", "nonno", cominciamo a chiamare i ragazzi: Dragan Stojanovic, Stanko Blagojevic, Svetlana Lakicedvic.. Sono in tutto 16, non molti, ma dal 1999 nel progetto sono "transitati" un centinaio di giovani, un bel numero. Salutiamo i ragazzi e i loro genitori e parliamo con il nostro Vlade che ci racconta delle difficoltà finanziarie della scuola che ha visto diminuire le erogazioni statali mentre, per fortuna, ci spiega, elettricità e riscaldamento sono ancora a carico del comune, mentre il trasporto degli alunni e degli insegnanti che arrivano dalle altre città è a carico dello Stato. Chiacchieriamo seduti intorno al tavolo di un piccolo ristorante del centro e gli occhi severi degli eroi nazionali serbi ci guardano dalle pareti in pietra del locale. Ma come saranno riusciti ad appendere i quadri? L'atmosfera sembra essere abbastanza vicina a quella suggerita dalle tre dita alzate con il braccio teso di alcuni alunni ai quali facciamo delle foto. Lo fanno ingenuamente, un vezzo. ma le tre dita indicano Dio, Patria e. Imperatore (o Zar) e sono il simbolo sciocco di un nazionalismo becero e ottuso che inquina non solo la Serbia ma l'Europa. Ci dobbiamo ricordare, la prossima volta che andremo, a chiedere a Vlade Grbic cosa pensa di questa cosa e come la scuola interviene per impedire manifestazioni di questo tipo.

Martedì 23 ottobre - Novi Sad > Belgrado > Kragujevac. Una bella "passeggiata" di qualche centinaio di chilometri. Alle 10 siamo a Novi Sad e alle 17 a Rakovica, sobborgo di Belgrado. Entrambe le città sono caotiche e belle, Novi Sad è un cantiere a cielo aperto, Belgrado un po' meno.
Andiamo a Novi Sad dal 1999 e abbiamo visto cambiare diverse volte il direttore. L'ultimo, che regge da quattro anni, è Peter Narancic, abbastanza simpatico anche se sorride solo con gli occhi, senza aprire la bocca. Ma sa lavorare e muoversi e ci tiene a dimostrarlo. Infatti, ci spiega che la buona fama della "Svetozar Markovic Toza", in controtendenza con altre scuole della città, ha aumentato iscrizioni e che grazie alla Banca Centrale Europea sono state allestite tre nuove classi e un'aula di informatica con 33 postazioni completamente attrezzate. La scuola è nata nel 1976, con il quartiere, una volta esclusivamente operaio è ora piccolo borghese: ceto impiegatizio, insegnanti, artigiani, negozianti. Insomma, anche se i soldi sono sempre di meno, nel 2011 sedici milioni di dinari (circa 141.000 euro), l'attività didattica va avanti e cresce. Anche i genitori fanno la loro parte e pagano la merenda ai loro figlioli, mentre al pranzo ci pensa la municipalità, non è ben chiaro se per tutti o soltanto per i più poveri e dal terzo figlio in poi. Ci fornisce anche i dati sul numero degli alunni: 1.382 (un mare!), 578 femmine e 804 maschi. Gli alunni della "Svetozar" studiano inglese e tedesco per quattro ore a settimana, l'inglese dalla classe prima e il tedesco dalla quinta. Il tedesco è importante e utile, anche per emigrare in cerca di lavoro. Ce l'hanno detto anche a Backa Topola dove vengono organizzati dei corsi per adulti finalizzati proprio a preparare i più coraggiosi a lasciare tutto per andare in cerca di fortuna.
