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Relazione sul viaggio dell'associazione in Serbia dal 30 settembre al 7 ottobre 2017


E ventinove! Cosa? Si tratta della ventinovesima relazione dei viaggi fatti per portare le borse di studio in Bosnia e Serbia. Scusate se tentiamo di superare l'impatto dell'ennesimo resoconto ricorrendo ad uno stratagemma "alfanumerico": nessuno, nel 1999, avrebbe scommesso che saremmo "durati" fino al 2017 e ad andare oltre per qualche altro anno. Proprio per questo "successo" molti ci esortano, forse per blandirci amichevolmente, a riportare le esperienze dei nostri progetti, e non solo di quelli in Serbia e Bosnia, nero su bianco. Insomma, dovremmo scrivere un libro. Noi, che abbiamo il senso del ridicolo, non ci pensiamo proprio perché non vogliamo andare ad accrescere il già enorme numero di scrittori e soprattutto perché chi fosse interessato a capire e approfondire quel che abbiamo fatto in tutti questi anni potrebbe trovare sul nostro sito tutte le relazioni dei viaggi in Bosnia e Serbia (28 che saranno poi 29 con quella del 2017) e tutti i nostri semestrali (34 che saranno poi 35 con quello del dicembre 2017). Altro che libro, c'è materiale per due o più tomi! Ripartiamo dunque insieme per questo ventinovesimo viaggio fatto per portare le borse di studio agli ultimi 112 alunni, 96 in Bosnia e 26 in Serbia.
A differenza del passato l'itinerario è cambiato: per molti anni la prima tappa era Backa Topola, nella Vojvodina, e l'ultima Lukavica, o Nova Sarajevo, in Bosnia. Adesso è esattamente il contrario e la scuola "Sveti Sava" di Istocno Novo Sarajevo (Nuova Sarajevo Orientale) è la prima ad essere visitata, mentre l'ultima la cittadina della Backa.

Domenica 1 ottobre arriviamo a Pale e la mattina seguente siamo a Lukavica dove sono restati due soli alunni nel progetto. Questa è la nostra ultima visita perché, dopo Belgrado, Novi Sad, Nis ora "chiudiamo" anche Lukavica. Parliamo con la direttrice che ci ringrazia per quanto abbiamo fatto per molti giovani abitanti della cittadina e ci conferma che da quelle parti la vita è ancora molto difficile. Chiediamo della città e lei ci ricorda che Srpsko Novo Sarajevo, o Lukavica, città satellite, ha una storia recente in quanto nata in seguito agli Accordi di Dayton quando fu stabilito che il Parlamento centrale della Bosnia fosse formato da due Camere: quella dei rappresentanti (42 deputati eletti a suffragio diretto, per due terzi croato-musulmani e per un terzo serbi), con sede a Sarajevo, e quella del popolo (5 delegati per ogni etnia), con sede a Lukavica. Mentre parliamo in direzione arrivano gli epigoni degli 85 giovani aiutati fino ad "oggi". Si tratta di Nikolina e Natasa. Consegniamo loro le due borse di studio e le abbracciamo. Stiamo per andarcene, quando la direttrice ci ferma con un sorriso e con un gesto della mano. Vuole farci un regalo. Si tratta di una Bibbia in cirillico con dedica personalizzata. Grazie... Ma non ricordiamo il suo nome visto che nella scuola "Sveti Sava" negli ultimi sette anni è cambiato sempre il dirigente scolastico. Ricordiamo invece con piacere il nome di Milovan Bogdanovic, il primo direttore che conoscemmo nel lontano 2002. E' in pensione, ma lo hanno avvertito della nostra visita ed ora è qui e vuole salutarci. Jovanka "esplode" letteralmente di gioia, lei ama le rimpatriate che annullano il tempo e recuperano il passato. E' bello rivederlo! Lo troviamo pressoché immutato e ricordiamo i tempi andati e di come lui, sornione, fosse riuscito a trasformare una caserma in una scuola moderna con un'aula informatica "strappata" ai giapponesi. Lui sorride e, al momento di andarcene, ci abbraccia e ci ringrazia. Addio Milovan!

Andiamo subito nella scuola "Srbija", ex "Pale", di Pale. Prima di consegnare le 30 borse di studio previste ci fermiamo in presidenza a parlare con il direttore e l'assistente sociale. Un piccolo problema: c'è una ragazza, Jadranka, che dal 2002 è nel progetto, prima aiutata da un socio e poi, dal 2009, inserita come Sostegno Sanitario Individualizzato. Probabilmente, all'epoca, viveva con tutta la famiglia una situazione di tale disagio da spingere il vecchio direttore e il pedagogo-psicologo di allora, Drago, a chiederci di continuare nell'aiuto. Ma sembrerebbe che ora sia una donna, sposata e con bambini. Dunque... E allora esce dal progetto, osserviamo. Discorso chiuso! Il direttore assiste silenzioso alla conversazione e, vista la nostra disponibilità, cambia argomento mentre l'assistente sociale, si infila nel vicolo cieco di una polemica irritante come a volerci responsabilizzare della cosa. Spieghiamo allora, per l'ultima volta, che sono direttore e assistente sociale della scuola, insieme a qualche insegnante, a "scegliere" i giovani per il Sostegno a Distanza e quindi noi, visto che non viviamo lì e che ci affidiamo alla loro correttezza, ci limitiamo ad accettare quanti sono segnalati e quel che viene "suggerito". Alla fine sembra arrendersi e possiamo così parlare un poco con Forcan della realtà locale. Lui ci segnala, in generale, una diminuzione delle nascite, anche se le iscrizioni nella sua scuola sono aumentate a causa del fenomeno di inurbamento che ha portato molte famiglie ad abbandonare la campagna-montagna per la città. Evidentemente alle vecchie generazioni abituate alla fatica e alla guerra stanno subentrando quelle giovani che non amano la solitudine e le fatiche alle quali costringono la terra e gli animali. La scuola di Pale è bella e piena di luce, come la maggior parte delle scuole bosniache e serbe, ma anch'essa si deve sempre confrontare con il limite della scarsezza dei fondi che, a detta del direttore, lo costringe a fare salti mortali per garantire il riscaldamento delle aule durante il rigido inverno bosniaco.
Ci trasferiamo nell'aula magna della scuola dove abitualmente sono distribuite le borse di studio. E' colma di alunni e genitori che riceveranno, insieme ai figli, un aiuto sempre importante per loro. Sono stati più di cento i giovani che hanno usufruito del Sostegno a Distanza attivato dagli amici italiani (SaD). Spieghiamo a tutti una cosa alla quale teniamo in modo particolare e che fa parte della "storia" di ABC: nessun alunno, ribadiamo nessuno mai, è uscito dal progetto prima della scadenza naturale del SaD, che nelle scuole coincide sempre con la fine del ciclo scolastico primario. Tutti, sempre e comunque, anche quando i loro affidatari "lasciavano", hanno continuato a ricevere la borsa di studio, alcuni di loro per molto tempo. Tutto ciò anche negli anni difficili successivi al 2006-2007, quando fummo costretti a chiudere diversi progetti.
Che dire? Questi incontri con alunni e genitori sono sempre emozionanti e quella che potremmo definire l'atmosfera della solidarietà pervade l'ambiente e coinvolge tutti, tanto da poter dire che tra di noi c'è l'amicizia e la stima di chi, anche se una sola volta l'anno, si incontra con piacere. In molti casi, ne siamo sicuri, molti dei presenti li vedremmo nella sala anche se non ci fossero le borse di studio da ricevere. Altri, probabilmente, hanno comprensibilmente dimenticato, non per ingratitudine, ma perché hanno il cuore e la testa di chi soffre, sono "sovraccarichi" e devono "resettare" il cervello per non rischiare il corto circuito dell'accumulo emozionale.
Torniamo a Pale a casa dalla signora Nada che ci ospita in una sorta di bed and breakfast dove sono accolte studentesse della locale università le quali, quando arriviamo noi, si accalcano in una stanza per lasciarci un poco di posto. È sera e Nada ci prepara un caffè alla turca, "kafana". Poi con Jovanka, la nostra traduttrice, su di un piccolo tavolino: capovolgono la tazzina del caffè nel piattino sottostante e si divertono a leggere il futuro dai fondi del caffè. Dopo il caffè ci sentiamo rigenerati e leggiucchiando un testo che giace tra le riviste vicino a dove sediamo scopriamo che il caffè turco – da poco inserito nella lista dei beni immateriali tutelati dall’Unesco come patrimonio dell’umanità – ha una tradizione antichissima. Una leggenda, infatti, racconta addirittura come Allah stesso avesse preparato la bevanda ordinando all’arcangelo Gabriele di offrirla a Maometto per evitare che, stanco, si assopisse. E il caffè suscitò in Maometto una forza tale da “disarcionare quaranta uomini e rendere felici quaranta donne”. Altro che Viagra!
Subito dopo pranzo partenza per Rogatica dove arriviamo la sera sul tardi dopo avere attraversato l'altopiano della Romanija che con l'altra montagna, Jahorina , domina la regione ad est di Sarajevo.