Per arrivare a Rakovica passiamo, come sempre, sotto la casa-fortezza di Zeljko Raznatovic, conosciuto come Arkan capo delle "Tigri" serbe, formazione paramilitare responsabili di efferati delitti e stragi. Arkan, ucciso nel 2000, è stato definito da alcuni "la peggior vergogna del popolo serbo", mentre altri, ancora oggi, lo considerato invece un eroe nazionale, un "grande Serbo". Cosa pensare? Meglio parlare di scuola e lo facciamo dicendo che se consideriamo l'inizio dell'attività didattica, la scuola di Novi Sad è giovanissima rispetto alla "Nikola Tesla" di Belgrado che ha iniziato la sua attività nel 1935. Sono ormai otto anni che il segaligno direttore, Stanislav Stevuljevic la dirige. Stanislav sembra fermo nel tempo con i suoi baffi e capelli brizzolati, mentre le sopracciglia scure sembrano essere di qualcun altro. E' un vecchio amico ormai e ci tratta con familiarità. Qualche anno fa tentò di darsi alla politica, ma negli anni successivi continuammo a incontrarlo al suo posto di direttore e pensammo ad un insuccesso, senza peraltro chiedergli nulla. Lui è attento alle cose politiche e ama anche esprimere le sue opinioni. Un paio d'anni fa, quando gli chiedemmo cosa pensasse dell'ingresso della Serbia nella Comunità Europea disse: "a volte è più importante un buon vicino che un parente". Grosso modo è restato dello stesso parere e non sembra proprio entusiasta delle continue richieste europee per consentire al suo Paese di entrare nella Comunità. La situazione politica serba, commentiamo insieme, è sempre complessa e le recenti elezioni hanno premiato Tomislav Nikolic, 60 anni, ex guardiano di cimiteri (soprannominato per questo "becchino"), uno dei fondatori del partito radicale ultranazionalista (Srs, per intenderci quello di Vojislav Seselj) ma che ora è diventato, forse per avere raggiunto la maturità, più moderato. Certo, continua a spararle grosse sul Kosovo e dice: "la Serbia non accetterà mai l'indipendenza del Kosovo", ma in realtà tratta, come tutti, per risolvere la spinosa questione ed entrare in Europa. Intanto, dice il direttore, l'inflazione sale e ora è al 12%. Cita la dichiarazione di pochi giorni fa del vice governato della Banca Nazionale Serba. Le cause? La siccittà di quest'anno che fatto aumentare a dismisura i prezzi dei prodotti alimentari.
Sollecitato dalle domande ci dice che gli alunni della "Svetozar" sono 1.118, 566 femmine e 552 maschi e che la scuola funziona grazie ai fondi che arrivano dal governo (45%), dal comune (5%, pensiamo si riferisca dalla municipalità locale di Rakovica), dalla città di Belgrado (30%), dai genitori (10%), mentre il restante 10% arriva dall'autofinanziamento (la piscina interna della scuola è frequentata, la sera, dai privati che pagano una quota mensile). Quando finiamo di parlare con lui è tardi. Ci mettiamo in macchina e non senza fatica ci dirigiamo verso Kragujevac.

Mercoledì 24 ottobre - Il fiume Lepenica scorre lentamente sotto le finestre dell'edificio della Zastava. Il fiume ha buona memoria e rammenterà certamente la data del 20 ottobre 1941 quando i nazisti uccisero 7.000 persone, un terzo della popolazione della città. Si trattò di una rappresaglia seguita ad un attacco dei partigiani contro i militari tedeschi. Furono uccisi 50 serbi per ogni tedesco ferito e 100 per ogni tedesco morto. Tra le vittime tantissimi studenti sequestrati direttamente nelle scuole. Un'intera generazione di giovani annientata! Ma la Lepenica, come la Drina di Ivo Andric, ne ha viste tante: la presenza turca, la ribellione, lo splendore di una città diventata capitale del regno di Serbia e, buon' ultima, l'arrivo della FIAT che certo non è lì per aiutare bensì per guadagnare. La Fiat Auto Serbia, di fatto, è importante per il gruppo per gli sbocchi che la sua presenza in Serbia gli garantisce sui mercati dell'Europa Orientale, Russia compresa naturalmente. E, per capire meglio le scelte strategiche fatte dalla casa italo-americana, basta ricorrere ad una recentissima intervista del nuovo capo di Stato, Nikolic, fatta a Russia TV: "voglio una Serbia che rappresenti una casa con due porte, una verso Ovest, l'altra verso Est". Le parole di Nikolic riecheggiano un poco la nostra politica dei "due forni" che viene richiamata, involontariamente, anche da due simboli che accolgono chi arriva nella città, centro amministrativo del distretto di Sumadija: un'enorme croce che domina la prima rotonda di accesso e un mastodontico marchio della FIAT che sovrasta la seconda.