Sono le 8 di martedì 3 ottobre e siamo di fronte alla scuola che, senza molta fantasia, è stata intitolata anch'essa al santo nazionale "Sveti Sava". Inaugurata nel 1975 ci ha visto assidui suoi frequentatori dal 2000 e sostenitori di oltre 140 giovani in totale. La frequentano più di 850 alunni e la sua gestione costa circa un milione di euro l'anno. Le "skolska stipendija" distribuite sono un contributo importante per le famiglie degli affidati in una cittadina "dominata" dalla povertà e dall'emigrazione. C'è restata nel cuore una lettera che ci scrisse un direttore ora in pensione, Tomislav: "il vostro aiuto (aggiungiamo noi, quello dei soci) è prezioso e di grande utilità. I nostri alunni sono per la maggior parte bambini particolarmente poveri che vivono situazioni difficili”. Rispondemmo: "lo sappiamo bene, caro direttore, anche se queste famiglie sono sempre discrete, sorridenti e non chiedono mai nulla".
Nel solito grande salone dove distribuiamo le borse di studio ci guardiamo attorno. Ormai l’esperienza ci ha insegnato a saper cogliere da pochi dettagli il grado di malessere delle realtà con le quali veniamo in contatto. Percepiamo come a Rogatica sia molto difficile vivere. Ce lo conferma anche la vice direttrice, che sostituisce il direttore e l'assistente sociale chiamati d'urgenza dal ministero. Ci spiega che la cittadina si sta impoverendo sempre di più e molte persone se ne vanno alla ricerca di possibilità migliori. La maggior parte degli alunni che frequentano la scuola provengono da famiglie di disoccupati o monoreddito, spesso con problemi sanitari al loro interno. Rogatica è una delle conseguenze di una Bosnia che spende metà delle entrate pubbliche per pagare i debiti accumulati e questa situazione determina il malessere esistenziale che impedisce alle famiglie di pensare a fare nuovi figli, mentre costringe i giovani a cercare fortuna in Finlandia, Francia, Svezia dove pensano di poter sopravvivere.
Ma in Bosnia c'è un'attività che, al contrario di tutto il resto, cresce ed è quella delle compagnie che si occupano dell'industria delle armi e delle munizioni. Tant'è che il settore nel 2016 ha registrato un utile pari a 110 milioni di euro. Ed è vero, se è lo stesso ministro dell'industria federale Nermin Dzindic a dirlo sottolineando poi che si tratta "dell'incremento maggiore da quando esiste questo ramo dell'industria in Bosnia". La vice direttrice ci spiega, da insegnante di storia, che la Bosnia, rispetto alle altre regioni della ex Jugoslavia, essendo priva di frontiere "esterne" e nel cuore del Paese, era il luogo più adatto per installarvi le fabbriche di armi in quanto avrebbe potuto garantire la produzione bellica anche in caso di invasione. Tutto ciò con buona pace dell'universale esortazione ad evitare la violenza che tutti i giorni, compresa la domenica, tutti indistintamente a parole perorano. Possibile che avesse ragione l'ignoto ispiratore del detto: "se vuoi la pace prepara la guerra"?