Un "segno" dei tempi che cambiano: per la prima volta, dopo dodici anni, la consegna delle borse di studio non avviene più nel grande salone del palazzo che accoglie la Zastava di trg Topolivaca br.4, ma al secondo piano della palazzina di una piccola via laterale che dà sulla piazza, sede, tetra e triste, dei sindacati. È qui che ora incontriamo gli ex operai della Zastava. Sono quelli restati fuori, che non sono tra i 1.700 lavoratori assunti finora dalla FAS e che non saranno neanche tra gli 800 che, secondo l'annuncio del Direttore Generale dell'impianto di Kragujevac, Antonio Cesare Ferrara, saranno assunti a fine anno. I "nostri" genitori, che conosciamo da molti anni, sono dimessi, un poco demoralizzati, seri. I loro figli, invece, specialmente i più piccoli, sorridono. Loro sono il futuro, la speranza che qualcosa cambi, e non solo a Kragujevac. Magari tra di loro ci sono i futuri dipendenti del gruppo FAS e tra qualche anno saranno disposti a fare carte false per andare a lavorare dieci ore al giorno con un'ora di pausa giornaliera nella catena di montaggio di chissà quale modello FIAT. Un lavoro massacrante per 250 euro al mese o poco di più. Ma, nonostante tutto, la "500L" prodotta nella Zastava non si vende e allora cosa succede? Semplice, torna la Punto. Lo ha annunciato ad ottobre la Fiat e questo vuol dire soltanto che il nuovo modello non sta avendo successo e che si deve tornare a produrre una macchina meno costosa. Infatti, la Punto costa tre volte meno della 500L (circa 5.800 euro) e non sono tempi da macchine "di lusso". Le 500L prenderanno allora la nave e se ne andranno in America, un mercato più ricco.
Comunque gli operai sono stati costretti ad abituarsi ai nuovi turni di lavoro: 04-14 e 14-24, per quattro giorni a settimana, in vigore dal 22 luglio scorso con un'ora di pause. Un lavoro massacrante in catena di montaggio, cosa ben diversa dallo stare seduti dietro una scrivania, che ha già costretto i più deboli e vecchi ad andarsene. In America le dieci ore sono già in vigore in alcuni stabilimenti della Chrysler a partire da quello di Toledo (Ohio), dove vengono prodotte le assurde Jeep Wrangler che si cominciano a vedere anche in Italia. E se lo fanno gli americani ci riusciranno anche i serbi e, forse, anche gli italiani!
Tutti in FIAT cercano di convincere gli operai che il nuovo orario di lavoro è una bella cosa perché significa per loro un altro giorno di riposo a settimana e un aumento dello stipendio per le ore in più di straordinario in orario notturno. Per l'azienda è, neanche a dirlo, un affarone: un maggior numero di giorni di lavoro (perché il sabato entra automaticamente nel conteggio dei giorni lavorativi); quattro ore al giorno libere per l'importante manutenzione dei robot; un crollo automatico del tasso di assenteismo giacché diminuiscono i giorni di lavoro; la riduzione dei costi rispetto al sistema dei tre turni e, buon ultimo, lo sostengono quelli che si occupano di gestione industriale, "un miglioramento del tono di umore dei dipendenti". Meglio andare a trovare i nostri amici dell'associazione cerebrolesi, che sicuramente hanno più cervello di tante "teste di broccolo" che imperversano in questo nostro povero mondo!
Proprio negli scorsi mesi la sede dell'associazione cerebrolesi e malati di sclerosi multipla, che abbiamo aiutato ripetutamente negli anni passati, è stata ristrutturata dall'associazione "Non bombe ma solo caramelle" e, entrando, la prima cosa che vediamo è una targa con il nome di Vittorio Tranquilli, il nostro amico e tra i fondatori di ABC morto lo scorso luglio. Grazie amici di "Non bombe ma solo caramelle", grazie Gilberto Vlaic infaticabile promotore che tanto fa per la città di Kragujevac. Grazie per aver ricordato quel che ha fatto Vittorio, ABC, per questi giovani. Tra i presenti ci sono anche alcuni "alunni" dei corsi di italiano che abbiamo finanziato poco tempo fa. Uno di loro, Marko Topozovic, ci vuole ringraziare e spiegare, nella sua nuova lingua, l'italiano, che ha trovato lavoro grazie proprio all'opportunità che gli abbiamo dato. Una bella notizia e ce ne andiamo a dormire, stanchissimi ma felici. Sono le 23 e domani si a Nis.

25-26-27-28 ottobre - Nis è il Sud della Serbia. Il Sud povero. E si vede. Il confronto con Novi Sad o Belgrado è perdente. Te ne accorgi dai palazzi non restaurati, dalle strade un poco sporche, dagli abiti della gente, dai loro volti. Un poco di allegria e di levità puoi trovarla solo nel centro della città dove sono i negozi che in molti visitano e nei quali in pochi comprano. A Nis, ormai abbiamo due soli appuntamenti: il primo nella scuola di Niska Banja e l'altro all'Elektronska Industrija. Nel passato avevamo un progetto anche alla Min-Fitip e nella piccola scuola di Donja Vrezina, ma ora sono chiusi.
Alle 17 siamo nella scuola "Ivan Goran Kovacic" di Niska Banja. Ad aspettarci, stavolta, c'è il direttore StevaTrickovic. Occhi seri e sorriso abbozzato Steva, con la moglie, che insegna nella stessa scuola, amano organizzare sempre qualcosa per accogliere la delegazione italiana "che arriva da lontano". Quest'anno, come nel passato, gli alunni hanno preparato per noi uno spettacolo: balli, canti, saggi musicali, sketch. Sono proprio bravi! Durante la distribuzione delle borse di studio il direttore ci spiega che quest'anno le iscrizioni sono aumentate di 93 unità, ma il numero degli insegnanti è restato invariato. Dunque grande fatica a far quadrare l'andamento didattico e il bilancio della scuola che è sostenuto esclusivamente dalla municipalità, dai genitori e dall'autofinanziamento. La struttura accoglie 1.062 alunni (546 maschi e 516 femmine) e la mensa non c'è perché a Nis circola poco denaro. C'è anche una TV locale che a fine incontro intervista noi e un giovane campione serbo di ciclismo, Marko Petrovic. Marko - che riceve la borsa di studio - racconta che è grazie al nostro aiuto ha potuto praticare questo sport e vincere. Torniamo a casa a piedi e passiamo davanti a due storici nostri riferimenti: le terme, orgoglio locale che sono però anch'esse in crisi per la penuria di clienti, e l'ex hotel "Serbija" che accoglieva, fino a quattro anni fa, le famiglie scappate dalla guerra di Bosnia. Ormai l'hotel è in macerie. La ristrutturazione è stata bloccata per abuso edilizio e ora si aspetta la decisione del giudice.