Ma è certo che alunni e genitori presenti non partecipano al "banchetto" degli utili di queste industrie. Sono lì, quasi rassegnati, ma sereni e consapevoli che è sempre meglio l'oggi difficile e quasi senza speranza che il passato di guerra che ha sconvolto le loro vite e le cui tracce ancora si scorgono lungo le strade che ci hanno condotto in Bosnia. Infatti, durante il viaggio abbiamo visto scorrere davanti ai nostri occhi tante casette nuove, cresciute con la fatica delle braccia familiari, accanto a quelle più grandi, ormai ruderi bruciati o diroccati lasciati lì non per ricordare l'orrore della guerra ai giovani ma, più semplicemente, perché abbattere e rimuovere le macerie avrebbe un costo insostenibile. Lasciamo la scuola e nell'atrio, su una parete piena di disegni ne scorgiamo uno inviato dagli alunni di una scuola di Roma ai loro amici bosniaci tanti anni fa. Rappresenta due mani che si stringono e sotto poche parole: "Lasciare qualcosa per trovare qualcosa”.
Nel pomeriggio visitiamo la famiglia di uno dei giovani inseriti nel progetto. Andiamo nella periferia della periferica città di Rogatica a casa di Milica. Ci sono i genitori e i fratelli. Il papà ha 41 anni e fa il manovale, la mamma qualche anno in più. Lui era di Sarajevo trasferitosi poi durante la guerra con la famiglia a Rogatica. Ci sono 5 figli e tutti trovano sistemazione nella piccola e modesta casa. I bambini, da 7 a 15 anni, studiano tutti e si sostengono con il lavoro da manovale del padre che ci spiega le difficoltà della loro vita messa continuamente a repentaglio dai piccoli contrattempi che non mancano mai. Lo scorso anno - racconta - aveva avuto la possibilità di andare a lavorare "in nero" nella repubblica ceca, ma si trattava di un lavoro "rischioso" perché le storie riportate dagli amici rientrati in patria erano tante e fatte quasi tutte di promesse non mantenute. E allora lui aveva preferito il "poco" vicino ai figli piuttosto che il possibile "tanto" lontano dalla famiglia. Ha fatto sicuramente bene perché i "caporali" non ci sono soltanto in Italia e le "tecniche" di arruolamento della mano d'opera sono fatte di promesse destinate spesso a non essere mantenute.
Torniamo verso il nostro albergo che è proprio di fronte all'edicola dove lavorava Dobrila, una signora che conosciamo da tre anni e che nel 1992, all'inizio della guerra, dovette assistere impotente alla morte dei suoi cari per mano dei vicini che gli trucidarono il padre, la mamma, il fratello di 16 anni e il marito. Gli restarono soltanto le due figlie, una delle quali con il morbo di Crhon, e in aiuto della quale siamo già intervenuti pagandogli alcuni farmaci che gli erano necessari. Chiediamo di lei e il proprietario dell'edicola ci dice che non lavora più da lui e che è malata. Andiamo a casa sua e la troviamo emaciata, disperata e quasi si vergogna della sua condizione quasi fosse colpa sua. Riesce a malapena a camminare. Cerchiamo, per quel che è possibile di confortarla e, visto che è il nostro "lavoro", le lasciamo un contributo per acquistare le medicine che gli sono necessarie. Oltretutto è sola perché le figlie sono andate via, una si è sposata in Italia e l'altra, invece, quella malata anche lei di Crhon, vive a Pale. Promettiamo che saremo da lei il prossimo anno, l'abbracciamo, la baciamo tre volte e ce ne andiamo con il cuore pesante. Che altro possiamo fare?