"Eccoci qua Jovan", diciamo, la mattina dopo a Jovan Jovanovic, sindacalista dirompente della Elektronska Industrija. Ogni volta che lo incontriamo ci raccomandiamo, inutilmente, alla nostra amica traduttrice Jovanka. Proprio non si riesce a stargli dietro quando parla, ma stavolta l'abbiamo fregato: ci siamo portati il registratore e speriamo di trovare qualche anima buona disposta a tradurre quel che egli racconta. Pensiamo, sicuramente sbagliando, che è costretto a stare zitto tutto l'anno visto che quando arriviamo ci sommerge di parole. Ma, nonostante tutto, qualcosa riusciamo a capire: da poco è stato a Belgrado dove ha trattato (presumiamo nel rispetto del vecchio modello economico della compartecipazione dei sindacati alla proprietà della fabbrica), con il ministero competente, la ristrutturazione di alcuni settori dell'Elektronska Industrija. Una speranza, quindi. Sono dieci anni che alla EI aspettano un compratore e forse, prima o poi, qualcuno arriverà. Alla EI sono restati soltanto quattro ragazzi sostenuti a distanza. Siamo dispiaciuti per questo, perché le difficoltà locali sono sempre tante, ma la situazione in Italia è cambiata e non possiamo che prenderne atto.
Nis è all'incontro delle autostrade balcaniche ed europee che collegano l'Asia Minore all'Europa. L'EI e Niska Banja sono sulla Mediana e quando imbocchi la strada puoi scorgere, lontanissime, le montagne bulgare. Dal punto di vista commerciale, quello che interessa le aziende italiane che hanno de localizzato, questa strada porta verso un mercato di 300 milioni di consumatori che si è aperto con gli accordi di libero scambio sottoscritti dalla Serbia con Russia, Bielorussia e Turchia, oltretutto senza tariffe doganali aggiuntive. Questa una delle ragioni che hanno indotto molti imprenditori italiani a trasferirsi in Serbia dove ci sono già 500 aziende che danno lavoro a 20.000 dipendenti. Ricordandone velocemente alcune: la FIAT a Kragujevac, il gruppo Benetton a Nis (sforna 6 milioni di capi, sembrerebbe), Omsa, Calzedonia, Geox, Magneti Marelli, ecc. Sono proprio gli italiani che hanno beneficiato, più di altri, del piano di sviluppo del governo serbo e in questi anni hanno raggiunto i due miliardi di euro di investimenti (i tedeschi 1,3 e gli USA 1,2). Dicevamo che questa è una delle ragioni, ma ce ne sono altre tre: gli incentivi dello stato serbo alle imprese straniere, un regime fiscale vantaggioso, la disponibilità di mano d'opera qualificata e con salari medi inferiori ai 400 euro che a Belgrado oscillano tra i 300 e i 380 mensili, mentre altrove tra 150 e i 200 euro. E poi le nostre imprese "giocano in casa" perché i gruppi finanziari Intesa-San Paolo e Unicredit detengono il 25% dell'intero settore bancario locale e sono le principali banche commerciali locali. E allora? Allora, nonostante gli italiani in Serbia, ad agosto il tasso annuo di inflazione è salito al 7,9% (dato della Banca centrale serba), a dimostrazione del progressivo deterioramento della situazione economica e finanziaria del Paese balcanico, e la disoccupazione, secondo il vice ministro del lavoro Radmila Bukumiric-Katic, ha raggiunto 26,2%, con il 44% dei giovani senza lavoro. Ma anche senza questi dati ce ne eravamo accorti anche noi che la gente è sempre più povera, magra e sdentata. E come le persone sono le strutture, disperatamente fatiscenti.

29 ottobre, lunedì - In viaggio verso la Bosnia: da Nis prendiamo l'autostrada per Belgrado, usciamo a Poiate - Kruscevac, proseguiamo per Kraljevo, Ciaciak, Uzice. Dopo Uzice giriamo per Visegrad e da lì diretti verso Rogatica e alle 15 siamo davanti alla scuola "Sveti Sava". Salutiamo il direttore, Tomislav Pavlovic, e l'assistente sociale, Nada Dokic. Sono due persone serie con le quali riusciamo a lavorare bene e che cercano di assecondare le richieste che facciamo loro. Sono consapevoli della nostra responsabilità verso i soci e della possibilità che così riescono a dare ai bambini che frequentano la scuola. Ci mettiamo subito al lavoro e, insieme, tentiamo disperatamente di fare una foto con tutti gli alunni affidati a distanza. Si tratta di fare gli auguri agli amici italiani. Dopo molti tentativi riusciamo! Nonostante la fatica l'esito è bello e importante. Un segnale. Un saluto a quanti hanno deciso di continuare ad aiutare questi giovani. Comincia la distribuzione delle borse di studio. Qui sono tante, 56. Ma, se aumenta il numero dei Sostegni a Distanza, diminuisce il numero degli alunni. Attualmente la struttura, che risale al 1975, è frequentata da circa 835 studenti e per farla funzionare serve un milione di euro all'anno che paga il governo centrale. E, a proposito di governo centrale, sarà opportuno ricordare una cosa: le ultime elezioni nella Bosnia i Erzegovina ci sono state nel 2010 e il governo è stato formato 14 mesi dopo. Ma è durato soltanto cinque mesi e attualmente il Paese vive una situazione di stallo, senza guida e senza quelle riforme istituzionali che sarebbero indispensabili per impedire che si finisca nel baratro di un'altra guerra. Il problema è che la creazione, con il trattato di Dayton del 1995, di due entità interne alla Bosnia Eerzegovina, una federazione della Bosnia Erzegovina, croato-mussulmana con 92 municipalità, e un'altra, la Republika Srpska, serba, con 63, ha complicato maledettamente le cose, anche perché su entrambe vigila un governo centrale con poteri limitati (e non a caso ha pochissimi dicasteri: Esteri, Giustizia, Finanze, commercio estero, Affari civile e Rifugiati) che consegna la maggior parte delle competenze alle due Entità, ai dieci cantoni della federazione della Bosnia - Erzegovina e al distretto autonomo di Brcko. E ognuno ha la sua costituzione. Immaginarsi! Questo è la mecca, scusate, o meglio, il paradiso dei politici che si possono così arricchire impunemente a danno di un popolo ormai rassegnato e disperato. Dopo la consegna delle borse di studio ci fermiamo a parlare con un'amica, Dobrila. Questa donna è stata colpita tragicamente dalla guerra. Dobrila viveva in un paesino a ridosso di Rogatica e nella notte tra il 4 e il 5 luglio del 1992, mentre la sua famiglia dormiva, degli ignoti, probabilmente, dice, dei vicini mussulmani, attaccarono la sua casa e uccisero i suoi cari: padre, madre, fratello, sorella e marito. Non ci sono parole. Lei non può perdonare anche se - dice - non ha mai instillato odio nei cuori delle sue figliole. "Domani - 30 ottobre - sarebbe stato il compleanno di mia sorella", ricorda. E come non scordare? Le parole servono a poco e viene in mente che le grandi disgrazie arrivano dalle piccole e meschine divisioni. Un esempio? Il governo della Bosnia è paralizzato non per delle importanti questioni strategiche per il Paese, piuttosto per una banale divisione di poltrone che deve avvenire secondo la proporzionale etnica. E il paralizzante dissidio nasce da una domanda: chi può essere considerato legittimo rappresentante del suo popolo? Quello che appartiene a tale popolo oppure quello che rappresenta gli elettori di quel popolo? E ora, se volete, cimentatevi con questo enigma politico ve lo proponiamo pescandolo da una notizia dell'"Osservatorio Balcani - Caucaso": "un certo Komsic, membro croato della presidenza, viene considerato un rappresentante illegittimo dei croato bosniaci dai membri dell'HDZ perché la sua elezione è stata resa possibile dagli elettori dell'SDP, che sono a maggioranza bosgnacchi. La lunga controversia tra HDZ e SDP è stata su chi ha il diritto di rappresentare i croati di Bosnia, numericamente il minore dei popoli costituenti. E da qui la questione sollevata dall'HDZ: può un popolo considerarsi adeguatamente rappresentato se il suo rappresentante istituzionale viene eletto con i voti di un altro popolo? In questo senso, la multietnicità dell'SDP viene vista dai principali partiti croati come un espediente per far prevalere il principio, tanto caro a Silajdzic, del "un uomo un voto", e quindi relegare i croati della Bosnia, e soprattutto dell'Erzegovina, in posizione subalterna dominati elettoralmente dai bosgnacchi". Ora chiaro perché se non si modificano gli equilibri etnici-istituzionali scoppierà un'altra guerra? Intanto le famiglie bosniache fanno la fame: padre, madre e figlio, per sopravvivere, avrebbero bisogno perlomeno di 1.800 marchi convertibili al mese mentre lo stipendio medio si aggira sugli 800.