Il mattino dopo, mercoledì 4 ottobre, viaggiamo verso Nis e, dopo aver lasciato alle nostre spalle la Drina con il suo immaginifico ponte, ci dirigiamo "velocemente" verso la Serbia (sette ore per percorrere circa 340 chilometri). "Velocemente" è un modo di dire perché in Bosnia e Serbia si devono rispettare rigorosamente i limiti di velocità (dai 50 ai 60 chilometri orari) e se la polizia stradale, sempre in agguato con il radar laser, ti becca a superarli ti fa passare dei quarti d'ora memorabili. Più di una volta, indisciplinati, ci siamo salvati dall'arresto soltanto per la preziosa presenza della nostra traduttrice storica Jovanka. Lei, serba, in queste occasioni comincia a piangere e a spiegare quello che gli amici italiani hanno fatto e fanno per il popolo serbo: quanti giovani hanno aiutato, quante famiglie, quanti malati e alla fine i poliziotti, commossi e sopraffatti da tanta bontà, e per non sentirla più frignare, ci fanno pagare soltanto una piccola multa.

Ci fermiamo a Nis anche se ormai non abbiamo più progetti in quella città. Ne avevamo quattro, due nelle scuole di Niska Banja e Donija Vrezina e due nelle fabbriche Min-Fitip ed Elektronska Industrija. Alla E-I il nostro contatto storico era il sindacalista Jovan Jovanovic ed è con lui che ci vediamo a Niska Banja, in casa dell'amica comune Goga che nel passato ci ha ospitato durante le nostre visite nella città. Nis, dopo Belgrado e Novi Sad, ha il maggior numero di abitanti, ma, ed è bene non dimenticarlo, è anche la città dove nel 272 d.C. nacque l'imperatore romano Costantino il Grande e, quindi, noi, quasi tutti di Roma, ci sentiamo "a casa". Dire "quasi tutti" non è vero perché viaggiano insieme un napoletano, un etiope, una serba e un romano, ma così confermiamo il connotato internazionalista di ABC, associazione "de" Roma.

Ci sediamo tutti intorno ad un tavolo nell'umile casetta di Goga. C'è anche Jovan Jovanovic in tenuta sportiva: tuta e scarpe da ginnastica. Ora è in pensione e se lo può permettere, mentre prima, sindacalista ufficiale della grande fabbrica elettronica, doveva mantenere un tono ed era sempre in giacca e cravatta. Lui era un sindacalista dichiaratamente comunista e fedelmente allineato alle politiche di Milosevic, ma era anche onesto, tanto da ammettere gli innumerevoli torti del suo "idolo". Con lui parliamo sempre volentieri perché è una preziosa fonte di informazioni anche se "filtrate" da Jovanka che non sempre riesce a seguire il parlare veloce e fitto del nostro interlocutore. Forse è anche un poco intimidita degli sguardi rapidi dell'interlocutore abituato ad arringare le assemblee e ad infuocare gli animi dei lavoratori che adesso però alla E-I non ci sono più. Che tempi quelli trascorsi ragazzi! Siamo passati attraverso una tempesta e chi ne è uscito indenne è disorientato e, quasi impaurito, non sa se parlare o tacere, se combattere o giacere, se credere ancora alle vecchie idee o rinunciare definitivamente ai suoi ideali per cercarne, senza trovarli, altri. Jovanovic, invece, riesce sempre ad essere convintamente convinto e convincente ed è per questo che, anche se lo si potrebbe ritenere un vecchio pazzo, ci piace. Ci racconta la sua versione del conflitto sindacale, durato settimane e costato 22 giorni di sciopero, che si è svolto tra Sindacato e Fiat Auto Serbia negli scorsi mesi e chiuso inevitabilmente con un compromesso. All'inizio - spiega - gli operai chiedevano un adeguamento salariale di 18.000 dinari mensili (poco più di 150 euro), un rimborso spese locomozione per gli operai del turno di notte (a Kragujevac non esiste un trasporto urbano notturno, ndr.) e l'attenuazione dei ritmi di lavoro molto elevati, ma la dirigenza FAS (Fiat Auto Serbia, ora FCA-Fiat Chrysler Automobiles Srbija), da parte sua, rifiutava di trattare con lo sciopero in corso. Era il muro contro muro. Ecco allora intervenire il governo e i mass-media con il seguito di minacce e ricatti, e per i livelli occupazionali e ventilando la possibilità di spostare in Polonia le produzioni locali delle 500. Di fronte alla radicalizzazione del conflitto il sindacato Samostalni, con Markovic segretario generale, è arrivato ad ammorbidire la sua posizione - peraltro il sindacato deve trattare e non fare diktat, ci dice poco convinto Jovan - per arrivare ad un confronto con la FCA e siglare un accordo tutto sommato positivo per i lavoratori della ex Zastava Auto. Aggiungiamo noi, ma Jovan Jovanovic non lo dice, che grossi dubbi sono stati espressi da molte parti sul rimborso che il sindacato è riuscito a versare ad ogni operaio per gli scioperi sostenuti fino ad un massimo di 18.000 dinari (circa 150 euro, come l'aumento mensile richiesto a suo tempo). Molti hanno insinuato che questi rimborsi siano stati pagati dal governo o dalla dirigenza FCA in quanto l’impegno finanziario totale a carico del sindacato sarebbe stato di circa 240.000 euro, troppo gravoso. Dove ha trovato un sindacato "povero" questo denaro? Si chiedono gli scettici. Jovanovic - alle nostre osservazioni risponde che lui è sicuro che il sindacato avesse quella somma perché, sostiene ingenuamente, "Il segretario nazionale Marcovich non ha rubato". Meno male! La stessa cosa l'affermerà il giorno dopo anche Rajko, segretario del sindacato interno della FAS di Kragujevac.
Dopo aver salutato i vecchi amici di Nis prendiamo l'autostrada che ci porterà proprio nella città della FCA Srbija, originariamente Zastava Automobiles, poi sussidiaria della Fiat dal 2008 e, infine, FCA Srbija dal 2014.