30 ottobre, martedì - Ore 10. Siamo nella scuola "Pale" di Pale. Non è un gioco di parole, è un'originalità locale, una scelta probabilmente suggerita dagli instabili equilibri politici dell'epoca. La scuola non è nuova, quella nuova, invece, è quella chiamata "Srbija" (originale anche questo nome) anch'essa frequentata da alcuni alunni che ricevono la borsa di studio che ora si sono "trasferiti". All'incontro, infatti, sono presenti i direttori di entrambe le scuole, per fortuna la segretaria no. Lo scorso anno ci aveva procurato un sacco di problemi e non la rimpiangiamo. Tentiamo di parlare con i due responsabili, ma si limitano a darci qualche informazione sulle scuole, mentre glissano se spostiamo il discorso sulla politica e sulla situazione locale. Sono reticenti e, forse, temono di esporsi e di attirare le ire delle istituzioni locali che nominano e revocano i dirigenti scolastici a loro discrezione. Siamo comprensivi ed evitiamo di infilare il coltello nella piaga. Consegniamo le borse di studio ai 50 alunni affidati e poi andiamo a visitare la scuola "Srbija" che non abbiamo mai visto. Bella. Nuova. Fu inaugurata, non senza polemiche per la presenza del presidente serbo Tadic, nel 2009. Comunque il direttore ci porta orgogliosamente in giro e scopriamo così che ha anche un gabinetto dentistico a disposizione degli alunni. Ci fa entrare e assistiamo "in diretta" alla cura della carie di un bambino. Facciamo i nostri complimenti al direttore e al dentista e, prima di uscire, ci avviciniamo al piccolo e gli diciamo "coraggio!". Giornata intensissima. Decidiamo di partire la sera per l'Italia. Prima andiamo però a Lukavica nella scuola "Sveti Sava". I rapporti con la direzione di questa scuola non sono dei migliori, ma non per colpa nostra o del direttore. Il fatto è che la municipalità di Nova Sarajevo cambia ogni anno il direttore con il risultato che non si riesce a stabilire un'efficace collaborazione. In segreteria ricordiamo alle collaboratrici che l'anno passato abbiamo lasciato delle schede da far compilare agli alunni affidati, schede che non sono mai arrivate in Italia. Cercano tra le scartoffie e alla fine escono fuori. Stavano in "archivio morto". Le prendono e promettono che le faranno compilare agli alunni e ce le spediranno. Staremo a vedere! A Lukavica sono restati undici ragazzi. La nuova direttrice, che non ritroveremo il prossimo anno, ci racconta la situazione difficile della municipalità e ci spiega che prima dell'assedio di Sarajevo, da parte dei serbi, costato diecimila vittime civili, la municipalità aveva circa 96.000 residenti, dei quali il 36% erano bosgnacchi (bosniaci musulmani), il 34% serbi, 9,3% croati e il 4,6% altri, ovvero quelli che oggi non contano niente perché la Costituzione riconosce cittadinanza e diritti soltanto a chi appartiene ad una delle tre componenti: serbo, croata, bosniaca-musulmana. Gli altri sono le minoranze, quelli che non esistono. La guerra ha cambiato la composizione etnica di Nova Sarajevo e, dati del 2002, il 74,4 dei residenti sono bosniaci, il 6 serbo e il 6 croato. Torniamo a casa!


 

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