E' giovedì 5 ottobre. Camminando nei giardini davanti al palazzo "storico" della sede ufficiale di quella che era la grande "Zastava" notiamo che sono diminuiti notevolmente i manifesti affissi sugli alberi annuncianti la morte di qualche lavoratore. Meno male! Anche se, riflettiamo, che le cose sono due: o molti ex lavoratori sono ormai morti o, essendo finito il lavoro da molti anni, i "sopravvissuti" sono ormai fuori zona. Comunque, gli "ex" non lavoreranno più perché la FCA ha scelto di avvalersi dei giovani liberandosi dei vecchi dipendenti per tagliare il cordone ombelicale con un passato "ingombrante". Nel piccolo ufficio del sindacato, in Piazza Topolivaca 4, prima che comincino ad arrivare gli affidati per ricevere la borsa di studio, ci fermiamo a parlare con Rajko. Lui ci mostra un documento nel quale si illustrano, sinteticamente, i risultati della vertenza che ha opposto lavoratori e impresa: 1) la busta paga attuale (28.160 dinari = 235 euro circa) in agosto è aumentata del 2,2% e nel gennaio 2018 lo sarà di un altro 4,5%. Inoltre, il salario mensile è integrato con un rimborso per le spese di trasporto e ferie (10.000 dinari = 80 euro); 2) sarà costituita una commissione formata da 2 rappresentanti del sindacato che si affiancheranno al management dell'azienda in caso di controversie; 3) il contributo che i lavoratori ricevono per il trasporto in busta paga sarà raddoppiato per coloro i quali coprono i turni notturni; 4) nei primi mesi del 2018 cominceranno le trattative sull'erogazione di un premio di produzione (analogamente a quel che avviene in Italia e in Polonia); 5) il bonus natalizio (pari al salario medio in Serbia) sarà erogato in due trance: ad agosto e dicembre. Insomma, un compromesso onorevole per entrambe le parti. Il sindacato, sostiene ragionevolmente Rajko, ritiene che lo sciopero sia stato comunque "importante non soltanto per i risultati conseguiti, ma anche perché la classe operaia si sta svegliando ed ha lottato per condizioni di lavoro migliori". Come non condividere questa riflessione?
Cominciano ad arrivare per ritirare la borsa di studio i 23 giovani ancora aiutati. La maggior parte è con il papà disoccupato. Molti di loro li conosciamo da anni, ma ce ne sono anche di nuovi, giovanissimi, perché il sindacato, furbescamente, quando qualche anno fa ci capitò di chiedere delle nuove schede inviò quelle di una decina di piccoli che usciranno tutti dopo il 2020. Speriamo di riuscire a raggiungere quel traguardo! A Kragujevac sono transitati nel progetto, per tutt'e tre i sindacati ai quali, per correttezza e rispetto politico, ci rivolgemmo ormai tanti anni fa, più di 320 giovani. Bene, nonostante i 18 anni trascorsi siamo ancora qui. Un "Evviva" per i soci di ABC che hanno aiutato e continuano a farlo tanti giovani e tante famiglie degli operai della Zastava.
Stiamo parlando delle stesse famiglie che hanno, secondo i dati raccolta da Eurostat per il 2016, un potere d'acquisto inferiore alla metà della media europea, ovvero spendano il 45% in meno rispetto alle omologhe dell'Unione europea. Infatti, negli ultimi anni la spesa è scesa di due miliardi di euro e vengono acquistati in meno anche i generi alimentari come pane, uova e latticini, mentre il reddito "medio" di una famiglia serba, nel 2016, è stato pari a 59.624 dinari (502 euro) cifra che ben pochi comunque guadagnano.

Nel pomeriggio partiamo per Backa Topola. Ci fermiamo prima un paio d'ore a Novi Sad. Siamo lì per vedere come sta la giovane Alexandra alla quale, lo scorso anno, abbiamo acquistato un ausilio importante per la sua fisioterapia e alleviare così un poco la sua vita e le sue sofferenze. Come lo scorso anno anche in questo periodo è ricoverata in ospedale con una broncopolmonite. La mamma è sempre lì, vicino a lei. Ci vergogniamo a fare qualche foto e, per riservatezza, sostiamo nella sala d'attesa della corsia. La mamma di Alexandra ci raggiunge e ci racconta della salute della giovane e disgraziata figliola. Continua a portare il sondino nasogastrico e periodicamente soffre di crisi epilettiche. Sebbene con difficoltà prosegue la fisioterapia (soprattutto con l'ausilio che abbiamo acquistato per lei), anche se con grande cautela in quanto le articolazioni delle sue anche sono deboli e si lussano facilmente. Proprio per attenuare questa tendenza decidiamo di finanziare l'acquisto di un altro apparecchio che, ci dice, potrebbe essere utile ad Alexandra. Di più non possiamo fare. Abbracciamo e baciamo la giovane coraggiosa mamma e ce ne andiamo. Recuperiamo, in mezzo al caotico traffico cittadino, la strada per Backa Topola dove arriviamo la sera.

Alle 9 siamo davanti alla "Nikola Tesla". La conosciamo da moltissimi anni, da quando Jelana Simovic ne era la direttrice. Lei fino al 2007 ci ospitò a casa sua durante i nostri viaggi, ma adesso ha perso il marito ed è pensionata. Ha però aperto una prestigiosa scuola di inglese frequentata dai figlioli delle famiglie benestanti del luogo. Con Vlade Grbic, direttore sempre gioviale, parliamo a lungo nel suo ufficio e ci spiega che il prossimo anno andrà in pensione. Ci fa conoscere anche la figlia e ci chiede se saremo lì anche nel 2018. Ci tiene - spiega - a vederci a ancora. Confermiamo che nel 2018 ci saranno ancora due ultimi giovani, Stanko e Milijana, i quali usciranno nel giugno 2019 quando chiuderemo il progetto anche in quella città. Per non fare attendere fuori della porta i ragazzi con i genitori li chiamiamo e, dopo averli salutati, gli consegniamo le borse di studio rassicurandoli sul fatto che per due anni le riceveranno ancora. Se ne vanno felici per averci incontrato e per la notizia che gli abbiamo dato. Con Vlade recuperiamo memoria di quando gli alunni della "Nikola Tesla" aiutati erano molti di più, fino a un centinaio, e si riusciva con fatica a fare una foto di gruppo nell'aula magna della scuola. Il cerimoniale era sempre uguale: si cominciava con un discorso di saluto alla delegazione di ABC da parte del direttore per poi iniziare la consegna delle borse di studio. In un vecchio resoconto, l'amico Vittorio Tranquilli, morto qualche anno fa, spiegava: "man mano che ciascun bambino viene chiamato, si avvicina al tavolo accompagnato dal genitore il quale firma due ricevute. Una di esse sarà conservata agli atti di ABC, l’altra sarà inviata all’affidatario. Contemporaneamente un membro dell’Associazione fotografa i bambini man mano che si presentano affinché l’affidatario possa vedere la sua crescita a un anno di distanza. La stessa procedura sarà seguita in tutte le località successive". "Panta rei", avrebbe detto Vittorio. Oppure recitato "tempus fluit"? Boh! Salutiamo Vlade, le amiche della segreteria e ce ne torniamo in Italia!

Prima di riportare i totali delle quote distribuite quest'anno vorremmo raccontare che, facendo un rapido conto, abbiamo scoperto che nei progetti in Serbia e Bosnia sono transitati in tutto 1.200 giovani i quali hanno ricevuto circa 80.000 borse di studio. Naturalmente si tratta di cifre che riguardano tutti gli anni, dal 1999 al 2017 compreso.

Prima di riportare i totali delle quote distribuite quest'anno vorremmo raccontare che, facendo un rapido conto, abbiamo scoperto che nei progetti in Serbia e Bosnia sono transitati in tutto 1.200 giovani i quali hanno ricevuto circa 80.000 borse di studio. Naturalmente si tratta di cifre che riguardano tutti gli anni, dal 1999 al 2017 compreso.
Allora vediamo il dettaglio delle quote distribuite quest’anno: Lukavica 260 euro, Pale 9.860, Rogatica 17.540, Kragujevac 6.340 e 240, Backa Topola 480, microinterventi 700, spese di viaggio 1.520.





 

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